Odio sentirmi invadente

bussare

C’è un equilibrio strano che mi ha sempre accompagnato. Da piccolo ero timido, troppo timido. Mi avevano educato al rispetto. Rispetto delle persone, rispetto della quiete, rispetto del decoro del condominio. Non dovevo essere maleducato con le persone (ottimo insegnamento), non dovevo essere inutilmente chiassoso (buon insegnamento), non dovevo fare casino nel pianerottolo, dare cattivo spettacolo, farmi riconoscere.
Adesso che è il mio turno di essere noioso, anche io sto passando questi discutibili insegnamenti ai miei (indipendentissimi) discendenti. Quindi dovrei avere il pudore di non criticarli troppo, questi precetti.

A scuola ero bravino. Anzi di più: ero bravo, decisamente bravo. Ma quando mi interrogavano, alla lavagna o dal posto, io arrossivo. Non era inadeguatezza: le risposte le sapevo. Era il timore del giudizio degli altri, la paura di parlare in pubblico. Fosse anche il pubblico consueto della mia classe.
Questa timidezza, con gli anni l’ho vinta. Ho imparato a parlare davanti a molte persone. Ho imparato a essere spigliato. A fregarmene delle critiche. A non arrossire.

Ma mi è restata dentro anche una parte di quella mia anima di prima. E questa contraddizione si manifesta in un dubbio. Il dubbio. Quando una persona mi interessa so che è bene dimostrarlo. Essendo presente, propositivo, visibile. Ma poi la mia parte timida si ricorda del Simone che sapeva arrossire e si pone mille “ma se?”
Ma se fossi invadente?
Se stessi esagerando?
Se, senza accorgermi, fossi diventato molesto?

Iniziamo a frequentare una nuova famiglia, magari perché abbiamo i figli in classe assieme. E, se mi trovo bene, mi viene spontaneo ipotizzare uscite, gite, occasioni. Ma poi mi blocco. Mi vengono quelle domande. Sorge quell’odioso dubbio di esagerare, di essere invadente. Odio sentirmi invadente.
Ecco: penso che ogni situazione positiva nasca da un equilibrio. Non un equilibrio statico, ma un equilibrio dinamico. Fatto di contrapposizioni, di aggiustamenti progressivi. Una specie di giroscopio che gira gira per stare saldamente fermo. Non so se ha senso, ma mi piace.
Capisci cosa sto dicendo? Mi interessa che ti arrivi in modo diretto… ma dimmi: non è che sto diventando troppo invadente?

 

 

 

Tre metri sopra il telo

soffitto

L’anno prima c’era stata una perdita nel bagno del vicino di sopra. Una chiazza di umidità, silenziosa e lenta come una cattiva abitudine,  si era allargata sul soffitto del nostro bagno e nella cameretta di Luca e Federico. Abbiamo fatto quello che si fa di solito. Avvisato il vicino, ascoltato scuse di rito, incassato promesse di sistemazione. Dopo qualche settimana un imbianchino frettoloso ha dato una mano di fissativo e di bianco sui soffitti piagnucolanti. Sembrava un lavoro ben fatto. Solo che l’umidità era ancora sotto, non le avevano dato il tempo di uscire, di cercare una strada, di fare cose, di vedere gente, di farsi una vita insomma.
Già in primavera questa crosta acrilica ha cominciato a gonfiarsi in più punti, ma senza cadere. Come chi ha la coscienza sporca ho fatto finta di niente e ho solo imparato a rivolgere meno lo sguardo verso il cielo. Fino a quando se ne è accorta anche Francesca, che ha usato una frase drammatica drammatica “Il soffitto sta cadendo”.
Non potendo più far finta di niente, ho preso una decisione. Avrei rimandato il più possibile.
“Guarda fra un po’ è estate, appena ho un po’ di tempo do una bella imbiancata al soffitto”.
“Imbiancata? Perché proprio bianco? Pensavo che, essendo la camera dei bambini potremmo dare spazio alla fantasia…”
“Come fantasia? Lo sai che a me piacciono solo i muri bianchi. Figurati i soffitti. Si dice imbiancare proprio perché il colore giusto è il bianco…”
“Come sei noioso. Usa un po’ di fantasia, qualche volta…”
“Ma che colore avresti pensato, così: solo per sapere…” Ecco: questo è stato il mio più grande errore. Chiedere: mostrare una apertura.
“Magari potrebbe essere azzurro cielo. Magari con le nuvole disegnate”
“Ma guarda che stai descrivendo la grafica di Forza Italia! Ti rendi conto? Nella stanza dei tuoi figli!”
Ma niente. Se n’è andata brontolando qualcosa sul fatto che sono noioso. Io ho ribattuto con una mezza bugia, dicendo che ci avrei pensato. In realtà ci ho pensato (per giorni) ma solo perché non mi capacito di come si possa pensare di colorare il soffitto come i pannelli di via dell’Umiltà.

Ci accordiamo. A fine agosto io rientro un paio di giorni prima e lei sta al mare coi bambini. Così avrebbero trovato la cameretta a posto.
Vado all’ipermercato e cerco il reparto giusto. Cerco di darmi l’aria di uno che sa quello che fa. Quindi non chiedo. Mai, a nessuno. Anche ammesso che ci fosse stato qualcuno a cui chiedere.
Vedo un nuovo prodotto. La confezione dice che è fuxia così vedi dove la distribuisci, ma quando si secca diventa bianco. L’idea è intelligente, ma se poi non diventa bianco bianco? La liquido a mente con l’epiteto ditinte per tonti e vado avanti. Trovo un secchio con una banda trasparente sul lato “guarda qui, questo è il colore”. Bianco. Ok, bianco è quello che fa per me. Non sono pronto a fuxia, neanche temporaneo.

Vado a casa e mi ci metto subito con grande impegno.
Ricordavo quanto è scomodo colorare il soffitto. Non ricordavo quanto lo fosse in una cameretta arredata. Avevo coperto mobili e letti con teli e carta di giornale. Tutta la stanza era un enorme telo di plastica. Mi sono arrampicato in cima a una scala di alluminio.
Avevo sottovalutato il fattore climatico: a fine agosto fa un caldo bestiale. Soprattutto lavorando vicini al soffitto: tre metri sopra il telo. Ma ho iniziato e va finito. Prima con la spatola rimuovo tutto quello che riesco. Poi passo la carta abrasiva per smussare le scaglie incollate bene. Poi aspirapolvere per rimuovere tutto quel sahara. Infine si imbianca.
Mescolando il colore mi accorgo che sul fondo c’era una componente blu. Mi fermo. Penso. Ma vuoi vedere che mi sono sbagliato e ho preso una tinta per tonti?
Ma sì: sarà così. Tanto adesso non mi metto a fare una doccia per cambiare. Decido di andare avanti e di stenderlo.
Resto appeso una giornata a imbiancare, a ascoltare ore di musica italiana e perdere litri di sudore.
Cala la sera e cerco di vedere il celeste cambiare verso il bianco. Davvero, cerco di convincermi. Mah, ci vorrà tempo.
Vado a letto e rimando le pulizie e la seconda mano.
La mattina dopo riprendo il lavoro dicendomi “pensavo schiarisse più velocemente”. Ma passo la seconda mano e vado al mare, a raggiungere gli altri.
Qualcosa non mi convince.
L’indomani torniamo a casa e entro trionfante per mostrare il mio lavoro. Il cielo sopra il lettino è restato azzurro.
“Bravo: alla fine ti sei convinto!”
“No, guarda… ti posso spiegare…”

Ho imparato a volare

volare

Se ripenso ai primi momenti ho una immagine poco chiara. Mi ricordo bene, però, che la cosa più difficile è stato confessarlo a mia mamma.
Non è facile dire a chi ti ha messo al mondo che tu non sei esattamente uguale agli altri, che tu sai volare.
“Sì, volare. Ma no: senza molle o aerei o elicotteri o diavolerie. Semplicemente ho imparato a volare”.

Fin da piccolo avevo questa grandissima passione per l’aria e per il volo. Quando gli altri cercavano fuori dalla finestra una distrazione qualsiasi che li catapultasse fuori dalla stanza dei compiti, io invece cercavo gli uccelli. Guardavo i rondoni nel cielo, quelle falci nere senza quasi coda, fermi piantati lassù, chissà come. E non mi bastava ammirarli. Con la bocca aperta un po’ per lo stupore un po’ per la posizione innaturale del collo. Io volevo esserci, volevo essere come loro.
Mi sono messo a studiare, certo. E una certa predisposizione fisica ha aiutato. Il mio allenatore diceva che la struttura dei miei muscoli era perfetta per i brevi scatti potenti. E ci ho lavorato tanto su questo, sui miei muscoli, sugli scatti.
E quando non mi allenavo cercavo una soluzione tecnica più efficiente per le ali. Fibra di carbonio, polimeri più leggeri, connessioni più flessibili.
Il volo, come l’ho sempre pensato, è sempre stato forza e tecnica. Nessun motore, no. Il motore è nemico della sfida. Sudore, sì. E rischio. Rischio di cadere, di andare a sbattere, rischio di finire come un pulcino di aquila che ha sbagliato i tempi.
Ma più di tutto il rischio di avere investito i giorni di una vita, tutto il sudore, tutta l’energia, in un fallimento.

Adesso sono qui, in alto, che mi libro sopra la vostra città. La sentivo diversa da me persino prima, figuratevi adesso. Adesso sono qui che volo, in alto, come se fossi invisibile. Solo qualche cane abbaia verso il cielo il suo stupore inascoltato.
Volo in alto quasi senza fatica, ho imparato a sfruttare le correnti e le termiche. Sono qui che svolgo diligentemente il mio destino.
Evito di chiedermi cosa provo adesso che il sogno l’ho toccato. Ma il pensiero monta e non riesco a tenerlo basso. Vola, anche il pensiero. Un senso strano, come se mi fosse stato asportata una parte importante. L’attesa, il sogno. Non so. Non so davvero cosa provo. Non so.
Vedo un bambino che esce dall’asilo e la madre lo tiene per mano senza dolcezza. Lei parla con le amiche, lui mi indica. Strilla si sbraccia insiste, ma la mamma non si lascia attrarre dall’impossibile.
“Guarda mamma, guarda su. C’è un signore che vola”

Ombrelli rubati

portaombrelli

Esco dall’ASL annoiato e in ritardo. Ci hanno messo una vita, ogni volta è la stessa storia.
Spingo la seconda porta a vetri e sono fuori. Scendo velocemente i tre scalini di marmo grigiastro. Sono bagnati, rallento. Piove piano, come quando sono entrato. Ah ecco: l’ombrello. Dimenticavo l’ombrello.
Torno indietro verso la scrivania di formica dell’usciere. Lì vicino c’è un cestino sporco, buttato in un angolo, usato come portaombrelli. Ho messo il mio insieme a pochi altri, ma adesso è pieno. Bagnati, disordinati, alcuni chiusi male. Cerco il mio in quel mucchio, con un leggero fastidio, come se frugassi tra i rifiuti. Faccio mente locale: il mio è un ombrello nero, pieghevole, con la solita stecca difettosa. Lo riconoscerò più che altro dal manico. Li guardo tutti e il mio non c’è. Guardo ancora: sarà finito sotto. Ma non c’è. Non c’è.
Com’è possibile fregare un ombrello vecchio che (quando era nuovo e con la stecca a posto) ho pagato sì e no 5 euro? Ma che razza di gente c’è in giro!

Poi noto quanto sono bagnati quelli appoggiati per terra e comincio a farmi un’idea.
Lo avrà preso qualcuno che aveva bisogno.
Lo avrà preso una mamma che non poteva concepire di portare in braccio il suo bambino senza nessun riparo.
Lo avrà preso un vecchietto che ci vede poco. Scambiandolo per il suo. Mi immagino un signore magro e pulito, con gli stessi occhi di quando era giovane, ma montati su un corpo che si muove lentamente.
Lo avrà preso uno straniero, uno che non ha ancora capito come funziona e che ha scambiato il mucchio come un self-service.
Lo avrà preso lo studente fuori sede, giurandosi “lo riporto appena smette”. Tanto i giuramenti degli studenti sono tutti scritti a matita, beati loro.

Penso che adesso ne prenderò uno anche io. Uno perso, uno trovato. Occhio per occhio: è così che si dice, vero?
Penso a cosa potrebbe innescare questo modo di pensare. Ognuno frega quello dopo. Fino all’ultimo che resta senza. Quale bagaglio di sfiducia e di malafede sto contribuendo a diffondere? No, non voglio fare così. Non voglio cascarci anche io.
Non me ne frega niente: esco senza. Sono molto fiero del mio pensiero. Lo trovo nobile, orgoglioso, persino epico. Rifaccio le scale a testa alta faccio due passi e ecco che la pioggia si fa forte. Forte forte. Mi fermo un secondo nel piazzale e sorrido guardando in alto.
La pioggia aumenta. Devo muovermi. Torno nell’atrio, riguardo il mucchio di ombrelli. Cedo e ne prendo uno.
E visto che ormai ho ceduto ne prendo uno bello. Mica posso fare il supereroe col mantello bagnato!

In odio della metà

mezzo

Ho sempre vissuto a metà. Per non bruciarmi subito, per non sudare troppo, per non rischiare troppo.
“Guarda: possiamo vederci ma posso restare solo una mezz’ora. Perché non una? Perché ti tieni?”
Ho via via maturato una insofferenza verso il mezzo. Una insofferenza lenta e indecisa che non lascia spazi a ripensamenti e slanci.
“Sei pazzo? Non prendo il dolce! Al massimo ne assaggio un po’ del tuo.”
Il mezzo è rinuncia incompleta, onestà parziale, castità incompiuta.
“Per venirti a trovare ho preso mezza giornata di ferie. Bravo figlio mio, ma non valevo una giornata intera?”
Il mezzo è sconfitta a tavolino o anche vittoria a tavolino, senza meriti, senza goal. E senza quel minimo di gloria è sempre una sconfitta.
“Invitante quella pasta, me ne porta una mezza porzione?”
Il mezzo è potenziale inespresso, è rinuncia, è incompiutezza. Non è proiezione di completo, non è potenzialità. È assaggio e sputo. Paura latente, mancata felicità. Ma prima o poi mi prendo la briga di andare in fondo.

Sulla balaustra

invalides

“Ma co…?  Ma perché diavolo… Cosa ci fate lì? Su quella balaustra? Scendete di lì, non fate pazzie…”

Ma Michel aveva scavalcato la ringhiera di marmo e si godeva la gloria incommensurabile di quei momenti. Faceva i conti col vento freddo di quel tardo pomeriggio. Un vento sincero che gli sbatteva dritto in faccia e lo faceva lacrimare. Il bavero della giacca era alzato, strano istinto per un aspirante suicida, quello di evitare il raffreddore.

“Mi hanno riferito che eravate qui e mi sono precipitato, amico mio. Vi prego, non fate pazzie… Scendete di lì!”

Michel sentiva appena la voce familiare del vecchio amico, l’unico forse che ne conosceva a fondo la storia e (forse) i tormenti. Guardava in giù senza vertigini. Solo un leggero fastidio per il piano mobile dell’acqua che scorreva inospitale qualche metro sotto.

“Non sarà per quella donna? Scendete, parliamone. Solo io e voi, amico mio. Solo io e voi. Ma vi prego, non fate pazzie”

Michel si chiedeva incuriosito perché morire senza volontà, senza forze, senza messaggi, senza gioventù era considerato cosa degna. Mentre morire giovane, forte, con lucidità fosse così disdicevole.

“Non siate sciocco, non atteggiatevi a poeta incompreso. Voi siete un artista, un artista vero. Non scimmiottate le ballerine di fila, che fanno tragedie per un nonnulla. Quella donna poi lo sapevate dall’inizio che non poteva essere cosa per voi. Ha marito, santo cielo! Non importa quanto amore e quanta pelle vi ha fatto toccare. Lo sapevate dall’inizio che non era cosa per voi, che potevate avere lei ma non i suoi progetti”

Michel si sentiva punto da quelle riflessioni, come da quel vento. Ma sentiva di non avere più nessuna necessità di difendere una dignità di facciata. Le parole dell’amico gli facevano allo stesso tempo bene e male. Era toccato dai loro spigoli vivi,  ma era genuinamente grato di tutta quella sincerità.

“E poi, consentitemi, che senso ha un gesto di questo tipo dal Pont des Invalides? Il Pont des invalides, capite? Guardatevi attorno, non ha niente di memorabile questo ponte. Un simile epico errore andrebbe commesso dal Pont Neuf, per dire. O almeno dal Pont des Arts! Che non sarà un granché ma è senz’altro più evocativo di questo ponte per mezze maniche distratti! La vedete la banalità di questo marmo bianco e regolare?”

Michel era divertito dalla intelligenza del discorso. Questionare di ponti persino di fronte alla prospettiva di mettere fine anzitempo alla propria vita. Sorrise, ma nessuno del gruppo di curiosi fermatosi a rispettosa distanza se ne avvide.

“E poi, non vi ho detto, mio zio Pascal mi ha mandato il suo foie gras dall’Aquitania. Ricordate il foie gras di mio zio Pascal, vero? Accompagnandolo a un Château Latour del 1909 farebbe risvegliare i morti! Scendete di lì, vecchio mio, venite con me”

Michel era assolutamente divertito. Fermamente sicuro del suo amore e nella sua disperazione. Sicuro della sincerità del suo gesto. Sicuro della supremazia dello Château Latour del 1909. Si decise finalmente. Indossò il suo migliore sorriso e fece un piccolo balzo dalla balaustra.

un divano un libro un telecomando

divano2

I bambini sono a letto e finalmente può prendersi quella modica quantità di tempo tutto per sé. Abbassa le luci e va a planare, senza pensare, nella sua solita zona del divano. Anche adesso che volendo lo avrebbe tutto a disposizione. Nel nido della sua abitudine si porta un libro. Non le basta, prende il telecomando; non le basta, non molla lo smartphone. Plana così alla fine di questa giornata. Il divano è ricoperto come quando c’era lui: i bambini richiedono compromessi. Solo che adesso questo divano è troppo grande.
Lei si rannicchia nel suo angolo, quello lontano dal terrazzo. Dà le spalle alla libreria. Sente un freddo leggero ma non vuole chiedersi se arrivi da fuori o da dentro. Infila un paio di calze di lana che erano sulle riviste dalla sera prima. Si passa sulle spalle una coperta di pile davvero troppo colorata e china il capo in avanti.
Non se ne accorge, ma sorride intanto che risponde ai messaggi con le dita molto più veloci dei suoi quasi quarant’anni.
Non se ne accorge, ma quel libro che le sembrava dare un senso alla serata resta chiuso. Ancora una volta, ormai capita spesso.
Non se ne accorge, ma il telecomando è finito sotto quel lembo di coperta. Tanto nessuno lo avrebbe cercato.
È come sospesa. Tra la fatica di questo giorno che scivola via e la voglia di prendersi un po’ di spazio. Si ferma ad ascoltare quella sensazione strana. Cerca dentro le parole esatte con cui descriverla. Ecco cosa le manca: le manca qualcuno a cui raccontarlo. Le chat di facebook, le amiche su whatsapp, gli indirizzi email… sì va bene tutto ma manca ancora qualcosa.
Non vuole scivolare nel pensiero di lui, che dopo anni se n’è andato. Da persona che litiga senza gridare ha cercato un accordo, una composizione civile. Rispettando il bello che c’è stato tra di loro e soprattutto rispettando sé stessa, per non cadere nella sceneggiatura sguaiata di un talk show pomeridiano. Ma adesso il freddo entra da sotto il plaid e qualche certezza vacilla. Si stropiccia gli occhi. Sarà la stanchezza, saranno questi piccoli schermi che al buio sono molesti.
Le amiche in fondo non sono giudici sereni. E non rincuora la consapevolezza di fare la cosa giusta, ma farla senza testimoni. Dondolandosi in questa angoscia leggera lascia scivolare via la sera.
Un altro giorno plana senza grazia e lei lo accompagna rannicchiata verso la fine.