Tanta schiuma

birraschiuma

 

Non devo essere un gran viaggiatore se in ogni stanza d’albergo, anche la più accogliente, non mi sento a mio agio. Per dormire ci dormo eccome, non ho problemi ad addormentarmi in un letto sconosciuto, in una via sconosciuta, in una città sconosciuta. Ma quello che proprio non riesco a fare è togliermi di dosso una patina di insofferenza. Non sopporto i lavandini fashion tirati a lucido ma che cambiano radicalmente aspetto non appena apri il rubinetto. Non sopporto i bicchieri di plastica infagottati in tanta altra plastica, che per aprirli di notte finisce che li rompi. Non sopporto chi per ostentare ospitalità fa la punta al lembo del rotolo di carta igienica. Come fosse un aereo di carta, libero di volare in aria, ma che tira tira è legato al cartone.
Ma meno di tutto sopporto il frigobar. Quell’insulso mobiletto che sembra blindato e che contiene quelli che a qualcuno devono essere sembrati davvero dei tesori. E poi i prezzi: non sopporto i prezzi dei prodotti nel frigobar. Una bottiglia di acqua minerale due euro, una birra cinque, una tavoletta di cioccolato tre, una confezione di due arachidi due euro. E non importa se non pago io. Mi dà proprio fastidio il concetto della comodità fuori mercato, del piccolo lusso per poveracci.
Deve essere per questo che prima di questo viaggio, passando per un supermarket, ho comprato dei mandarini, un pacco piccolo di biscotti e una bottiglia di birra. Deve essere una marca nuova, ho pensato. Ma la scritta è in italiano e il design dell’etichetta è davvero molto elegante. Proviamola. Ho notato solo dopo che anche il tappo a corona era dello stesso stile elegante.
Adesso, alla fine della mia giornata di lavoro, sono in questo albergo e mi sto per fare una doccia. Cerco i vestiti frugando nel trolley e trovo la bottiglia. Avevo dimenticato di averla portata. Mi guardo intorno e vedo l’apribottiglie della camera, sopra il frigobar. Allungo la mano e lo prendo. Mi guardo attorno, in mutande, per cercare il punto giusto dove aprirla. Decido di mettermi per terra, per evitare di sporcare in giro. Non si sa mai, mi sembra quasi fresca ma potrebbe ricordarsi di essere stata agitata dentro la valigia.
La apro piano, tolgo il tappo e sento un buon profumo di birra. Birra rossa, densa, pastosa. La schiuma ci pensa qualche secondo poi sale un po’. Arriva al collo della bottiglia si guarda attorno e decide di uscire. Esce la schiuma, sempre di più. Cola lungo la bottiglia. E non si ferma. Meno male che mi sono messo per terra. Poi devo pulire.
Ma la schiuma prende coraggio e esce esce sempre di più. Come se qualcuno l’avesse agitata un secondo fa. Esce esce esce, non si ferma, esce esce. Ormai la bottiglia è quasi del tutto invisibile. Io devo avere uno sguardo preoccupato, ma nessuno mi vede.
Mi guardo attorno cercando uno straccio, un qualcosa. Ormai dovrebbe smettere di uscire. Ma la schiuma non segue la mia logica e continua uscire. Una bella schiuma beige che sembra secca, tanto è densa. Esce esce esce.
Comincia a allargarsi come la mia preoccupazione. La tocco, cerco di circoscriverla con le mani, ma peggioro la cosa. Continua a uscire, continua, continua. Ormai è arrivata quasi al battiscopa e ancora non accenna a diminuire.
Mi rassegno, sono in ginocchio a un metro dalla bottiglia, che ormai non oso toccare. Continua a uscire, sale sale sale. L’onda lentissima si espande in tutte le direzioni, anche nella mia. Ormai mi sta per raggiungere e io indietreggio senza alzarmi in piedi. Ma come fa a non smettere? Continua a crescere e ormai ha ricoperto tutto il pavimento. Cosa racconterò al direttore dell’albergo? Come ne esco?
C’è uno strato di dieci centimetri per terra e ancora cresce, sono quindici sono venticinque sono cinquanta. E ancora sale. Arriva al letto e sale un metro.
Capisco che non posso contrastarla e mi metto in piedi sul letto, i piedi sommersi. Guardo la scena incredibile e decido che ho sbagliato tutto. Mi sto perdendo questo prodigio. Mi metto a saltare sul letto, nella schiuma, salto salto salto. Un metro e mezzo. Io salto, lei sale, io rido in modo strano e nervoso. E continuo a saltare e ridere troppo. Due metri, due metri e mezzo, gblbl… blublblblllllb… salto, rido, gbglblblblbl…

Un amore senza aggettivi

senzaaggettivi2

Certo che per te è facile parlare d’amore, Serafino. Tu gli aggettivi li sai scegliere, li sai dosare. Devi averne tante valige piene, almeno due per ogni viaggio fatto e tre per ogni viaggio solo sognato. Immagino una casa piccola, larga al massimo cinque o sei librerie. Con un soppalco grandissimo e nel soppalco tante custodie di legno piene di aggettivi. E quando te ne serve uno prendi la scaletta d’alluminio e sali e frughi, stando attento a non fare rotolare giù niente. Dopo un paio di imprecazioni lasciate a metà e un “ma doveva essere qui” la trovi. Riconosci la scatola giusta e la apri, facendo scattare quasi simultaneamente le due chiusure color ottone. Per un attimo dimentichi persino di essere in equilibrio precario tra la scala e la botola. Ma poi prendi l’aggettivo, richiudi la scatola, chiudi la botola e ridiscendi. Poi quell’aggettivo che sembrava perso lo metti di fianco alla parola amore e sembra davvero il suo.

Io invece cercavo un aggettivo decente e mi sono fermato. Dovevo metterlo di fianco alla parola amore in un post, nel titolo di un romanzo o in una vita, non ricordo. Ricordo invece che tutti quelli che trovavo mi sembravano criticabili. Proprio così: criticabili. Che è un concetto che non mi è mai passato davanti qui, visto che scrivo per divertirmi e che se qualcuno mi dice che non sono capace o che sono bravo io rispondo con lo stesso sorriso. Pensa: uso persino uno pseudonimo per illudermi di poter dire tutto quello che mi pare senza dover rendere conto dei miei avverbi!

Ma ogni aggettivo che trovavo per amore, si legava poco, si abbinava male. Come la cravatta per il matrimonio di una sorella che ami tanto. Sì, non è male, però cercavo qualcosa di più… di meno… insomma che lasciasse capire che quella era propria la parola giusta, al posto giusto, nel momento giusto. Una trovata così potente da mettere quasi in ombra il sostantivo.

E ci ho anche pensato di fare una pazzia. Trovare l’indirizzo di quella casa, di quel soppalco, di quelle scatole. Di cercare un momento in cui nessuno è in casa e entrare, cercando di non rompere niente, se non la fiducia. Una finestra lasciata aperta, una chiave sotto il vaso a destra dello zerbino, qualcosa così. Ma se anche avessi scoperto dove diavolo tieni piegata la scala d’alluminio, poi in quel soppalco non ci avrei fatto niente. Di fronte a tutte quelle scatole di legno piene di aggettivi, non avrei saputo trovarlo.

Sarei tornato giù senza curarmi più tanto di lasciare tutto in ordine. Me ne sarei andato mollando magari la porta socchiusa. Tornandomene deluso come un amore senza aggettivi.

Ritiro referti

referti

L’elegante touch screen subito dopo l’ingresso della sala d’aspetto mi suggerisce le cinque categorie di prestazioni che posso richiedere. Consegna campioni biologici, Analisi, Ritiro referti, Radiodiagnostica, Visita specialistica. Ci penso un paio di secondi e sfioro la grande R di ritiro referti. La macchina lascia cadere silenziosamente il mio bigliettino, che riporta un enorme R032. Intanto che vado a sedermi, cerco il display per capire quanto dovrò aspettare. Lo schermo riporta un A012, V003, C003, R011. Non so stimare il tempo, ma ho capito che dovrò aspettare un bel po’.
Tiro fuori il kindle dallo zainetto; è la giusta occasione per andare avanti in quel saggio sul condizionamento psicologico nella corsa. Mi interessa, ma mi sono arenato poco dopo la metà. Leggo. Anzi: gli occhi scorrono, ma la mente va altrove.
E se il referto mi dicesse che non va bene come spero? Se devo fare qualche terapia: ci ho pensato a questa eventualità? Se il foglio di carta che sto per ritirare mi dicesse che devo cambiare qualcosa nella mia vita… sono pronto a questo?
Un dlin dlon di una dolcezza stucchevole segnala il cambio di numero. R013. Siamo ancora lontani. Meglio rimettermi a leggere. Non ho la concentrazione giusta, ma almeno riesco a tenere lontano questi pensieri. Forse. Forse ci riesco a tenerli lontani.
Penso a quanto sia miracoloso l’equilibrio della nostra salute. E a quanto sono stupido io che l’ho sempre data per scontato.
Il dlin dlon mi fa alzare la testa e vedo che siamo già a R017. Resto un attimo sospeso tra seguire la coda, che velocemente si scioglie davanti a me e cercare di seguire la mia lettura. Mi sforzo di pensare che andrà tutto bene. E’ andata bene fino a adesso, perché non dovrebbe essere tutto a posto?
Dlin dlon siamo al 21. Io in questi posti sono sempre insofferente, come se altri pazienti e persino il personale medico fossero tutti miei avversari. Cerco di concentrarmi su pensieri positivi. Sono civile. Non devo essere scontroso con chi non c’entra niente.
Dlin dlon 25. Non ho fretta. Il mio numero si sta avvicinando e io vorrei avere altri venti numeri davanti.
Dlin dlon 27. All’inizio dell’anno mi ero riproposto di correre almeno 100km ogni mese. Fino al mese scorso ce l’ho fatta. Mi sembrava una cosa raggiunta ormai…
Dlin dlon 28. Ma dai che andrà tutto bene: adesso chiameranno il mio numero e tutti questi pensieri cupi svanir…
Dlin dlon 29. Penso a come potrei dirlo a chi mi vuole bene. A come raccontarlo. Ma poi penso che in fondo ognuno di noi è concentrato solo sui propri acciacchi. Quindi…
Dlin dlon 30. Rimetto il kindle nello zainetto nero. Cerco una caramella in fondo allo zainetto. Trovo pile usate da smaltire e altri oggetti inumati da tempo
Dlin dlon 31. Ormai ci siamo, sta per arrivare il mio turno. Ma sì che sarà tutto a pos…
Dlin dlon 32…

Spigoli vivi

spigoli vivi

“Guarda che linea: alta, diritta, luminosa…” Queste sono le esatte parole che Goffredo ripete a mente ogni volta che cammina per l’EUR. Si ferma volentieri, un secondo solo, per guardare quelle costruzioni fasciste. Provando anche un certo imbarazzo nel dover ammettere con sé stesso che quello stile gli appartiene. Linee perfette, squadrate, razionali, ordinate. Sequenze di forme prevedibili, pulite e rassicuranti. Prospettive linde da disegni di terza media, su carta A3 fabriano liscia.
Goffredo lavora come impiegato e non se ne intende molto di architettura. Ma qualcosa di quelle linee lo colpisce sempre, lo lascia ammirato, lo coinvolge.
“E pensare che ho sempre sostenuto che l’unica cosa buona portata dal fascismo è la presa di responsabilità della Resistenza e quel capolavoro di bellezza di eguaglianza e di speranza che è la nostra Costituzione” – Borbotta tra sé.
Goffredo ama essere puntuale, anche quando un orario preciso non c’è. Lo aiuta a sentirsi a posto. Come un deodorante, come un pettine.
Oggi deve vedere una scrittrice che viene da un’altra città. È a Roma per una fiera di libri o qualcosa del genere. Anche Goffredo si occupa di libri, insomma: è uno dei tanti che scrive o prova a scrivere o qualcosa del genere.
Le loro parole si sono incontrate in questi ambienti pieni di retorica e di talenti sovrastimati. Ma si sono scoperti vicini e seguiti. Non si sono mai visti prima, ma si sono scritti tanto. Fino a ipotizzare che la distanza non si debba misurare in chilometri ma in possibilità. E quando scrivono tutto sembra loro possibile. Non è un amore, non è una storia di conquiste. Somiglia più a una vicinanza, a una consuetudine, a una familiarità.
Lui l’ha presa in macchina e subito ha sentito una incongruenza strana. Da una parte la voglia di incontrarsi, dall’altra la paura di rovinare questa bella corrispondenza togliendole la sua prospettiva bidimensionale.
Niente di troppo clandestino, solo un caffè in un covo di antipatici impettiti e due chiacchiere tracciando linee rette da punti a caso del quartiere squadrato.
Quando l’ha vista uscire dalla metropolitana, però, Goffredo si è sentito per un attimo estraneo. Ha pensato: “Guarda che linea: alta, diritta, luminosa”. Stavolta coniugando questi aggettivi (scelti con la solita velocità) a una persona e non a palazzi.
Goffredo si sente l’opposto di tutto questo. Basso, tondo, persino opaco.
Camminano sorridendo troppo. Ma piano piano, in mezzo a tutto questo travertino e a questi angoli retti, questo imbarazzo si scioglie. Come una brina sotto il sole di fine dicembre. E lentamente, nel diventare molli, cominciano a somigliarsi. Lei meno alta, meno dritta, meno luminosa. Lui meno goffo, meno impacciato, meno teso.
Si incontrano circa a metà dei loro imbarazzi. Due elementi che diventano arrotondati in queste vie di spigoli vivi. Si sentono vicini, unanimi, quasi coerenti tra loro.
Ma gli impegni letterari di lei li allontanano e nel salutarsi si abbracciano goffamente dandosi una testata. E ridono. Tra l’indifferenza degli spigoli vivi ridono. Ridono.

il biglietto vincente

tesoro

Eppure me l’aveva mandato. Lo aveva mandato a me, in anteprima. Forse persino in esclusiva. Ci teneva a un mio parere, ci teneva eccome.
E io volevo leggerlo. Lo volevo davvero. E mi sono trovato con un compito inaspettato e desiderato. Leggere una cosa scritta da chi si fida di me e da chi ascolta il mio giudizio. Ma quel tasto “invia” vicino al mio indirizzo è stato premuto nel giorno sbagliato, nella settimana sbagliata, nel mese sbagliato. Tante cose da fare, nessuna priorità chiara, solo emergenze gestite con sbuffi e ansia.
Ma prima di perderlo in uno spegnimento del PC, ho deciso di stamparlo. E quel compitino veloce, rimandato ma desiderato, si è trasformato in un foglio di carta. Lo metto qui, mi sono detto, e appena ho un minuto lo leggo. Ho letto solo le prime due frasi. Come assaggiare una salsa intanto che si cucina. Una specie di anteprima che non sazia, ma aumenta l’attesa.
Passano le ore e altri fogli, per moto naturale, si depositano su quel racconto da leggere. Poi altri fogli e altri ancora.
Ogni tanto quel foglio riemergeva dalla dozzina di fogli A4 e mi ricordava che era lì. “Fai con comodo, io ti aspetto qui”
Io mi fermavo a riflettere di quel regalo inatteso. Ascoltando quell’imbarazzo sottile che mi provoca il sentirmi sopravvalutato. Una sensazione che è come trovare un gioiello sul marciapiede. Che raccolgo, certo, ma che so che non mi appartiene. Sento l’attrazione magnetica della lusinga di chi mi considera degno di un consiglio, ma al tempo stesso sento la voglia di confessare “No, guarda. Lo leggo ma non voglio che tu ti aspetti troppo dal mio parere”. 
Passano altri giorni, altri ancora. Sento che la mia indolenza la sta deludendo. Ne immagino i pensieri “Ma come? Era un pezzo così breve? Possibile non avere trovato mezz’ora in due settimane? No, davvero…”
Finisce che non ci penso più. Ma poi mi compare davanti, pubblicato in un blog. Lo riconosco dalle prime righe, da quel particolare delle scarpe arancioni.
Lo leggo. È stupendo. È davvero convincente, sorprendente, ben scritto. Cresce, è in equilibrio, non si sogna di dare tutte  le risposte. Lascia delle questioni aperte subito dietro la gabbia toracica di chi legge. Bello.
Comincio a prendere appunti. Voglio scrivere una email intempestiva di commento. Ho voglia di dire cose, di partecipare, di contribuire. Scrivo. Parole che non sono vaghi complimenti. Sono piuttosto suggerimenti seri: per migliorare ancora, se è possibile. Ma poi mi fermo e mi sento come chi butta il biglietto vincente. Mi sento un po’ sciocco.
Tutta questa fortuna, dimenticata, buttata via… E se non fosse l’unica occasione che sto sprecando? E se non fosse l’unica bellezza a cui rinuncio? E se non fosse…
Forse dovrei scriverla davvero quell’email.
Cominciando con “Ciao Amica premurosa, sono contento di averlo letto…”
Poi non so, le parole verranno…

Due precisi motivi per non regalarti il cellulare

smartphone

“Ma perché i miei compagni di classe possono avere il cellulare e io no?”
Una domanda impostata bene, anzi benissimo. Un’ottima tecnica di persuasione. Per qualche secondo la seguo persino in questo ragionamento pericoloso e scivolo verso il fondo del suo tranello.
“Ma scusa, Chiara, chi ha il cellulare?”
“Tutti tranne [segue un lucidissimo e brevissimo elenco di compagni di classe per lo più sfigatini]. E poi tra gli Scout tutti quelli dalla mia età in su, addirittura tanti di quelli più piccoli”
Capisco che sto sbagliando tutto e riprendo il filo:
“Il cellulare, per adesso, non lo puoi avere. Per due precisi motivi:
- Hai dieci anni, io il mio primo l’ho avuto a ventinove anni. E sono cresciuto lo stesso.
- È un costo, un costo molto alto. Pensa che fra qualche anno lo chiederanno anche i tuoi fratelli
- È pericoloso, perché taglia fuori i genitori da un ruolo di controllo e di protezione che devono avere, verso ragazzi della tua età
– Io e la mamma abbiamo paura che ti porti via tanto tempo e ti lasci meno voglia di esperienze più reali. Di giocare, di leggere, di frequentare i tuoi amici.
- Non ti serve. Se devi chiamare qualche amico o compagno di classe puoi usare il telefono di casa o ti prestiamo i nostri
- Se vuoi navigare su internet lo facciamo assieme con il tablet o con il PC, ma noi dobbiamo insegnarvi e vigilare
- Non voglio spaventarti, ma ci sono anche malintenzionati in giro. Un malintenzionato non chiamerebbe mai a casa, ma ti chiamerebbe senz’altro sul tuo numero.
E poi…”

Mi interrompe con lucidità e logica. Non sembra delusa, tanto non ci sperava in un facile sì.
“Ma non avevi detto che sono due motivi per il no?”
“In effetti elencandoli me ne sono venuti altri…”

Non glielo dico, non posso certo darle uno spunto per incrinare la mia strategia di arrocco. Ma il punto è che io non sono ancora pronto alla sua adolescenza. Non sarò un padre geloso. Protettivo sì, brontolone sì. Ma geloso no. Solo che non sono ancora pronto e trovo scuse. E il cellulare è un salto in avanti troppo lungo per me. Ma è questione di anni (pochi) o forse solo di mesi.
Ripenso quando Chiara era nel pancione, in agosto, oltre il termine previsto per la sua nascita. Io cercavo di buttarla sul ridere come sempre e arrotolavo un foglio di carta a cono, come se fosse un megafono. Lo puntavo verso la pancia enorme di Francesca e dicevo con voce nasale “Lo sappiamo che sei lì dentro! Non fare scherzi! Esci disarmata e con la testa in avanti e non ti succederà niente!”
Ecco: lei poi è uscita, senza fare scherzi. A me sembra ieri ma sono passati più di dieci anni. E io ogni giorno mi rendo conto che sono sempre troppo lento ad adattarmi ai cambiamenti.

Odio sentirmi invadente

bussare

C’è un equilibrio strano che mi ha sempre accompagnato. Da piccolo ero timido, troppo timido. Mi avevano educato al rispetto. Rispetto delle persone, rispetto della quiete, rispetto del decoro del condominio. Non dovevo essere maleducato con le persone (ottimo insegnamento), non dovevo essere inutilmente chiassoso (buon insegnamento), non dovevo fare casino nel pianerottolo, dare cattivo spettacolo, farmi riconoscere.
Adesso che è il mio turno di essere noioso, anche io sto passando questi discutibili insegnamenti ai miei (indipendentissimi) discendenti. Quindi dovrei avere il pudore di non criticarli troppo, questi precetti.

A scuola ero bravino. Anzi di più: ero bravo, decisamente bravo. Ma quando mi interrogavano, alla lavagna o dal posto, io arrossivo. Non era inadeguatezza: le risposte le sapevo. Era il timore del giudizio degli altri, la paura di parlare in pubblico. Fosse anche il pubblico consueto della mia classe.
Questa timidezza, con gli anni l’ho vinta. Ho imparato a parlare davanti a molte persone. Ho imparato a essere spigliato. A fregarmene delle critiche. A non arrossire.

Ma mi è restata dentro anche una parte di quella mia anima di prima. E questa contraddizione si manifesta in un dubbio. Il dubbio. Quando una persona mi interessa so che è bene dimostrarlo. Essendo presente, propositivo, visibile. Ma poi la mia parte timida si ricorda del Simone che sapeva arrossire e si pone mille “ma se?”
Ma se fossi invadente?
Se stessi esagerando?
Se, senza accorgermi, fossi diventato molesto?

Iniziamo a frequentare una nuova famiglia, magari perché abbiamo i figli in classe assieme. E, se mi trovo bene, mi viene spontaneo ipotizzare uscite, gite, occasioni. Ma poi mi blocco. Mi vengono quelle domande. Sorge quell’odioso dubbio di esagerare, di essere invadente. Odio sentirmi invadente.
Ecco: penso che ogni situazione positiva nasca da un equilibrio. Non un equilibrio statico, ma un equilibrio dinamico. Fatto di contrapposizioni, di aggiustamenti progressivi. Una specie di giroscopio che gira gira per stare saldamente fermo. Non so se ha senso, ma mi piace.
Capisci cosa sto dicendo? Mi interessa che ti arrivi in modo diretto… ma dimmi: non è che sto diventando troppo invadente?