gravidanza

Attesa

attesaDi attese ne ho attraversate tante e tante mi hanno attraversato. Alcune le ho vissute, altre solo guardate dal di fuori, cercando di capire se ci fosse dentro qualcosa da capire.

L’attesa di un goccia che scende piano sul finestrino di dietro, coi lampioni che passano ritmici e che disturbano lo studio di quel percorso. Per vedere che la goccia quando scende, poi non fa la strada che pensavo, ma si unisce, cambia, devia. E quando arriva è un’altra da quando era partita.

L’attesa di una madre, con tre figli da mettere a tavola e un marito che torna in macchina, nella pioggia. E ogni cinque minuti va alla finestra di quel palazzo e cerca di vedere se arriva. E se le chiedono cosa stia guardando lei chiude un “no, niente” in un sorriso che è più una speranza. Non ci sono ancora i cellulari, non li hanno neanche i ricchi. E se ne sentono fin troppe di storie di incidenti e di altri brutte cose.

L’attesa di un voto appeso a una porta a vetri, in mezzo a tanti altri. Con tutti quei se va e se non va pensati prima e che poi finiscono in una riga da seguire col dito. Orizzontale e immaginaria, ma mai abbastanza lunga.

L’attesa di lei, che passi per strada. E poi passano tutti ma lei non passa e neanche il tempo passa. Fino a quando ti svegli un giorno e vedi che il tempo è passato tutto in un momento, e anche l’attesa di lei.

L’attesa importante del disco di coso. Che si passava al negozio il giorno esatto, e sapere il giorno esatto voleva dire che lo seguivi davvero, coso! Mica per modo di dire. Ma poi il commesso dice che “mi arriva mercoledi”. E passi mercoledi e senti che “arriva venerdì”. E vai venerdì “Ma non doveva arrivare oggi?”. E gli altri non capiscono. Ma è coso!

L’attesa attorno a una pancia che cresce, ma intanto sono i piedi a gonfiarsi. E chi aspetta è seduta sul letto con la testa un po’ china e la mano dietro i fianchi. Sempre col pensiero mai detto che tutto possa svanire. E trovare in questo smarrimento, finalmente un salvagente: l’attesa del momento di guardarlo negli occhi.

L’attesa di un tempo a cui delegare tutta la voglia di essere felici. Gli anni della pensione, i giorni di vacanza, le ore di un weekend. Senza rendersi conto che nella vita bella io non l’ho mai visto il tasto snooze che inganna la radiosveglia.

Ci sono attese che si portano dentro un senso che è superiore addirittura all’avverarsi di tutto. E forse valgono più per quei quintali di felicità che promettono, che per i grammi che poi san mantenere.

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Due precisi motivi per non regalarti il cellulare

smartphone

“Ma perché i miei compagni di classe possono avere il cellulare e io no?”
Una domanda impostata bene, anzi benissimo. Un’ottima tecnica di persuasione. Per qualche secondo la seguo persino in questo ragionamento pericoloso e scivolo verso il fondo del suo tranello.
“Ma scusa, Chiara, chi ha il cellulare?”
“Tutti tranne [segue un lucidissimo e brevissimo elenco di compagni di classe per lo più sfigatini]. E poi tra gli Scout tutti quelli dalla mia età in su, addirittura tanti di quelli più piccoli”
Capisco che sto sbagliando tutto e riprendo il filo:
“Il cellulare, per adesso, non lo puoi avere. Per due precisi motivi:
– Hai dieci anni, io il mio primo l’ho avuto a ventinove anni. E sono cresciuto lo stesso.
– È un costo, un costo molto alto. Pensa che fra qualche anno lo chiederanno anche i tuoi fratelli
– È pericoloso, perché taglia fuori i genitori da un ruolo di controllo e di protezione che devono avere, verso ragazzi della tua età
– Io e la mamma abbiamo paura che ti porti via tanto tempo e ti lasci meno voglia di esperienze più reali. Di giocare, di leggere, di frequentare i tuoi amici.
– Non ti serve. Se devi chiamare qualche amico o compagno di classe puoi usare il telefono di casa o ti prestiamo i nostri
– Se vuoi navigare su internet lo facciamo assieme con il tablet o con il PC, ma noi dobbiamo insegnarvi e vigilare
– Non voglio spaventarti, ma ci sono anche malintenzionati in giro. Un malintenzionato non chiamerebbe mai a casa, ma ti chiamerebbe senz’altro sul tuo numero.
E poi…”

Mi interrompe con lucidità e logica. Non sembra delusa, tanto non ci sperava in un facile sì.
“Ma non avevi detto che sono due motivi per il no?”
“In effetti elencandoli me ne sono venuti altri…”

Non glielo dico, non posso certo darle uno spunto per incrinare la mia strategia di arrocco. Ma il punto è che io non sono ancora pronto alla sua adolescenza. Non sarò un padre geloso. Protettivo sì, brontolone sì. Ma geloso no. Solo che non sono ancora pronto e trovo scuse. E il cellulare è un salto in avanti troppo lungo per me. Ma è questione di anni (pochi) o forse solo di mesi.
Ripenso quando Chiara era nel pancione, in agosto, oltre il termine previsto per la sua nascita. Io cercavo di buttarla sul ridere come sempre e arrotolavo un foglio di carta a cono, come se fosse un megafono. Lo puntavo verso la pancia enorme di Francesca e dicevo con voce nasale “Lo sappiamo che sei lì dentro! Non fare scherzi! Esci disarmata e con la testa in avanti e non ti succederà niente!”
Ecco: lei poi è uscita, senza fare scherzi. A me sembra ieri ma sono passati più di dieci anni. E io ogni giorno mi rendo conto che sono sempre troppo lento ad adattarmi ai cambiamenti.

Il colloquio

fecondazione assistita, colloquio, figli in provetta-Entrate, entrate pure. Accomodatevi. Sono Gianna Girotti.
-Piacere. Siamo Elena e Alberto. Ci sediamo qui?
-Piacere, Alberto Menarini.
-Sì, sì, sedetevi lì. Non stupitevi di vedere qui un’italiana. Adesso vi spiego. Io sono una psicologa. Il Centro per la Fertilità ha adottato un codice etico, che prevede che ci si debba verificare la preparazione della coppia. E io sono qui per questo. Visti i tanti stranieri che vengono qui, oltre allo psicologo spagnolo, ci siamo anche io e la collega inglese. Vorrei che vi sentiste a vostro agio. Non sentitevi sotto esame. Non c’è una risposta giusta.
-Allora non c’è neanche una risposta sbagliata?
-Alberto non iniziare!
-No, perché se non c’è una risposta “da manuale”, io mi chiedo perché siamo qui.
-Le dicevo, Alberto, (possiamo chiamarci col nome di battesimo?) che lo scopo di questo colloquio è favorire il singolo o la coppia che cercano di avere figli con l’aiuto del Centro. Non è un esame. Si è preferito fare qualche domanda in più, prima, che non creare delle situazioni conflittuali dopo.
-Ma dopo questi colloqui, voglio dire… visto che il centro è privato e il servizio è anche molto costoso… voglio dire: lei quanti ne ha scartati?
-Alberto, ti prego.
-No, no, chieda pure. Io di numeri non gliene posso dare. Capirà. Ma le faccio una domanda, invece. Se poi vi accorgeste che un figlio non è quello che volete. Se un figlio dovesse entrare nelle vostre vite come un corpo estraneo… avete adesso la consapevolezza di quello a cui andate incontro?
-…
-Intendo: un figlio è un miracolo, è un prodigio della natura. E non leggeteci niente di religioso o di trascendentale. Ma oltre alle due cellule che si incontrano e si sdoppiano velocemente, vi siete messi davanti allo stupore di una vita che nasce?
-…
-Sapete che questo aiuto non può dare la certezza matematica di avere un figlio. Ma se siete qui immagino che abbiate penato e pazientato e sofferto molto. Siete pronti a non riversare addosso al piccolo tutta la vostra frustrazione di questi anni di attesa. Elena: siete pronti a non soffocarlo di amore? Saprete non trattarlo come un principe, come un miracolo vivente, come la incarnazione dei vostri sogni?
-…
-Alberto, il vostro bambino nascerà da una sorta di forzatura medica. Saprà reagire nel modo giusto quando davanti a una macchinetta del caffé qualcuno userà le parole “procreazione assistita” o “figli in provetta”?
-Ma dottoressa… Lei ci vuole far desistere o incoraggiare…?
-Chiamatemi Gianna, se volete. Io vorrei solo farvi quelle domande scomode adesso. In modo che possiate riflettere ed essere un po’ meno impreparati dopo.

Elena sorride, finalmente. Ma non è distesa.

-Siete in grado di farvi da parte e di pensare che il piccolino o la piccolina, non è il frutto della scienza, ma è un nuovo individuo. Col suo carattere, con le sue esigenze, con le sue ambizioni, con i suoi diritti. Che avrà il suo spazio?
-Beh, con i suoi diritti e le sue esigenze, certamente sì. Noi siamo motivati, sa? Sa quanto ci abbiamo provato prima di venire qui? E poi, grazie al cielo, non ce la passiamo male. Una camera dove adesso c’è una specie di disbrigo è sempre stata pensata come la camera del bambino, vero Alberto?
-Non siamo ricchi, ma stiamo decentemente bene, sì.
-Saprete accoglierlo come un nuovo essere umano. E non come una cosa vostra? Come un prodotto delle vostre cellule e delle vostre aspirazioni?
-Dottoressa, mi spieghi. Ma se noi resistiamo allo stress di tutte queste domande, poi lei ci mette un SI sul modulo e noi possiamo andare avanti?
-No, Alberto. Aveva ragione lei. Io non ho il potere di metterci un SI o un NO. Io devo mettere sempre SI. Ma queste domande io volevo lasciarvele. Per aiutarvi ad essere un po’ meno impreparati, davanti a quel grande cambiamento che è una vita che arriva.
-…
-Buon pomeriggio. E tanti auguri, Alberto e Elena.
-Grazie dottoressa.
-…grazie Gianna