Ci sono nostalgie che vanno bene solo per i poeti tristi. Robaccia.
Inutili scatole da tenere nell’armadio solo per la paura di buttarle vie. Perché magari un giorno ci serviranno e avremo il rimpianto di non averle tenute. Tanto poi lo sappiamo che prenderanno solo posto. Lo sappiamo da adesso. Ma non abbiamo il coraggio di liberarcene.
Invece ci sono nostalgie belle. Sì, lo so: nella nostalgia c’è il dolore. Persino nel suo etimo non è difficile da individuare. Ma ci sono davvero nostalgie belle.
Si sente il dolore, ma si sente lontano. E si viene sopraffatti da uno stupore sognante, che lenisce questa mancanza.
Quando avevo una decina di anni siamo andati al mare in giornata. Ai lidi ferraresi, distanti (chissa?) un paio d’ore da dove ci trovavamo. Ci siamo andati con la mia famiglia e quella di un cugino di mio padre. Famiglia che aveva ritmi e figli paragonabili a noi. Il mare non dev’essere stato niente di speciale, perché l’ho dimenticato subito.
Ma a un chiosco abbiamo preso dei cosi fritti. Ce li hanno dati in una carta di quotidiano, che a vederlo così non sembrava tanto pulito.C’è da dire che prima dell’era del colesterolo, il pesce si mangiava poco. (Capita quando nasci in una regione senza mare.)
Ma quei pesciolini, quei gamberetti, quei calamaretti, quei qualunquecosafossero erano davvero buonissimi.
Tanto buoni da avermi lasciato una nostalgia per quel posto, quel momento, quel cartoccio.
Ecco: queste sono le nostalgie buone. Quelle che ti lasciano un sapore in bocca e nella testa. E non ti impegnano spazio negli armadi e nel cuore.
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