estate

Quella cosa della pioggia

sassopiattto

-Chiara, adesso non mi viene, ma c’era una citazione bellissima sulla pioggia, sul coraggio. Mi sembra di Gandhi. Ma se smetto di pensarci forse mi viene in mente.  Guarda: forse ho insistito un po’ troppo ma sono proprio contento che alla fine ti sia convinta.
Quando siamo scesi dalla funivia eravamo al Rifugio Col Rodella. Già a 2300 e già il cielo non prometteva una bella giornata. Poi siamo scesi al Rifugio Friedrich August con quell’orribile bovino gigante in vetroresina. E poi, lentamente verso il Rifugio Pertini. Sai: ci abbiamo messo un’ora e mezza, adeguandoci al passo dei piccoli e a tuo zio che fotografa ogni lepidottero ortottero e coleottero nel raggio di due metri.
E poi il dubbio: ci fermiamo a mangiare al Rifugio Pertini per poi tornare indietro o andiamo avanti, contro il cattivo tempo, fino al Rifugio Sasso Piatto? Ci vuole almeno un’ora e poi per tornare altre due ore. No, non c’è una grande pendenza, è quasi in piano. Ma si tratta di prendere il tempo che viene.

Così siamo partiti. Chiara e io, figlia e padre. Zaini alleggeriti e passo svelto, quasi per non sfidare troppo platealmente il nuvolone che cresceva proprio a ovest, di fronte a noi. Chiara inaspettatamente coraggiosa e io prevedibilmente orgoglioso di questa sfida. Sfida piccola ma affrontata in due.
Abbiamo camminato svelti, sul quel sentiero facile e segnato dai tanti passanti. Abbiamo visto falchi pellegrini e marmotte che la sapevano lunga. Abbiamo cercato di fotografarli e li abbiamo indicati agli altri passanti meno attenti, atteggiandoci a grandi esperti. Poi siamo arrivati in fondo a quel sentiero.
“Facciamo in fretta ché dobbiamo tornare prima che inizi a piovere”
Allora siamo entrati subito, senza neanche toglierci gli zaini dalle spalle. Una fetta di SacherTorte io (con panna a parte), uno strudel Chiara (con crema a parte). Ci siamo arrampicati su un tavolaccio all’aperto, altissimo tanto da credersi un bancone di un bar di corso Como, non fosse per le schegge e per l’aria incomparabilmente diversa, in tutti i sensi. Cinque minuti e poi siamo ripartiti, come fossimo veri camminatori, come fossimo quelli che sanno fiutare il tempo che cambia.
I nuvoloni si facevano sempre più densi e adesso, sulla strada del ritorno, erano dietro di noi. Sembrava avessero perso il pudore di seguirci senza farsi scorgere. Noi camminavamo, loro dietro trottavano. Abbiamo camminato camminato camminato. E ci siamo arrivati in fretta al Rifugio Pertini, a metà strada. Il grigio sembrava troppo già troppo scuro per restare appeso là in alto.  Allora via veloci, subito. E subito le prime gocce sulla testa.
-Eccola, la pioggia!
Abbiamo detto. E subito a cercare un nuovo assetto. Gli indumenti di emergenza a portata di mano. E via a camminare, senza ansia ma con un po’ di fretta.
Di colpo la pioggia si è fatta fitta fitta. È stato solo allora che abbiamo indossato K-way e giacca a vento dal cappuccio, come due mantelli.
Ma quasi subito quel nero si è trasformato in grandine. Chicchi non enormi, grandi come piselli.
Continuando a camminare ci siamo uniti, fianco a fianco, sotto il mio k-way di plastica, quello con scritto il nome della mezza maratona alla quale me l’avevano dato, all’arrivo, e non lo avevo voluto buttare. Vedi che poi torna buono, dopo tanti mesi chiuso e ripiegato?
I chicchi sulla grandine picchiavano rumorosamente e noi camminavamo svelti e ingobbiti, su quella strada che cominciava a diventare scivolosa.
-Ahi”
Ogni tanto un chicco fortunato prendeva la mano che reggeva il manto e ci lamentavamo sorridendo.
Una mezz’ora e siamo riusciti ad arrivare,  proprio sul finire della grandinata, alla funivia che ci avrebbe riportato a valle.
Sgrullando via la pioggia dal nostro riparo eravamo eccitatissimi da questa esperienza epica.
-Ah Chiara, mi è venuto in mente
-Che cosa?
-Quella frase di prima. Era qualcosa come “La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia!”
Chiara sorride, è felice.

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Manar

bulbarMio zio è venuto  a prenderci alla fine del pomeriggio, con la sua Panda, la prima, quella rossa. Ci ha caricati dicendo solo “Andém a manàr”. Siamo saltati su, uno davanti e uno dietro, al posto dei sedili eliminati da tempo per farci stare i cani da caccia.
Dopo un paio di “Ma cosa vuol dire manàr?” ha persino risposto “Dopo vedi”.
Siamo arrivati sul posto, siamo scesi, lo abbiamo seguito nell’erba alta. I passi miei e quelli di mio fratello erano più fitti, per andare alla sua stessa velocità.

Quando hanno alzato l’argine del Po, dopo la piena del cinquantuno, la terra l’hanno presa lì tra l’argine e il letto del fiume. In questo tratto del Grande Fiume spesso c’è tanto spazio tra argine e fiume. A volte quasi un chilometro. A volte invece è solo qualche metro. Dipende da come si è spostato il fiume, negli anni. Dove ha deciso di mangiare e dove di appoggiare terra.
La golena è stata disseminata di buchi poco profondi, progressivamente riempiti dal limo, piena dopo piena.
E queste  pozze, chiamate generosamente “cave” erano il  luogo perfetto per le nostre avventure.

E oggi andavamo con i grandi. Per questa nuova parola. Manàr.
Entrate nell’acqua. Eh? Nell’acqua? Ma se ci hanno sempre detto di starne fuori?
Entrate nell’acqua su.
La cava stava per svuotarsi per il caldo di agosto. E si poteva entrare in quel mezzo metro scarso  di acqua per cercare di prenderli con le mani. Manàr, appunto. Pescare con le mani.
Tolte le scarpe siamo entrati, in quel mondo di acqua e mistero che avevamo visto  solo dal di fuori. Il fango in fondo era incredibilmente liquido. I piedi affondavano in una melma liscissima e che macchiava l’acqua in un attimo. Sentivo la poltiglia infilarsi tra le dita dei piedi, i piedi affondare, mentre cercavo un equilibrio.
E in tutto questo l’odore dell’acqua stagnante.
Noi campagnoli a tempo determinato, che le altre tre stagioni eravamo polli d’allevamento milanese, eravamo combattuti. Da un lato la voglia di avventura. Dall’altra la paura di quello che ci poteva essere sul fondo e lo schifo per la fanghiglia.
Ma d’improvviso un pesce nuotando alla cieca toccava una gamba o il dorso della mano e cambiava tutto. Diventavamo felini, animali da preda, bestie divertite.
Li cercavamo chinandoci, quei pesci immangiabli. Fino a quando la faccia sfiorava la superficie dell’acqua.
Tanti carassi buoni solo per i cani. Qualche preziosa carpa, o addirittura carpa a specchio. Quando trovavamo un pesce gatto eravamo punti da quelle tre spine nascoste nelle pinne. Lì la lotta era quasi pari. L’anguilla faceva un timore da bestia, con quel corpo da finto serpente che dovevi concentrarti per ricordare che era solo un pesce.

Dopo un’ora in quella libertà siamo risaliti sulla panda di fianco a due secchi che una volta erano stati di pittura da muro.
Felici delle nostre prede di cui ormai condividevamo il colore e l’odore.
E ci sembrava incredibile che, spiegando ai nostri genitori la bellezza di andare a manàr, loro non ci capissero e parlavano solo di farci la doccia al più presto. Di toglierci quell’odore, quel fango.
Ci sembrava davvero incredibile. Davvero incredibile.