riflessioni

Se una notte di inverno una lettrice

anonimo

D’accordo, non era inverno ma tarda primavera. D’accordo, non era un viaggiatore ma una lettrice. D’accordo, il richiamo al titolo di un grande autore è una fanfaronata. Ma sono ancora così colpito da quello che mi è capitato da non trovare un titolo migliore.

Mi arriva una email da una sconosciuta. Dice che legge quello che scrivo e che vuole raccontarmi una cosa. Abita in un posto dove sono passato una o due volte, mi pare. Forse per andare a un concerto, quindi senza nessun interesse per il posto stesso. E inizia a raccontarmi una storia, una storia privata, una storia terribile.

Usando solo la tastiera del cellulare mi scrive un lungo pezzo fatto di pranzi familiari, di riunioni natalizie, di parenti del sud  e di abusi domestici. Sì, proprio di quello. Io sgrano gli occhi. Rileggo, ma non c’è niente che si può fraintendere. Io non capisco: perché lo sta scrivendo proprio a me? Ho capito bene? Chiedo particolari, ma lei si chiude. La non contemporaneità delle email aiuta a essere reticenti e a rifuggire quelle zone d’ombra dove non vuoi portare i riflettori.

Andiamo avanti, con pause irregolari, per un paio di settimane. Alla fine mi chiede una mano per aggiustare il pezzo che ha buttato giù prima di scrivermi. Per renderlo meno estemporaneo. Come se arrivare a raccontare quello che le è successo fosse un altro passo per lasciarsi tutto alle spalle. Io sono combattuto. Da una parte vorrei scappare, non mettermi in questa storia più grande di me. Dall’altra mi faccio entusiasmare dal fatto che lei abbia pensato proprio a me per raccontare la sua vita. E preso da questa euforia immotivata, lascio cadere tutti i miei dubbi di inadeguatezza. Compresi quelli legati al fatto di non consocere il tema. Allora (coi miei tempi) ci ho messo le mani e scritto e riscritto (e fra qualche giorno lo metterò sul mio blog cambiando nomi, luoghi e altri elementi che la rendano riconoscibile).

Ma una cosa ci tengo a dirla in chiaro. Lei ha superato, dopo anni, questo enorme senso di colpa che io non riuscivo neanche a inquadrare. Una vergogna e un senso di colpa per essere stata vittima di una ingiustizia. Nella convinzione (fondata o meno) che se avesse raccontato questa storia a qualcuno, avrebbe dovuto fare i conti con accuse o, più pesanti ancora, con sguardi di condanna. Proprio in famiglia. Quindi non ha detto niente, mai niente a nessuno. Ha deciso di crescere lo stesso, guardare oltre, seppellire questo dolore nel suo giardino. Solo da adulta è andata a raccontare queste cose a una psicologa e a tirarle fuori a poco a poco. Oggi mi racconta di essere sposata, di avere due bimbe e di fare una vita normale. E mi dice che ancora a nessuno (nessuno!) ha mai raccontato questa storia.

Mi accorgo di lasciare tutto a

inconcludente

Capita che si attraversino periodi di merda. A me, a dire il vero, non capita di frequente. E sì che sono bravo, anzi bravissimo a lamentarmi. Se ci fosse un premio per chi si lamenta meglio vorrei arrivare quarto, così da potermi lamentare di non essere arrivato nemmeno sul podio.
Ma in questo momento le cose non vanno proprio bene. Se non entro nei dettagli è per una duplice paura. Non tanto il timore di citare episodi e situazioni di cui dover rendere conto (lavoro, amici, progetti), quanto la paura di doverli guardare negli occhi uno ad uno, questi grumi. Ho paura infatti di aprire tanti tavoli di discussione in cui gli alfieri dell’ottimismo a casa degli altri potrebbero suggerire i loro “ma guarda che non va poi così male” oppure i loro “ci sono passato di recente”, “se ti raccontassi i miei” o peggio di tutti “cosa vuoi che siiiia” (con la i accentata fastidiosamente trascinata per amplificarne l’effetto unghia-sulla-lavagna).
Sono sicuro che, affrontandoli uno per uno, potrebbero svanire. Come quando da ragazzino mi veniva un’idea formidabile per scrivere una canzone indimenticabile e quando poi avevo finito e la riascoltavo mi accorgevo di avere composto una cagata pazzesca. Ecco: io mi voglio tenere il mio divario tra realtà che ho elaborato e realtà coi piedi per terra.
Me lo voglio tenere perché voglio capirla bene questa sensazione di inconcludenza che mi sta opprimendo.

Mi sembra di non riuscire a perdere quei chili di troppo, di non riuscire a migliorare coi miei (ben limitati) obbiettivi nella corsa, di non riuscire a raggiungere progetti di lavoro, di non riuscire a portare avanti i piccoli progetti fuori dal lavoro.
In questi anni si legge (ovunque e a sproposito) che “le crisi servono, perché dalle crisi nascono i cambiamenti”. Una base di logica c’è: se tutto mi va bene mica mi viene in testa di cambiare qualcosa. Ma mi sembra un po’ un ragionamento da voglio trovarci qualcosa di buono, a qualsiasi costo. Mi sembra un mantra ripetuto per evocarne il risultato, più che una osservazione nata da una convizione.

Io oggi però ho iniziato la giornata svuotando lo scatolone che avevo in giro da qualche tempo dopo un trasloco in ufficio. Ho ordinato le cose che mi servivano e con insperata soddisfazione ho buttato le tante cose inutili. Fogli, biglietti, appunti ormai inutilizzabili. Non risolve molto, lo so, ma è un inizio.
Magari poco alla volta esco da questa sensazione di incompiutezza su tutta la linea.
Perché ultimamente, purtroppo, sono uno che lascia tutto a

Ombrelli rubati

portaombrelli

Esco dall’ASL annoiato e in ritardo. Ci hanno messo una vita, ogni volta è la stessa storia.
Spingo la seconda porta a vetri e sono fuori. Scendo velocemente i tre scalini di marmo grigiastro. Sono bagnati, rallento. Piove piano, come quando sono entrato. Ah ecco: l’ombrello. Dimenticavo l’ombrello.
Torno indietro verso la scrivania di formica dell’usciere. Lì vicino c’è un cestino sporco, buttato in un angolo, usato come portaombrelli. Ho messo il mio insieme a pochi altri, ma adesso è pieno. Bagnati, disordinati, alcuni chiusi male. Cerco il mio in quel mucchio, con un leggero fastidio, come se frugassi tra i rifiuti. Faccio mente locale: il mio è un ombrello nero, pieghevole, con la solita stecca difettosa. Lo riconoscerò più che altro dal manico. Li guardo tutti e il mio non c’è. Guardo ancora: sarà finito sotto. Ma non c’è. Non c’è.
Com’è possibile fregare un ombrello vecchio che (quando era nuovo e con la stecca a posto) ho pagato sì e no 5 euro? Ma che razza di gente c’è in giro!

Poi noto quanto sono bagnati quelli appoggiati per terra e comincio a farmi un’idea.
Lo avrà preso qualcuno che aveva bisogno.
Lo avrà preso una mamma che non poteva concepire di portare in braccio il suo bambino senza nessun riparo.
Lo avrà preso un vecchietto che ci vede poco. Scambiandolo per il suo. Mi immagino un signore magro e pulito, con gli stessi occhi di quando era giovane, ma montati su un corpo che si muove lentamente.
Lo avrà preso uno straniero, uno che non ha ancora capito come funziona e che ha scambiato il mucchio come un self-service.
Lo avrà preso lo studente fuori sede, giurandosi “lo riporto appena smette”. Tanto i giuramenti degli studenti sono tutti scritti a matita, beati loro.

Penso che adesso ne prenderò uno anche io. Uno perso, uno trovato. Occhio per occhio: è così che si dice, vero?
Penso a cosa potrebbe innescare questo modo di pensare. Ognuno frega quello dopo. Fino all’ultimo che resta senza. Quale bagaglio di sfiducia e di malafede sto contribuendo a diffondere? No, non voglio fare così. Non voglio cascarci anche io.
Non me ne frega niente: esco senza. Sono molto fiero del mio pensiero. Lo trovo nobile, orgoglioso, persino epico. Rifaccio le scale a testa alta faccio due passi e ecco che la pioggia si fa forte. Forte forte. Mi fermo un secondo nel piazzale e sorrido guardando in alto.
La pioggia aumenta. Devo muovermi. Torno nell’atrio, riguardo il mucchio di ombrelli. Cedo e ne prendo uno.
E visto che ormai ho ceduto ne prendo uno bello. Mica posso fare il supereroe col mantello bagnato!

L’attesa

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Ho sempre pensato all’attesa come un qualcosa di brutto che logora, che non da pace. Che snerva. La lama di un coltello passata con sadica lentezza seguendo le fibre del muscolo. Una presenza indefinitamente sbagliata e lentamente dolorosa. Ho sempre pensato che fosse la tortura più grande, perché senza scampo. Ho sempre pensato che l’attesa fosse buia, senza aria.

Ma non ho mai considerato che l’attesa ha in sé anche altro.

L’attesa è costruzione di una realtà che ancora non conosco. Prima è un seme timido, sepolto nel sottobosco acido e buio del dolore. Poi, quando riesce a mettere fuori un germoglio, prende quel poco di forza per crescere. Allora sì che tutto quel tempo lì sotto, tutte quelle lacrime e azoto, diventano forza.
L’attesa fa decantare la confusione dei sentimenti emulsionati. Quando escono dal bicchiere di un frullatore tutte le sensazioni in fondo si somigliano. Allora, se proprio dobbiamo aspettare, è meglio guardare i residui mentre si depositano sul fondo. Lasciare sublimare gli spiriti, lasciare che il profumo si decida. Ma alla fine abbiamo di fronte un qualcosa di preciso.
Nell’attesa impariamo a allentare i muscoli della mandibola, ché non si possono tenere così tesi dopo un crampo. E  impariamo a essere lenti, abbassando pulsazioni e dolore.

L’attesa più bella non è quella che dura poco. L’attesa più bella è quella che ti cambia.