Odio l’altalena

 

Odio l’altalena. No, non per i bambini che ci vanno sopra, non per il ricordo di qualche botta vigliacca. Proprio l’altalena! Odio l’altalena.

Odio l’altalena perché si crede libera quando schizza in avanti come de dovesse arrivare chissà dove, ma torna subito indietro. Non lo ammette ma è incatenata. Io la odio l’altalena per il brivido finto che ti dà, quell’illusione di poter planare, volare all’infinito. Odio l’altalena perché per un attimo ti tiene sospesa, gli anelli molli, senza peso. Ma è un attimo appunto, poi precipiti a compasso, risucchiato verso terra.

Odio l’altalena perché cigola promettendo di salpare e invece resta lì. Odio l’altalena perché va, viene, va, viene, non si decide e intanto è ferma.

La storia che non si lascia scrivere

storiachenon

Non sapevo ancora che si chiamasse Giovanni quando l’ho visto per la prima volta. E pensare che quella è stata poi anche l’ultima mi sembra incredibile. Se ne stava seduto per terra, sul lungofiume lastricato, dove passeggiano i turisti. Una gamba la teneva distesa distesa e l’altra col ginocchio in alto.
Io senza badare troppo agli altri ho estratto un volantino e l’ho girato, per controllare che fosse bianco. Ho frugato in fondo allo zainetto per estrarre una matitina trafugata in un negozio di mobili. Ho preso appunti visto che il posto e la mia solitudine mi avevano dato quello che mi sembrava un ottimo spunto per un racconto.
Non so come se ne sia accorto, Giovanni, che quella non era una lista della spesa. Forse avevo più lo sguardo di chi mette a fuoco i personaggi e li anima. Che non è lo stesso di chi visualizza i prodotti sugli scaffali dell’iper.
Giovanni distendendo la gamba destra mi dice “Sai: anche io una volta scrivevo…”
“Scusi?” faccio io infastidito da quell’intrusione.
“Ho visto che scrivi: stai mettendo su quel foglio degli spunti per qualcosa da scrivere, vero? Si vede, sai!”
Un po’ mi disturbava questa invasione. Chi era questo. Un barbone, uno che voleva soldi, un ordinario tipo molesto?
Dall’aspetto non riuscivo a ricondurlo a nessuna di queste categorie e questo mi infastidiva sempre di più.
“Io ho scritto fino a quando non ho incontrato lei.”
“Lei chi?”
“No. Non lei chi? Lei cosa! La storia che non si lascia scrivere.”
Ormai mi ha catturato. Non me ne accorgo ma il mio sguardo è meno aggrottato e, con qualche sospetto, cerco di farmi spiegare.
“Avevo trovato la solitudine giusta ” – inizia Giovanni senza quasi ricordarsi di guardarmi negli occhi – “avevo trovato l’ispirazione perfetta. Sentivo che era valida. Che poteva catturare, interessare, colpire. E (cosa più rara di tutte) non era tutta fantasia. Aveva i piedi solidamente piantati nella realtà. Parlava di uno scrittore che incontra una storia così forte che lo sovrasta. E lei, la storia, decide di non volersi lasciare scrivere”
Lo guardo interessato ma non riesco a fare domande. Mi interessa davvero quello che dice. Potrei usarlo per un post.
“E anche io ho fatto la fine del mio protagonista. Ero così convinto della validità di questo spunto che non ho accettato compromessi. Alla fine questa storia non si è mai lasciata scrivere e adesso io sono qui. Come mi vedi”.
Trovo che sia uno spunto bellissimo. Voglio correre a casa, anzi, lascio perdere quello che stavo scrivendo e prendo qualche appunto.
Voglio che questa storia viva. Ma non mi accontenterò di raccontarla in modo approssimativo. Voglio che sia perfetta. Voglio che sia perfetta…

Pronto soccorso


mano

Mi fa male, mi fa tanto male!
Non è da Luca lamentarsi così. Soprattutto durante una partita di pallone. Un tiro (neanche tanto forte) di un ragazzo più grande è arrivato centrale. Il peso del pallone ha piegato le mani indietro. Non sembrava niente ma continua a dire che gli fa male. Anche dopo averlo messo sotto l’acqua gelata di una fontana di montagna.
Decidiamo di andarlo a far vedere dal medico di guardia che (meritandosi quasi un insulto) dice in un italiano approssimativo “Non ho la vista a raggi icchese (X) dovete portarlo all’ospeddale (ospedale) per i raggi”.
Andiamo all’ospedale e finiamo al pronto soccorso. Luca si tiene il polso. Dolorante ma tranqillo. Cominciamo a calarci tra i codici colorati dell’urgenza. Quando arriva il nostro tempo e il nostro colore un medico lo guarda, tastandolo e lo manda in radiologia. Luca è bravo, entra da solo. Poi giù ancora. Ancora ad aspettare.
Il pronto soccorso di montagna è pieno di vecchi con un (forse) infarto. E poi gente che è caduta e ha caviglie e polsi doloranti e gonfi.
Poi c’è un gruppo di sei motociclisti che stanno aspettando con scaramanzia la visita del settimo. Mi stupisce la loro intelligenza: a occhio direi che il Q.I. è circa 120. Ma poi mi ricordo che non è possibile sommare i singoli quozienti.
Le liturgie da pronto soccorso mi irritano. L’amico degli amici che entra dove è vietato.
La vicina dell’infermiera che la chiama per nome e bisbigliano.
La madre preoccupata per il poppante che nessuno guarda.
Io sono stranamente calmo. Non posso permettermi di trasferire la mia tensione su Luca. Lo rassicuro “Faremo quello che c’è da fare, stai tranquillo”.
Poi finalmente qualcuno guarda le lastre e l’ortopedico ingessa. Un antidolorifico e ce ne andiamo, dentro un temporale che mi bagna da capo a piedi solo per prendere la macchina a poche decine di metri.
Torniamo nella valle incontrando un numero incredibile di arcobaleni. Fuori e dentro il temporale. Li contiamo, ci giochiamo. Lo vedo coraggioso il mio eroe, col suo braccio al collo.
Ne avrà per quattro settimane. Ma lui è tranquillo. E lo sono anche io.
Un passo in più per diventare grande, sopportando. Affrontando questa esperienza nuova. E non solo per lui.

Federica che parla col nonno

nonno

Federica ha occhi grandi pieni di tutto, soprattutto di quel tutto che è ancora da fare.
Viene da una storia finita in modo strano, che a pensarci adesso non sai dire come sia potuta iniziare, ma allora aveva tutto dentro: la magia, lo stupore, il futuro. Una storia così piena da togliere lo spazio persino ai dubbi, persino al fiato.
Federica seduta sul suo letto col telecomando in mano si sente vecchia, dal fondo dei suoi venticinque anni. Pensa alle strade che non ha scelto, ci pensa e si fa male. Sposta di continuo il baricentro della sua attenzione dallo schermo del suo iPhone a quello del televisore. Attenzioni mal riposte, che dopo un minuto già annoiano. Ma i suoi occhi continuano a fare questa altalena, assetati di stimoli.
Che poi Federica è anche una ragazza molto più bella del normale.  Ma oggi si sente brutta, si sente culona, si sente come se dovesse lavare i capelli.
Fa caldo e Federica è in mutande e maglietta sul letto e non ha niente da fare. Guarda le foto appese al muro. Una foto sua, che le piace tanto. E’ una foto poco interessante stampata grande. La foto è bruttina, ma lei si sente davvero bella a guardarsi lì. C’è un mare, c’è un sole che sta decidendosi a tramontare, c’è una compagnia di amici (che non compare nella foto, ma si vede dal suo sguardo quanto è presente).
Poi c’è la foto del nonno. Un bianco e nero di una ventina di anni fa. Sono seduti vicini a un tavolo e sorridono senza tempo. Lei con la solita faccia da maestrina sorridente. Lui chinato che non nasconde quanto sia disposto a farle fare di tutto, dal tanto che le vuole bene. Federica ci pensa, al nonno. Pensa alle persone care che non ci sono più. Non è dolore è senso di spreco di tante storie, di tanta bellezza, di tanti sorrisi. Lo immagina in un paradiso fatto di osterie. Suo nonno dietro alle spalle degli altri nonni a brontolare i suoi consigli “E cala al caval!” Federica sorride, le piace questa pazzia di ricordarlo brontolone e quotidiano.
Decide che quello che le manca è un progetto, un progetto importante che non duri il tempo di una vacanza.
Imparare una lingua, fare un corso che duri anni, cambiare qualcosa di importante. Sì, è questo. E’ questo che vorrebbe raccontare al nonno. Mete raggiunte, non occasioni perse.
Federica si mette i pantaloncini più belli, la canotta di polyestere e esce a correre. Le cuffie nelle orecchie con una selezione casuale di musica alta e gli occhiali da sole.
“Nonno, dobbiamo cercare un progetto”

Acqua benedetta

acquabenedetta
La signorina Caterina ha cinquantatré anni ed è signorina. Lei preferisce dire così, piuttosto che usare quel volgarissimo nubile che gli ufficiali di anagrafe le sbattono in faccia costringendola a farci i conti.
A ottobre sono tre anni che vive da sola: da quando sua mamma (santa donna!) è venuta a mancare.
Nel cercare il mazzo di chiavi della cantina condominiale ha preso la sedia e si è avventurata nell’anta superiore della vetrinetta in noce del soggiorno. Doveva essere lì, nel portafrutta di Murano, con tutti gli altri mazzi di chiavi che si usano molto di rado. Doveva avere un portachiavi giallo, di quelli con l’etichetta da compilare, che viene sempre lasciata in bianco. A parte la facile acrobazia sulla sedia non è stato difficile trovare le chiavi. Ma un oggetto ha attirato l’attenzione della signorina Caterina.
Nella stessa vetrinetta, in fondo, c’era una bottiglia di plastica trasparente da un litro. E’ piena d’acqua e sul davanti ha un’etichetta fotocopiata “Acqua Santa. Santuario della Madonna della Misericordia”. La bottiglia è di plastica del latte e porta una scadenza di sette anni prima.
La guarda con la stessa tenerezza con cui guarda ogni oggetto di sua mamma che le si ripresenta in mano.

La tiene un po’ in mano. Cercando di capire da quale gita parrocchiale della mamma arrivasse. Inizia a fare i conti sul tempo passato da quando è stata messa in quel mobile per non uscirne più. La signorina Caterina è una donna pratica. Capisce che non ha senso tenerla ma non sa come disfarsene. Ricorda che una volta, raccogliendo un vecchio santino ammuffito lo aveva buttato nella spazzatura. La mamma inorridita le aveva detto “Ma cosa fai? Non sai che non si buttano nell’immondizia queste cose? Sono benedette! Andrebbero bruciate, andrebbero”.
Lei non fece obiezioni, si fidò della dogmatica indicazione materna e riprese santino e rimbrotto. Una volta lisciato lo infilò tra le pagine della Bibbia e la rimise nella biblioteca. “Deve essere ancora lì”, pensò. Ma il problema era un altro: per liberarmi di questa bottiglia di acqua benedetta come devo fare? “
Certo la mamma chissà dov’è e chissà se mi vede” pensò “ma non posso liberarmene in un modo che le sarebbe sgradito”.
Pensò di portarla in Chiesa. Versarla nell’acquasantiera, chiudere la questione con un segno della croce e andarsene. Mise chiavi e bottiglia nella borsa e si incamminò. Ma ad ogni passo pensava che forse non era una bella idea. Forse avrebbe dovuto chiedere. Sembrava più un blitz da ecoterrorista, di quelli che avvelenano i pozzi. E poi chissà da quanto è qui, se è ancora pulita, se la carica batterica…
Le balenarono tanti brutti pensieri che alla fine tornò sui suoi passi e rincasò.
Posata la bottiglia sul tavolo della cucina, si sedette di fronte guardandola. E se la regalassi a una sua amica? Una che sa cosa farsene. Potrei dire che è un caro ricordo di lei… Ma si presenta così male in questa bottiglia di plastica invecchiata… no, no, ci farei una brutta figura…
Pensò allora di usarla. Ma come si usa? Come un profumo, uscendo di casa, poche gocce sui polsi a benedire tutta la giornata davanti? Ma questa pratica è orribile: sembra un rito di chissà quale sciamano. Superstizione, superstizione pura. No, no, non si può fare.
La signorina Caterina è triste. Non sa come uscirne. E quando si sente in questa condizione senza scampo tira fuori la bottiglia del Cynar e beve un bicchierino. La bottiglia è sempre lì davanti a lei. Cosa fare? Cosa farne?
Un altro bicchierino fa sentire la testa più leggera e comincia a fantasticare sulle soluzioni più fantasiose.
Il giorno cala piano senza che la signorina Caterina si preoccupi di una cena, di un programma. Ha davanti il suo problema e lo vuole affrontare.
Ad un certo punto prende la bottiglia, svita il tappo verde e la beve. Tutta, sorso dopo sorso. Non è fresca, non ha un buon sapore, ma la beve. Non capisce se l’amaro in bocca è dovuto al Cynar o all’acqua benedetta ma contina, fino alla fine.

Va a letto senza cena e senza un’idea precisa dell’ora che si è fatta. Un po’ la stupisce il buio così fitto quando abbassa le tapparelle.

Di notte le tocca alzarsi per andare di corsa al gabinetto. Una corsa davvero. Un mal di pancia che libera le sue fitte in una seduta scomodissima.
Sarà l’alcol, sarà la tensione, ma adesso è lì la signorina Caterina, coi pantaloni del pigiama alle caviglie che ringrazia il Cielo di questa benedizione. Lei che è sempre così problematica nel liberarsi. In quella manifestazione non ci legge l’effetto di colonie batteriche ma l’aiuto dell’acqua benedetta.
Torna a letto che sta quasi bene. Si sente fortunata, la signorina Caterina.
Vorrebbe raccontarla a qualcuno, questa grazia, ma come si fa!

La conferenza stampa di Millennium

conferenza stampa
Poi capita che come blogger/twistar/qualcosa mi invitano a Millennium, una trasmissione estiva di Raitre. Una trasmissione che, essendo nuova, è difficilissimo definire senza cadere in citazioni asfittiche.
“Hai presente un programma di approfondimento politico in stile Raitre?”
“Ah Ballarò”
“Sì, cioè no. Ballarò continua ma Floris è passato a La7 quindi non si deve dire. Come Ballarò ma più estiva”
“Ah come DeeJay television on the Beach”
“Sì, cioè no: un po’ meno estiva”
Ecco questo scambio è un po’ la sintesi di quello che si ripropone di essere la trasmissione.

Hanno scelto tre conduttrici. Mia Ceran, Elisabetta Margonari, Marianna Aprile. In rigoroso ordine di come cacchio mi sono venute in mente, visto che non devo rendere conto a nessuno dell’ordine. Questa triplice conduzione richiama (ancora una volta) modelli del passato. Sono più Charlie’s Angels o più Streghe di Eastwick? Spero la seconda, visto che l’informazione che mi piace è quella poco patinata e poco ammiccante verso i Tom Bosley di turno. Ma le tre giornaliste sono tranquille. Danno l’impressione di avere addosso la consapevolezza di chi si è preparato bene. Poi inciampano (beata gioventù) sulla discussione circa le loro età. Argomento che, in caso di conduzione triplice al maschile non sarebbe stato di nessun interesse.

Ah dimenticavo: vista la alta propensione a perdere tempo sui social network del direttore di Raitre (Andrea Vianello) e la visione laterale degli autori, si è pensato di mettere in studio della gente della rete . Soggetti  in grado di testimoniare quello che succede in diretta e di lanciare e rilanciare sui social network, i temi dibattuti in studio. Ma a noi piace di più vederci come dei pierini che pontificano da un osservatorio di lusso.

La conferenza stampa è stata, a tratti, un’avventura ai limiti del surreale. Almeno per me che i giornalisti li tratto al massimo uno alla volta.

Mi sono trovato in orario in una sala vuota (ah già, in quella di fianco c’era il buffet).
Poi piano piano si è popolata di giornalisti che si danno del tu per tradizione non scritta.

Si presentano con un nome e una testata (in senso buono).
- Sono Enrico, qui per il Corriere
- Sono Sara, qui per Vanity
- Sono Pierferderico, qui per TV Sorrisi
E io cosa dico a questi? Se ne accorgono subito che sono diverso. Allora scimmiotto:
-Sono Simone, qui per caso.
Non gradiscono. Pazienza.

La sala si popola e il bar di Star Wars alla fine è pieno. Umanità fin troppo varia. Sandaloni lucidi sotto vestiti del mercato (io non devo dimostrare niente), di fianco a vestiti griffati che fanno pendent a pettinature da giovane per qualche professionista evidentemente in causa con l’anagrafe.
Finto smart casual per qualche giornalista che vuol darsi un’aria da strada. Un vestito da sera all’ora sbagliata (Scusi, per l’Auditorium?).
Poi i dirigenti RAI. Ne ho distinti nettamente due filoni, in base  al colorito. La giacca e cravatta e il tono pallido del vice qualcosa (Sono elegante, lavoro molto, mai ‘na gioia)
La giacca e cravatta e abbronzatura da barca del mega direttore consapevole del suo “io sono io”.

I giornalisti che fanno le domande, però si fissano su paradigmi vecchi, vecchissimi, superati. Parlano delle trasmissioni vecchie e degli ex. Sembrano calciatori che hanno smesso di giocare e parlano ossessivamente di quando giocava Rivera. Anche se Rivera è passato a La7 solo da due settimane.

Giornalisti molto bravi, dicono. Di quelli che sanno scrivere Ferzan Ozpetek tutto di getto: senza controllare la grafia su wikipedia! Ma che forse non sanno concedersi il lusso di ascoltare il nuovo. Di chiedere cosa ci sarà di nuovo e di non ancora visto. Incalzano sull’uscita di Floris, sull’ospite di turno, sulla scaletta. Cose già viste, forse.

Ma io voglio credere che questa sia anche  la televisione che prova a non fare più solo la televisione. Ma cerca di allargarsi su un secondo schermo: quello che non si limita a propinare ma va in due direzioni. In e out. Questa idea mi mette di buon umore e il feeling è molto buono. Ma per adesso sono influenzato dall’affetto dell’esordio e il mio giudizio non è limpido.
Vedremo.
(Millennium, Raitre, dal 15 luglio per 7 martedi in prima serata)

Persino il cane

canebimbo

I miei figli non hanno fobie. In questo ci prendiamo i nostri meriti. Abbiamo sempre cercato di passare l’idea che tutto va affrontato serenamente. Soprattutto le cose che non conosciamo. Gli insetti, per esempio, non sono degli esseri schifosi, ripugnanti, minacciosi, odddiocheschiiiiifo. Sono dei piccoli esseri viventi che possono essere avvicinati e presi in mano. Rivelandosi molto spesso interessanti.
Lo stesso per gli anfibi, per i rettili con le zampe, gli uccelli.
Una cosa però l’ho sbagliata in pieno. Ho instillato nei miei figli la paura dei cani.

Crescendo in città per me i cani sono quelli che minavano il percorso tra la casa e la scuola. E uno distratto come me è un pestatore recidivo.
Poi ci sono i cani da caccia di mio zio che (appena liberati) saltavano come se fossimo vecchi amici e mi riempivano di linguate e di unghiate. Il sollievo era quando venivano presi e rimessi alla catena.

Quando ho cominciato a portare fuori i miei figli col passeggino spesso io gioco di fare lo slalom (Luca ci teneva tanto a una guida sportiva!) diventava una necessità.
Con la crescita dei figli è cresciuta anche una sottile apprensione per i loro rischi. Quindi sono nati i “Non toccare quel cane, non ti conosce”.
Pericolo evitato.

Ma adesso mi sono accorto che hanno paura dei cani. Non è questo che volevo. Devo trovare il modo di farli riavvicinare. Il cane non è un nemico davanti al quale fuggire. Il cane può essere amico. Persino un amico loro. Persino (respiro profondo) un amico mio. Capisci cosa sto dicendo? Amico! Il cane! Persino il cane!

(Per il padrone del cane ne riparliamo dopo che tutti i marciapiedi sono puliti)