L’attesa

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Ho sempre pensato all’attesa come un qualcosa di brutto che logora, che non da pace. Che snerva. La lama di un coltello passata con sadica lentezza seguendo le fibre del muscolo. Una presenza indefinitamente sbagliata e lentamente dolorosa. Ho sempre pensato che fosse la tortura più grande, perché senza scampo. Ho sempre pensato che l’attesa fosse buia, senza aria.

Ma non ho mai considerato che l’attesa ha in sé anche altro.

L’attesa è costruzione di una realtà che ancora non conosco. Prima è un seme timido, sepolto nel sottobosco acido e buio del dolore. Poi, quando riesce a mettere fuori un germoglio, prende quel poco di forza per crescere. Allora sì che tutto quel tempo lì sotto, tutte quelle lacrime e azoto, diventano forza.
L’attesa fa decantare la confusione dei sentimenti emulsionati. Quando escono dal bicchiere di un frullatore tutte le sensazioni in fondo si somigliano. Allora, se proprio dobbiamo aspettare, è meglio guardare i residui mentre si depositano sul fondo. Lasciare sublimare gli spiriti, lasciare che il profumo si decida. Ma alla fine abbiamo di fronte un qualcosa di preciso.
Nell’attesa impariamo a allentare i muscoli della mandibola, ché non si possono tenere così tesi dopo un crampo. E  impariamo a essere lenti, abbassando pulsazioni e dolore.

L’attesa più bella non è quella che dura poco. L’attesa più bella è quella che ti cambia.

Solo che non gliel’ha mai detto.

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Gianluca vuole bene ad Alessia. Solo che non gliel’ha mai detto. Solo che nella sua logica di cresta e brufoli non è che queste cose si devono dire a parole: si devono capire, dai. Quindi Gianluca sa di non aver mai parlato di amori con Alessia, ma è convinto che lei sappia del suo amore. Che poi, se dovesse metterlo giù a parole, questo coso che ha dentro, non userebbe certo parole vecchie come amore o innamoramento. Scopiazzerebbe frasi di cantanti ben disposti a farsi fraintendere. Adesso Gianluca è fuori dalla scuola e guarda Alessia da lontano. Alessia che sta baciando uno di due anni più vecchio di Alessia e di Gianluca.
Gianluca finge di frugare sul suo touch screen e di non curarsene. Si sta interrogando su questa cosa che gli fermenta dentro. Non è gelosia: i suoi sentimenti verso Alessia sono troppo puliti perché persino lui li possa scambiare per possesso. Forse è invidia. Vorrebbe essere lui al posto di quello là, adesso. Forse neanche quello. È smarrimento confusione delusione. È altre parole che non sa trovare.
Rivolge a sé stesso domande che stanno in piedi solo in teoria. “Se io le voglio bene e lei è felice così, allora è questo il suo bene, giusto?”
Ma nessun “Giusto!” di conferma viene pronunciato dalla sua voce interiore.
Vorrebbe non avere questo senso di delusione. O almeno vorrebbe avere qualcuno a cui dare la colpa.
Gianluca non è invidioso, Gianluca non è geloso. Il problema è che Gianluca, in questo momento non è.
Gianluca vuole bene ad Alessia. Solo che non gliel’ha mai detto.

L’elefante turrito

elefante

Quando il blocco di granito fu scaricato nel cortile, Norberto non stava nella pelle. Ci avevano messo settimane per portarlo dalla cava fino alla sua bottega. Al primo colpo d’occhio ci vide già dentro qualcosa di memorabile. Una madonna pietosa. Un San Sebastiano dolente. Un imperatore a cavallo. Un elefante. Pagò quanto dovuto ai carrettieri che girarono i buoi e se ne andarono con la stessa lentezza che li aveva condotti lì.
L’indomani all’alba era tutto pronto, anche la luce del sole. E la distanza tra marmo e idea cominciò lentissimamente ad assottigliarsi.
Passavano giorni e settimane e mesi. Tutti scanditi dai tic dello scalpello sul marmo. Aveva deciso per un animale mitico. Un elefante sovrastato da una torre quadrangolare, simbolo della città, della gloria e di tante altre cose che adesso ci sembrano campate in aria. Ogni ora l’opera sembrava identica all’ora precedente, ma il monticello di schegge di pietra spazzato in un angolo del cortile era sempre più alto. E contando il tempo in settimane la forma cominciava a distinguersi con convinzione sempre maggiore.
Passarono mesi. Ormai si riconosceva chiaramente la figura.
Passarono anni. La maestria con cui aveva scolpito il movimento era senza pari. Si vedevano le pieghe della pelle del pachiderma. Ma Norberto non era soddisfatto.
Allora prese a fare più snelle e più nervose le linee degli arti. Ci lavorò ancora giorni, ma non era soddisfatto ancora. Limò smusso, cercò il punto esatto del marmo in cui si nascondeva la perfezione, ma non lo trovò.
Continuò a scavare, tanto che le linee ormai non ricordavano più la natura di un pachiderma. Sembrava pietra scavata dal fiume, sembrava un pianto.
Ma non era contento e continuò a scavare, a limare, a cercare la perfezione.

Quando alla fine di quegli anni tutto quell’enorme blocco era ridotto a un mucchio di schegge bianchissime, ormai di Norberto sembrava restare poco. Qualcuno disse che la sua ricerca di perfezione lo aveva condotto alla follia. Qualcun altro, un po’ per scherno, un po’ per intrattenerlo ebbe a chiedergli quale fosse, nella sua brillante vita di scultore, l’opera più bella.
“Tante cose belle ho fatto. Tante che mi degnerei di fermarmi a guardare. Ma l’unica perfetta è stata la ricerca della perfezione nell’elefante turrito.”

Al semaforo

carchild

Io non capisco perché quando ci sono due corsie larghe, c’è sempre il cretino che vuole passare avanti, che ne inventa una terza. Guardalo qui, ecco il cretino di turno. Non ho voglia di prendermela, che vada al diavolo, che vada avanti, di corsa verso il niente che simboleggia così bene.

Brontolo da solo in auto. Mi giro e vedo nella macchina di fianco un bambino. Ha in mano un bastone sottile, una matita forse. No: è nero con l’estremità bianca. Sembra una bacchetta magica: sì sembra proprio una bacchetta magica, di quelle dei giochi da tavolo. Lui mi guarda senza sorridere, io ricambio la mancanza di cordialità.
Arriva il solito magrebino che cerca di lavare i vetri o di vendere pacchi da otto di fazzoletti di carta. Sarà dura oggi: c’è il sole, chi ci pensa al raffreddore.  Gli rivolgo un sorriso di repertorio, scuoto impercettibilmente il capo e con la mano sinistra gli accenno il solito “No, grazie” che capisce al volo. In quel momento, con la coda dell’occhio vedo che il bimbetto fa un gesto secco con la bacchetta magica, come se ci avesse indirizzato un incantesimo.

D’improvviso mi sento trasportato nel corpo del lavavetri e sento che lui sta prendendo il mio posto.
Ma… che c… ma come è possibile? Cosa ha fatto quel moccioso…
Mi trovo fuori dalla mia macchina, che non è più la mia. Sono io adesso a chiedere una moneta, coi fazzoletti in mano. Spero che un vetro si apra e che si abbassi giusto per fare uscire quei pochi spiccioli. Mi vergogno, mi vergogno tantissimo a chiedere, mi sento inferiore. Maledettamente inferiore e senza dignità.
Nonostante il riflesso e il vetro sporco, lo vedo quello dentro, quello al posto di guida che era mio. Anche lui terrorizzato da questo scambio. Lui che adesso cerca una monetina ma non conosce i segreti del cruscotto, non sa dove cercare. Vorrebbe aprire il finestrino ma non è pratico. Neanche quello riesce a fare.

Ancora il bambino, che adesso sorride, ci rivolge un altro colpo di bacchetta magica e ognuno torna al suo posto.
Che incubo. Cosa è stato?
Guardo il bambino, sono terrorizzato. Cerco di razionalizzare, cerco di calmare le pulsazioni che sono impazzite. Mi sono immaginato tutto. È solo un bambino, devo essere stressato.

Guardo il venditore di fazzoletti. Una cosa non mi torna: se mi sono sognato tutto perché anche lui adesso mi guarda terrorizzato e si asciuga la fronte, come per cercare di mettere le cose in ordine?

Ci sorridiamo, mi voglio fermare, chiedere, vorrei cercare con lui una spiegazione.
Ma il semaforo è già verde da tre secondi e già da un secondo il cretino dietro mi ha suonato. Riparto. Dimenticherò tutto.
Credo.

Era questo che sognavi

pagliaccio

Era questo che sognavi, quando hai lasciato la casa per partire col circo? Adesso sei lì infreddolito, fuori da questa scuola elementare a ripetere all’infinito la stessa frase. “Ciao, lo vuoi uno sconto per il circo? Portalo ai tuoi genitori, vedrai che divertimento!”

Era questo che sognavi quando hai iniziato a lavorare presto, smettendo di studiare appena hai potuto. Volevi avere soldi tra le mani prima di tutti i tuoi amici. Così, pensavi, mi prendo il motorino e la porto al cinema o dove vuole lei. Non mi potrà resistere. Adesso da quanti anni fai il meccanico? Dieci, quindici, venti forse? Adesso lei non sai che fine ha fatto. Sapevi che si era sposata con uno che lavorava in ufficio con lei. Sapevi che aveva due bambini e che quando l’hai incontrata al supermercato dopo quel ciao come stai non avevate più niente da dirvi.

Era questo che sognavi quando vi siete detti sì? Con davanti un destino perfetto di cose da fare insieme. Ma poi la vita, a non saperla ascoltare, ha preso strade più facili, meno faticose. E nei vostri sogni l’altro compariva di rado.

Era questo che sognavi quando hai discusso la tua tesi? Un’ascesa luminosa come una vendetta. Mettendoci tutta la determinazione e la dedizione che avevi. E adesso che hai il conto corrente pieno e le domeniche vuotissime non vedi l’ora di tuffarti nella prossima settimana di lavoro e non sentire questo silenzio.

Era questo che sognavi? Mi risuona questa frase nella testa, questa frase che sa di sentenza già emessa. Era questo che sognavi? Mentre mi risuona questa domanda mi passano davanti il circense, il meccanico, lo sposo, il manager. Ma per caso passo davanti a una vetrina e mi ci specchio. Proprio mentre la mia mente manda in loop questa frase. Mi rendo conto che la frase vale anche per me. Era questo che sognavi? Era questo che sognavo?
Non lo so, forse no. Ma mi sono mosso: bene o male ho fatto delle scelte e sono andato avanti. Quindi sì, ne è valsa la pena. Mi sono mosso.

Ventuno rosso dispari

roulette
Stava salendo in macchina, ma si fermò. Tornò verso di me lasciando distrattamente aperto lo sportello.
Riprese un discorso iniziato chissà quando nella sua testa.
“È proprio questo il punto. Io sono sempre stato prudentemente attento alle ragioni degli altri. Prudentemente attento alle ragioni degli altri. A tutte le ragioni, a tutti gli altri. Non so a cosa è dovuto: se a un’educazione improntata al rispetto, al riconoscimento dell’esistenza degli altri o magari a niente di tutto questo. Magari è una questione innata, scritta da qualche parte del mio DNA. Ma io mi sono sempre messo nei panni degli altri.
E non so se è sempre un bene. Certo: se si discute e si cerca una mediazione sono nella posizione giusta. Se anche devo lavorare nel marketing e capire le esigenze del cliente vado benissimo. Mi viene così naturale pensare con la sua testa!
Ma quando c’è da sgomitare, scalpitare, scalare e primeggiare: lì sono molto meno preparato. Non che mi manchino le doti o la fiducia in me stesso. Ma tante volte mi sembra insensato puntare tutto su un numero solo: 21 rosso dispari.
Molto meglio un testa o croce: si vince molto di meno, ma si ha molta più probabilità di portare a casa qualcosa”
Sorrise senza luce e entrò sulla sua macchina. Partì piano.
Non voleva andarsene senza avere chiarito. Mettendosi nei miei panni non gli sembrava corretto. E quella, se ricordo bene, è stata l’ultima cosa che mi ha detto.

Quella cosa della pioggia

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-Chiara, adesso non mi viene, ma c’era una citazione bellissima sulla pioggia, sul coraggio. Mi sembra di Gandhi. Ma se smetto di pensarci forse mi viene in mente.  Guarda: forse ho insistito un po’ troppo ma sono proprio contento che alla fine ti sia convinta.
Quando siamo scesi dalla funivia eravamo al Rifugio Col Rodella. Già a 2300 e già il cielo non prometteva una bella giornata. Poi siamo scesi al Rifugio Friedrich August con quell’orribile bovino gigante in vetroresina. E poi, lentamente verso il Rifugio Pertini. Sai: ci abbiamo messo un’ora e mezza, adeguandoci al passo dei piccoli e a tuo zio che fotografa ogni lepidottero ortottero e coleottero nel raggio di due metri.
E poi il dubbio: ci fermiamo a mangiare al Rifugio Pertini per poi tornare indietro o andiamo avanti, contro il cattivo tempo, fino al Rifugio Sasso Piatto? Ci vuole almeno un’ora e poi per tornare altre due ore. No, non c’è una grande pendenza, è quasi in piano. Ma si tratta di prendere il tempo che viene.

Così siamo partiti. Chiara e io, figlia e padre. Zaini alleggeriti e passo svelto, quasi per non sfidare troppo platealmente il nuvolone che cresceva proprio a ovest, di fronte a noi. Chiara inaspettatamente coraggiosa e io prevedibilmente orgoglioso di questa sfida. Sfida piccola ma affrontata in due.
Abbiamo camminato svelti, sul quel sentiero facile e segnato dai tanti passanti. Abbiamo visto falchi pellegrini e marmotte che la sapevano lunga. Abbiamo cercato di fotografarli e li abbiamo indicati agli altri passanti meno attenti, atteggiandoci a grandi esperti. Poi siamo arrivati in fondo a quel sentiero.
“Facciamo in fretta ché dobbiamo tornare prima che inizi a piovere”
Allora siamo entrati subito, senza neanche toglierci gli zaini dalle spalle. Una fetta di SacherTorte io (con panna a parte), uno strudel Chiara (con crema a parte). Ci siamo arrampicati su un tavolaccio all’aperto, altissimo tanto da credersi un bancone di un bar di corso Como, non fosse per le schegge e per l’aria incomparabilmente diversa, in tutti i sensi. Cinque minuti e poi siamo ripartiti, come fossimo veri camminatori, come fossimo quelli che sanno fiutare il tempo che cambia.
I nuvoloni si facevano sempre più densi e adesso, sulla strada del ritorno, erano dietro di noi. Sembrava avessero perso il pudore di seguirci senza farsi scorgere. Noi camminavamo, loro dietro trottavano. Abbiamo camminato camminato camminato. E ci siamo arrivati in fretta al Rifugio Pertini, a metà strada. Il grigio sembrava troppo già troppo scuro per restare appeso là in alto.  Allora via veloci, subito. E subito le prime gocce sulla testa.
-Eccola, la pioggia!
Abbiamo detto. E subito a cercare un nuovo assetto. Gli indumenti di emergenza a portata di mano. E via a camminare, senza ansia ma con un po’ di fretta.
Di colpo la pioggia si è fatta fitta fitta. È stato solo allora che abbiamo indossato K-way e giacca a vento dal cappuccio, come due mantelli.
Ma quasi subito quel nero si è trasformato in grandine. Chicchi non enormi, grandi come piselli.
Continuando a camminare ci siamo uniti, fianco a fianco, sotto il mio k-way di plastica, quello con scritto il nome della mezza maratona alla quale me l’avevano dato, all’arrivo, e non lo avevo voluto buttare. Vedi che poi torna buono, dopo tanti mesi chiuso e ripiegato?
I chicchi sulla grandine picchiavano rumorosamente e noi camminavamo svelti e ingobbiti, su quella strada che cominciava a diventare scivolosa.
-Ahi”
Ogni tanto un chicco fortunato prendeva la mano che reggeva il manto e ci lamentavamo sorridendo.
Una mezz’ora e siamo riusciti ad arrivare,  proprio sul finire della grandinata, alla funivia che ci avrebbe riportato a valle.
Sgrullando via la pioggia dal nostro riparo eravamo eccitatissimi da questa esperienza epica.
-Ah Chiara, mi è venuto in mente
-Che cosa?
-Quella frase di prima. Era qualcosa come “La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia!”
Chiara sorride, è felice.