Alessia fuori dalla finestra

12 giu

imposte scuri finestraAlessia si sveglia. Non lascia passare minuti. Allunga a memoria la mano verso l’interruttore, accende la luce. Senza scatti sposta il baricentro del suo corpo e si mette seduta sul letto. Cerca meccanicamente la ciabatta col piede. E poi la seconda, quella che chissà perché va sempre a nascondersi. Si pettina i capelli con la mano e va verso il bagno, lasciando uno sbadiglio così lungo che sembra una scia. Alessia cerca di mettere in ordine nella sua testa gli impegni del giorno, lo fa intanto che muove senza pensarci lo spazzolino in bocca.

Allora: c’è da passare al forno, era per oggi che avevo promesso di ritirare la torta che la zia ha ordinato. Con la macchina vado io, così almeno stavolta arriva intera!
C’è quel lavoro in ufficio che da qualche giorno resta lì, ma oggi devo dare una risposta a Marchini, così me lo tolgo di torno.
C’è da chiamare Roma, per sentire se hanno novità per la richiesta dell’altro mese.
Se resta tempo ci sarebbe da pagare il bollettino in posta.

Alessia ripensa poi alle parole dette e scritte la notte prima. A quella discussione nata tra una mezza dozzina di persone. Quello scambio che si è inacidito in fretta e che è diventato subito un diverbio.
Pensa alle parole che sono volate, a quella sensazione di “non volevo questo”. Pensa a quanto sia precario l’equilibrio di una amicizia, di un gruppo.

E’ quasi pronta Alessia, sta per vestirsi. Ma ancora una volta compirà quel gesto di tutti i giorni. Non uscirà di casa con la faccia da funerale o peggio con una espressione da lunedi mattina a vita. Uscirà indossando il sorriso timido di sempre.
Alessia apre il chiavistello e allunga le due mani in parallelo. Apre le braccia per spalancare le imposte. Entra aria, entra il sole.
Oggi non sarà una giornata cattiva. Anche oggi Alessia, fuori dalla finestra, ha il mare.

Incapace di ricevere regali

6 giu

revisioneFossi, che ne so… un Lucarelli qualsiasi, mi spiegherei questo slancio. Certo: sarei uno scrittore affermato, uno di quelli che hanno pubblicato tanto. Hanno acceso notti di lettori e intessuto trame e fantasie. Allora sì che me lo spiegherei.
Ma anche se fossi in una situazione differente. Per esempio se fossi uno che si mette a scrivere, ma era famoso da prima. Con una simpatia naturale che gli ha permesso di farsi un nome. Un Fabio Volo, per dire un nome a caso. Allora me lo spiegherei con il fascino sornione. Piaccio, allora porto a slanci di questo tipo.
Persino se fossi un professorone che scrive libri noiosi e pedanti, me ne farei una ragione. Non sarebbe l’opera, non sarebbe la persona, ma sarebbe il prestigio che deriva dalla posizione.
Se fossi uno sconosciuto, non per forza simpatico, per nulla influente, però con il vanto di avere scritto qualcosina di apprezzato e nuovo, allora andrei a cercarle lì le ragioni. Mi ha letto e butta il suo tempo per dare il suo contributo al mio progetto: vuole esserci, vuole essere un mattone di questa costruzione, vuole partecipare.

Invece no.
Non sono uno scrittore affermato, non sono un personaggio noto, non sono un professorone, non sono l’ideologo di un movimento.
Eppure con garbo e timidezza mi ha contattato una lettrice del mio blog. E dopo qualche scambio è finita che lei, da una terra lontanissima, legge i miei racconti vecchi e si è impegnata a darmi un parere.
La mia idea (e questa è la prima volta che ne parlo qui) è di uscire con un libro, magari un ebook. Nella mia testa sarei soddisfatto di riuscire a raccogliere qualche soldino per beneficenza. Non ho prospettive di vendita tali da potermi permettere di pagare i miei revisori e consiglieri.
“…quindi Francesca” – le ho detto – “sarei davvero contento se tu volessi leggere e commentare. Ma anche se il tuo è un lavoro e i lavori vanno pagati, io non potrò darti niente.”
Ma lei niente. Continua a leggere i miei pezzi. Notte dopo notte legge, appunta, suggerisce. Come se fossero racconti di Buzzati o Calvino. Con la stessa ammirata passione. La immagino da quella sua Scozia con il portatile acceso davanti. Ma è come se avesse fogli e penna rossa. Magari una tisana calda di fianco. Aggiungerei addirittura un plaid sulle gambe, ma mi accorgo che questo sarebbe troppo. Persino per me.
E mi immagino il percorso che le mie parole magicamente si trovano a vivere. Scritte da me, vanno in un canestro, sono lette. Creano pensieri, ricordi, collegamenti. Magari persino emozioni o piccoli sogni che distraggono. E si condensano in appunti.
Questo è troppo corto. Questo è bello ma mi lascia triste. Questo è bellissimo: devi includerlo per forza nella selezione. Questo no, dai. Questi dovresti legarli.
E se da una parte questa lusinga mi fa sentire capace, dall’altra sento di avere una gratitudine pesante da sopportare. Perché ero preparato a fare qualcosa per gli altri, ma ricevere i regali è una cosa che non ho mai imparato.
Vorrei solo reagire da questo stato di imbarazzo. Trovare il modo di scrollarmi di dosso questo senso di debito. Magari trovando a mia volta uno scemo a caso a cui fare un regalo inatteso.

Basta crederci

1 giu

crederciDoveva essere una specie di santo o di profeta. Forse un mistico o magari solo un imbonitore. Però come sapeva parlare quel Giulio! Sapeva trovare le parole giuste ed essere credibile. Assolutamente credibile. E se adesso diciamo assolutamente come se fosse una delle gradazioni superlative di tanto, ti invito a pensare con attenzione al significato di questo avverbio. Pronunciandolo con studiata lentezza. Assolutamente. Più piano ancora. As-so-lu-ta-men-te.

Ci siamo alzati molto presto quella mattina. “Ti devo mostrare” diceva nel suo italiano diverso dal mio “che è possibile. Basta crederci”.
Siamo arrivati in fretta alla curva della strada principale. Sorprendentemente circondata dalla natura, ché non credevo avrei potuto trovarne uno così vicino. Subito dopo l’ansa c’era uno spiazzo e parcheggiammo lì, come quelli che vanno a cercare funghi o a caccia.
Non c’era nessuno in giro. Seguimmo quell’abbozzo di montagna facile, assecondando le sue pendenze. Presto arrivammo in una specie di canalone, scavato da un torrente che, per la poca acqua che portava, doveva averci messo millenni a formare quella gola.
Il vapore dei primi raggi di sole si alzava da quelle erbe a foglia larga. “Ecco: fai come me” mi disse calmo. Seguendo con fiducia i suoi gesti cominciai anche io a camminare in avanti. Usando quella foschia come una passerella. Passo dopo passo. Leggeri, sospesi, convinti. Procedevamo in avanti verso il ciglio di fronte. Sospesi su quella gola. Sospesi.
“Vedi?” mi diceva “Non è difficile: basta un po’ di convinzione. Basta avere fiducia. Basta crederci”. E camminavamo in avanti senza tentennamenti, senza dubbi.
Non so dire quanti passi avevamo già percorso. So descrivere il senso di pienezza e di serenità. E ricordo con precisione i pensieri pieni e il senso di rilassatezza che mi prendeva fronte e tempie. Poche parole con Giulio e pensavo a quanto fosse facile e quanto potesse essere rivoluzionario quel modo di procedere, di passare ogni abisso, ogni baratro. Niente più bisogno di ponti, niente più fratture separazioni. Ah se fossimo capaci di insegnarlo a tutti, quanto potrebbe migliorare la vita in molti angoli della terra.
Ma se poi non ci credessero? Seguendo questa catena di pensieri mi misi a cercare le parole giuste, a ripercorrere quella scoperta cercando di spiegarla a chi ancora non conosceva quel prodigio.  Mi sentii incapace, inadeguato. Sperso. Sentivo che mancava una logica solida sotto quella realtà. E cominciai a temere di cadere. Dubitavo.

Nonostante il salto non fosse enorme, cadere su quel fondo così irregolare non fu indolore. Concentrato su quei traumi pulsanti, vidi appena Giulio che camminava con la stessa lentezza. Senza voltarsi forse. E quella fu l’ultima immagine che mi resta di lui.
Raccontai che ero caduto nel torrente andando a cercare funghi. E dimenticai questa storia.

Cercavo altro

29 mag

cucina artigianaleCercavo altro, ma stranamente l’occhio si ferma sulla foto di una cucina. La foto è bella, anche se ha tutta l’aria di non essere una foto fatta da professionisti. Sono mobili da cucina solidi, spaziosi. Mi danno una inaspettata idea di luce. Hanno un’idea di minimalismo e di casa con grandi vetrate che danno direttamente sul giardino. Per un attimo mi abbandono in questa catena incontrollata di pensieri e perdo di vista gli auricolari che stavo cercando di comprare online.
Una cucina non mi serve, certo. Tantomeno questa. Mi piace lo stile, ma non è il tipo di cose che comprerei su internet. Scorro l’inserzione nei dettagli per scovare una conferma del racconto che ho immaginato. Qualche indizio solletica la mia autostima: il mio intuito ha preso la strada giusta. Fatto a mano, su misura, lineare. Per me è in campagna o in Sicilia. Chissà perché. Ci vedo fuori alberi da frutto bassi e tanto sole. Una porta scorrevole di vetro, sono sicuro, dietro il fotografo. Mi viene voglia di telefonare.
Ma sì dai, concediamo alla noia di un pomeriggio in ufficio quest’altro nutrimento. Non c’è nessuno attorno adesso. Faccio il numero di cellulare.
“Buongiorno, ho visto l’annuncio per la cucina, posso chiederle qualche particolare?”
Mi aspetto di sentire la storia di una seconda casa da riarredare. E di mobili facili da svuotare. Pensili che non hanno contenuto nessun frammento di vita ma solo stoviglie di moda.
Invece risponde una voce di una giovane donna. Dice che è un peccato. Che la cucina gliel’ha fatta suo fratello minore e che adesso, non avendole rinnovato il contratto ha dovuto lasciare la casa e tornare dai suoi. Dice che è un peccato, lo dice ancora. Che non è per i soldi, ma che deve svuotare la casa, lasciarla libera. Sul prezzo ci mettiamo d’accordo.
Mi prende una tristezza che va oltre il mio stupido gioco di telefonare per verificare una intuizione pigra. Sento parte della sua vita addosso.
Cercavo altro. Saluto. Riattacco. Riprendo quello che stavo facendo. Almeno ci provo.

Probabile velocità eccessiva

22 mag

fulviotestiStavamo scaricando le borse dalla macchina. Era una domenica pomeriggio, sul tardi. Ma c’era luce. Eravamo di ritorno da Pieve, duecento chilometri di statale. Duecento chilometri di curve, paesi, macchine. Di Fiat.
Sento un rumore forte, come di una botta su un bidone. Alzo gli occhi e vedo che sulla via principale, quella a tre corsie, un’utilitaria esce di strada. Un attimo, quasi sospeso. Entra nel fosso poco profondo. Il dislivello le fa da trampolino e la macchina vola. Orizzontale, istantanea, irreale. A un metro da terra. Colpisce in pieno un platano proprio alla nostra altezza, a una ventina di metri da noi. Non abbiamo neanche il tempo di appoggiare per terra le borse piene di frutta autunnale.
Si fermano le altre macchine, qualcuno corre verso l’incidente. Qualcuno trova un estintore che chissà come gli sia venuto in mente di comprarselo.  Non ricordo se lo usa, non ricordo se servisse. “Chiamate un’ambulanza!”. Qualcuno la chiama, dal palazzo di fronte. Non c’erano cellulari in quegli anni. E se anche qualche macchina aveva le cinture, nessuno le metteva.
Andiamo su, dai, non c’è niente da vedere. Ci spostano per risparmiare a noi bambini la vista di una morte che avevano intuito. Fingono di avere fretta di mettere le borse a posto.
La conferma l’abbiamo il giorno dopo, da un articoletto sul Corriere. Un poliziotto fuori servizio sulla sua A112. Parole e locuzioni che suonano ripetute senza passione dall’articolista. Probabile velocità eccessiva la causa. Procedeva in direzione. Schianto fatale. Forse un attimo di distrazione.
Adesso c’è una piccola lapide, messa qualche mese dopo. Lapide dove qualcuno ha portato dei fiori, ma solo per pochi mesi.
E’ in quel momento, subito dopo quel volo leggero, che ho avuto una chiara percezione di come un istante può cambiare la nostra vita.

Eroe solo per oggi

14 mag

parco giochiRincaso e vedo Chiara seduta per terra. Piange. Le chiedo di spiegarmi. Fisso il suo viso bello, gonfio per il pianto. Cerco farlo senza dare nell’occhio e rifletto su come sia diversa dal solito questa facciona gonfia. Lei non vuole spiegarsi, vuole solo sfogarsi. Ce l’ha con la nonna. Nonna che avrebbe una colpa gravissima.

“Mi ha perso il braccialetto.”
“Quale braccialetto? Cosa vuol dire te l’ha perso?

“Ecco vedi? Non vi interessa: la difendete anche se mi ha perso il braccialetto.”
Piano piano riesco ad aggiungere elementi alla mia ricostruzione.
Oggi è stata in gita in una fattoria, con la scuola. Il percorso si chiamava “Dalla pecora al maglione”. Hanno usato un piccolo telaio e provato a tessere un piccolo panno di lana che è diventato un braccialetto colorato. Poi la nonna (Santa Nonna!) l’ha presa a scuola e l’ha portata, coi fratelli, in un parchetto.
Tornando dal parco il braccialetto si è perso. Chiara è inconsolabile. Non tratta, non vuole cedere.
Cerco di farla ragionare sulle vere colpe della nonna. Non sente ragioni. “Se la nonna ti porta a giocare e il braccialetto si perde non è colpa sua, anche se te lo stava tenendo.”
Le faccio una proposta. “Perché non andiamo col motorino e proviamo a cercarlo?” Rifaremo lo stesso percorso. “Chiara: sappi che è improbabile che lo troveremo, ma un tentativo lo facciamo.”
“Se è impossibile allora vedi! E’ inutile…” singhiozza disperata. Compiacendosi del suo alibi nuovo per lamentarsi.
Un mio sorriso le fa notare, se mai fosse necessario, la differenza tra impossibile e improbabile. “Andiamo?” Si asciuga le lacrime per dire di sì.

Due caschi, tre minuti. Rifacciamo la stradina dal parcheggio fino al parco. Adesso è tranquilla.
Andiamo controcorrente tra nonne e mamme che rincasano trascinando bambini da buttare subito nella vasca. Superiamo anche i cani pigri che ripetono la solita routine di fianco a padroni altrettanto pigri.
Chiara mi racconta di oggi, camminiamo paralleli. Parliamo tenendo gli occhi fissi a terra, tra i ciuffi d’erba. Perché non si sa mai.
Arriviamo al recinto del campetto e lei corre avanti. Sotto una panca intravede quello che cercavamo. E’ un braccialetto brutto. Fili di lana con colori abbinati in fretta e svolazzanti.
Ma è il tesoro. Sorridiamo.
Costringo senza troppa fatica a chiamare la nonna “Così la smette di cercare”. In realtà speravo avesse voglia di scusarsi, ma accontentiamoci.
Torniamo a casa allegri. Soddisfatti della nostra vittoriosa missione che nasceva come impossibile.

Rifletto su Chiara, su quanto io e la mamma siamo stati incapaci di convincerla, di calmarla.  Andava avanti con la sua idea, con la sua accusa assurda alla nonna colpevole.
Penso a quanto sarà difficile fra qualche anno, quando il problema non sarà un braccialetto di lana. Quando i muri saranno più alti. Questo mi fa pensare.
Ma per stasera mi godo il mio inaspettato ruolo di eroe. Ci penseremo. Dammi la mano Chiara, andiamo a casa.

La stramaledetta A4

9 mag

maledettaa4Marco è sulla stramaledetta A4. Nell’ora di punta a tutta velocità.
Tutti attaccati uno all’altro. Chi non la percorre quotidianamente, non si capacita come mai in questo traffico nervoso e aderente non ci sia un incidente ogni chilometro.
Tutti incanalati veloci coi nervi del piede destro a fior di pelle. Pronti a passare in una frazione di secondo dall’acceleratore al freno. Ma intanto premono la tavoletta. Danno gas.

Marco oggi è diverso. Sta correndo per un appuntamento che non so, non sa. Deve passare in ufficio a prendere il campionario. Poi di corsa nell’ufficio acquisti.
Potrebbe essere una svolta per la sua carriera, riuscire a trovare l’apertura con la SPR di Garigliate. Anche se è solo la sede italiana, quella è una multinazionale che spende diverse decine di milioni, solo in Italia. Entrare sarebbe aggiungere una riga in grassetto sul suo curriculum.

Marco corre, non vuole arrivare in ritardo. Non può. Ecco: non può. Gli viene in mente questa parola e gli risulta sgradevole.
Marco corre ma qualcosa manca. Come se si fosse dimenticato di fare benzina al cuore.
Marco vuole arrivare presto. Ma quando si sposta quell’idiota qui davanti, ma quando, quando, quando?

Un livore quotidiano e automobilistico. Sa che non dovrebbe prendersela così, ma un istante dopo aver formulato il pensiero è più nero di prima. A un certo punto pensa al senso di tutto ciò. Alla direzione di questa vita. Nel traffico di routine i pensieri vanno più forte degli autoveicoli. Marco corre ma non sente più lo stesso accanimento. Lo stesso divertimento che provava nel portare a casa un contratto di questo tipo.

Mette la freccia a destra. Esce al primo casello e cerca un bar che abbia i tavolini fuori. Trova il coraggio di fermarsi. Oggi non ci andrà alla SPR. Al diavolo. Se hanno bisogno aspettano.
C’è il primo sole di questa primavera. Una vita sempre in corsia di accelerazione non gli dice più niente. Troppo a ridosso degli stop di chi ti precede non sai vedere la direzione.
Serve un po’ di distanza. Lasciare sfilare gli altri.

Mi porta un’acqua brillante, per favore. Sì, aspetto. Non è un grande bar, non è una gran vista. E’ un inizio, quello sì. Un inizio.

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