delusione

Con la noia

noia

Con la noia non fai molta strada. Ti si infila nei sandali, tra pelle e cuoio, s’aggiusta da sola, cerca il suo posto e provoca abrasioni. Si posa sullo zaino che fino a quel momento ti sembrava sopportabile e lo rende di un etto più pesante del tuo limite.
Con la noia quel libro lo apri anche. Ma il tuo occhio non lo imbrogli: non segue la riga. Rimbalza avanti e indietro come una pallina del flipper alla fine della stagione del mare, quando resta solo il vecchio bagnino con l’ultima moneta da cento lire e  nessuna tasca dove metterla. Allora ding ding ding fino a quando, senza passione, vede la biglia di acciaio andare dietro a tutte le altre.
Con la noia quei progetti che dovevano traghettarti sulla felicità ti lasciano a metà del guado, dove l’acqua è bassa e sotto c’è tanto di quel fango da incollare scarpe e piedi.
Con la noia finiamo a cambiare la data a quell’unico quotidiano proposito del lo faccio dopo.
Con la noia ci giriamo indietro e la troviamo lì: che segue il nostro traghetto a una distanza così perfetta che sembra legata da una cima invisibile. Mai che si avvicini, mai che si allontani, mai che ci tocchi. Sempre lì.

Ma a volte nella noia si trova la spinta per alzarsi dai divani della vita. Quando cominciano a diventare polverosi e troppo caldi. Per uscire da quella presa troviamo quella forza che somiglia più a un rimbalzo casuale che a uno slancio. E in un attimo siamo fuori. Magari vestiti in modo inopportuno, ma fuori. E non importa se qualcuno chiamerà coraggio quel moto centripeto, non importa davvero.
Importa che siamo fuori. dove c’è ossigeno, paura, novità, pensiero difforme. E quella noia l’abbiamo lasciata indietro. Almeno per oggi lasciata indietro.

 

In zona disco orario

martaspetta

Marta ha un gatto bianco, due cani grossi. Più che cani sembrano degli enormi serbatoi di bava: scuri, a pelo raso, sembrano persino intelligenti, se ci parli lontano dall’ora dei pasti.
Marta è vicina ai quaranta, non ricorda se di qua o di là, e mette in fila le cose che non sono state. Ti parla dei suoi programmi ma finisce senza accorgersi per parlare di storie che ha vissuto. Il suo futuro è saldamente ancorato al passato, tanto che un po’ non ci si crede. Aveva più certezze, Marta, ma ha dovuto fare i conti, reinventarsi, capirsi da zero. Si ripete che vale molto, e glielo dicono anche i suoi amici. Ma oggi si deve accontentare di un lavoro precario, di un amore indeciso, di un posteggio temporaneo. Vive in zona disco orario, Marta. Deve sempre cambiare il disco e mettere altre monete nel parchimetro.

Fuori è autunno e questo a Marta proprio non va giù. Dovrebbe vivere in un posto dove a ottobre ti trovi davanti, in cielo, un grosso tasto skip. Uno di quei tasti che ti portano alla canzone dopo, direttamente al prossimo aprile, per cominciare con la giusta rincorsa un’altra estate. E se quel tasto funziona va bene anche una canzone stupida, di quelle per l’estate. Perché Marta è una donna da mare. Una donna da amare, anche, forse; ma sicuramente una donna da mare.

Adesso con questo buio che arriva presto, le pesa uscire di casa quando non deve. E appena ha mezz’ora si butta sotto le coperte. Chiude le persiane anticipando il buio di un paio d’ore. Cerca nelle coccole di uno di quei serbatoi pelosi un affetto sincero. Nelle coperte invece cerca una protezione. Si fa una tana dove è bello sentirsi al sicuro. Come se fuori ci fosse il freddo, come se fuori ci fosse una minaccia, come se fuori ci fosse qualcosa di più duro dell’indifferenza. E allora su, si tira su le lenzuola col pizzo antico di San Gallo che avvolgono le coperte e, sotto tutto quel peso, lei. I calzini buttati per terra come quei pensieri senza ossigeno. Marta, da dentro, sogna un amore da rincorrere. Un amore che la tiri fuori da quelle coperte per correre nel fango, sopra le foglie, non importa se è autunno. Un amore che magari poi la ributti dentro quelle lenzuola, ma non per nascondersi.

Ma invece per oggi sta lì, senza progetti. Anestetizzandosi con uno schermo che dopo un po’ le fa male agli occhi. Quegli occhi che, a poterli confrontare, avrebbero lo stesso colore del cielo a quest’ora. Ma bisognerebbe essere fuori per accorgersene.
E invece Marta è lì che aspetta. Un amore, un odore, un’estate, un aprile.


photo credit: Paola Blondi www.blondi.info

Il tagliacarte

tagliacarteDopo un’estate di attesa, finalmente arrivò la lettera di risposta dalla prestigiosissima Università di Lipsia. Cielo: Lipsia! Non Magdeburgo, Dresda o Gottinga: proprio Lipsia. Lipsia!
Una lettera così era il sogno di ogni giovane che avesse finito gli studi liceali. Adesso si trattava di fare sul serio: puntare verso uno dei tanti futuri possibili e misurarsi. Verificare se il talento, la fatica, l’impegno erano sufficienti per guadagnarsi quel futuro di prestigio e agi a cui ambiva.
E l’Università di Lipsia era senz’altro un trampolino ideale per spiccare questo dannato volo.

Ci aveva pensato tanto a questo momento, nelle settimane passate. Aveva visualizzato istante per istante il rito dell’apertura della busta. L’istante esatto in cui la busta viene lacerata e la lettera smette per sempre di essere carta e diventa un messaggio. Chiudendo gli occhi aveva visto decine di volte il gesto mai troppo preciso del tagliacarte, le punte delle dita che afferrano un angolo e la lettera che viene spiegata. E gli occhi che corrono giù, lungo tutte quelle parole inutili (indirizzo, data, oggetto, convenevoli) fino ad arrivare al cuore.

Un sì all’ammissione avrebbe significato un primo passo nella direzione giusta.
Un no, per contro, sarebbe stato un primo gravissimo intoppo verso la conquista di quel sogno. E verso l’incauta sicurezza di poterci arrivare.
Un momento così, però, non poteva essere vissuto in modo casuale. Aveva bisogno di un posto perfetto per essere celebrato. Per questo, con la lettera in mano, Gustav prese la bicicletta e andò sulla panchina vicino al molo del laghetto. Quella sotto il salice, dove lui amava leggere e dove gli innamorati andavano la domenica a noleggiare una delle barche rosse per remare e fingere di parlare del lago.

Estrasse la busta dalla tasca della sua giacca. Cercò nella sacca il tagliacarte. Ripercorse a mente le conseguenze di un no e di un sì. Cacciò lontano i pensieri brutti con un respiro molto più profondo del solito e si sforzò di essere ottimista. Il tagliacarte entrò a fatica nella piega e tagliò la piega superiore. La lettera venne estratta e l’occhio cadde pesantemente su un avverbio “malgrado”.
Malgrado la sua candidatura presenti numerosi aspetti positivi, ci rincresce comunicarle che…

il coraggio di dire basta

riscrivo

“Del resto glielo avevo chiesto io. Del resto mica ero a caccia di complimenti”
Questo ripeteva Umberto Sarti uscendo dallo stabile al numero sette di via Tarcisio. Aveva preso le scale per regalarsi il tempo di riflettere per quattro giri su quei gradini di marmo bianco. E poi quell’ascensore antico, al centro della tromba lo affascinava sempre. Forse per la pulsantiera di ottone, forse per quella luce strana, forse per quella grata sottile che donava all’ascensore l’aspetto di una gabbietta raffinata.
Ma quel giorno non c’era in lui la leggerezza che mostrava quella griglia sottile che ornava la porta dell’ascensore.

Si frequentavano da qualche anno, in modo poco assiduo. Ma ogni volta che parlavano, si dedicavano un’attenzione molto speciale. Ascoltavano davvero quello che l’altro diceva. Non che fosse un rapporto tra pari: certo, il Giannelli, il grande Giannelli era abbastanza noto e aveva saputo costruirsi una credibilità che il suo giovane interlocutore non aveva ancora.
A dire il vero la differenza di età non era grande: cosa sono quattro anni per due persone che aspirano a creare opere che resistano nel tempo?

“No guarda: questo libro è scritto bene. Il tuo stile si vede e lo sai cosa ne penso. Ma manca qualcosa. La mia sensazione è che… È come se tu… Insomma, non so come dirlo, ma sembra che parli di una esperienza che non hai vissuto. Sei preciso, puntuale, dettagliato, profondo… ma si vede che non porti nessuna cicatrice. Si vede, mi spiace. Il resto invece ha notevoli…” Ma il resto non importava a Umberto. Cosa poteva farsene di un anche se, quando proprio il cuore del libro risultava posticcio?

Sarti camminava per la strada e cercava di distinguere quell’emulsione nuova di sentimenti. Da un lato c’era la gratitudine per un commento che riconosceva come fondato. Dall’altro cercava di lenire questo senso di sconfitta con pensieri come “ma forse lui è troppo severo con me, dovrei ascoltarlo di meno” e anche “i miei lettori non saranno certo così pignoli” oppure “ma magari non è così male, forse sto ingigantendo io una critica che non mi aspettavo”.
Sarti camminava senza riuscire a seminare questi pensieri. E a ogni passo questo senso di inettitudine si conficcava un millimetro più a fondo nella sua anima.

Arrivò a casa e buttò la giacca sullo schienale della poltrona. Prese il plico di fogli che presto sarebbe dovuto diventare un libro e lo mise in una grande busta giallastra. Andò sul terrazzo per cercare di distogliere la mente da questo pensiero e si mise a innaffiare gerani e ciclamini. L’aria fresca di quella giornata di sole riuscì a compiere il prodigio.
Evidentemente gli restò da qualche parte la brutta sensazione di inadeguatezza, visto che da quel giorno davvero smise di scrivere.

Solo che non gliel’ha mai detto.

uscitascuola

Gianluca vuole bene ad Alessia. Solo che non gliel’ha mai detto. Solo che nella sua logica di cresta e brufoli non è che queste cose si devono dire a parole: si devono capire, dai. Quindi Gianluca sa di non aver mai parlato di amori con Alessia, ma è convinto che lei sappia del suo amore. Che poi, se dovesse metterlo giù a parole, questo coso che ha dentro, non userebbe certo parole vecchie come amore o innamoramento. Scopiazzerebbe frasi di cantanti ben disposti a farsi fraintendere. Adesso Gianluca è fuori dalla scuola e guarda Alessia da lontano. Alessia che sta baciando uno di due anni più vecchio di Alessia e di Gianluca.
Gianluca finge di frugare sul suo touch screen e di non curarsene. Si sta interrogando su questa cosa che gli fermenta dentro. Non è gelosia: i suoi sentimenti verso Alessia sono troppo puliti perché persino lui li possa scambiare per possesso. Forse è invidia. Vorrebbe essere lui al posto di quello là, adesso. Forse neanche quello. È smarrimento confusione delusione. È altre parole che non sa trovare.
Rivolge a sé stesso domande che stanno in piedi solo in teoria. “Se io le voglio bene e lei è felice così, allora è questo il suo bene, giusto?”
Ma nessun “Giusto!” di conferma viene pronunciato dalla sua voce interiore.
Vorrebbe non avere questo senso di delusione. O almeno vorrebbe avere qualcuno a cui dare la colpa.
Gianluca non è invidioso, Gianluca non è geloso. Il problema è che Gianluca, in questo momento non è.
Gianluca vuole bene ad Alessia. Solo che non gliel’ha mai detto.

Deluderti

deludertiSerena si prepara per uscire. Dalla discussione di ieri sera le è restata quella parola in bocca. Non riesce a mandarla giù, non riesce a scioglierla con la saliva. Delusione, è quella parola. Serena non è delusa. Solo riflette su quanto l’esigenza di non deludere sia stata decisiva per la sua vita.
Pensa che le aspettative su di lei sono sempre state una fregatura. Non importa che tutto quel peso di aspettative esistesse davvero oppure fosse presente solo nella sua testa.
Serena ha sentito di dover essere brava a scuola. Di dover essere una brava ragazza. Di dover fare le cose giuste.
Intanto che struttura questi pensieri in forma di parole le scappa un sorriso sarcastico quando assembla “le cose giuste”. Va avanti a truccarsi, leggera coma una brava ragazza deve fare.
Pensa a quanto ha sentito il dovere di valorizzarsi con vestiti carini, ma non troppo appariscenti “Che sei già alta e poi se no spicchi troppo”. L’esigenza di essere sempre allegra e simpatica. Per tenere alto il morale delle troppe truppe.
E allora prende il telefono e scrive un messaggio al vecchio amico perso di vista per anni e che ha reincontrato pochi giorni fa.
“E allora, in questo bel reincontro, sarò felice di deluderti. buona giornata”
Serena ha fatto pace con la sua perfezione e può sputare quella parola che teneva in bocca da ieri.
Esce di casa incamminandosi verso il posteggio. E da adesso ogni passo è un pezzo di strada guadagnato.

Circolare

circolareDaniela aveva proprio il dono della sintesi. Scriveva in modo preciso, perfetto, appuntito. Proprio perché Daniela interpretava la sua vita in modo preciso, perfetto, appuntito.
Daniela è cresciuta nell’era di internet e dei social network. Così, quando sono nati i blog, le è sembrato naturale piantarne uno. E poi è stata brava a farlo crescere. Senza troppi concimi chimici, ma ricordandosi di dare acqua spesso e una bella luce diretta.
Quando poi si è diffuso twitter, Daniela è entrata e subito quella strana costruzione è diventata casa sua.
Daniela, infatti, non ha mai avuto ripensamenti da rampa delle scale. Quelli che ti fanno venir voglia di tornare indietro a dare le risposte giuste solo quando la discussione è chiusa a doppia mandata. No, Daniela è sempre stata veloce, pronta, reattiva.
E in questo mondo nuovo si è fatta notare velocemente. Rapidità, spirito, forse anche spregiudicatezza. Il tutto servito su un letto di cultura che non si vede ma si intuisce, lì sotto.
I suoi discepoli, che queste nuove religioni chiamano lettori o seguaci o follower, crescevano di giorno in giorno. Questo portava le sue parole a diffondersi sempre più velocemente. E portava la sua fama a crescere. E la sua credibilità a rafforzarsi. Ad avere una visibilità via via maggiore. E ad avere ancora più discepoli. In un efficace meccanismo circolare. Circolare.

Quello che era un gioco da fare nei ritagli di tempo, a un certo punto ha smesso di esserlo. Daniela è presente di giorno, è presente di notte, è presente. Parla di sciocchezze, magari, ma convince.
Qualcuno la nota, le propone di fare cose nuove. In radio, in TV, su riviste di bit e di cellulosa. Daniela partecipa, non si nasconde. Non lo ha mai fatto, neanche nel mondo vecchio.
Questa metamorfosi non ha un momento chiave, ma quella che era una  piacevole perdita di tempo si trasforma in occasioni, offerte, opportunità. Un lavoro. Un lavoro vero. Un lavoro di quelli che non puoi averli sognati, perché prima non esistevano.
Inizia questo lavoro e ci  si butta davvero. Col cuore e col corpo. Con quel tutto o niente che tanti lettori le invidiano. Una lavoro che l’assorbe molto. Viaggi, sere, weekend. I tempi della TV non sono quelli di un ufficio. Piano piano non trova più il tempo per twitter.
L’appagamento per questa nuova vita le regala un’esaltazione che la porta a sorridere di più. A rispondere in modo entusiasta anche ai “Come stai?” più distratti. Un’esaltazione piena e rotonda. Circolare.

Inevitabilmente la frequenza dei suoi interventi nei social network si dirada. Ormai li usa come una rubrica del telefono per salutare qualche amico, magari dal treno. Ma non è come prima. Il blog, e chi ha tempo per il blog?
Il lavoro così intenso la porta ad avere un eccesso di acido lattico esistenziale. Deve un po’ rallentare, lo sente. Si prende un po’ di tempo, qualche pausa.
Ma chi l’ha conosciuta nella fase di massima accelerazione nota questo rallentamento. I nuovi lavori vengono affidati ad altri. Non c’è calcolo, solo istinto. Le occasioni si presentano meno, tanto che Daniela cerca di capire, di razionalizzare almeno.
“Dopo questa pausa” – di dice – “ripartirò da dove mi sono fermata. Un passo indietro e due avanti”.
Riprende il blog in mano. Scrive cose belle ma sono pochi i lettori di un tempo. “Ma come, non è passato nemmeno un anno dall’ultimo post?”
Riprende twitter, i social network. Dice cose per lo più ignorate. I commenti che riceve le sembrano una risposta meccanica, di rito. Non sopporta più questo modo di comunicare. E si vede. È presente, ma il suo animo è diverso. E questo la porta ad un distacco progressivo, che lei stessa alimenta senza accorgersene. Una spirale di cui lei alimenta la spinta centripeta. Circolare.

Ormai non cerca gli amici e aprire il PC è una pena.
Non capisce dove, non capisce quando. Guarda quella bottiglia di whisky che è restata sul mobile della cucina. È lì da quando le feste finivano così. E lei ne era la regina.
Si versa un bicchiere, poi un altro. Cerca di piangere e non ci riesce.
Vuole ricominciare, vuole uscire da questa spirale. Cerca un brivido, uno spunto, un appiglio. Una scossa. Vuole.
Esce dalla porta finestra che dà sul terrazzo. Appoggia il bicchiere e si sporge. Cerca nelle vertigini, forse, quella scarica di adrenalina per ripartire. La volontà o l’alcol spostano il suo baricentro in modo pericoloso.
Quaranta minuti più tardi, sotto casa sua un lenzuolo esce dal bagagliaio di una pattuglia dei carabinieri per coprire quello spettacolo.
“Non c’è niente da vedere. Circolare!”
Circolare.

Come difendersi dai regali. Guida sintetica.

regaliSi avvicinano i tempi dei regali e comincio a sbuffare pensando a come dovrò aderire a questo rito. La cosa strana è che anche quando sbuffo a mente, poi dal di fuori si vede, non so se è lo sguardo o il vapore che esce dai pori. Di fronte ai regali non possiamo nasconderci. Abbiamo un doppio ruolo: attivo e passivo. I regali dobbiamo farli e i regali dobbiamo riceverli. Dobbiamo, sì. E non valgono i patti di non belligeranza. Non vengono mai rispettati. Qualche anno fa ne avevo fatto uno. “Continiuamo a ripeterci che siamo circondati da un consumismo acritico. Perché non facciamo un viaggio invece di farci degli stupidi regali per natale?” “Sì, sono d’accordo. Volevo proportelo io”. Bellissimo, indovinato, perfetto. Salvo poi sentirsi dire “Ma io in fondo speravo che almeno qualcosina, un pensierino… un simbolo…”. E di fronte a queste cariche di tritolo innescate non c’è nessun “Ma come!” nessuna logica, nessuna ricostruzine dei fatti che possa funzionare.

Rifletto però sui regali peggiori che ho ricevuto. Riflettendo sulle circostanze in cui sono stati fatti. Magari qualcuno un giorno potrà trarne un’ispirazione per evitare gli stessi errori. Ma questo eccesso di spirito salvifico è solo l’ennesimo regalo sgradito.
Ci sono i soprammobili carini della categoria non sapevo cosa scegliere, ma volevo farti un pensierino. La carineria e l’attrattività del coso ha una persistenza media di un minuto, un minuto e mezzo nei casi migliori. Ma chi li ha ideati e commercializzati sa che questo minimo lasso di tempo è sufficiente al compratore in ritardo coi regali inutili per metterli nel censtino e andare verso la cassa. Non importa se chi li riceve avrà voglia di buttarli già dal sessantunesimo secondo di convivenza (novantunesimo nei casi migliori).

I regali palesemente riciclati. Un mio amico mi ha regalato a un anno e mezzo dal suo matrimonio, un set per la fonduta “ma lo puoi usare anche per il cioccolato”. Certo se fossi Willy Wonka forse un paio di volte l’avrei usato e avrei considerato che quel mezzo metro cubo di ingombro era tutto sommato accettabile.

I regali che poi magari me lo presti. Funziona così: ti regalo un qualcosa che vorrei comprare per me, con la dichiarata speranza di poterne trarre un beneficio. In questo mia sorella è stata per anni in lotta per il titolo di campione regionale. Ma da quando io ho cambiato regione di residenza, ormai non ha più avversari degni. Regalava cd che le interessavano per poi poterseli duplicare. Una specie di parassitismo informale molto evoluto. Una cosa a cui gli etologi arriveranno fara due o tre decenni.

Poi ci sono i regali l’ho fatto con le mie mani. E’ una categoria multiforme. Di solito le materie prime sono lana dei colori sbagliati, cartoncino dei colori giusti, vinavil. Si buttano centinaia di ore-uomo nella realizzazione di maglioni che nascono già sformati che potrebbero andare bene al parigino Quasimodo. A patto di avere quel minimo di buona sorte ci permette di fare combaciare le gibbosità dell’indumento con quelle del campanaro di Notre Dame. La particolarità di questi regali è che poi vengono messi, esclusivamente nei giorni di festa, indipendentemente da ogni esigenza estetica e di termoregolazione. All’interno di questa categoria merita una menzione uno studio dell’Università di Stoccarda incentrata sulle inevitabilità della taglia sbagliata. Persino per le sciarpe.

Ci sono poi i regali della categoria lacinquantamila. Funziona con una elargizione di denaro contante, che va nominato con immotivati diminutivi e allungato con sguardo colpevole. La nonna che dice “Non sapevo cosa regalarti, ti do i soldini [diminutivo!] e ti compri quello che vuoi. Ti compri una cosa che è il pensierino che ti fa la nonna”. Nonna: non è un pensiero. E’ money transfer, è una specie di WesternUnion autarchico: che razza di pensiero se neanche ci hai pensato. Ok, i soldi sono soldi: ma perché me li dai di nascosto? Di chi hai paura? Puoi essere più precisa sulla provenienza di questo denaro?

I regali inaspettati di chi volevo comunque fare qualcosa. A parte che quel comunque andrebbe indagato a fondo. Comunque cosa? Ti sto sulle balle e volevi farmi comunque un regalo? Non ci tenevi ma ti sei sentita comunque in dovere di farlo? Ti hanno regalato una porcheria che comunque hai deciso di rifilarmi per liberartene?

Il primo pensiero di fronte alla maggior parte dei regali va al calendario. Scorriamo i mesi alla ricerca della data esatta della festa patronale, quella in cui chiedono se abbiamo preziosi oggetti da devolvere per la pesca di beneficenza. No, fermatevi! Questi oggetti non vanno riciclati. Così si rialimenta il racket delle porcherie in circolazione.
Dobbiamo avere il coraggio di smontarli, disassemblarli, dividerli per componente e (una volta mischiati i pezzi) smaltirli nei cassonetti di comuni distanti almeno cinque miglia l’uno dall’altro. Forse solo così avremo qualche speranza di averli eliminati per sempre.

Poliuretano

Fiore in realtà si chiama Florian. Ma da quando è in poliuretanoItalia si è abituato a farsi chiamare così. Per semplicità. Ormai si è abituato a tante cose.
Si è abituato a non pensare al futuro.
Si è abituato a chiamare casa un posto in cui si vergognerebbe di ospitare vecchi amici.Si è abituato a uno sguardo freddo, quando il suo accento tradisce il suo non essere italiano.
Si è persino dimenticato il diploma quasi a pieni voti che ha preso da ragazzo. Non gli serve, qui. Gli serviva un lavoro e ne ha trovati tanti. Tanti lavori che tutti assieme non ne fanno uno vero. Ma bastano per prendere una macchina per tornare a casa d’estate e sembrare un vincitore, uno che ce l’ha fatta.
Florian si è abituato a farsi andare bene le domeniche con la sigaretta in bocca e la tv satellitare. Così senza pensare troppo.
Da qualche tempo gli hanno presentato una donna Anna. Tra di loro parlano un italiano buffo. Ma è una delle poche cose che hanno in comune. A parte la solitudine.
Intanto che installa una parete di cartongesso, a casa di italiani normali che vogliono risparmiare l’IVA sui lavori, pensa a lei. Cerca di capire cosa prova per lei.
Intanto liscia, coibenta, isola. Perché Florian è bravo davvero in questo lavoro.
Usa il poliuretano spray. Lo vede uscire come schiuma quasi liquida dalla bomboletta. Sente il solvente evaporare presto e la schiuma indurirsi. Solidificarsi. Fare il suo lavoro. Riguarda quel lavoro perfetto e sorride, sovrapponendo il pensiero sull’amore a quello sul poliuretano.
Va a espandersi dove trova un buco, una crepa, un vuoto. Va lì e si solidifica e sembra perfetto. Sembra sia nato per stare lì.
Poi, segretamente orgoglioso di questa poesia va avanti. E si dice che sì, che bisogna crederci davvero. Che lui ci crede davvero a questa cosa. Florian crede davvero al potere universale del poliuretano.

Scendi, sono qui sotto

Ho dovuto lasciare la carta di identità al noleggio camper. Ho preso un furgone della wolksvagen, uno vecchio. Adattato a camper. Con le tendine e con i fiori disegnati a mano. Anche se a guardarli meglio, quei fiori non sono mica originali. E un po’ mi spiace.viva
Ma ho il mezzo. E adesso passo. Passo sotto casa dei miei amici. Dobbiamo andare a fare la rivoluzione.

“Scendi. sono qui sotto. Ho preso il camper andiamo.”
Ma Piero dice che poi sua moglie ha un appuntamento dal medico giovedi. E ha promesso di accompagnarla. E sai: non se la sente di lasciarla da solo dopo che ha promesso. Ma dice che viene. Che al massimo ci raggiunge lì.

Passo da Anna. “Ma sei scemo? Proprio oggi che ho lo studio. Sali che ti verso un bicchiere. Ma sei proprio scemo: era una cosa improtante, Simo. Importante”.
Niente bicchiere. La rivoluzione non può aspettare. Ciao, e bevi anche per me.

Passo da Mattia. Ha le bimbe da prendere a scuola, con l’autobus. Dopo che ce l’ha fatta finalmente a eliminare l’auto.

Passo da Sandra. Dice che ha la patente di rivoluzionario. Che gliel’hanno data a Cuba. Ma quella era un’altra rivoluzione, un altro mondo. Finiamo per discutere e cristallizzarci. Va bene, pensaci se ti va anche la nostra, io devo finire il giro.

Passo da Luca. Dice che è bello. Entusiasmante. Ma è proprio oggi?

Passo da Claudia. Ma tanto lo so già che mi tira dentro coi suoi ragionamenti. Che con una rivoluzione cosa ci sta meglio? E se non ho niente di rosso ma magari avete pensato a un altro colore. E se arriva la rivoluzione e mi trova senza neanche un filo di trucco, ti immagini. Non azzardo neanche un “Ma no guarda” e riparto.

Passo da Francesco. Ma dice che sta finendo di scrivere. E la sua rivoluzione è questa.

Passo… no basta

Torno al noleggio. Prima rifaccio il pieno. Altrimenti me lo fanno pagare chissà quanto.
Visto che sono stato via una mezza giornata mi fate uno sconto, vero?
No, no, Il mezzo è come me lo avevate descritto. Non ho niente da dire.
Ecco vi lascio le chiavi. Controllo che la carta di identità che mi restituiscono sia la mia. Sì, è giusta. Non c’era la fila oggi per fare la rivoluzione.
Torno a casa. A guardare la televisione. Magari vedo qualche documentario sulla rivoluzione.