racconto

Pensieri da seminare

correre

Quando Barbara cercava un modo per non pensarci le è sembrata una buona soluzione iniziare a correre. Ha iniziato con le scarpe da ginnastica qualsiasi che indossava sotto i jeans, con i pantaloni della tuta e una T-Shirt di cotone con la scritta simpatica.
Ha spostato un po’ il peso in avanti e ha cominciato a imitare a mente i movimenti di quelli che ha sempre visto passare.
Imparerò, si diceva, imparerò a correre come gli altri.
Senza accorgersene aveva già perso di vista il suo scopo: dimenticare, distrarsi, non pensarci. Questo anelito di anestesia l’aveva avvicinata alla corsa.
“Ho cominciato a correre per non pensare.” – raccontava a un amico – “Credevo che la fatica potesse insabbiare tutti i problemi che avevo in quel periodo.” Ma piano piano impara la tecnica. Perché è portata Barbara, ma ha anche l’umiltà di mettersi in gioco. Di voler imparare le cose che pensiamo di saper fare.
A mano a mano che il fiato migliorava, lei pensava “Per adesso non riesco ancora a lasciarli indietro, i miei pensieri. Ma appena divento veloce vedrai!”. E inforcando pensieri come questi, senza accorgersene accelerava.
Si è iscritta a una società, lo ha dovuto fare per fare le prime garette. E poi ci ha preso gusto. Ha visto che non era poi tanto male.
“Se corri per un’ora” – le ha detto un giorno un vecchio podista con pochi capelli – “puoi correre anche per due ore”.
Questa frase le è rimbalzata dentro. A ogni passo, a ogni allenamento. Senza però riuscire a mandare via i pensieri che avrebbe voluto allontanare.
Con i mesi e i chilometri passati, Barbara si accorge di essere migliorata molto. Scopre che le gambe vanno da sole, che il fiato c’è, il cuore anche. E se il cuore batte per la pista, non perde neanche un colpo sui ricordi. I ricordi ci sono, sono sempre lì. Ma Barbara ha smesso di volerli cacciare. Ha scoperto che quando corre si pensa. Si pensa tanto, si pensa meglio, si pensa in solitudine. Mentre corri i pensieri si mettono in ordine e si semplificano: perché sopra i dieci chilometri ogni peso inutile è fatica.
Sono passati pochi anni. Barbara ha corso, persino qualche maratona, persino sotto le quattro ore.
Adesso è lì che fa la sua doccia, i pantaloncini e la maglietta buttati sul pavimento appena fuori. Barbara non pensa più di seminare i suoi pensieri. Adesso è pronta a correre al loro fianco.

La fiaba del bacio sbagliato

rose

C’erano una volta due che camminavano nella notte. Un uomo e una donna, di una età quasi di mezzo che li porta a definirsi ancora ragazzi. Lei non è nella sua città, si vede da come lui le cammina di fianco. Ha le spalle un po’ inclinate verso di lei, come un anfitrione, come per tenerti aperta una porta.

Ma non è una storia antica, al posto dei castelli ci sono i palazzi, al posto dei cavalli un motorino, al posto dei draghi le polveri sottili. Non ci sono messaggeri e banditori, ma tablet e cellulari.
Lui, in un impeto di goffa cavalleria,  appena scesa dal treno l’ha abbracciata e le ha spento il cellulare. Le ha detto una frase sconclusionata, che quando si l’era preparata suonava meglio: “Spegni il cellulare: per qualche ora so portarla tutta in spalla la tua attenzione, senza neanche dover fare due giri.” Lei non ha capito ma ma deciso di assolverlo in un sorriso misericordioso.
Lei non ha una bellezza da rotocalco. E’ alta, magra e consapevole. E ha un sorriso che quando lo apre servono gli occhiali da sole.
Lui non li sa proprio portare gli occhiali da sole. Ha spalle dritte, qualche chilo di troppo, parla senza gridare e nasconde l’imbarazzo in battute cotte sul momento.

Lui la porta in posti che non conosce nemmeno lui. Alieni come sanno essere i viottoli della città dove viviamo. Vuole farla ridere, per illuminare quella notte. E allora si inventa storie incredibili.
“Vedi quella casa? Qui ci è stato ucciso il partigiano Dinamo, che però nella vita si chiamava davvero Mario Dinamo. Ma era così furbo che ha scelto un nome di battaglia così scemo che quando cercavano di capire chi si nascondesse dietro Dinamo nessuno pensò a lui. Poi una sera in osteria un amico lo chiamò per cognome e i federali senza fantasia si girarono di colpo. E insomma la storia non la so bene, ma alla fine è stato mandato al confino su un’isola piena di sole. E quando dovette tornare non ebbe il coraggio e fece raccontare che era morto.”
Lei pensa un quanto sei scemo, ma è lusingata da questo spettacolo improvvisato. Finge di cercare la targa sulla parete esterna. Finge di non vedere che la palazzina è degli anni Sessanta.

“Qui nel medioevo è stata catturata Beatrice Aquefonti prima di essere impiccata”
Ma lei lo interrompe “ma Acquefonti non si scrive con la CQ?”
E lui prontamente “Ma che cazzo ne sai come si scrive una cosa che pronuncio? Mi stai sbirciando nei pensieri?”
Lui non ci casca. Lui pensa che lei, mente brillante, lo voglia portare ad ammettere“il nome l’ho appena inventato, come fai a sapere come si scrive?”. Lui a voce è furbissimo, è con le mani che è un tonto e preferisce nasconderle in mano.

Lui è più basso di un po’, ma quella sera si sente grande.  E allora, camminando, cerca dei marciapiedi che gli sembrano bellissimi e quando lei cammina giù, lui cammina in parallelo su. E quelli che li vedono pensano: ”sono alti uguali”.
E quando invece lui cammina giù e lei cammina su, quelli che li vedono pensano“che nano di merda!” e lui, sempre col pensiero risponde “Che scemi, non hanno visto che c’è il marciapiede” e se ne va felice.

E poi quando le mascelle sono quasi indolenzite per i tanti sorrisi mandati e ricevuti decidono che è ora di tornare. Lui la deve riaccompagnare da qualche parte, che la storia non dice.
Allora decide che è il momento, che non vuole sentirsi una volta ancora col rimorso di non avere osato.
Si ferma, chiude gli occhi. Li chiude forte forte per essere sicuro di non lasciarsi scappare il coraggio. Si sporge in avanti e tira fuori dai suoi sogni un bacio maiuscolo. O almeno, maiuscolo sembra a lui, che non se ne intende. Per lei sarebbe stato al massimo un bacio da mandato esplorativo, tipo da terza media.
Ma ci ha pensato troppo. E se ne accorge perché riaprendo gli occhi per guardare il risultato di quella detonazione,si trova davanti un uomo piccolo, con la pelle scura e i baffi. Gli pendono dalla mano un mazzo di rose troppo rosse e troppo poco convinte. Il pakistano delle rose non ha capito come mai questo sconosciuto lo abbia baciato. Ma visto che tutti lo mandano sempre via, ha deciso che questo sia un segno positivo, un segno di amore e di amicizia di cui non capisce bene i termini e le condizioni. Sfodera un sorrisone bianco e allunga meccanicamente una rosa. A lui. E poi se ne va, soddisfatto di quella modica quantità di amore piovuta così.
Lei ride, forte di gusto. La notte si rischiara.
E lui dice a voce alta “è bello illudersi di poter cambiare l’umore di una persona, è davvero bello”.


 

Questa fiaba l’ho scritta per GallizioLAB. La trovate ance qui.

Una storia pigra

panchina

Alessandro era così pigro che quel giorno, preso da una bolla di demotivazione, decise di non andare a lavorare. Telefonò dicendo che non sarebbe andato e che prendeva un giorno di ferie. Era troppo pigro per inventare una scusa articolata o un malessere credibile. Del resto aveva accumulato un discreto numero di giorni di ferie, perché era troppo pigro per organizzarsi vacanze lunghe. E in quel posto ci  lavorava da anni, essendo troppo pigro per cercare un posto migliore.
Da molte settimane aveva in mente di dover smontare l’armadio di plastica del terrazzo per portarlo in cantina. Ma era troppo pigro per trovare il tempo e la voglia di farlo, quindi aveva sempre rimandato. E questo giorno di ferie non programmato poteva essere il giorno giusto per farlo, ma poi fu colto come da un senso di inaspettata pigrizia e scese nel parchetto più vicino a casa per sedersi su una panchina. Non deve stupire la sorpresa di questa sensazione: Alessandro era troppo pigro per fare lo sforzo di immaginarsi il futuro.

Zoe, senza saperlo, viveva la sua pigrizia parallela nella stessa città. La stessa città dove era nata e aveva studiato, troppo pigra per andare via. Aveva abbandonato per pigrizia una carriera promettente proprio nel momento in cui, sull’ipotetico trampolino, avrebbe dovuto spiccare il salto e volare. Non le mancavano capacità o coraggio: ma era troppo pigra per flettersi e saltare.

Visto che il sole di marzo si era montato la testa, l’unica panchina all’ombra del platano era quella verso l’edicola. Entrambi valutarono con pigrizia che valeva la pena andarsi a sedere proprio su quella, per via dell’ombra. Anche a costo di doverla dividere con quello sconosciuto che si stava pigramente avvicinando allo stesso obiettivo dalla direzione opposta. Ma erano troppo pigri per cercare un altrove soddisfacente e finirono per sedersi sui due bordi opposti.
Restarono per circa un’ora seduti sulla panchina, sguardi paralleli in avanti, respiri regolari. Lui a leggere un libro che aveva pigramente preso dallo scaffale di casa, lei al pensare a mente alta al concetto stesso della pigrizia. Ma senza troppo impegno.
Nessuna occhiata a periscopio, troppo pigri per pensare alle conseguenze di essere scoperti. Troppo pigri per sorridersi, piacersi, incontrarsi. Troppo pigri persino per guardarsi e corteggiarsi. Così pigri che quando arrivò l’amore li trovò indifesi e li portò con sé.

Qualcuno dice che in quei vestiti comodi da pigri sembravano davvero fatti uno per l’altra. Qualcuno dice che li videro sempre assieme. Qualcuno dice che fosse amore, altri sostengono che sia stata solo pigrizia. Qualcuno dice persino che questa storia è del tutto inventata.
Io la riporto così, come mi è arrivata. E  devo dire che non mi sono fatto un’opinione: sono troppo pigro per questo.

La ricerca dell’Essenza del Natale

essenzadelnataleEccola lì, l’Essenza del Natale, che aleggia senza peso. Cerca una casa che l’accolga proprio perché le somiglia. Perché l’Essenza del Natale ha la prodigiosa capacità di vedere dentro le cose e le persone. Basta uno sguardo, due al massimo, per sentire se quello è il posto giusto dove fermarsi con la propria luce. Cerca un cambiamento, un’apertura, un animo pronto. E vola, sulle nostre campagne, sulle nostre città.

Si avvicina a una nonna, una nonna felice. Sta preparando il pranzo di Natale e si sente felice e fortunata. Avrà a pranzo i suoi figli e tutti i suoi nipotini. Quando ha avuto la conferma che sarebbero venuti era entusiasta. E anche adesso non si risparmia. Tanto che è da settimane che ne parla con le sue amiche, col cuore pieno di attesa. Antipasti, fritti, contorni, i piatti della tradizione. Una tavola decorata con gusto. L’Essenza del Natale la guarda con dolcezza e passa oltre.

Il Monsignor Ricotti ha fatto un’omelia bellissima. Ha parlato di amore, di accoglienza. Lui sì che sa come parlare alle persone. Anche quelli che a messa ci vanno solo a Natale e forse a Pasqua si sono fermati ad ascoltarlo. Sentendosi fuori luogo a leggere i messaggi sullo smartphone impostato su silezioso. Si sono fermati tutti, per ascoltarsi, per pesarsi addosso quelle parole così vive. Poi è tornato nelle sue stanze, ha letto un mezzo capitolo del suo libro e adesso è lì sul divano, addormentato davanti al televisore acceso su un programma che non fa la differenza. L’Essenza del Natale riesce a sentire il discorso di qualche ora fa. E sente che non ha cambiato il monsignore. Gli aggiusta il plaid senza farsi sentire e passa oltre.

Un padre rientra dal turno di notte, ha messo nel baule dell’auto i regali. Due enormi sacchetti bianchi pieni di pacchetti colorati. Sale in ascensore ricordandosi di non avere messo il bigliettino col nome di ognuno. Ripassa a mente la storia cercando di renderla credibile. Quella in cui ha incontrato Babbo Natale proprio rincasando. L’essenza del Natale vede l’orgoglio di acquirente, l’attaccamanto ai figli, ma nessun cambiamento. E vola oltre.

Un mendicante passa da un vagone all’altro della metropolitana. Si avvicina ai viaggiatori di Natale guardandoli negli occhi con la testa un po’ piegata. Oggi dice Buon Natale, datemi qualcosa. Oggi le sue richieste trovano meno ostilità. Attecchiscono nei sensi di colpa di chi sente che ha avuto molto di più. Si avvicina l’Essenza del Natale. Ci legge miseria, mestiere, un po’ di fame. Ma non riesce a trovare nel cuore quella voglia di cambiamento. Riguarda. E rassegnata passa oltre.

Un automobilista sulla corsia d’emergenza della tangenziale. Cerca un amico o un carrattrezzi. Un qualcuno che lo possa tirare via da questa brutta situazione. Cerca tra i documenti dell’auto un numero verde. Si ricorda del triangolo e scende per posizionarlo una decina di metri dietro la macchina. Nessuno si ferma. Arriva l’Essenza del Natale e legge un velo di disperazione. E rammarico per non avere fatto il controllo nei tempi previsti dal costruttore. E poco di più, quindi passa oltre.

Il capo di terza classe Marzone è in Marina da quasi venti anni. Lavora alla capitaneria di porto di una sede disagiata, un incarico temporaneo, per mettere via qualche soldo in più. Ma oggi è con la famiglia e racconta di quel giorno, di quando il mare era pieno di persone. Non le chiama migranti, ma non li chiama neanche più negri (come faceva al circolo sottoufficiali, dove le telecamere non possono entrare). Cerca di spiegare alla sua famiglia cosa significa passare giorni a ripescare corpi. E lo fa in un modo nuovo, senza paura di sembrare debole. Lui che da ragazzo in camera ha sempre avuto brutte bandiere nere con simboli di corpi di guerra e ideali stupidi di cui voleva innamorarsi. Ma si è arruolato perché c’era il concorsone, non per un ideale. E adesso è lì, tra gli sguardi perplessi, che parla di quelli che sono riusciti a salvare e quelli che hanno potuto solo ripescare e mettere in fila. Lo fa con le lacrime agli occhi e non si nasconde cambiando discorso. L’Essenza del Natale ha trovato finalmente dove fermarsi.

Alici

Alici, piatto ucrinoSe qualcuno avesse potuto chiosare su quell’amore finito, avrebbe detto che fu il Destino a decidere tutto. Non certo loro, Nikolaj e Liliya, intendo. Loro su tutto quel fatalismo rinunciatario si scagliavano senza nessuna remora.
Nicokaj Drozdov nelle presentazioni, non amava definirsi Conte. Preferiva che lo conoscessero per i suoi modi, per il suo gusto e per le sue opinioni sull’arte. Non sto a raccontarvi come ogni singolo punto di questo elenco, irritasse suo padre, il Conte Vasilij Drozdov!
Un giorno, il cosiddetto signor Nikolaj Drozdov scrisse alla rivista letteraria “Il caminetto”, criticando aspramente un certo Lev Olevski, allora poeta tra i più osannati dell’impero russo, per la sua ultima opera. Acclamatissima.
Se un’opera vale, scrisse il cosiddetto signor Drozdov, non ha bisogno di portare in copertina caratteri dorati. Né tantomeno quel motto imperiale “S nami Bog” che è un vero insulto per un uomo d’arte. Quali Dei sarebbero con voi? Quelli che sorreggono le ragioni dell’Impero? Quelli del vostro presunto Fato? Oppure le Muse in persona?
La lettera si chiudeva con un perentorio invito al povero Olevski (di cui invero persino le antologie russe si son presto dimenticate) a prendersi in prima persona la responsabilità delle sue opere. Senza delegare Dei pigri o divinità dedite ad altro.
La lettera venne imprevedibilmente pubblicata. Sia pure con una vile e pomposa introduzione del Direttore della rivista, dove toccava senza precisione,  concetti che avevano a che fare con l’opinione e la libertà e le responsabilità e il diritto di dar voce.
Fu leggendo quell’intervento che Liliya Petrova, nobildonna di Odessa di età imprecisata, si decise a prendere carta e penna e scrivere al (come si firmava) signor Nikolaj Drozdov.

All’inizio la discussione non uscì dal merito della famosa lettera. E non fu un approccio tutto rose e fiori. Lei gli  rinfacciava, non a torto, di compiacersi alquanto della sua posizione di provocatore. Lui le rispondeva, in fondo confermando, che una provocazione serve quando il discorso langue.
Iniziarono, quasi senza rendersene conto, a raccontarsi.
Ognuno, preso dall’amore per la letteratura e dal coinvolgimento crescente per questo rapporto, cominciò a parlare di sé.
Si sarebbe potuto dire che i cavalli del servizio postale, consumassero i loro ferri tra l stazioni intermedie della linea Mosca-Odessa, soprattutto per Nikolaj e Liliya.
Ormai non passava giorno che, ricevuta la tanto attesa lettera, non venisse consegnata la risposta ad un servitore nel giro di un paio d’ore. Al massimo. Servitore che poi sapeva già cosa fare. Sapeva benissimo che nessuna altra incombenza, avrebbe avuto importanza maggiore.

Lettere e lettere si incalzavano. Si rincorrevano in discorsi appesi a saluti e auguri. Scandivano settimane, mesi, ormai anni. Questo strano legame si rafforzava senza mai stringersi. Senza che nessuno dei due, per convenienza e per una sorte di gioco, arrivasse ad ipotizzare un vediamoci.
Fino a quando, inaspettatamente, si accorsero di essere invitati allo stesso prestigioso, impettito e irrinunciabile evento. Residenza moscovita dell’Ambasciatore francese, Signorie Vostre, molto lieti, e dietro tutti quei fronzoli lo stesso posto nello stesso momento.

Mancavano ancora quasi tre mesi al ricevimento, ma nel loro rapporto qualcosa cambiò. Un timore, forse, di fare i conti con la realtà. O magari la rabbia ostinata per non voler considerare il loro scambio, un qualcosa di meno che pienamente reale.

Ma la corrispondenza continuava. Così Liliya Petrova ricevette l’ennesimo attesissimo plico sigillato in ceralacca. Lo aprì e, come al solito, rispose. Ma rispose l’indomani.
Disse di dispacersi, di scusarsi se per la prima volta avesse lasciato passare una notte. Tanto il servizio postale ci avrebbe messo giorni su giorni. Ma ritornava da una cena a casa del dottor Irichenko e che doveva avere esagerato con le alici preparate dalla signora. O forse con il vino bianco del Mar Caspio, di cui tanto vagheggiano al nord.
Nikolaj Drozdov lesse quella lettera. Pensò alle alici. Non tanto al ridicolo affronto, che avrebbe dovuto derivare dal non aver risposto subito. Proprio alle alici. Pensò alle alici. Alici che non sono nella cucina della sua terra. Si sentì strano, reale. La sentì distante.

Adesso Nikolaj è lì, nel suo studio, come mille volte prima. Si siede alla scrivania e alza la penna. Passa un tempo che non saprei raccontare, proprio non saprei. Capisce la distanza, lenita da migliaia di parole. La capisce così. Con quelle alici. Infine riesce a iniziare la sua lettera di risposta.
Sua Eccellenza, Michel Molnard, Ambasciatore del Regno di Francia, è con grande rammarico che le comunico che non potrò essere suo ospite al Galà del prossimo mese di Aprile.
E tutto quello che scrisse dopo, in fondo, non conta.

I due guardiani

Il Brigantino “Ammiraglio Zaniboni” salpò nel primo pomeriggio. Considerati i giorni di navigazione necessari per giungere all’Arcipelago del Protettorato Australe, non c’era nessuna urgenza di partire all’alba.
Re Gustavo, aveva studiato con i migliori filosofi e logici di tutto il continente. E quando si pose il problema di come controllare l’isola C dell’Arcipelago, se ne volle occupare di persona.
In realtà era buffo che un’isola, per quanto sperduta nell’Oceano, si chiamasse proprio così. Isola C. Con una misera lettera dell’alfabeto, neanche la prima.

Due anni prima, la scoperta del tutto casuale. Una rotta sbagliata. E cento virate a indovinare correnti e venti in questo angolo di mondo. Dopo lo sbarco la bandiera nazionale era stata piantata sull’isola dell’approdo. E con una solennità frettolosa, l’ufficiale incollettato aveva arrogato al Regno di Re Gustavo, tutto l’arcipelago. Senza fare troppi inventari.
Solo da pochi mesi era stata rinvenuta , in una delle isole, una sorgente prodigiosa. Le notizie ufficiali parlavano solo di “scoperta senza precedenti”. Seguita da una sfilza di aggettivi abnormi e fumosi, come era nell’uso dei ciambellani di allora. Si diceva, a bassa voce, che l’acqua che scaturiva da una sorgente, potesse curare qualsiasi malattia. O forse l’invecchiamento di ogni essere vivente. O addirittura ridare la vita.
Ma qualunque prodigio contenesse, era chiaro che perdeva i suoi effetti lontano da lì. Quindi non poteva essere trasportata o immagazzinata.

Re Gustavo non mandò nessuna brigata, in questo mondo lontano e irraggiungibile. Non costruì fortini. Non spedì flotte. Nessun nemico o invasore poteva considerarsi una minaccia. Inviò solo due guardiani. Solo due. Due uomini.
Voleva un perfetto equilibrio. E, conoscendo la debolezza umana, gli parve la soluzione migliore.
Tre guardiani avrebbero finito per creare una maggioranza contro una minoranza. Quattro o più guardiani avrebbero prospettato scenari di alleanze e tradimenti. Da cinque in su il fallimento era facile da ipotizzare.
Due era la perfezione, nella sua regale mente di logico.
Nessuno dei due aveva il permesso di attingere alla fonte. L’altro lo avrebbe denunciato o addirittura (secondo la consegna) avrebbe avuto il permesso di usare le armi. Si trattava solo di vivere sull’isola. Scrivere rapporti giornalieri. Controllare che l’altro facesse lo stesso. Nulla più. Niente altro. Un compito facile, all’apparenza. Una specie di vacanza.

Scelsero due giovani ufficiali, per questo viaggio e questa permanenza che si prospettava lunga.
Di corporatura normale, buona cultura, carattere riflessivo, il tenente Giovanni Giuberti e il tenente Flavio Cittadini, sembravano essere uno lo specchio dell’altro.
Fedeli al Re e alle Leggi. Di famiglia stimata e con un passato onorevole fino all’ultima riga della scheda riservata.
I due guardiani, ancor prima di prendere servizio, percepivano l’importanza del compito. E la difficoltà di portarlo a termine. Non era come fare la guardia a un tesoro. Era di più.
Bisognava sorvegliare un qualcosa che poteva valere più di tutto il regno che servivano.
Sorvegliare poi l’altra guardia. Compagno di viaggio, di missione e di vita. Molto più di un pari grado o di un commilitone. Di più.

Avrebbero voluto fare un patto. Stringere un’alleanza più forte di quella militare. Un patto di sangue, di fratelli. Questo pensavano, parallelamente, con la faccia che diventava secca con il vento di coperta. Ognuno cercava calore ripassando a mente i propri valori, il proprio onore, la propria onorata reputazione.

Ma entrambi sentivano una vertigine fredda, quando pensavano che dovevano fare la guardia ad un essere temibile e minacciosissimo. Che avrebbe potuto portarli a qualsiasi tentazione e qualunque delitto.
Lo stesso essere che guardava ognuno di loro dallo specchio del bagno, quando la mattina si radevano.