sogno

Mi ci portasti

miciportasti

Lui fece passare del tempo. Voleva potersi permettere quel passato remoto che gli era sempre sembrato così strano. Lui così passato prossimo, lui così imperfetto. Chiuse tutto in una scatola per mesi. Poi un giorno aprì la scatola, mise un po’ di ordine nei foglietti e le scrisse:

Mi ci portasti. Forse non ho sentito gli odori che prefiguravo, ma ho visto posti belli. E mi fermo davanti alla semplicità elementare di questo aggettivo. Non ne servono altri: precisi, ricercati, complessi. Erano belli, posti belli, belli e basta. Qualcuno di questi tuoi angoli “che ti devo far vedere” lo avevo già conosciuto, qualcun altro già visto ma senza entrarci, altri nuovi. Ma tutti li ho visti in modo nuovo.

Arrivare su quel muretto, da cui si vede la città da dietro un albero. Così bella che ti sembra di poterla abbracciare tutta. Oppure quella curva, insidia di lastroni e storia. O alzare lo sguardo e vedere strati di civiltà che giocano con le loro geometrie senza rinunce. Bello, sì bello. Ma nella mia piccolezza il bello è la sensazione di poterli capire, di poterti capire.

Per sdebitarmi di questa bolla di stupore, il mio primo istinto è fare lo stesso. Portarti io a vedere i posti miei. E subito mi viene la foga di elencarli di metterli su una mappa, la fretta di portartici. Ma i miei posti sono posti che su una mappa non ci sanno stare. Sono sensazioni di un momento. Sono posti che farei fatica a rivelarti.
Come il momento quando la notte diventa mattina e tu sei lì. Non è un posto bello, quello? Di una bellezza bambina che non la so spiegare.
Oppure ascoltare l’aria fresca di settembre, che riesci ancora a stare in maglietta.
O ancora: la gamba tesa su un muretto dopo la corsa, con le gocce che ti grondano giù. E il salato ti entra per sbaglio in bocca e si mischia al salato dei pensieri che dopo non sai più dove comincia uno e finisce l’altro.
O stare col culo sulla sabbia quando tutti gli altri rientrano dalla spiaggia e allora non senti più i discorsi, ma il mare che sbuffa.
La granita al caffè con panna seduti sotto la fontana al centro della piazza. Fuori dalla stagione delle granite, fuori dalla stagione del sedersi per terra. Eppure così perfetti.

Vedi? Non sono posti dove portarti. Forse esistono solo a parole. O forse sono posti così fragili, i miei, che se ti ci portassi rischierei di farli sbriciolare senza prima averteli mostrati. Ma se vuoi proviamo.

Lei lesse tutto nel momento sbagliato. Sorrise con delicato rispetto. Finì il caffè con mezza bustina di zucchero e controllò l’ora.  Era per quell’appuntamento di lavoro che si era vestita così bene. Uscì dal bar sentendosi in ritardo.

Ho imparato a volare

volare

Se ripenso ai primi momenti ho una immagine poco chiara. Mi ricordo bene, però, che la cosa più difficile è stato confessarlo a mia mamma.
Non è facile dire a chi ti ha messo al mondo che tu non sei esattamente uguale agli altri, che tu sai volare.
“Sì, volare. Ma no: senza molle o aerei o elicotteri o diavolerie. Semplicemente ho imparato a volare”.

Fin da piccolo avevo questa grandissima passione per l’aria e per il volo. Quando gli altri cercavano fuori dalla finestra una distrazione qualsiasi che li catapultasse fuori dalla stanza dei compiti, io invece cercavo gli uccelli. Guardavo i rondoni nel cielo, quelle falci nere senza quasi coda, fermi piantati lassù, chissà come. E non mi bastava ammirarli. Con la bocca aperta un po’ per lo stupore un po’ per la posizione innaturale del collo. Io volevo esserci, volevo essere come loro.
Mi sono messo a studiare, certo. E una certa predisposizione fisica ha aiutato. Il mio allenatore diceva che la struttura dei miei muscoli era perfetta per i brevi scatti potenti. E ci ho lavorato tanto su questo, sui miei muscoli, sugli scatti.
E quando non mi allenavo cercavo una soluzione tecnica più efficiente per le ali. Fibra di carbonio, polimeri più leggeri, connessioni più flessibili.
Il volo, come l’ho sempre pensato, è sempre stato forza e tecnica. Nessun motore, no. Il motore è nemico della sfida. Sudore, sì. E rischio. Rischio di cadere, di andare a sbattere, rischio di finire come un pulcino di aquila che ha sbagliato i tempi.
Ma più di tutto il rischio di avere investito i giorni di una vita, tutto il sudore, tutta l’energia, in un fallimento.

Adesso sono qui, in alto, che mi libro sopra la vostra città. La sentivo diversa da me persino prima, figuratevi adesso. Adesso sono qui che volo, in alto, come se fossi invisibile. Solo qualche cane abbaia verso il cielo il suo stupore inascoltato.
Volo in alto quasi senza fatica, ho imparato a sfruttare le correnti e le termiche. Sono qui che svolgo diligentemente il mio destino.
Evito di chiedermi cosa provo adesso che il sogno l’ho toccato. Ma il pensiero monta e non riesco a tenerlo basso. Vola, anche il pensiero. Un senso strano, come se mi fosse stato asportata una parte importante. L’attesa, il sogno. Non so. Non so davvero cosa provo. Non so.
Vedo un bambino che esce dall’asilo e la madre lo tiene per mano senza dolcezza. Lei parla con le amiche, lui mi indica. Strilla si sbraccia insiste, ma la mamma non si lascia attrarre dall’impossibile.
“Guarda mamma, guarda su. C’è un signore che vola”

L’esatto contrario

 

riflessi

Sarà che il treno lo prendo poco, sarà che non so mai come mettere le gambe, sarà che non riesco mai a isolarmi del tutto. Sarà che quando metto un libro nello zaino io penso a che bel momento è il treno, per leggere in santa pace. Saranno tutte queste aspettative, che continuo a fissare troppo alte per gli standard delle ferrovie italiane. Sarà quel che vuoi, ma poi i miei viaggi non sono mai quel paradiso che pensavo.
Ci sono gli altri che parlano, che dicono, che fanno. E il mio orecchio non ha disciplina e segue loro. E piano piano anche il mio occhio, che avevo spinto a seguire le righe di un libro con moto da spola di telaio, finisce per farlo meccanicamente. Il cervello non segue più l’occhio, ma l’orecchio. Allora mi fermo a guardare fuori. E penso ai viaggi in treno, penso a quella campagna che scorre di fianco: veloce vicina, quasi immobile all’orizzonte.

Ma una volta, per caso, mi è apparsa una ragazza. Io guardavo fuori, certo. Ma lei era lì, nella traiettoria del mio sguardo. Per un attimo mi sono spaventato e volevo gridarle: “Cosa fai li fuori, sei pazza? Entra: è pericoloso lì!”
Ma poi mi sono accorto che quella ragazza intrappolata fuori era solo il riflesso di un’altra ragazza, identica e opposta, che era seduta di fronte a me.
Io e quella che per capirci chiameremo “vera” non avevamo niente da dirci. Anzi: sarebbe stato addirittura sconveniente scambiarci due parole. Che banalità quella cordialità da treno fatta di frasi fatte che, a giudicare dalla noia, sono fatte di roba tagliata male.
“Bella giornata vero?” (Mah, come ieri direi…)
“C’è un caldo in questo vagone?” (Più che il caldo è la gente…)
“Lei dove scende?” (È un frecciarossa, scendiamo tutti alla prossima stazione…)
Ma quel gioco di cristalli atermici e di sole che dondolava senza ritmo da una parte all’altra dei binari mi faceva apparire a tratti quella ragazza fuori dal treno.

“Ciao” le ho detto senza pensarci. E lei mi ha risposto con un cenno.
“Cosa fai lì fuori, non è pericoloso, non cadi?”
Ho immaginato che mi dicesse “Guarda, ogni tanto ho bisogno di stare un po’ da sola. Non è cattiveria, è che devo mettere un po’ di ordine in questi pensieri”
“Bello, quasi quasi vengo anche io. Non c’è troppo vento?”
“Ma no, non si sente neanche”

Allora sono uscito anche io e ci siamo messi a parlare. Di cosa stessimo leggendo, di che musica avessi nelle orecchie, del motivo di quel viaggio.
Il viaggio è volato e quando è arrivata l’ora di scendere ho visto che qualcosa era successo. Qualche cosa di importante visto che mi sembrava inevitabile ormai coniugare tutti i miei pensieri in lei. Notavo in quel riflesso il mio stesso sguardo e questo mi riempiva di qualcosa di nuovo di bello.

Poi, per scendere dal treno sono tornato nel vagone. Ad un certo punto ho distinto nettamente il mio stare dentro il vagone dal me stesso che ha viaggiato fuori. Anche la ragazza seduta di fronte, che durante tutto il viaggio ha sonnecchiato ascoltando musica improbabile, si è trascinata in piedi. Stava goffamente trascinando il trolley giù dalla cappelliera. Non sapevo se aiutarla. Mi ha guardato per un attimo e non ha sorriso. L’ho lasciata fare.

Quei due fuori, invece, del tutto incuranti della stazione, delle porte aperte, dei respingenti, continuavano a parlare come se niente fosse.
Ho fatto la fila a piccoli passi per scendere dal treno. Un attimo prima mi sono girato e loro erano ancora lì a parlare e ridere. Per un attimo si sono girati verso di me e con lo sguardo mi hanno sgridato: “Ma perché ci guarda questo? Pensa di essere uguale a noi? Non si rende conto che siamo l’esatto contrario? L’esatto contrario.”

Portamici

scooterone2

Lui il giorno dopo la chiamò. Ci mise un attimo di troppo a fare il numero, assaporando quel timore da quindicenne, timore che aveva dimenticato da tempo.

Sai quel discorso che abbiamo fatto ieri? Quando dicevi, andando fuori tema, che ami questa città, che è perfetta per girarci in moto di notte? E ti ricordi quel mio “Portamici” detto con calma sorridente, come se fosse un destino?
Mi è tornato in mente stanotte. Non ho ancora deciso se ero sveglio o se dormivo, se stavo fantasticando o sognando. Ma poi è davvero importante? Ancora non so come mi sia uscito quel portamici, detto così, senza pensare alle conseguenze. Mi è sembrata la parola perfetta da dire di istinto, senza altre parole, senza conseguenze, senza calcoli.
E quel discorso mi è restato impigliato da qualche parte della mente. E stanotte ho sognato (credo) una cosa bellissima. No, non ridere. Ma te lo voglio raccontare.
Ho sognato la continuazione di quel “portamici” imprevisto. Ho sognato che mi portavi in giro in scooter e che sentivo distintamente alcuni profumi e odori di Roma di notte. Poi (non ridere) allargavo le braccia come per prendermela tutta questa aria, questa città. (Ok, nella realtà saremmo caduti, ma nei sogni le leggi della fisica fanno un po’ come ci pare, quindi non pensare agli equilibri e seguimi). Ad un tratto ti facevo un cenno e tu (inspiegabilmente) capivi e accostavi.
Ti dicevo che avevo sentito l’odore di Roma vuota, l’odore di polvere di strada stanca, l’odore di acqua di fontana. Come fosse un elenco da spuntare, un elenco perfetto. E aggiungevo che me ne mancavano ancora alcuni importanti. Volevo sentire l’odore dell’estate che finisce. L’odore del lavoro della gente. L’odore di un sorriso senza pensieri.
E su questo ripartivamo, come alla ricerca…

Lei sorrise. Gli disse democraticamente che tutto questo sogno era molto bello. Che in quel momento non aveva tempo.

Lui sentì benissimo che lei aveva usato la parola sogno. Capì che lei, quella storia, la aveva confinata nel campo di esistenza dei sogni. Sorrise realistico (forse con un sorriso leggermente meno largo) e la salutò con gentilezza.

Lei rimise il telefono in una tasca. Ripose anche l’indugio. Forse nella stessa tasca. Si infilò il casco e partì.

la lista

lalista
Mi sono svegliato di colpo e ci ho messo un attimo a capire dove mi trovavo. Ero nel mio letto, la gola secca, erano le tre di notte. Mi ricordo solo che stavo raccontando cose alla mia nipotina Anita.
È vero Anita non cammina ancora, non parla ancora e difficilmente ascolterebbe lo zio preferito farle un elenco serio di cose per il futuro. Ma se la razionalità devo metterla anche nei sogni sono fregato, mi capite?

Il pensiero di tutto il giorno è stato quello di ricordarmi quella lista.
Perché sono sicuro che quell’elenco era un elenco bellissimo, di cose degne da lasciare alla mia nipotina. Un elenco dove ogni punto parlava da sé. Senza numeri, senza ordine, senza conseguenze logiche.
E ogni voce galleggiava in quel foglio in modo perfetto, tanto che avrebbe potuto essere presa anche da sola e generare lo stesso stupore.
Una lista che, ci potrei scommettere, aveva dentro un invito forte a vivere tutto con entusiasmo. Con una spinta verso l’apertura, verso il futuro.
C’erano dentro per forza anche dei sorrisi. Da usare e riusare, sempre nuovi. Di quelli che non si consumano. Perché Anita per adesso ha quattro denti, due sopra due sotto, ma io so già che da grande sarà piena di bellezza e di denti e di sorrisi.
Nell’elenco c’era  qualcosa di edificante tipo l’impegno da metterci, perché le cose ce le dobbiamo sudare, guadagnare, conquistare.
A dire il vero non so se c’era qualcosa della corsa, del saper ascoltare i passi e la lentezza. Cioè io una cosa così la scriverei, ma quel Simone nel sogno magari ha più buongusto di me e ha deciso di togliersi ogni dubbio tornando su quella frase con una riga orizzontale.

Non so bene cosa ci fosse su quel foglio ma adesso non vedo l’ora di andare a dormire per cercare di ritrovare lo stesso sogno, arrivargli da dietro e sbirciare quella pagina. Hai visto mai che, con Anita, possa imparare qualcosa anche io!

Guarda che è solo un sogno

cusciniTu non lo sapevi, ma avevamo un appuntamento in quello spazio indefinito tra sonno e veglia.
Proprio in quello stato che inizia il momento in cui ci corichiamo e iniziamo a pensare, a visualizzare delle immagini, a costruire con la nostra fantasia storie immaginarie. Progetti, idee, situazioni. Ne abbiamo ancora il controllo, siamo svegli. Vigili.

Poi piano piano il nostro respiro si fa più lento. Le spalle si rassegnano a non dover portare il peso di una giornata e lasciano andare le braccia, che tanto sono appoggiate. Il nostro corpo cerca una posizione, un nido. E persino i muscoli attorno agli occhi e alla bocca si rilassano.
Piano piano il sonno arriva, ma non ci facciamo caso. I pensieri continuano a fluire, quelli guardiamo.
Non si capisce bene quando è stato, ma abbiamo cominciato a perdere il controllo di quelle sceneggiature. Che adesso vanno da sole e spesso ci sorprendono o ci spaventano. Comandano loro.
Ti ho incontrato lì, in quel nastro larghissimo e indefinibile che separa sonno e veglia.

Ma hai presente? Capisci di cosa sto parlando?
Ti ho vista vestita comoda ma vestita da giorno. Non era un pigiama. I piedi però erano nudi. Anche i miei.
C’era un letto grande e pieno di fogli. Fogli che avevano un senso. E c’erano sparsi quegli aggeggi di cui ci preoccupiamo tutto il giorno. I miei e i tuoi. Le batterie magari erano cariche ma in quel momento non ci servivano. Erano lì solo per darci sicurezza.
E parlavamo, parlavamo, parlavamo. Intanto che l’attenzione faceva la spola tra nuove trovate, coinvolgenti e irresistibili, e le chiacchiere che divagavano e ci portavano lontano. Indietro e avanti nel tempo. Solo che quel futuro blaterato somigliava a un progetto spesso coniugato alla prima persona plurale.

Ecco: poi…
(ma perché ridi? Sembro pazzo, vero… no dai ti racconto solo quella specie di sogno).
Poi, dicevo, è arrivato il sonno. Sia nel sogno sia i me che sognavo.

Ho avuto la sensazione di dormirti vicino. Un sonno, senza ansia, senza zone da esplorare col cuore in gola. Senza niente da raggiungere.
Era bello sentire che c’eri.
Perché non ridi più? È solo un sogno, non ho nessuna colpa, se non quella di avertelo raccontato.

Senza rimpianti, Egregio Direttore

signordirettoreEgregio Direttore,
le scrivo per chiederle di cestinare la mia lettera del 6 novembre scorso.
Visti i tempi del regio servizio postale non sono sicuro che le sia già arrivata, adesso che ha in mano questa mia seconda richiesta.
Il fatto è che subito dopo averla spedita, prima ancora che potesse essere giunta sulla sua scrivania, già me ne ero seriamente pentito.
L’idea di farle leggere un mio pezzo e chiedere il parere, mi è sembrata improvvida e molesta. E se le scrivo è solo a causa di una benedetta remora, mostratasi però solo con una intempestività da maledire.
Chissà cosa credevo mandando quei racconti proprio a lei, direttore di un prestigioso giornale. Forse, ma è solo un’ipotesi, in cuor mio speravo di suscitarle un’emozione tale da muoverla a chiamarmi. A mettersi (lei!) in contatto con me. A spingermi a lavorare per lei. Eventualità questa per cui non sono sicuro di avere nemmeno la motivazione adatta. Senza poi dovere fare i conti con la tecnica e il cosiddetto talento necessari.
Mi creda: dopo quasi due notti di sonni agitati e discontinui, mi sono risoluto a scriverle.
Ho pensato mille volte al modo esatto. Per evitare di esserle, per per paradosso, di nuovo di impiccio.
Ho pensato di scriverle citando quel passaggio di Pavese, nella luna e i falò, ricorda? Quello in cui si immaginava in America a maneggiare soldi e scrivere delle lettere. Col pensiero di seguirle poi per mare, quelle sue lettere. E io come quel personaggio a inseguire le mie. Ma poi sarebbe stato solo un noioso esercizio di sfoggio di cultura casuale. Io che di libri ne ho letti davvero pochi. E mi creda, questa non è una iperbole a calare. E’ una stima assai prudente dei pochi volumi a cui sono arrivato in fondo. Vede? Ci ricasco. Mi vesto di una parvenza di chissà cosa. Nomino figure retoriche come un ginnasiale vanitoso.
Si renderà conto che scrivere mi viene naturale, ma non penso che questa sia una cosa sana. Non mi appartiene più. Non è la mia strada.
Facciamo così: cestini tutte e due le lettere. Lavorare nella sua redazione è stato il mio sogno per anni. Ma adesso che sento di averlo quasi a portata di mano non mi interessa più. Non mi regala più nessun brivido.
Seguirò i cicli della terra nella fattoria di mio padre, dove sono nato. E riassaporerò il gusto delle parole solo la sera, alla luce del lume, in piena libertà. Senza rimpianti, Egregio Direttore.
Auguro ogni bene a lei e alla sua testata.

Bloccato

notte“Non tamburellare col piede” mi dice lei. Saranno le due di notte. Io sono a letto, tutto storto. Ho sentito la domanda. Voglio rispondere “guarda che non sono io”.
Lo strano è che sento di voler rispondere ma non mi pongo il problema di chi sia a tamburellare. La domanda logica sarebbe “ma se sentiamo ticchettare e non siamo noi cos’è?”. Ma è notte. E’ buio. Dormivamo. E questa inquietudine logica non mi prende.

Faccio per girarmi e rispondere. Ma la testa non si gira. Provo a rispondere senza voltare la faccia, ma neanche la voce esce. Faccio uno sforzo incredibile. Muovermi, parlare. Niente. Voglio chiamare aiuto, ma neanche questo mi riesce. Ci metto tutta la volontà. Possibile che non riesca a spostarmi, neanche a battere una mano sul materasso per farti capire che qualcosa non va?
Mi sforzo di restare lucido, mi sforzo di muovermi. Niente.

Cosa faccio adesso? Metto tutta la forza che ho nel cercare di muovermi. Più forza. Ancora di più.

Mi sveglio. Che brutto incubo ho fatto. Ho sognato di essere come paralizzato nel mio letto. Mi alzo al buio e ributto giù inizi di pensieri con un mezzo bicchiere d’acqua preso a memoria.
Che brutto incubo essere bloccati.