Sono solo righe

3 mar

righe, pista ciclabile, mondrian, stradino, critico d'arteStamattina ho fatto una corsettina. Niente di speciale. Sette chilometri con lentezza. Senza cronometro né cardiofrequenzimetro né musica nelle orecchie. Il fatto è che li ho trovati tutti scarichi e ho finto disinteresse.

Ad un certo punto mi sono trovato davanti a un bel tratto di pista ciclabile. Deserta. Saranno stati cinque o seicento metri di marciapiede colorato di rosso e con una bellissima riga tratteggiata al centro. Bianca. A vedere questo tratteggio in prospettiva, ho pensato che era fatto proprio bene. Tanti trattini così perfetti, io non so mica come si facciano. I trattini, là, in fondo, diventavano sempre più piccoli, per colpa della prospettiva.E anche la loro distanza era piccola, insignificante.
Correvo nell’aria umida e pensavo che davanti a me c’era davvero una cosa bella. Che notavo per la prima volta, nella sua essenziale perfezione. E che il fatto che fosse fatta da uno stradino e non da uno che ha fatto scrivere artista sulla carta di identità, non la rendeva meno bella.
Ho pensato di chiedere una recensione di quella immagine ad un critico artistico di un’altra società. Una ipotetica società senza piste ciclabili. “Mi dica, professore: cosa ci vede? Le piace?”. Ho immaginato la fatica di trattenere una risata, quando la sua analisi da occhiali inforcati in punta di naso fosse cominciata. Ho immaginato le parole “L’artista denota una tendenza alla perpetuazione di elementi base. L’alternarsi di righe e di spazi a simboleggiare la ciclicità della vita. Ma la vera trovata sono quelle piccole sbavature al fine del tratto. Macchie di vernice bianca tra un trattino e il successivo. Incarnano la perfettibilità umana. La irrazionalità. Il caos che si insinua nei cicli e nella nostra infantile necessità di voler capire prima.”

Continuavo a correre sulla pista ciclabile. Ma pensando questa storia assurde del critico, ho cominciato a sentirmi furbo. Tanto furbo. Io che consideravo quelle righe tratteggiate solo una segnaletica orizzontale da pista ciclabile.
Poi mi è venuto in mente quando siamo stati a Parigi, l’autunno scorso. L’ultimo giorno, per incastrare meteo e orari, siamo andati al museo di arte contemporanea. Federico aveva tre anni e mezzo e la nostra preoccupazione principale era indugiare abbastanza. Federico con la reflex al collo che davanti a un Mondrian dice convinto “Sono solo righe”.
Anche allora mi sentivo furbo. Mi sentivo colto. Io lo so che Mondrian è Mondrian, mica uno stradino. Non sono solo righe. Ma quella semplicità, mi ha colpito.

Ma adesso mi sento messo in mezzo. Tra un ipotetico critico artistico che prende un granchio e un bambino che vede il re nudo.
Ok, sono solo righe. Ma sono righe bellissime.
Continuo a correre, che è meglio.

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Qualcosa in cui sperare

28 feb

deserto, manna, speranza, terra promessaAlla fine l’ho proposto io, di andare a vedere, e ci hanno mandato me. Eravamo da troppo tempo in quel deserto. Ormai avevamo fame, avevamo sete. Ma più di tutto ci stava venendo a mancare la certezza. La sicurezza che dopo il deserto avremmo trovato quello che i nostri padri ci hanno sempre raccontato. Una terra nostra, dove vivere in pace e senza la pena di dover lottare contro fame, freddo e contro i nostri simili.

Quando la speranza ci stava abbandonando, poi è successo un fatto prodigioso. Fiocchi di cibo. Cadevano dal cielo. Bianchi. Inaspettati. Ci hanno colti così impreparati che nessuno sapeva che nome dare.
Poi finito il cibo e l’euforia ci siamo posti domande. Io soprattutto. E alla fine sono stato mandato io a vedere in alto. A vedere cosa c’è veramente. A parlarci. A chiedere, se mai, da che parte è la terra di cui parlano le nostre tradizioni.

Adesso sono qui e ho un’illuminazione che mi schiaccia. Dopo tanto arrampicarmi sono su una tavola apparecchiata. Il cibo erano briciole. E mi rendo conto di quanto sia piccola e insignificante la mia società di formiche.
Tornerò dagli altri. Mi inventerò qualcosa. Non voglio rubare anche a loro la speranza. Li spronerò a crederci, a camminare.

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Invece la minestra

22 feb

minestrone, minestrina, ricetta lasciare raffreddareGli italiani mangiano la pasta. Sì, sì, poi c’è anche il mandolino, il sole, il mare e tutte quelle robe lì.
Ma è già sulla pasta che io indosso un Gaber d’annata e mi dissocio per troppo amore. Non che non mi piaccia la pasta, ma io ho sempre preferito la minestra. In qualsiasi forma. Minestrina, minestrone.

Quando tornavo dagli allenamenti la gioia più grande era trovare due piatti fondi, quello sopra ribaltato  a simulare un coperchio. Sapevo che sotto c’era  minestrina. Meglio: la minestrina raffreddata. Io  adoravo mangiarla a temperatura ambiente. E dovevo darmi da fare perché mia mamma non si industriasse a riscaldarla. “Ma è fredda: mica la potrai mangiare così!” Le farfalline o i risini o i ditalini o la gramigna, a stare lì si espandevano oltre il loro destino culinario. Fino ad assorbire il brodo. Ed è un gusto che anche oggi ricordo come qualcosa di sublime.

Anni più tardi, tornando a casa tardi, ho imparato a farmi una strana minestra. Brodo granulare (ehi: mica ho detto di essere uno chef!) olio di oliva, uno spicchio d’aglio e pastina. Poi da cotta ancora un po’ d’olio, parmigiano di Villa Poma e un po’ di pazienza (ché erano più le volte che il cucchiaio dell’assaggio mi spellava il palato). Questa ricetta non mi ha mai fatto vincere premi di cucina, ma mi ha instradato verso l’umorismo, visti i dibattiti che ne nascevano con gli amici.

Ultimo amore nel piatto fondo è il minestrone. Ah, ma il minestrone va fatto con calma. Più verdure ci sono meglio è. Bisogna pulirle e farle a cubetti considerando la loro consistenza. Più sono dure, più i cubetti vanno fatti piccoli. Non esagerare con nessun ingrediente. Qualcuno ci mette anche un cucchiaio di farina, per rendere più cremoso. Apprezzo lo scopo, ma io ci voglio mettere tempo. Il minestrone deve raffreddarsi e l’acqua deve avere il tempo di chiedere agli ortaggi un po’ del loro profumo. Il minestrone è bello, è un’altra cosa.

Ma la vita a volte ti pone davanti degli ostacoli che non immaginavi. Arrivano i figli e arrivano le nonne accondiscendenti. “L’ho passato così lo mangiano anche loro”. “Come? Hai frullato il mio minestrone?!?”

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Come uscirne?

20 feb

Ero appena stato nominato Brand Manager di una linea di prodotti. Un po’ a sorpresa, visto la giovane età e il mio carattere pacato. Ma il direttore aveva fiducia in me e mi diede un’occasione. Non se ne pentì e andai avanti per un bel pezzo, ma questa è un’altra storia.

Quando il mio capetto mi diede la notizia, mi fece un discorso strano. “Adesso tu non sei più tu. Tu sei il brand. Il marchio. Il prodotto. Quando la gente guarda te, vede il marchio. Se tu fai una figura da idiota, è idiota anche il prodotto.” E poi infervorandosi “Se per esempio vai in bagno e esci senza tirare l’acqua, chi viene dopo di te, penserà che sei tu ma è anche il brand, a essere un maleducato”.
A parte gli eccessi, mi ritrovavo in questa visione. Va da sé che io quando uso una toilette la lascio in uno stato migliore o uguale a quello in cui l’ho trovata. Non perché me lo imponga il brand, ma perché me lo ha insegnato mia mamma. Instillandomi un senso della vergogna che oggi apprezzo molto di più.

Con questi pensieri mi ritrovo qui. Nella toilette del nuovo ufficio. Forse ho usato troppa carta igienica. O forse c’era già qualcosa sotto il pelo dell’acqua, che intasava tutto. Solo che sono qui e non so cosa fare. Provo a dosare lo sciacquone. Aumentando la massa d’acqua, con un po’ di fortuna, andrà tutto giù.
La superficie ondeggia. Brandelli di carta igienica macera riaffiorano in superficie. Con un moto fluttuante che assomiglia al fluire dei miei ricordi. Ricordo quel capo di allora, ricordo che  ci siamo sopportati davvero poco. Vorrei cacciarli giù entrambi e tornare a quello che stavo facendo prima. Ma la vita è inopportuna e a volte ti mette in situazioni troppo poco fluide.
Forse dovrei aspettare che l’acqua filtri e usare lo spazzolino. Ma rischio di fare un casino, di sporcare tutto.
Voglio scappare, ma la mia educazione me lo impedisce.
Penso con ironia a tutto questo, al fatto che potrei farne un racconto. Sorrido tra il divertito e l’isterico. Riprovo con la tecnica della tazza-piena-fino-al-bordo.
Finalmente un fluuoooppp liberatorio e un sospiro di sollievo. La felicità si manifesta in istanti imprevedibili.

Mi rimetto la giacca, prima di uscire. E penso che ogni occasione per riflettere è la benvenuta. Mi lavo le mani. E torno alle mie occupazioni. Leggero.

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Poche molecole

17 feb

slivovitza, slivovitz, grappa alla prugnaDal viaggio nella ex Jugoslavia dell’estate precedente avevo portato a casa una bottiglia di grappa alla prugna. Si chiamava Šlivovitza. Scritta così, col cazzillo sopra la s, che rende il suono una sc- di sceriffo.

Una di quelle grappe che vendono ai lati della strada, alle macchine di passaggio con l’adesivo di un pease europeo. Un negozio improvvisato: una cassetta da frutta ribaltata per sembrare un tavolino. Poche bottiglie, nessuna uguale all’altra.
Già il fatto di averla trovata per caso e sul posto mi sembrava speciale. Sembrava di essere “entrato” nella tipicità di un luogo, svestendo i panni del turista e basta.
Poi anni dopo parli con gente che abita nell’oltrepò pavese e che si mette la domenica vicino alla statale a vendere vino fatto in casa ai Milanesi che rientrano dal week-end. E già il fatto che lo chiamino “vino per milanesi” ti fa capire tutto.
In quel momento io ero il milanese (europeo), che comprava il vino (grappa), dal contadino pavese (croato).
Ma avevo l’infantile soddisfazione di aver trovato il posticino quello che se vuoi ti spiego dov’è, che vedrai!

Qualche mese dopo mi capita di andare, col mio fido scudiero Marino, a vedere una partita di calcio di Serie C2. Erano quelli i gironi del nostro blando tifo calcistico.  Era una Pro Sesto – Mantova. Era dicembre. Faceva freddo. Mi viene in mente di portare un goccino di grappa alla prugna.
Cerco un recipiente adatto e trovo una bottiglietta di plastica che avevo usato l’estate prima per portare in campeggio il detersivo.
La lavo bene. Non basta: la rilavo bene. Ancora: la lavo bene bene. Poi ci metto dentro un po’ di šlivovitza. La partita è fiacca. Tiro fuori la mia specialità e (orrore) il profumo della prugna è sovrastato da quello del detersivo.
Ero così fiero del mio prodotto tipico che ho insistito. “Non si sente poi tanto, dai”. Persino uno di bocca buona come Marino, mi prende ancora in giro.

Oggi penso a quelle poche molecole di detersivo profumato. Un particolare. E penso a come siano riuscite a rovinare quella poesia.

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Strati

14 feb

Erano giorni che non correvo, nonostante in teoria io stia preparando una mezza maratona e una maratona. Il freddo, ma soprattutto il fondo innevato avevano dato un alibi formidabile alla mia pigrizia latente.
Ma domenica pomeriggio, smarcati bolo e obblighi familiari, sono riuscito a mettermi calzoncini e scarpe e a partire.
C’era un bel sole, che cercava di sciogliere l’improbabile neve gelata ai bordi delle strade.
Correvo con qualche timore per il fondo scivoloso, ma con lo spirito stupito di un animale restato troppo tempo in gabbia.
D’improvviso ho visto un’auto con una donna alla guida. La donna doveva avere il riscaldamento al massimo. Rispetto ai pochi gradi fuori, infatti, indossava solo una maglia di lana. Guardando meglio ho visto che stava gustando un cono gelato.
Mi ha preso una vertigine. Ho visto tutto dall’alto, da lontano.
Strati di caldo e freddo. Sole, Neve, riscaldamento dell’auto e cono.
Mi è sembrato tutto assurdo e ridicolo. E affascinante. La mia mente mi ha parato davanti immagini di contrasti. Alternati ed eleganti.

La livrea di una zebra. Una doccia scozzese. La facciata del duomo di Siena. Una fetta di millefoglie. Gli anelli di un ceppo.

Ecco: se fossi bravo abbastanza, vorrei riuscire a parlare di questo controsenso estetico.
Ho scosso la testa, per scrollare di dosso il pensiero nascente di questa assurdità. E ho accelerato il passo.

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Santa Claus is dead

10 feb

babbo natale è morto“Papà dobbiamo parlare”.
“Non adesso”.
Il “non adesso” è solo un modo di prendere tempo, perché sapevo che questa frase prima o poi sarebbe arrivata. E so anche cosa mi deve dire, Chiara. E visto che ha sette anni non voglio che i fratelli minori sentano la nostra conversazione.
Poi in disparte riprende “E’ vero che Babbo Natale non esiste?”. Vorrei risponderle stupito “Nooooon esiiiiiisteeee?”, ma sono anni che Chiara sa fare la tara al mio sarcasmo. E adesso mi chiede una risposta seria.
Penso che ai bambini si debba dire la verità. Magari cercando le parole giuste, ma la verità.
“Sì, Chiara. Babbo Natale non esiste. Ma parliamone io e te. Non dire niente a Luca e Federico. D’accordo?”
Da mesi ci siamo convinti che la Grande Stratega sappia del giochino, ma che fino ad oggi ha continuato a tacere per calcolo.
“Babbo Natale è una storia che si inventano i genitori per fare piacere ai bambini. I regali li comprano i genitori. Perché vogliono bene ai bambini e li vogliono fare contenti”
“Allora anche il topino che porta il soldino per il dentino… Sì. Infatti il disegno che mi ha lasciato aveva il tuo stile…” (Brava, eh! La mia critica artistica). “Sì, anche il topino e la befana”.

Ma mi viene un dubbio. Non voglio portarla a credere solo a ciò che può vedere, toccare, misurare.
Voglio che sia aperta a credere anche ad altre cose. Dio, amore, poesia…

Non voglio che la delusione per il fotogenico ciccione rosso, le rubi la voglia di sognare.
“Chiara, Gesù Bambino esiste. Solo che non perde tempo a portare i regali. Ci insegna a volerci bene. Pensa che bello un mondo in cui tutti ci vogliamo bene…”

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Di sole e di vento

3 feb

sole e ventoQuando penso alla natura e alla libertà, mi si parano davanti  sole e vento. Sole. Vento. Sono due elementi che la nostra cività ci ha abituati a tenere fuori dalle nostre vite. Da quando abbiamo case e tetti (di recente persino doppivetri e climatizzatori): niente più sole; niente più vento.

Ma tra questi due esuli, passa una bella differenza. E lo sa bene il podista. Anche quello sprovveduto, che corre nel week end.

Il sole asciuga, è lento, è caldo. Il sole accoglie, anche quando non vuoi inviti.
Il sole ti avvolge, ti fa fare i conti col tuo corpo. Ma senza imbrogli.
Il sole non puoi imitarlo, mai. Non puoi comprimerlo, non puoi imbrigliarlo.

Il vento affretta, asciuga ruvido. Il vento ti tira e ti spinge. Il vento rende nervosi i bambini e i vecchi. Anche se i vecchi brontolano anche con la bonaccia e nessuno se ne cura. Il vento ha tanti nomi, è sfuggente, indefinibile. Il vento lo puoi ricreare, imitare, riprodurre.

Sopporto male il caldo, ma tra i due do sempre retta al sole.

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Carota

1 feb

Ogni inizio d’anno si fanno i propositi. Io ho smesso. Oltre alle previsioni, bigonerebbe avere il coraggio di fare i conti alla fine. I conguagli, i rendiconti. Ma visto che poi non sono capace di scegliere il giusto grado di severità, ho deciso di non farne. Niente conti. Allora neanche propositi. Che senso avrebbe fare piani se poi è già detto che non li controlleremo.

Quest’anno invece ho deciso (a gennaio) di cambiare qualcosa nel mio blog. Da pochi giorni (dalla fine di gennaio) il viola ha lasciato il posto all’arancione.
Non c’è una simbologia o un significato. Solo un cambiamento. Piccolo piccolo.

Pensandoci bene, io da piccolo questo colore non lo chiamavo neanche così. Lo chiamavo color carota. O brevemente carota. “Mi allunghi il carota che devo colorare il sole al tramonto?”.
Forse è un retaggio delle mie origini: tutti i miei avi sono nati in una terra dove crescono le carote ma non le arance. E cosa c’è di più naturale di dare agli oggetti i nomi di cose che abbiamo sotto mano?
L’attaccamento al lessico familiare così difficile da toglire. Soprattutto in mancanza di un movente. Adesso i miei figli mi prendono in giro quando dico carota come colore. E io lo faccio per sfida.

Quest’anno allora andiamo con il color carota.

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C’è nostalgia e nostalgia

30 gen

Ci sono nostalgie che vanno bene solo per i poeti tristi. Robaccia.
Inutili scatole da tenere nell’armadio solo per la paura di buttarle vie. Perché magari un giorno ci serviranno e avremo il rimpianto di non averle tenute. Tanto poi lo sappiamo che prenderanno solo posto. Lo sappiamo da adesso. Ma non abbiamo il coraggio di liberarcene.

Invece ci sono nostalgie belle. Sì, lo so: nella nostalgia c’è il dolore. Persino nel suo etimo non è difficile da individuare. Ma ci sono davvero nostalgie belle.
Si sente il dolore, ma si sente lontano. E si viene sopraffatti da uno stupore sognante, che lenisce questa mancanza.

Quando avevo una decina di anni siamo andati al mare in giornata. Ai lidi ferraresi, distanti (chissa?) un paio d’ore da dove ci trovavamo. Ci siamo andati con la mia famiglia e quella di un cugino di mio padre. Famiglia che aveva ritmi e figli paragonabili a noi. Il mare non dev’essere stato niente di speciale, perché l’ho dimenticato subito.
Ma a un chiosco abbiamo preso dei cosi fritti. Ce li hanno dati in una carta di quotidiano, che a vederlo così non sembrava tanto pulito.C’è da dire che prima dell’era del colesterolo, il pesce si mangiava poco. (Capita quando nasci in una regione senza mare.)

Ma quei pesciolini, quei gamberetti, quei calamaretti, quei qualunquecosafossero erano davvero buonissimi.
Tanto buoni da avermi lasciato una nostalgia per quel posto, quel momento, quel cartoccio.

Ecco: queste sono le nostalgie buone. Quelle che ti lasciano un sapore in bocca e nella testa. E non ti impegnano spazio negli armadi e nel cuore.

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