Acqua benedetta

acquabenedetta
La signorina Caterina ha cinquantatré anni ed è signorina. Lei preferisce dire così, piuttosto che usare quel volgarissimo nubile che gli ufficiali di anagrafe le sbattono in faccia costringendola a farci i conti.
A ottobre sono tre anni che vive da sola: da quando sua mamma (santa donna!) è venuta a mancare.
Nel cercare il mazzo di chiavi della cantina condominiale ha preso la sedia e si è avventurata nell’anta superiore della vetrinetta in noce del soggiorno. Doveva essere lì, nel portafrutta di Murano, con tutti gli altri mazzi di chiavi che si usano molto di rado. Doveva avere un portachiavi giallo, di quelli con l’etichetta da compilare, che viene sempre lasciata in bianco. A parte la facile acrobazia sulla sedia non è stato difficile trovare le chiavi. Ma un oggetto ha attirato l’attenzione della signorina Caterina.
Nella stessa vetrinetta, in fondo, c’era una bottiglia di plastica trasparente da un litro. E’ piena d’acqua e sul davanti ha un’etichetta fotocopiata “Acqua Santa. Santuario della Madonna della Misericordia”. La bottiglia è di plastica del latte e porta una scadenza di sette anni prima.
La guarda con la stessa tenerezza con cui guarda ogni oggetto di sua mamma che le si ripresenta in mano.

La tiene un po’ in mano. Cercando di capire da quale gita parrocchiale della mamma arrivasse. Inizia a fare i conti sul tempo passato da quando è stata messa in quel mobile per non uscirne più. La signorina Caterina è una donna pratica. Capisce che non ha senso tenerla ma non sa come disfarsene. Ricorda che una volta, raccogliendo un vecchio santino ammuffito lo aveva buttato nella spazzatura. La mamma inorridita le aveva detto “Ma cosa fai? Non sai che non si buttano nell’immondizia queste cose? Sono benedette! Andrebbero bruciate, andrebbero”.
Lei non fece obiezioni, si fidò della dogmatica indicazione materna e riprese santino e rimbrotto. Una volta lisciato lo infilò tra le pagine della Bibbia e la rimise nella biblioteca. “Deve essere ancora lì”, pensò. Ma il problema era un altro: per liberarmi di questa bottiglia di acqua benedetta come devo fare? “
Certo la mamma chissà dov’è e chissà se mi vede” pensò “ma non posso liberarmene in un modo che le sarebbe sgradito”.
Pensò di portarla in Chiesa. Versarla nell’acquasantiera, chiudere la questione con un segno della croce e andarsene. Mise chiavi e bottiglia nella borsa e si incamminò. Ma ad ogni passo pensava che forse non era una bella idea. Forse avrebbe dovuto chiedere. Sembrava più un blitz da ecoterrorista, di quelli che avvelenano i pozzi. E poi chissà da quanto è qui, se è ancora pulita, se la carica batterica…
Le balenarono tanti brutti pensieri che alla fine tornò sui suoi passi e rincasò.
Posata la bottiglia sul tavolo della cucina, si sedette di fronte guardandola. E se la regalassi a una sua amica? Una che sa cosa farsene. Potrei dire che è un caro ricordo di lei… Ma si presenta così male in questa bottiglia di plastica invecchiata… no, no, ci farei una brutta figura…
Pensò allora di usarla. Ma come si usa? Come un profumo, uscendo di casa, poche gocce sui polsi a benedire tutta la giornata davanti? Ma questa pratica è orribile: sembra un rito di chissà quale sciamano. Superstizione, superstizione pura. No, no, non si può fare.
La signorina Caterina è triste. Non sa come uscirne. E quando si sente in questa condizione senza scampo tira fuori la bottiglia del Cynar e beve un bicchierino. La bottiglia è sempre lì davanti a lei. Cosa fare? Cosa farne?
Un altro bicchierino fa sentire la testa più leggera e comincia a fantasticare sulle soluzioni più fantasiose.
Il giorno cala piano senza che la signorina Caterina si preoccupi di una cena, di un programma. Ha davanti il suo problema e lo vuole affrontare.
Ad un certo punto prende la bottiglia, svita il tappo verde e la beve. Tutta, sorso dopo sorso. Non è fresca, non ha un buon sapore, ma la beve. Non capisce se l’amaro in bocca è dovuto al Cynar o all’acqua benedetta ma contina, fino alla fine.

Va a letto senza cena e senza un’idea precisa dell’ora che si è fatta. Un po’ la stupisce il buio così fitto quando abbassa le tapparelle.

Di notte le tocca alzarsi per andare di corsa al gabinetto. Una corsa davvero. Un mal di pancia che libera le sue fitte in una seduta scomodissima.
Sarà l’alcol, sarà la tensione, ma adesso è lì la signorina Caterina, coi pantaloni del pigiama alle caviglie che ringrazia il Cielo di questa benedizione. Lei che è sempre così problematica nel liberarsi. In quella manifestazione non ci legge l’effetto di colonie batteriche ma l’aiuto dell’acqua benedetta.
Torna a letto che sta quasi bene. Si sente fortunata, la signorina Caterina.
Vorrebbe raccontarla a qualcuno, questa grazia, ma come si fa!

La conferenza stampa di Millennium

conferenza stampa
Poi capita che come blogger/twistar/qualcosa mi invitano a Millennium, una trasmissione estiva di Raitre. Una trasmissione che, essendo nuova, è difficilissimo definire senza cadere in citazioni asfittiche.
“Hai presente un programma di approfondimento politico in stile Raitre?”
“Ah Ballarò”
“Sì, cioè no. Ballarò continua ma Floris è passato a La7 quindi non si deve dire. Come Ballarò ma più estiva”
“Ah come DeeJay television on the Beach”
“Sì, cioè no: un po’ meno estiva”
Ecco questo scambio è un po’ la sintesi di quello che si ripropone di essere la trasmissione.

Hanno scelto tre conduttrici. Mia Ceran, Elisabetta Margonari, Marianna Aprile. In rigoroso ordine di come cacchio mi sono venute in mente, visto che non devo rendere conto a nessuno dell’ordine. Questa triplice conduzione richiama (ancora una volta) modelli del passato. Sono più Charlie’s Angels o più Streghe di Eastwick? Spero la seconda, visto che l’informazione che mi piace è quella poco patinata e poco ammiccante verso i Tom Bosley di turno. Ma le tre giornaliste sono tranquille. Danno l’impressione di avere addosso la consapevolezza di chi si è preparato bene. Poi inciampano (beata gioventù) sulla discussione circa le loro età. Argomento che, in caso di conduzione triplice al maschile non sarebbe stato di nessun interesse.

Ah dimenticavo: vista la alta propensione a perdere tempo sui social network del direttore di Raitre (Andrea Vianello) e la visione laterale degli autori, si è pensato di mettere in studio della gente della rete . Soggetti  in grado di testimoniare quello che succede in diretta e di lanciare e rilanciare sui social network, i temi dibattuti in studio. Ma a noi piace di più vederci come dei pierini che pontificano da un osservatorio di lusso.

La conferenza stampa è stata, a tratti, un’avventura ai limiti del surreale. Almeno per me che i giornalisti li tratto al massimo uno alla volta.

Mi sono trovato in orario in una sala vuota (ah già, in quella di fianco c’era il buffet).
Poi piano piano si è popolata di giornalisti che si danno del tu per tradizione non scritta.

Si presentano con un nome e una testata (in senso buono).
- Sono Enrico, qui per il Corriere
- Sono Sara, qui per Vanity
- Sono Pierferderico, qui per TV Sorrisi
E io cosa dico a questi? Se ne accorgono subito che sono diverso. Allora scimmiotto:
-Sono Simone, qui per caso.
Non gradiscono. Pazienza.

La sala si popola e il bar di Star Wars alla fine è pieno. Umanità fin troppo varia. Sandaloni lucidi sotto vestiti del mercato (io non devo dimostrare niente), di fianco a vestiti griffati che fanno pendent a pettinature da giovane per qualche professionista evidentemente in causa con l’anagrafe.
Finto smart casual per qualche giornalista che vuol darsi un’aria da strada. Un vestito da sera all’ora sbagliata (Scusi, per l’Auditorium?).
Poi i dirigenti RAI. Ne ho distinti nettamente due filoni, in base  al colorito. La giacca e cravatta e il tono pallido del vice qualcosa (Sono elegante, lavoro molto, mai ‘na gioia)
La giacca e cravatta e abbronzatura da barca del mega direttore consapevole del suo “io sono io”.

I giornalisti che fanno le domande, però si fissano su paradigmi vecchi, vecchissimi, superati. Parlano delle trasmissioni vecchie e degli ex. Sembrano calciatori che hanno smesso di giocare e parlano ossessivamente di quando giocava Rivera. Anche se Rivera è passato a La7 solo da due settimane.

Giornalisti molto bravi, dicono. Di quelli che sanno scrivere Ferzan Ozpetek tutto di getto: senza controllare la grafia su wikipedia! Ma che forse non sanno concedersi il lusso di ascoltare il nuovo. Di chiedere cosa ci sarà di nuovo e di non ancora visto. Incalzano sull’uscita di Floris, sull’ospite di turno, sulla scaletta. Cose già viste, forse.

Ma io voglio credere che questa sia anche  la televisione che prova a non fare più solo la televisione. Ma cerca di allargarsi su un secondo schermo: quello che non si limita a propinare ma va in due direzioni. In e out. Questa idea mi mette di buon umore e il feeling è molto buono. Ma per adesso sono influenzato dall’affetto dell’esordio e il mio giudizio non è limpido.
Vedremo.
(Millennium, Raitre, dal 15 luglio per 7 martedi in prima serata)

Persino il cane

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I miei figli non hanno fobie. In questo ci prendiamo i nostri meriti. Abbiamo sempre cercato di passare l’idea che tutto va affrontato serenamente. Soprattutto le cose che non conosciamo. Gli insetti, per esempio, non sono degli esseri schifosi, ripugnanti, minacciosi, odddiocheschiiiiifo. Sono dei piccoli esseri viventi che possono essere avvicinati e presi in mano. Rivelandosi molto spesso interessanti.
Lo stesso per gli anfibi, per i rettili con le zampe, gli uccelli.
Una cosa però l’ho sbagliata in pieno. Ho instillato nei miei figli la paura dei cani.

Crescendo in città per me i cani sono quelli che minavano il percorso tra la casa e la scuola. E uno distratto come me è un pestatore recidivo.
Poi ci sono i cani da caccia di mio zio che (appena liberati) saltavano come se fossimo vecchi amici e mi riempivano di linguate e di unghiate. Il sollievo era quando venivano presi e rimessi alla catena.

Quando ho cominciato a portare fuori i miei figli col passeggino spesso io gioco di fare lo slalom (Luca ci teneva tanto a una guida sportiva!) diventava una necessità.
Con la crescita dei figli è cresciuta anche una sottile apprensione per i loro rischi. Quindi sono nati i “Non toccare quel cane, non ti conosce”.
Pericolo evitato.

Ma adesso mi sono accorto che hanno paura dei cani. Non è questo che volevo. Devo trovare il modo di farli riavvicinare. Il cane non è un nemico davanti al quale fuggire. Il cane può essere amico. Persino un amico loro. Persino (respiro profondo) un amico mio. Capisci cosa sto dicendo? Amico! Il cane! Persino il cane!

(Per il padrone del cane ne riparliamo dopo che tutti i marciapiedi sono puliti)

L’argine cede

argine

Di fianco a questo argine ci siamo nati. Ce ne siamo presi cura noi, dopo i nostri padri. E prima di loro i nostri nonni e indietro e indietro e indietro ancora. L’argine è come se ci fosse sempre stato. Ha qualcosa che lo mette al di fuori del tempo.

L’argine divide questa terra.
Di qui è letto del fiume, è golena, è spazio dove il grande fiume può uscire a gridare le sue antiche litanie sorde ogni volta che vuole.
Di là è terra strappata alla palude. E’ bonifica, è campi, è grano, è fame scampata per una stagione ancora.
No, prima non era così. Dicono che qui era palude, che ogni piena il grande fiume decidesse come ridisegnarsi. Ma adesso c’è e ci rassicura.

E stanotte siamo qui, tutti gli uomini abili, a vegliare questa piena. E il fiume sale, sale, sale. Come se non dovesse mai fermarsi. Piantiamo bastoncini lungo la sua banca. Per vedere quanti ci mette a sommergerne la base. E spostiamo di ora in ora in su il livello della nostra paura.
Sgraniamo preghiere e bestemmie allo stesso indirizzo. Non sappiamo più cosa chi come.
Continua a piovere, continua a salire. E guardi il fiume senza capire più se è l’acqua che lo sta ingrossando è proprio l’acqua che è sta cadendo ora, o è quella piovuta nelle ore scorse o nei giorni scorsi nelle settimane scorse. Piove che mi sembra una vita. Fa freddo di notte e anche le ossa sono bagnate. Ma di fronte a questa paura non ce ne lamentiamo. E’ l’attesa che fa male, non le ossa.

Questo argine lo abbiamo sempre visto come una sponda, come parete di contenitore.
Ma adesso l’acqua filtra, penetra, imbeve. E non la sappiamo maledire, questa acqua, perché è la stessa acqua che abbiamo invocato per bagnare i raccolti. E adesso è un nemico che odiamo e che rispettiamo. Quest’acqua che non si fa contenere ma corrompe.
Nella poca luce che cala fissiamo lo sguardo, appoggiandoci ai badili fermi, sull’acqua marrone scorrere verso destra. E senza accorgerci ci imprigiona, ci fa perdere il senso, ci ruba l’equilibrio. L’amiamo come un errore, prima di riprenderci la nostra vita di equilibri.
L’argine diventa pane nella minestra. Diventa dubbio.

Poi l’argine si rompe, nella notte.  Allora è terrore e inconfessabile liberazione. E’ incapacità di capire le conseguenze. Stupore di morte.
L’argine si rompe e lo sai che da questo momento esatto non sarà come prima.
Lo riparerai, metterai sacchi di sabbia. E sopra i sacchi terra e sopra la terra speranza, sperando che tenga.
Magari ti saprai riprendere i campi, la casa. Seminerai un altro raccolto.

Ma sai che non sarà più come prima. Perché adesso lo sai che l’argine non è invincibile.
Adesso lo sai che l’argine può cedere. Sai che l’argine cede.

Io devo correre

scarpavecchia

Scrivevo tempo fa di un vecchietto sconosciuto, che incontro spesso quando vado a correre. Nella mia mente avevo costruito tutto un personaggio complicato che mi piaceva molto. Ne parlavo ai miei figli dicendo loro “Vorrei avere ancora la voglia di correre, a quell’età”.
Poi nel parcheggio della scuola, un giorno in cui sono andato fuori dagli orari soliti l’ho incontrato.
Mi sono avvicinato con un sorriso e, vedendomi in giacca e cravatta invece che in maglietta e pantaloncini, ci ha messo un po’ a riconoscermi.
“Buongiorno, ci incontriamo sempre la mattina, quando andiamo a correre…” – Aprendo un sorriso che speravo tanto venisse accolto con un altro.
“Ciao bello!  Che piacere”.
Ci siamo stretti la mano, come due vecchi amici.
Volevo verificare se il romanzo che nella mia mente avevo scritto su di lui avesse un qualche riscontro.
Gli sparato una frase molto retorica che però (è questo il brutto) è una cosa che penso davvero. “Ho raccontato ai miei figli che la vedo correre, ho detto Guardate che bravo! Spero di avere sempre voglia di correre quando avrò la sua età…”
E lui senza lasciarmi la mano mi racconta un frammento della sua vita.
“Ma io devo correre. Mia figlia ha due bambini di dieci e cinque anni. E il marito, il compagno, insomma… se n’è andato che lei è ancora giovane…”
Non capisco se l’ha lasciata o se è morto, ma non chiedo. Lui continua.
“Quindi io devo prendermi cura di loro. E non posso farlo come un vecchio. Io devo correre, devo tenermi in forma. Non per me, per loro”
Questa strana rivelazione mi imbarazza, come mi lascia un leggero disagio notare i denti che mancano.
Vorrei dirgli qualcosa di rassicurante, di consolatorio, ma adesso ho solo fretta di liberarmi da quella stretta. Trovo il modo di salutarlo e di complimentarmi per l’impegno nella corsa. Non è un grande argomento, ma non ne trovo di migliori.
Saluto e salgo in auto con un certo sollievo.
Le vite degli altri sono sempre più belle quando le sceneggiamo noi.

La macchia bianca

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Gli scatoloni sono pronti nel salone. Non hanno dovuto discutere molto Alessandro e Federica. In questi mesi in cui avevano deciso che è finita hanno imparato anche a puntarsi i silenzi reciprocamente contro. E’ una separazione educata, non una di quelle con piatti rotti e bicchieri lanciati contro il muro. E’ la presa di coscienza che non è andata. E questo è un bene, forse.
Alessandro guarda l’orologio e pensa che Marco è in ritardo, come al solito. Deve arrivare con il furgone preso in prestito al lavoro per spostare gli scatoloni che contengono mezza casa.
C’è il divano libero ma lui è seduto su uno di questi scatoloni. Ha preso uno dei libri che spuntava da un altro scatolone e lo sta sfogliando. Come se riuscisse a leggerlo, come se riuscisse davvero a pensare ad altro.
Federica è in camera che trova nervosamente qualcosa da fare pur di non guardarlo. In fondo non è stato difficile dividersi i libri, i soprammobili, i quadri. Due personalità adulte con gusti adulti. Forse è per questo che poi non è andata. Certo, ci sarebbe anche quella storia dei messaggi sul cellulare, messaggi che non potevano essere equivocati. Messaggi che hanno messo davanti un’evidenza: la necessità di decretare che l’emulsione delle loro vite non è mai diventata davvero una miscela.
Alessandro guarda la macchia bianca sul muro dove c’era un quadro. Non ha passatempi migliori in questi minuti dilatati. E Marco è sempre più in ritardo, con quel maledetto furgone.
Pensa a quel bianco, protetto dalla sagoma del quadro. Quel bianco che, tolto il quadro, risplende nel soggiorno. Il colore è lo stesso di un tempo, di quando hanno tinteggiato insieme. Tanto risparmiamo, tanto è bianco. E’ restato dello stesso candore di quando erano una coppia e non due individui. La parete intorno alla macchia è diventata leggermente più scura. Colpa del tempo e della luce. Forse è più brutta, forse è solo più sincera: si è confrontata con quello che è successo fuori. Non è restata nascosta, rintanata, protetta, così artificialmente bianca.
Pensa a quei centimetri quadrati di parete che una volta erano uguali e, giorno dopo giorno, sono diventati così diversi, così distinti. E anche a guardare indietro è impossibile trovare un evento, una circostanza, una datazione scientifica.
Forse quella parete quasi bianca e quella macchia bianca somigliano a Ale e Fede.
Il citofono suona: è Marco. Era ora!

La triste storia delle parole che creano

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C’era una volta uno scrivano che si chiamava Giuseppe. Per lavoro Giuseppe scrive, ma non scrive cose che aveva in mente: scrive per conto degli altri, quelli che non hanno mai imparato a farlo. Quasi tutti i giorni Giuseppe esce presto la mattina e apparecchia il suo piccolo banchino davanti al palazzo del Governatore. E’ lì che i suoi concittadini lo cercano quando  hanno più bisogno di una lettera, di un documento, di una dichiarazione. Ed è lì che tutti sanno dove cercare il signor Giuseppe.
Arrivato nel suo solito angolo, toglie dalla sacca di cuoio le penne d’oca, la scatola di legno coi pennini e la bottiglietta con l’inchiostro nero di china. Li dispone sempre nello stesso ordine sul tavolo, in modo da lasciare spazio per i fogli al centro. Poi finalmente prende i fogli, li mette al centro del tavolo e li stira con un movimento del palmo.
Giuseppe sorride in modo timido. A differenza degli altri che hanno studiato non scava solchi tra sé e le persone chiedono il suo aiuto in cambio di un carlino di bronzo. Non si dà aria da notabile, gli piace lavorare all’aria aperta e scambiare quattro parole con le persone del paese. Il giovedì, invece, il banchino lo mette nella piazza della chiesa: è lì che c’è il mercato.
Giuseppe ha un’età che è difficile definire. Il sorriso suggerisce la sua giovinezza, ma le maniche di camicia e il ruolo da dotto lo invecchiano un po’.
Passa le giornate a scrivere per conto delle madri, lettere di risposte ai figli emigrati. Oppure proposte di contratto indirizzate a padroni di terreni che vivono lontano, in città e che si sono disinteressati dei campi. Scrive anche copie dei certificati di battesimo, che il curato dovrà firmare prima di usarli per chiedere di essere maritati in chiesa.
Ma quello che più ama sono le lettere d’amore. Gli sembra quasi di esserne protagonista, quando un ragazzo deve scrivere alla sua bella e lui partecipa, suggerisce parole, frasi, immagini.
Lo fa con gli occhi bassi, sul foglio, per non mostrarsi troppo partecipe ma soprattutto perché sente sul capo il peso dolce della sua modestia.
Lui chiede sempre un carlino, uno solo, per ogni lettera. Ma spesso quando il carlino non è nella tasca del paesano dice “E’ lo stesso, me lo porterete quando l’avrete doppio”.
Un giorno però accade un fatto strano. Dopo avere rimandato il pagamento di un carlino, l’anziana beneficiaria di questo discreto regalo lo benedice con una frase strana, detta da lei. “Siete molto generoso. Vi auguro che da oggi possiate rendere vero quello che le vostre parole raccontano”.
Giuseppe arrossisce, non gli accade spesso di ricevere parole di tanto amore. Alla fine della giornata rimette  i suoi arnesi leggeri nella borsa e rincasa con il tavolino sotto braccio. Ma ancora quella frase non gli si stacca di dosso.
“…rendere vero quello che le vostre parole raccontano”
“…rendere vero quello che le vostre parole raccontano”
Ma cosa significa? Le parole descrivono la realtà. Non la creano. Cosa significa?
Nei giorni successivi riprende il suo lavoro nello stesso modo. Ma comincia a notare delle strane coincidenze.
Berto della Lunga si rivolge a lui per scrivere l’ennesima lettera d’amore a una lontana cugina che abitava a Rocca Madura. Nello scegliere le parole si spinge oltre e azzarda “Quando vi penso mi sembra di vedere un arcobaleno”. E appena terminata la letterata, nel cielo ecco che appare davvero un arcobaleno verso levante. Così bello che la gente si ferma anche un intero minuto per guardarlo.
Il giorno dopo, scrivendo per conto del maniscalco Nardone “…e spero che mi paghiate i ferri del mese scorso o che i vostri cavalli li possano perdere subito” capita che il destinatario della missiva, passando per il paese, perde tutti e quattro i ferri non pagati. Restano come incollati alla strada davanti alla bottega. E se tutti danno la colpa  alla strada fangosa, il povero Giuseppe comincia a preoccuparsi.
Vuoi vedere che era una strega? Vuoi vedere che mi ha fatto un incantesimo e che adesso io… E dalla disperazione non riusce a finire la frase neanche nei suoi pensieri.
Passano i giorni e questi piccoli prodigi si ripetono mentre Giuseppe tiene sempre più stretto il segreto di quell’augurio ricevuto. Ma passando il tempo Giuseppe nota un aspetto che fece lo tranquillizza non poco. Tutti gli accadimenti che si verificano sono positivi, naturali. Niente morti  maledizioni che si avveravano. Solo episodi buffi o piacevoli. Torti riparati, giustizia ristabilita, ostacoli rimossi, amori sbocciati.

Tra una lettera e l’altra comincia a fantasticare su come usare questo dono. Sì, dono. Così lo definisce tra sé e sé.
Decide che poteva usare un po’ del bene che nasce da questo dono per sé. Decide di osare, ma con prudenza.
C’era la bella Matilda che ogni tanto passava davanti al suo banchino e salutava con un sorriso pieno di gentilezza. Lui chinava il capo per non affrontare quell’onda di felicità. Quasi si dispiaceva che lei avesse imparato a leggere e scrivere e per questo non avesse mai bisogno dei servigi di uno scrivano.
Il pensiero di poterla avvicinare riesce piano piano a allentare la sua timidezza. E un giorno, finalmente le scrive un biglietto “Mi piacerebbe conoscerti”. Lo scrive così, in modo semplice, diretto. E l’indomani, dono o non dono, succede. Lei passa, gli manda un sorriso poi torna sui suoi passi e si avvicina. Allunga la mano come un uomo e gli dice “Tanto piacere, mi chiamo Matilda, ma questo lo sai già. Mi ha fatto piacere leggere quelle poche parole. Grazie.”
Lui perde di vista ogni remora e le scrive frasi che puntuali si avverano.
“Mi piacerebbe che avessimo l’occasione di parlare”
“…di passare del tempo assieme”
“…di conoscerci veramente”
Infine, quando le scrive “Oh quanto vorrei che il mio amore fosse ricambiato” il cuore di Matilda è già pronto a ricambiare.
I due presto si amano di un amore profondo e senza calcolo.
Lui le parla della sua felicità, di quanto desidera la felicità anche di lei. E i due sono presto felici, felici davvero.
Tutte le parole diventano vere. Forse grazie al dono, di cui quasi si è scordato. Forse grazie al fatto che ha iniziato a vivere la sua vita e non solo quella degli altri attraverso le parole in bella grafia.

Colmo di entusiasmo decide di regalarle la cosa più preziosa che ha. Il dono stesso.
Lei lo accetta senza capire bene di che cosa si tratti. Lo usa senza cautela, senza libretti di istruzioni da consultare.
Circondata di tanto amore, e dovendo fare i conti con questo strano dono, comincia a parlare di dubbio. Lei usa proprio questa frase “Ma se avevi questo particolare dono, adesso devo mettere in dubbio che ci siamo innamorati per effetto di questo strano prodigio”.
Ma il dono continua a funzionare. E il dubbio, espresso a parole, diventa concreto.
Il dubbio c’è, si manifesta e incrina l’amore come il gelo fa col marmo di cava.
L’amore si crepa, si incrina, si spacca. Per il fatto di avere insinuato il dubbio nel loro amore, questo soccombe.
Matilda per il rimorso si dispera. E dice “Sono disperata”. E disperatamente scrive che senza amore si sente morire.
E, come in esecuzione di una profezia, muore. Muore davvero.
Giuseppe è disperato. Non sa più cosa fare. Questo dono che lo aveva liberato dalla sua solitudine adesso gli ha tolto l’amore.
A questo punto, però, si verifica un fatto davvero prodigioso. Nonostante le parole dicessero che l’amore non c’è più, annientato dal dubbio, Giuseppe continua ad amare Matilda. Anche adesso che lei è morta.
L’amore di Giuseppe è così forte che alla fine travolge e annienta il potere magico di questo dono, che viene annientato e svanisce

Giuseppe decide in questo esatto momento che le parole, anche senza il dono, possono continuare a creare il bello, il giusto, l’amore.

E si mette a scrivere.
Giorno e notte. Lettere per maniscalchi, contadini, macellai, fattori. Ma anche per notabili, gentildonne, ragazzi e fanciulle piene di sogni.
Si mette a cercare il bello ovunque e a scriverlo. Si mette a scrivere per il bello e incomincia finalmente a vivere.
A vivere felice e contento.