Non credevo ai licantropi

licantropo

Io e Luca eravamo saliti in macchina, qualche minuto prima delle otto, per il secondo giorno di scuola. Niente di particolare, insomma. Luca mi chiede di potersi sedere davanti. Non dovrebbe ma è solo un chilometro quindi sposto la base sul sedile anteriore, sale e lui scrupolosamente si mette la cintura. Accendo il motore, metto la freccia per partire, guardo nello specchietto centrale se arriva qualcuno da dietro e la vedo.
Vedo un’enorme impronta sul lunotto posteriore. Sembra un cane, ma a quell’altezza non può essere un cane. A volte i gatti salgono sulle macchine per seguire le loro capricciose traiettorie o per cercare calore. Ma l’impronta che vedo stampata sul lunotto è più grande di quella di un gatto, e persino di quella di un cane.
Spengo la macchina e faccio per scendere.
- Dove vai papà?
- Devo vedere una cosa, aspetta.
Scendo dalla macchina per cercare altre tracce di questa strana camminata, ma niente. Sul portellone posteriore, sul tetto della macchina: niente. Avvicino l’occhio all’impronta e vedo che ha una forma strana triangolare. A metà tra quella di un cane (ha la forma di quella di un cane, unghie comprese) e quella di un uomo (si vedono le righe delle impronte digitali).
Avvicino l’occhio e ho l’impressione che sia all’interno e non all’esterno del vetro. Provo con il pollice a cancellarla e ho la conferma. L’impronta è all’interno. Rientro in macchina.
- Ma cosa fai, papà?
- Guarda: c’è stato un Licantropo nella nostra macchina…
- Dove?
- Qui, guarda. L’impronta è all’interno. Vedi che piano piano viene via…

La fotografo. Discutiamo di come sia possibile. Confrontiamo, con le due nostre razionalità distinte, le possibili cause. Non so cosa farò con questa foto.
- Magari è un cane…
- A un metro e mezzo da terra?
– Si è alzato sulle zampe posteriori…
– Ma l’impronta ha le unghie verso il basso!
– Magari ha fatto una passeggiata.
– L’impronta è all’interno, la macchina era chiusa!
– …
- …

 

Finale 1. Mi convinco sempre di più che non è un’impronta del tutto umana e non è un’impronta del tutto canina. Posto la foto sui social network e scrivo articoli convintissimi sul fatto strano, sulla luna piena (ok, era piena la settimana scorsa, coincidenza?!?), sul fatto che fosse all’interno (All’interno capisci?). Giro per il mondo (o parte di esso) sentendomi un predestinato, uno che ha fatto l’incontro. Fondo il club di quelli che credono ai licantropi, tessera numero 000001. Lascio tanti zeri perché so giù che saremo tantissimi.

Finale 2. Mi ricordo che il mese scorso hanno ceduto i pistoncini del portellone posteriore. Quindi, quando devo aprirlo devo stare attento e usare due mani: pesa come un accidente. Se poi devo prendere qualcosa nel baule, mi barcameno goffamente appoggiandolo su testa e braccio destro e cerco di arrangiarmi con la mano libera. Dev’essere stato così che, col dorso della mano destra, ho lasciato quella stranissima impronta dentro il lunotto posteriore.
Sorrido, assieme a Luca e riflettiamo sulla voglia che le persone hanno di convincersi delle spiegazioni più campate in aria.
- Ma alla mamma a Chiara e Federico non diciamo così, facciamo un po’ di paura prima
- Mi piace questa idea, Luca. Ma adesso a scuola.
– E se la mia maestra è un licantropo?!?
– Buon tentativo. Non abbocco: fila dentro!

Finale 3. Luca è un Licantropo. Vedendosi scoperto mi ha mangiato ed è scappato nel bosco.

Markingegno Run

markingeniosmall
Vado a Rimini per la festa della rete. Ci vado soprattutto per rivedere gli amici di Spinoza. Poi finisce che anche quest’anno abbiamo vinto il premio come miglior sito di Satira, ma chi se ne frega. Non è di questo che voglio parlare, ma di una corsa. Una corsa fatta nei ritagli di tempo, un po’ per caso.

È andata più o meno così…
Giro tra un evento e l’altro, destreggiandomi tra l’inaffidabilità degli orari scritti sul programma e la voglia di non perdere niente.
Da molti amici ricevo lo stesso invito:
Oh, tieniti libero sabato sera ché alle sei e mezza si corre.
Oh, ci vieni alla corsetta sabato sera?
Oh, dai che ci muoviamo un po’ dopo gli eventi
Mi sono accorto solo adesso che tutti i miei interlocutori usano questo “Oh” all’inizio della frase. Come se fosse lo zero per prendere la linea nei vecchi centralini. Ho annotato anche la corsa tra le (troppe) cose a cui tenevo.
Io a dire il vero quel sabato io avevo già corso. Mi sono alzato presto e ho corso da solo 6 km. Il lungomare, la ruota panoramica, il molo fino in fondo guardando i pescatori sugli scogli che bestemmiavano le loro speranze in romagnolo e sbuffi. E poi ancora il molo, il lungomare, e via così. Correndo come piace a me: presto, in silenzio, da solo.

Ma poi c’era la corsa per Donato, che in rete era Markingegno. Uno che era molto amato nella rete e che nella rete amava starci. Così come amava correre.
E allora verso le sei e mezza ci siamo trovati tutti e siamo andati verso una spiaggia che era tanto bella da sembrare finta. Il fondo era liscio, umido, perfetto non solo per correrci, ma anche per girarci un film. Il sole stava scendendo con la pigrizia della riviera a fine stagione. E noi eravamo lì, amici e sconosciuti, tutti per lo stesso motivo. Tutti con lo stesso entusiasmo.

Siamo partiti. Correndo forte senza accorgercene.  Ma dopo qualche decina di metri “Oh, Sara vai piano che siamo sotto i 5 al chilometro!”
Ma poi via, veloci, ventosi, convinti. A ripensare quelle frasi che qualche amico di Donato si era preso la briga di riproporre sui social network. Quelle frasi che ti strappano un silenzio e un sorriso senza riserve.
Via, veloci, concedendoci il coraggio di scacciare via con un sorriso quell’inizio di commozione.
Via, veloci, al massimo, perché le cose o le fai bene o non vale la pena farle così per fare presenza. Due chilometri e mezzo e poi ritorno. Fanno cinque, mica è uno scherzo!
Via, veloci, cercando di chiedermi se quella vocina che dice rallenta è la mia vocina interiore o la voce delle mia interiora.
Comunque via, veloci, fino in fondo. Dicendomi dai che manca poco.
Via, veloci, arrivando con le braccia alzate, chi prima chi dopo, come se per ognuno fosse la vittoria alla maratona di New York.

Che poi io Donato mica lo conoscevo bene. Ma sabato bastava guardare quel sudore e quei sorrisi per capire che bella persona è stato.

________
photo: Angelo Albertini

L’esatto contrario

 

riflessi

Sarà che il treno lo prendo poco, sarà che non so mai come mettere le gambe, sarà che non riesco mai a isolarmi del tutto. Sarà che quando metto un libro nello zaino io penso a che bel momento è il treno, per leggere in santa pace. Saranno tutte queste aspettative, che continuo a fissare troppo alte per gli standard delle ferrovie italiane. Sarà quel che vuoi, ma poi i miei viaggi non sono mai quel paradiso che pensavo.
Ci sono gli altri che parlano, che dicono, che fanno. E il mio orecchio non ha disciplina e segue loro. E piano piano anche il mio occhio, che avevo spinto a seguire le righe di un libro con moto da spola di telaio, finisce per farlo meccanicamente. Il cervello non segue più l’occhio, ma l’orecchio. Allora mi fermo a guardare fuori. E penso ai viaggi in treno, penso a quella campagna che scorre di fianco: veloce vicina, quasi immobile all’orizzonte.

Ma una volta, per caso, mi è apparsa una ragazza. Io guardavo fuori, certo. Ma lei era lì, nella traiettoria del mio sguardo. Per un attimo mi sono spaventato e volevo gridarle: “Cosa fai li fuori, sei pazza? Entra: è pericoloso lì!”
Ma poi mi sono accorto che quella ragazza intrappolata fuori era solo il riflesso di un’altra ragazza, identica e opposta, che era seduta di fronte a me.
Io e quella che per capirci chiameremo “vera” non avevamo niente da dirci. Anzi: sarebbe stato addirittura sconveniente scambiarci due parole. Che banalità quella cordialità da treno fatta di frasi fatte che, a giudicare dalla noia, sono fatte di roba tagliata male.
“Bella giornata vero?” (Mah, come ieri direi…)
“C’è un caldo in questo vagone?” (Più che il caldo è la gente…)
“Lei dove scende?” (È un frecciarossa, scendiamo tutti alla prossima stazione…)
Ma quel gioco di cristalli atermici e di sole che dondolava senza ritmo da una parte all’altra dei binari mi faceva apparire a tratti quella ragazza fuori dal treno.

“Ciao” le ho detto senza pensarci. E lei mi ha risposto con un cenno.
“Cosa fai lì fuori, non è pericoloso, non cadi?”
Ho immaginato che mi dicesse “Guarda, ogni tanto ho bisogno di stare un po’ da sola. Non è cattiveria, è che devo mettere un po’ di ordine in questi pensieri”
“Bello, quasi quasi vengo anche io. Non c’è troppo vento?”
“Ma no, non si sente neanche”

Allora sono uscito anche io e ci siamo messi a parlare. Di cosa stessimo leggendo, di che musica avessi nelle orecchie, del motivo di quel viaggio.
Il viaggio è volato e quando è arrivata l’ora di scendere ho visto che qualcosa era successo. Qualche cosa di importante visto che mi sembrava inevitabile ormai coniugare tutti i miei pensieri in lei. Notavo in quel riflesso il mio stesso sguardo e questo mi riempiva di qualcosa di nuovo di bello.

Poi, per scendere dal treno sono tornato nel vagone. Ad un certo punto ho distinto nettamente il mio stare dentro il vagone dal me stesso che ha viaggiato fuori. Anche la ragazza seduta di fronte, che durante tutto il viaggio ha sonnecchiato ascoltando musica improbabile, si è trascinata in piedi. Stava goffamente trascinando il trolley giù dalla cappelliera. Non sapevo se aiutarla. Mi ha guardato per un attimo e non ha sorriso. L’ho lasciata fare.

Quei due fuori, invece, del tutto incuranti della stazione, delle porte aperte, dei respingenti, continuavano a parlare come se niente fosse.
Ho fatto la fila a piccoli passi per scendere dal treno. Un attimo prima mi sono girato e loro erano ancora lì a parlare e ridere. Per un attimo si sono girati verso di me e con lo sguardo mi hanno sgridato: “Ma perché ci guarda questo? Pensa di essere uguale a noi? Non si rende conto che siamo l’esatto contrario? L’esatto contrario.”

Il veliero

velierovero

Lo vedi questo veliero, piccolo mio?
Mettiti qui di fianco a me e, se la luce è troppo forte, socchiudi appena gli occhi. Ma non perdere di vista il veliero.

Lo vedi come sta fermo nel mare, piccolo mio?
Forse siamo troppo lontani ma quasi mi sembra di vederli i marinai che si godono la terra finalmente così vicina. Dopo mesi di onde e vento e onde, finalmente c’è un approdo vicino, le ancore calate e acqua fresca per riempire i barili.

Li senti i versi allegri di quei marinai, piccolo mio?
Saltano dal ponte in acqua come bambini. Sanno che presto vedranno avranno frutta fresca e un letto di lenzuola bianche.

Lo senti il loro arrivo in paese, piccolo mio?
Quella voglia di vita e di felicità che non può aspettare un minuto di più. Ha atteso troppo quando erano al largo.

La senti anche tu la pelle tirare, piccolo mio?
Come la loro dopo questa giornata. Non sai se è il sole o il sale, ma sai che quando scende la sera è una sensazione buona.

La senti questa brezza, piccolo mio?
In questi posti di mare arriva di sera  a sciogliere la pelle, a fare riaprire gli occhi a distendere quella specie di sorriso che la troppa luce ci ha imposto fino ad ora.

La senti questa voglia di pace, piccolo mio?
Se questa ciurma decidesse i nostri destini, questa notte, il mondo sarebbe un posto più bello. Una voglia di ridere, una voglia di frutta, una voglia di pace, una voglia di vino fresco. E nessun risentimento da mettere sul tavolo: li hanno buttati tutti a mare quando stavano al largo, tanto era la fretta di alleggerirsi per tornare a terra.

Ma nonno, che palle. Non lo vedi che sto guardando il mio tablet? Sono troppo grande ormai per seguirti quando ti metti a fissare questa vecchia nave nella bottiglia. E poi scusa ma questo tuo fantasticare mi sembra un po’ da matti. Non offenderti, ma sono storie a cui ormai non credo più. Sono grande ormai. E dai…

La senti questa voglia di pace, piccolo mio?
Volevo solo dirti che questa pace nasce dalla nostra capacità di vedere il piccolo e il grande. Di vedere il vicino e il lontano, il particolare e il tutto. E di accoglierli con un sorriso…

Popolo di navigatori vs la mia mamma

indicazionistradali

Mia mamma quando deve darti un’indicazione stradale è surreale. Usa punti di riferimento tutti suoi.

I suoi preferiti sono:

  • “La Kleber”. Sarebbe una marca di pneumatici. Ma per lei è una fabbrica in un seminterrato che ha lavorato fino alla fine degli anni ’70. Poi, passati gli anni di piombo e quelli della gomma vulcanizzata, hanno tolto l’insegna. Ma per lei quel posto è sempre la Kleber. Non importa se di fronte c’era la scuola media che io e i miei fratelli abbiamo frequentato e dove lei ha insegnato per anni. Quel posto è la Kleber.
  • Ristoranti chiamati con il nome del penultimo gestore. Ah sì, è la strada subito dopo il ristorante di Giubertoni!
  • La via dove abitava un compagno di classe dell’asilo di mia sorella.
  • La strada dove una volta c’era il negozio che vendeva i ricambi di una marca di elettrodomestici ungheresi (molto prima della rivoluzione ungherese, avvenuta quando mia mamma era undicenne).
  • Vecchine che vendono i fiori
  • Auto parcheggiate. Sai dove c’è sempre parcheggiata quella Polo nera? Ecco: lì.

Ma la scena migliore mi è capitata partecipando a dialoghi come questo:
- …Poi prendi la via dopo quella dove abitava il dottor Maraschini
- Maraschini chi?!?
- Ma sì: il nostro medico di famiglia, quello che è andato in pensioneeee… beh saranno ormai 15-16 anni…
- E io come faccio a sapere dove abita…
- No: non dove abita. Ho detto dove abitava! Non abita più lì. Si era trasferito.. Poi comunque è morto.

A mia mamma le sceneggiature le scrive direttamente Woody Allen.

La presentazione del libro

presentazione

Cristiana Ditteri arrivò alla presentazione del proprio libro con una doverosa mezz’ora di anticipo.
Entrando nella sala portava con sé un’elegante borsa di cuoio (troppo piccola per contenere tutto), il cellulare, alcuni fogli di appunti e un libro. Oltre naturalmente al suo libro, quello che sarebbe stato il protagonista della serata.
Si chiese se quelle tante sedie, già perfettamente allineate, non fossero troppe. Se fossero restate vuote, rifletteva, non sarebbe una bella immagine. Al momento solo tre di quei tanti posti erano occupati. Poi guardò l’orologio e si calmò. I presenti erano sconosciuti che probabilmente arrivavano direttamente dal lavoro. O almeno così lasciavano intendere il loro abbigliamento e i loro accessori tecnologici goffi.
Rilesse gli appunti senza concentrarsi. Cercava soprattutto di tenere lontana quell’ansia sottile dovuta all’attesa. Alzò a tratti gli occhi, dispensò sorrisi di benvenuto a chi piano piano andava a sedersi. Ma un pensiero lentamente si fece avanti.

Da qualche tempo, infatti, uno sconosciuto le mandava messaggi. Lettere gentili e discrete, come di una lontana parente, in cui le raccontava cosa gli aveva evocato la lettura di quei racconti. Stralci, pensieri, aneddoti che forse non erano poi così pertinenti.
Ma questa confidenza si era fatta via via delicata. No, non era un fan e tanto meno un molestatore. Era semplicemente una persona che leggeva un libro. E questo aveva colpito molto la sempre professionale scrittrice Ditteri.
Quando poi lui le scrisse che avrebbe fatto il possibile per essere alla presentazione, le scappò un sorriso che illuminò l’umore di quella mattina.
Se ho capito il tipo – pensò Cristiana tra sé – è capacissimo di venire e di non presentarsi neanche. Oppure non venire per niente. Chissà, magari l’ho pensato come un colto lettore e è solo un mitomane in cerca di attenzione.
L’idea di riuscirlo a scorgere tra la gente e riconoscerlo ormai aveva preso il sopravvento allontanando tutte le altre. Ansia compresa.
La sala si riempì quasi del tutto e il responsabile della manifestazione prese la parola col solito lieve liturgico ritardo. Disse qualche frase così piena di superlativi da lasciar trapelare fin troppo bene che il libro non lo aveva neanche sfogliato.
Un attore senza grandi prospettive si era offerto per leggere stralci di qualche racconto breve. Troppo impostato, pause sbagliate, ma Cristiana Ditteri lo accettò con curiosa indulgenza.
Intanto che la lettura proseguiva, Cristiana continuava a guardare il pubblico. Sembravano sguardi di consapevolezza, ma nascondevano una ricerca. Quella ricerca, la ricerca del suo sconosciuto corrispondente.
E se fosse quello? Il signore robusto e sudato… è stato uno dei primi ad arrivare…
Oppure quel ragazzino magro e pallido. Deve essere uno studente fuori sede, ci scommetterei…
E se invece fosse quell’uomo in giacca che non si stacca dal cellulare? Magari lo fa per nascondersi al mio sguardo.
O se fosse addirittura una donna? Magari è così timida che si è nascosta dietro un personaggio. Anche io lo faccio nei miei libri.
O magari…

Un applauso leggero la riportò al suo ruolo e le diede la parola. E Cristiana tornò a essere la scrittrice Ditteri. Seppe cosa dire, come parlare dei suoi racconti lasciando la voglia di leggerli. Alla fine strinse mani, salutò, prese biglietti da visita e tanti complimenti.
Quando ripartì verso casa fu stranamente felice di potersi chiudere in macchina da sola. Solo lei e quel pensiero che le faceva compagnia Chissà se c’era… Chissà che faccia aveva…

 

Portamici

scooterone2

Lui il giorno dopo la chiamò. Ci mise un attimo di troppo a fare il numero, assaporando quel timore da quindicenne, timore che aveva dimenticato da tempo.

Sai quel discorso che abbiamo fatto ieri? Quando dicevi, andando fuori tema, che ami questa città, che è perfetta per girarci in moto di notte? E ti ricordi quel mio “Portamici” detto con calma sorridente, come se fosse un destino?
Mi è tornato in mente stanotte. Non ho ancora deciso se ero sveglio o se dormivo, se stavo fantasticando o sognando. Ma poi è davvero importante? Ancora non so come mi sia uscito quel portamici, detto così, senza pensare alle conseguenze. Mi è sembrata la parola perfetta da dire di istinto, senza altre parole, senza conseguenze, senza calcoli.
E quel discorso mi è restato impigliato da qualche parte della mente. E stanotte ho sognato (credo) una cosa bellissima. No, non ridere. Ma te lo voglio raccontare.
Ho sognato la continuazione di quel “portamici” imprevisto. Ho sognato che mi portavi in giro in scooter e che sentivo distintamente alcuni profumi e odori di Roma di notte. Poi (non ridere) allargavo le braccia come per prendermela tutta questa aria, questa città. (Ok, nella realtà saremmo caduti, ma nei sogni le leggi della fisica fanno un po’ come ci pare, quindi non pensare agli equilibri e seguimi). Ad un tratto ti facevo un cenno e tu (inspiegabilmente) capivi e accostavi.
Ti dicevo che avevo sentito l’odore di Roma vuota, l’odore di polvere di strada stanca, l’odore di acqua di fontana. Come fosse un elenco da spuntare, un elenco perfetto. E aggiungevo che me ne mancavano ancora alcuni importanti. Volevo sentire l’odore dell’estate che finisce. L’odore del lavoro della gente. L’odore di un sorriso senza pensieri.
E su questo ripartivamo, come alla ricerca…

Lei sorrise. Gli disse democraticamente che tutto questo sogno era molto bello. Che in quel momento non aveva tempo.

Lui sentì benissimo che lei aveva usato la parola sogno. Capì che lei, quella storia, la aveva confinata nel campo di esistenza dei sogni. Sorrise realistico (forse con un sorriso leggermente meno largo) e la salutò con gentilezza.

Lei rimise il telefono in una tasca. Ripose anche l’indugio. Forse nella stessa tasca. Si infilò il casco e partì.