C’è nostalgia e nostalgia

30 gen

Ci sono nostalgie che vanno bene solo per i poeti tristi. Robaccia.
Inutili scatole da tenere nell’armadio solo per la paura di buttarle vie. Perché magari un giorno ci serviranno e avremo il rimpianto di non averle tenute. Tanto poi lo sappiamo che prenderanno solo posto. Lo sappiamo da adesso. Ma non abbiamo il coraggio di liberarcene.

Invece ci sono nostalgie belle. Sì, lo so: nella nostalgia c’è il dolore. Persino nel suo etimo non è difficile da individuare. Ma ci sono davvero nostalgie belle.
Si sente il dolore, ma si sente lontano. E si viene sopraffatti da uno stupore sognante, che lenisce questa mancanza.

Quando avevo una decina di anni siamo andati al mare in giornata. Ai lidi ferraresi, distanti (chissa?) un paio d’ore da dove ci trovavamo. Ci siamo andati con la mia famiglia e quella di un cugino di mio padre. Famiglia che aveva ritmi e figli paragonabili a noi. Il mare non dev’essere stato niente di speciale, perché l’ho dimenticato subito.
Ma a un chiosco abbiamo preso dei cosi fritti. Ce li hanno dati in una carta di quotidiano, che a vederlo così non sembrava tanto pulito.C’è da dire che prima dell’era del colesterolo, il pesce si mangiava poco. (Capita quando nasci in una regione senza mare.)

Ma quei pesciolini, quei gamberetti, quei calamaretti, quei qualunquecosafossero erano davvero buonissimi.
Tanto buoni da avermi lasciato una nostalgia per quel posto, quel momento, quel cartoccio.

Ecco: queste sono le nostalgie buone. Quelle che ti lasciano un sapore in bocca e nella testa. E non ti impegnano spazio negli armadi e nel cuore.

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Dice Sandra

21 gen

dice Sandra che scrive poesieDice Sandra che adesso il tempo non lo conta più come prima. Che lo guarda passare, ma senza patirlo.
Dice Sandra che dopo quasi vent’anni a Firenze, ci è tornata sull’Appennino. Dice che ha la stufa e la catasta di legna fuori. Dice Sandra che è umido, ma si sente a casa come in nessun posto.
Dice Sandra che da quando scrive poesie è entrata in un giro bello. O almeno un giro che le piace. O almeno che le fa compagnia.

Dice Sandra che l’altro giorno ci ha visto due cervi, sulla strada di casa. e dice che non li pensava così alti e che ci ha messo un po’ a capire cosa fossero. E dice anche quanto sono belli.
Dice che da lei ci sono anche volpi e cinghiali e tassi. E una volta ha visto un lupo.
Dice Sandra che bisogna guidare piano, su quelle curve, nel bosco. Perché quando ti attraversano davanti, corrono.

Dice Sandra che quando era vivo, ha incontrato anche Terzani. E dice “quando era vivo” e io penso che sono tre parole sprecate. Perché dopo morto era davvero strano incontrarlo nei boschi. Dice Sandra “Lo conosci Terzani?”. Dico di sì. Dico che ho letto tre o quattro libri di Terzani. Ma non dico che è per caso.

Dice Sandra che sta bene, e vi saluta tutti.

Ungulati e carenza di concentrazione.

19 gen

Ehi ma io parlando di distrazione avevo una bella storia da raccontare. Infatti volevo scriverla. Ma oltre che distrami, ho il vizio di divagare. Allora mi sono trovato a scrivere tutt’altro.
C’era un giorno che mi ero messo in mente di studiare gli ungulati. Sì, proprio di ungulati: dal punto di vista zoologico e nella loro interazione con l’uomo del ventesimo secolo. Quello che non mi lasciava tranquillo è che una categoria zoologica potesse essere così indeterminata. Ok, gli ungulati hanno le unghie come piede. Insomma: gli zoccoli. Ma questa sembra l’insiemistica delle elementari: in quell’insieme mettici tutti gli animali rossi. Rossi? Il lombrico, la coccinella e il carassio? Ma come! Non mi sono messo subito a sutdiare gli ungulati. Prima dovevo fare una cosa.
Avevo un walkman di una sottomarca. Costava la metà e anche se era più pesante, me lo facevo bastare. Anche l’inverno era duro. Come quella plastica. Dovevo uscire, quel pomeriggio, per fare le foto in formato tessera che mi servivano per un documento. Non ricordo se la patente ce l’avessi già, di sicuro avevo la bella abitudine di andare a piedi in ogni direzione fino ai trenta quaranta minuti.
Mia mamma mi aveva spiegato, con la sua enfasi didascalica da professoressa, il posto dove trovare un fotografo per le foto. Io non ho mai capito perché quando deve spiegare qualcosa si metta a scandire le parole come se parlasse ad una seconda media. “Non sono sordo, non sono rimbambito, non sono lontano”.
No, insomma… queste tre condizioni erano sicuramente vere allora. Adesso sono decisamente lontano, ma anche un po’ sordo e non mi ricordo la terza…
Seguo la spiegazione visualizzandola a mente. Auricolari, sciarpa, ascensore e vado. In strada il tasto play e seguo testi della musica e pensieri miei.
Faccio tutta la strada come descritto e, dopo una bella camminata, entro nel negozio che era poco prima dell’angolo che dà su piazza tal dei tali.
Entro nel negozio, apro la giaccavento incasinandomi coi fili della cuffia e dico “Buonasera, dovrei fare 4 fototessera”. Silenzio perplesso.
Dopo due secondi la signora risponde “Qui?”
Mi guardo intorno e mi accorgo di essere in una profumeria.
Avendo nel repertorio un bel po’ di frasi gentili del tipo “Oh, mi scusi” o “Devo avere sbagliato…” o ciarpame simile, guadagno l’uscita senza troppo imbarazzo.
Ecco: quel giorno sarebbe stato meglio avessi studiato gli ungulati, almeno avrei evitato una figuraccia e avrei imparato cosa sono.

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Il capocomico.

17 gen

maschera teatro capocomico addio alle scene drammaturgiaE poi che parola assurda è “capocomico”. Soprattutto se penso alla nostra compagnia teatrale. Noi mettiamo in scena solo cose serie. Impegnate. Per noi la parola Teatro vuole la maiuscola e va a cadere in frasi in cui spesso convive con cultura e con sociale. Noi sappiamo fare le pause. Le sappiamo prendere le battute. E improvvisare, quando serve. Sappiamo essere profondi o lievi. Ma anche quando strappiamo una risata piena, la nostra è denuncia.

Venerdi sera abbiamo portato a Roma l’ultimo spettacolo. E ci siamo trovati un’ora prima, a limare a rifinire, a riassemblare le nostre battute. Come se fossimo ventenni al debutto. Ma Andrea, il capocomico, è un perfezionista.
Il pubblico ci segue, ma il tutto esaurito ci entusiasma ancora ancora. Soprattutto di questi tempi.
Ma venerdi c’era qualcosa di più, nello sguardo di Andrea. Gli applausi piovevano pieni, copiosi, convinti. Ma il suo sorriso era diverso. Come provasse una precoce nostalgia. Come fosse l’anticipazione di un addio. Come nell’ultima messa in scena, a fine stagione. Si riprenderà, forse, ma con una compagnia rimaneggiata. Nuovi equilibri. Qualche faccia nuova, per chi resta. Un mondo nuovo per chi entra o per chi esce.
Ma c’era qualcosa di più, che non è sfuggita a nessuno di noi.
Anche quando il pubblico si esaltava, quegli applausi gli bruciavano addosso. Come se il destino in persona gli avesse rivelato, la sera stessa, che la compagnia, la sua compagnia, la compagnia che portava il suo nome, sarebbe andata ad altri.
Ormai Andrea ha la sua età e ci avrà pensato, ad un avvicendamento. E, da attore navigato qual è, non gli sarà stato difficile, indossare un sorriso credibile. Capace di dissimulare. Creare con la sua mimica, un gesto sicuro e tranquillizzante.
Ma noi abbiamo colto quello sguardo che ha l’odore di polvere del sipario. E ormai ne siamo certi, che qualcosa sta per cambiare. Non abbiamo detto niente. E siamo qui. Un passo dietro al sipario che si chiude davanti a noi. Per riaprirsi come da liturgia. Contiamo fino al tre per un altro inchino. Uno due tre. Inchino. Applausi.

Sipario.

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io

15 gen

Non facevo tanti errori. Ma che noia! I miei temi a scuola mi assomigliavano. Erano un bel resoconto, in cui cercavo di essere oggettivo. Inattaccabile. Ineccepibile. Asettico. Fino a quando un mio professore di Italiano, mi ha insegnato a scrivere. Ha ricamato il mio tema di “Sì, ma tu cosa pensi?”. Uno shock!

La mia barriera protettiva, il mio guscio ha fatto criiick. Un suono sottile, sinistro, inequivocabile. Mi sono sentito scoperto: stanato. Il mio nascondiglio ormai compromesso. E ho reagito.

Ho iniziato a scrivere un’inflazione di io.

Non per vantarmi di qualcosa, ma per provarmi addosso (come dicevo allora) tutto quello di cui parlavo. Mi ha fatto sentire diverso da prima. E questa sensazione mi è piaciuta così tanto che è diventata un modo di essere. Da cronista a protagonista.

Adesso ancora mi rinfacciano questo modo di pormi, come se fosse un tic. Ma sopporto facilmente l’insofferenza che mi dimostra la gente modesta. Compresa quella che la modestia la indossa davanti allo specchio dell’accettabilità sociale.

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Distrazione

29 dic

distrazione attenzione Quando rilascio il tasto shift, dopo aver digitato la prima maiuscola, ho in testa una certa idea di quello che sto per scrivere. Ma quando arrivo all’ultimo punto, ancora prima di rileggere, mi accorgo di avere scritto tutt’altro. Non che sia un male, solo che mi fa pensare. “Vostro figlio è molto bravo ma distratto”. E i miei genitori sentivano solo il “distratto”. Oh, ma se una cosa la capivo al primo colpo. Poi per forza, quando la maestra la rispiegava una seconda e una terza volta io mi annoiavo. E preferivo guardare fuori dalla finestra. Che in quella scuola nuova nuova, ogni aula aveva un cortile suo. Con un’aiuola semicircolare e una betulla. E spesso ci veniva una cinciarella o un pettirosso. E il pettirosso lo sapevo distinguere e chiamare per nome. Perché è stato solo molto dopo che, in una specie di rivalità naturalistica con mio fratello, mi sono messo a imparare i nomi degli uccelli davvero.
Vedete? Non riesco a tenere il timone di un discorso solo. Forse perché nella vita che dicono “reale” (la vita fuori da queste righe) sono fin troppo metodico e coordinato.
To’: guarda che colore strano ha il cielo stamattina…

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Fra un anno esatto: 21.12.2012. La fine.

21 dic

profezia maya calendario fine del mondoI Maya hanno detto che il 21 dicembre 2012 ci sarà la fine del mondo. Fra un anno esatto.

Certo: è tutta una sciocchezza. Se fossi uno stregone Maya e se volessi impressionare chi mi da da mangiare, magari una profezia sulla fine del mondo me la sarei inventata anche io. Magari non la avrei datata così lontana.
Magari avrei messo una data vicina, ma comunque posteriore alla mia probabile morte. Che so? “Fra ottanta anni il mondo finirà…” E il tutto condito da svolazzi di piume e sangue e fuoco, che fanno il loro effetto.
Ma quell’oscuro stregone ha invece indicato una data esatta. Lontanissima dal suo tempo e vicinissima a noi. 20 dicembre 2012. Fra un anno esatto.

Ormai è diventato un tormentone. Tanto che in questo momento di crisi (al plurale) che ci rendono difficoltoso ogni sogno (sempre più singolare), questa storiella è sulla bocca di tutti.

Ma vi suggerisco un esercizio. Facciamo finta, per un attimo, che abbia ragione lo stregone catastrofista: fra un anno davvero il mondo finirà.

Cosa farei di diverso io? Come cambierebbe la mia vita, in attesa di questo termine? In cosa sarei diverso?
Certo: lavorerei di meno. Starei più tempo con le persone che amo. Organizzerei quei viaggi che ho rimandato e rimandato. Saluterei anche quello del primo piano, quello che proprio non sopporto. Niente di che: solo un sorriso di quelli che non lasciano diritto di replica. Metterei in frigo una birra buona e tornerei a cercare un partner per giocare a dadi o a cirulla. Correrei un’altra maratona. Metterei un po’ di ordine in tutti questi fogli sparsi e magari chissà.

A pensarci bene, questa catastrofe non sarebbe poi male. Sapendolo con il giusto anticipo, mi farebbe vivere meglio.
Vuoi vedere che quello stregone alla fine era solo un sognatore che un giorno si è messo in testa di regalarci un anno più felice?

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Un buco nero lì davanti

19 dic

Quando il primo raggio di sole riuscì a toccarla, era già passata un’ora. La luce pigra di gennaio era filtrata dalla tapparella del bagno e si era spostata piano, fino a raggiungere i suoi piedi. E lei era lì. Seduta per terra, di traverso, sulla soglia del bagno. Guardando verso lo stipite opposto. Ma senza vederlo.
Pensava a Marco, ai quasi sette anni insieme. Pensava all’anno in cui avevano convissuto e a come erano tornati indietro. Anzi lei era tornata indietro. E le amiche glielo avevano anche lasciato capire, che certi dietrofront sono messaggi fin troppo chiari. Ma lei niente.
Non riusciva a muoversi. Guardava fisso davanti a sé. E vedeva un buco nero. Forse era colpa di quell’attrazione sovrumana, se si sentiva così. La forza gravitazionale di quel buco nero le dava un misto di vuoto e di vertigine.
Non era dolore vero. Più la disperazione istantanea che si prova al vertice delle montagne russe.
E restava così. Non aveva voglia di contrapporre pensieri razionali a quello che sentiva. A quella disperazione muta. Non pensava alla sua laurea brillante e a tutta la vita davanti. Sentiva solo di non riuscire a mettere abbastanza vespaio per colmare quel buco nero. Che da quella soffitta andava giù. Fino alle fondamenta di quella vita. Fino al centro di quel pianeta piccolo piccolo.

Ci volle solo la notte prematura di gennaio a mettere fine a quei pensieri. A lasciare solo il bruciore agli occhi. Solo il dolore al collo. Solo le mani gonfie.

Quel vuoto mi affascina. La paura di provarlo, di esserne inghiottito. Di trovarmici senza riuscire a controllarne le ragioni che mi avevano condotto ai bordi. Ogni tanto ci penso, a quel buco nero. Che una volta mi ha inghiottito.

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Proprio porporina!

16 dic

brillantina, porporina, bricolage, art attack, decorazioni di nataleDa piccolo chiamavo quella sostanza “brillantina“. E ogni singolo frammento luminescente “brillantino”. “Brillantini” al plurale numerabile.
Più tardi mi hanno insegnato a chiamarla “porporìna“. Che il dizionario definisce come  polvere metallica usata per colorare in oro o argento.

Comunque sia portato a chiamarla, io la odio. No: non è un fastidio o una insofferenza. E’ proprio odio. Odio ottuso e profondo. Odio vero.

La porporina (mi rassegno a chiamarla così) è specie mutevole. Quando arrivano le feste, ne trovi le prime tracce sul pavimento di casa. Capisci che c’è. Che è lì. Che ti perseguiterà.
Si attacca alle ciabatte di pezza. Si annida. Si riproduce, forse.
Per ripresentarsi giorni dopo. Magari con una delle sue pagliuzze che ti si ficca su una gota. A raccontare di veglioni mai esistiti. Di una baldoria finta e imbellettata.
Oppure su attacca alla giacca, facendoti sembrare poco serio. Oppure sulle mani. Le mani! Sono un veicolo di questa infezione.

Il contagio si diffonde velocemente per mezzo dei bambini. Esseri indifesi in preda a baby sitter o maestre che si sentono creativi di art attack. E che invece fanno solo il gioco della porporina. E non ho mai capito se ci sia malizia, nel giocare questo gioco.  Lo sporco gioco della porporina.

E più energia ci metti, a toglierla di mezzo con scopa e stracci, più vigore trova nel rispuntare.

E nella fatica senza esito di questa battaglia, mi immagino una fine del mondo. Un’apocalisse nucleare, come quelle paventate dei film degli anni Sessanta.
Un fungo atomico, bagliori in bianco e nero. E un triste fall-out che uccide tutto. Polvere e radiazioni.

Porporina.

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Una storia attaccata a un lampione

11 dic

Dove corro c’è un lampione. E attaccati al lampione dei fiori. Tenuti su con nastro adesivo. Raccontano, meglio di quanto potrei fare io, una storia. Una storia che poi, chiedendo in giro, ho ricostruito. Ne ho raccolto frammenti. E ho cercato di riordinarli. Una ragazzina delle medie, figlia di indiani, scende dall’autobus. Non aspetta che l’autobus riparta e attraversa la strada. Davanti all’autobus stesso. Un automobilista impaziente stava superando l’autobus e la investe. Morta.
La volevo raccontare, questa storia, perché ogni volta che ci passo mi immagino la voragine di dolore di genitori che perdono una figlia. Non è un buco nero. E’ proprio una voragine. Che ci vuole tanto tanto tempo e tanta troppa energia per colmare. Senza dire niente mi tolgo il cappello, come si faceva una volta in segno di rispetto. E continuo a correre di fianco. Mentre alcuni pensieri restano impigliati a quei fiori di plastica.
Oggi ho visto uno dei vasi di plastica ribaltato, colpa del vento. Mi sono fermato per rimetterlo in piedi. L’ho sentito leggerissimo. Geranei e terra secca, terra di serra, terra spugnosa, quasi finta. Non poteva stare in piedi. Troppo leggero. Sarebbe servita acqua, a renderlo pesante, a renderlo meno innaturale. Invece niente. Penso a quella bambina trapiantata a Roma. Sarebbe servita acqua e sapienza.
Ho pensato all’amore riversato in quei fiori da 2,99 euro. E a quanto sia sbagliato per un genitore sopravvivere ai propri figli. E a un passo sulle strisce, scendendo dall’autobus. Riparto, ho un allenamento da finire, ho una vita da completare.

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