fiaba

Acqua benedetta

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La signorina Caterina ha cinquantatré anni ed è signorina. Lei preferisce dire così, piuttosto che usare quel volgarissimo nubile che gli ufficiali di anagrafe le sbattono in faccia costringendola a farci i conti.
A ottobre sono tre anni che vive da sola: da quando sua mamma (santa donna!) è venuta a mancare.
Nel cercare il mazzo di chiavi della cantina condominiale ha preso la sedia e si è avventurata nell’anta superiore della vetrinetta in noce del soggiorno. Doveva essere lì, nel portafrutta di Murano, con tutti gli altri mazzi di chiavi che si usano molto di rado. Doveva avere un portachiavi giallo, di quelli con l’etichetta da compilare, che viene sempre lasciata in bianco. A parte la facile acrobazia sulla sedia non è stato difficile trovare le chiavi. Ma un oggetto ha attirato l’attenzione della signorina Caterina.
Nella stessa vetrinetta, in fondo, c’era una bottiglia di plastica trasparente da un litro. E’ piena d’acqua e sul davanti ha un’etichetta fotocopiata “Acqua Santa. Santuario della Madonna della Misericordia”. La bottiglia è di plastica del latte e porta una scadenza di sette anni prima.
La guarda con la stessa tenerezza con cui guarda ogni oggetto di sua mamma che le si ripresenta in mano.

La tiene un po’ in mano. Cercando di capire da quale gita parrocchiale della mamma arrivasse. Inizia a fare i conti sul tempo passato da quando è stata messa in quel mobile per non uscirne più. La signorina Caterina è una donna pratica. Capisce che non ha senso tenerla ma non sa come disfarsene. Ricorda che una volta, raccogliendo un vecchio santino ammuffito lo aveva buttato nella spazzatura. La mamma inorridita le aveva detto “Ma cosa fai? Non sai che non si buttano nell’immondizia queste cose? Sono benedette! Andrebbero bruciate, andrebbero”.
Lei non fece obiezioni, si fidò della dogmatica indicazione materna e riprese santino e rimbrotto. Una volta lisciato lo infilò tra le pagine della Bibbia e la rimise nella biblioteca. “Deve essere ancora lì”, pensò. Ma il problema era un altro: per liberarmi di questa bottiglia di acqua benedetta come devo fare? ”
Certo la mamma chissà dov’è e chissà se mi vede” pensò “ma non posso liberarmene in un modo che le sarebbe sgradito”.
Pensò di portarla in Chiesa. Versarla nell’acquasantiera, chiudere la questione con un segno della croce e andarsene. Mise chiavi e bottiglia nella borsa e si incamminò. Ma ad ogni passo pensava che forse non era una bella idea. Forse avrebbe dovuto chiedere. Sembrava più un blitz da ecoterrorista, di quelli che avvelenano i pozzi. E poi chissà da quanto è qui, se è ancora pulita, se la carica batterica…
Le balenarono tanti brutti pensieri che alla fine tornò sui suoi passi e rincasò.
Posata la bottiglia sul tavolo della cucina, si sedette di fronte guardandola. E se la regalassi a una sua amica? Una che sa cosa farsene. Potrei dire che è un caro ricordo di lei… Ma si presenta così male in questa bottiglia di plastica invecchiata… no, no, ci farei una brutta figura…
Pensò allora di usarla. Ma come si usa? Come un profumo, uscendo di casa, poche gocce sui polsi a benedire tutta la giornata davanti? Ma questa pratica è orribile: sembra un rito di chissà quale sciamano. Superstizione, superstizione pura. No, no, non si può fare.
La signorina Caterina è triste. Non sa come uscirne. E quando si sente in questa condizione senza scampo tira fuori la bottiglia del Cynar e beve un bicchierino. La bottiglia è sempre lì davanti a lei. Cosa fare? Cosa farne?
Un altro bicchierino fa sentire la testa più leggera e comincia a fantasticare sulle soluzioni più fantasiose.
Il giorno cala piano senza che la signorina Caterina si preoccupi di una cena, di un programma. Ha davanti il suo problema e lo vuole affrontare.
Ad un certo punto prende la bottiglia, svita il tappo verde e la beve. Tutta, sorso dopo sorso. Non è fresca, non ha un buon sapore, ma la beve. Non capisce se l’amaro in bocca è dovuto al Cynar o all’acqua benedetta ma contina, fino alla fine.

Va a letto senza cena e senza un’idea precisa dell’ora che si è fatta. Un po’ la stupisce il buio così fitto quando abbassa le tapparelle.

Di notte le tocca alzarsi per andare di corsa al gabinetto. Una corsa davvero. Un mal di pancia che libera le sue fitte in una seduta scomodissima.
Sarà l’alcol, sarà la tensione, ma adesso è lì la signorina Caterina, coi pantaloni del pigiama alle caviglie che ringrazia il Cielo di questa benedizione. Lei che è sempre così problematica nel liberarsi. In quella manifestazione non ci legge l’effetto di colonie batteriche ma l’aiuto dell’acqua benedetta.
Torna a letto che sta quasi bene. Si sente fortunata, la signorina Caterina.
Vorrebbe raccontarla a qualcuno, questa grazia, ma come si fa!

La triste storia delle parole che creano

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C’era una volta uno scrivano che si chiamava Giuseppe. Per lavoro Giuseppe scrive, ma non scrive cose che aveva in mente: scrive per conto degli altri, quelli che non hanno mai imparato a farlo. Quasi tutti i giorni Giuseppe esce presto la mattina e apparecchia il suo piccolo banchino davanti al palazzo del Governatore. È lì che i suoi concittadini lo cercano quando  hanno più bisogno di una lettera, di un documento, di una dichiarazione. Ed è lì che tutti sanno dove cercare il signor Giuseppe.
Arrivato nel suo solito angolo, toglie dalla sacca di cuoio le penne d’oca, la scatola di legno coi pennini e la bottiglietta con l’inchiostro nero di china. Li dispone sempre nello stesso ordine sul tavolo, in modo da lasciare spazio per i fogli al centro. Poi finalmente prende i fogli, li mette al centro del tavolo e li stira con un movimento del palmo.
Giuseppe sorride in modo timido. A differenza degli altri che hanno studiato non scava solchi tra sé e le persone chiedono il suo aiuto in cambio di un carlino di bronzo. Non si dà aria da notabile, gli piace lavorare all’aria aperta e scambiare quattro parole con le persone del paese. Il giovedì, invece, il banchino lo mette nella piazza della chiesa: è lì che c’è il mercato.
Giuseppe ha un’età che è difficile definire. Il sorriso suggerisce la sua giovinezza, ma le maniche di camicia e il ruolo da dotto lo invecchiano un po’.
Passa le giornate a scrivere per conto delle madri, lettere di risposte ai figli emigrati. Oppure proposte di contratto indirizzate a padroni di terreni che vivono lontano, in città e che si sono disinteressati dei campi. Scrive anche copie dei certificati di battesimo, che il curato dovrà firmare prima di usarli per chiedere di essere maritati in chiesa.
Ma quello che più ama sono le lettere d’amore. Gli sembra quasi di esserne protagonista, quando un ragazzo deve scrivere alla sua bella e lui partecipa, suggerisce parole, frasi, immagini.
Lo fa con gli occhi bassi, sul foglio, per non mostrarsi troppo partecipe ma soprattutto perché sente sul capo il peso dolce della sua modestia.
Lui chiede sempre un carlino, uno solo, per ogni lettera. Ma spesso quando il carlino non è nella tasca del paesano dice “È lo stesso, me lo porterete quando l’avrete doppio”.
Un giorno però accade un fatto strano. Dopo avere rimandato il pagamento di un carlino, l’anziana beneficiaria di questo discreto regalo lo benedice con una frase strana, detta da lei. “Siete molto generoso. Vi auguro che da oggi possiate rendere vero quello che le vostre parole raccontano”.
Giuseppe arrossisce, non gli accade spesso di ricevere parole di tanto amore. Alla fine della giornata rimette  i suoi arnesi leggeri nella borsa e rincasa con il tavolino sotto braccio. Ma ancora quella frase non gli si stacca di dosso.
“…rendere vero quello che le vostre parole raccontano”
“…rendere vero quello che le vostre parole raccontano”
Ma cosa significa? Le parole descrivono la realtà. Non la creano. Cosa significa?
Nei giorni successivi riprende il suo lavoro nello stesso modo. Ma comincia a notare delle strane coincidenze.
Berto della Lunga si rivolge a lui per scrivere l’ennesima lettera d’amore a una lontana cugina che abitava a Rocca Madura. Nello scegliere le parole si spinge oltre e azzarda “Quando vi penso mi sembra di vedere un arcobaleno”. E appena terminata la letterata, nel cielo ecco che appare davvero un arcobaleno verso levante. Così bello che la gente si ferma anche un intero minuto per guardarlo.
Il giorno dopo, scrivendo per conto del maniscalco Nardone “…e spero che mi paghiate i ferri del mese scorso o che i vostri cavalli li possano perdere subito” capita che il destinatario della missiva, passando per il paese, perde tutti e quattro i ferri non pagati. Restano come incollati alla strada davanti alla bottega. E se tutti danno la colpa  alla strada fangosa, il povero Giuseppe comincia a preoccuparsi.
Vuoi vedere che era una strega? Vuoi vedere che mi ha fatto un incantesimo e che adesso io… E dalla disperazione non riusce a finire la frase neanche nei suoi pensieri.
Passano i giorni e questi piccoli prodigi si ripetono mentre Giuseppe tiene sempre più stretto il segreto di quell’augurio ricevuto. Ma passando il tempo Giuseppe nota un aspetto che fece lo tranquillizza non poco. Tutti gli accadimenti che si verificano sono positivi, naturali. Niente morti  maledizioni che si avveravano. Solo episodi buffi o piacevoli. Torti riparati, giustizia ristabilita, ostacoli rimossi, amori sbocciati.

Tra una lettera e l’altra comincia a fantasticare su come usare questo dono. Sì, dono. Così lo definisce tra sé e sé.
Decide che poteva usare un po’ del bene che nasce da questo dono per sé. Decide di osare, ma con prudenza.
C’era la bella Matilda che ogni tanto passava davanti al suo banchino e salutava con un sorriso pieno di gentilezza. Lui chinava il capo per non affrontare quell’onda di felicità. Quasi si dispiaceva che lei avesse imparato a leggere e scrivere e per questo non avesse mai bisogno dei servigi di uno scrivano.
Il pensiero di poterla avvicinare riesce piano piano a allentare la sua timidezza. E un giorno, finalmente le scrive un biglietto “Mi piacerebbe conoscerti”. Lo scrive così, in modo semplice, diretto. E l’indomani, dono o non dono, succede. Lei passa, gli manda un sorriso poi torna sui suoi passi e si avvicina. Allunga la mano come un uomo e gli dice “Tanto piacere, mi chiamo Matilda, ma questo lo sai già. Mi ha fatto piacere leggere quelle poche parole. Grazie.”
Lui perde di vista ogni remora e le scrive frasi che puntuali si avverano.
“Mi piacerebbe che avessimo l’occasione di parlare”
“…di passare del tempo assieme”
“…di conoscerci veramente”
Infine, quando le scrive “Oh quanto vorrei che il mio amore fosse ricambiato” il cuore di Matilda è già pronto a ricambiare.
I due presto si amano di un amore profondo e senza calcolo.
Lui le parla della sua felicità, di quanto desidera la felicità anche di lei. E i due sono presto felici, felici davvero.
Tutte le parole diventano vere. Forse grazie al dono, di cui quasi si è scordato. Forse grazie al fatto che ha iniziato a vivere la sua vita e non solo quella degli altri attraverso le parole in bella grafia.

Colmo di entusiasmo decide di regalarle la cosa più preziosa che ha. Il dono stesso.
Lei lo accetta senza capire bene di che cosa si tratti. Lo usa senza cautela, senza libretti di istruzioni da consultare.
Circondata di tanto amore, e dovendo fare i conti con questo strano dono, comincia a parlare di dubbio. Lei usa proprio questa frase “Ma se avevi questo particolare dono, adesso devo mettere in dubbio che ci siamo innamorati per effetto di questo strano prodigio”.
Ma il dono continua a funzionare. E il dubbio, espresso a parole, diventa concreto.
Il dubbio c’è, si manifesta e incrina l’amore come il gelo fa col marmo di cava.
L’amore si crepa, si incrina, si spacca. Per il fatto di avere insinuato il dubbio nel loro amore, questo soccombe.
Matilda per il rimorso si dispera. E dice “Sono disperata”. E disperatamente scrive che senza amore si sente morire.
E, come in esecuzione di una profezia, muore. Muore davvero.
Giuseppe è disperato. Non sa più cosa fare. Questo dono che lo aveva liberato dalla sua solitudine adesso gli ha tolto l’amore.
A questo punto, però, si verifica un fatto davvero prodigioso. Nonostante le parole dicessero che l’amore non c’è più, annientato dal dubbio, Giuseppe continua ad amare Matilda. Anche adesso che lei è morta.
L’amore di Giuseppe è così forte che alla fine travolge e annienta il potere magico di questo dono, che viene annientato e svanisce

Giuseppe decide in questo esatto momento che le parole, anche senza il dono, possono continuare a creare il bello, il giusto, l’amore.

E si mette a scrivere.
Giorno e notte. Lettere per maniscalchi, contadini, macellai, fattori. Ma anche per notabili, gentildonne, ragazzi e fanciulle piene di sogni.
Si mette a cercare il bello ovunque e a scriverlo. Si mette a scrivere per il bello e incomincia finalmente a vivere.
A vivere felice e contento.

La fiaba del bacio sbagliato

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C’erano una volta due che camminavano nella notte. Un uomo e una donna, di una età quasi di mezzo che li porta a definirsi ancora ragazzi. Lei non è nella sua città, si vede da come lui le cammina di fianco. Ha le spalle un po’ inclinate verso di lei, come un anfitrione, come per tenerti aperta una porta.

Ma non è una storia antica, al posto dei castelli ci sono i palazzi, al posto dei cavalli un motorino, al posto dei draghi le polveri sottili. Non ci sono messaggeri e banditori, ma tablet e cellulari.
Lui, in un impeto di goffa cavalleria,  appena scesa dal treno l’ha abbracciata e le ha spento il cellulare. Le ha detto una frase sconclusionata, che quando si l’era preparata suonava meglio: “Spegni il cellulare: per qualche ora so portarla tutta in spalla la tua attenzione, senza neanche dover fare due giri.” Lei non ha capito ma ma deciso di assolverlo in un sorriso misericordioso.
Lei non ha una bellezza da rotocalco. E’ alta, magra e consapevole. E ha un sorriso che quando lo apre servono gli occhiali da sole.
Lui non li sa proprio portare gli occhiali da sole. Ha spalle dritte, qualche chilo di troppo, parla senza gridare e nasconde l’imbarazzo in battute cotte sul momento.

Lui la porta in posti che non conosce nemmeno lui. Alieni come sanno essere i viottoli della città dove viviamo. Vuole farla ridere, per illuminare quella notte. E allora si inventa storie incredibili.
“Vedi quella casa? Qui ci è stato ucciso il partigiano Dinamo, che però nella vita si chiamava davvero Mario Dinamo. Ma era così furbo che ha scelto un nome di battaglia così scemo che quando cercavano di capire chi si nascondesse dietro Dinamo nessuno pensò a lui. Poi una sera in osteria un amico lo chiamò per cognome e i federali senza fantasia si girarono di colpo. E insomma la storia non la so bene, ma alla fine è stato mandato al confino su un’isola piena di sole. E quando dovette tornare non ebbe il coraggio e fece raccontare che era morto.”
Lei pensa un quanto sei scemo, ma è lusingata da questo spettacolo improvvisato. Finge di cercare la targa sulla parete esterna. Finge di non vedere che la palazzina è degli anni Sessanta.

“Qui nel medioevo è stata catturata Beatrice Aquefonti prima di essere impiccata”
Ma lei lo interrompe “ma Acquefonti non si scrive con la CQ?”
E lui prontamente “Ma che cazzo ne sai come si scrive una cosa che pronuncio? Mi stai sbirciando nei pensieri?”
Lui non ci casca. Lui pensa che lei, mente brillante, lo voglia portare ad ammettere“il nome l’ho appena inventato, come fai a sapere come si scrive?”. Lui a voce è furbissimo, è con le mani che è un tonto e preferisce nasconderle in mano.

Lui è più basso di un po’, ma quella sera si sente grande.  E allora, camminando, cerca dei marciapiedi che gli sembrano bellissimi e quando lei cammina giù, lui cammina in parallelo su. E quelli che li vedono pensano: ”sono alti uguali”.
E quando invece lui cammina giù e lei cammina su, quelli che li vedono pensano“che nano di merda!” e lui, sempre col pensiero risponde “Che scemi, non hanno visto che c’è il marciapiede” e se ne va felice.

E poi quando le mascelle sono quasi indolenzite per i tanti sorrisi mandati e ricevuti decidono che è ora di tornare. Lui la deve riaccompagnare da qualche parte, che la storia non dice.
Allora decide che è il momento, che non vuole sentirsi una volta ancora col rimorso di non avere osato.
Si ferma, chiude gli occhi. Li chiude forte forte per essere sicuro di non lasciarsi scappare il coraggio. Si sporge in avanti e tira fuori dai suoi sogni un bacio maiuscolo. O almeno, maiuscolo sembra a lui, che non se ne intende. Per lei sarebbe stato al massimo un bacio da mandato esplorativo, tipo da terza media.
Ma ci ha pensato troppo. E se ne accorge perché riaprendo gli occhi per guardare il risultato di quella detonazione,si trova davanti un uomo piccolo, con la pelle scura e i baffi. Gli pendono dalla mano un mazzo di rose troppo rosse e troppo poco convinte. Il pakistano delle rose non ha capito come mai questo sconosciuto lo abbia baciato. Ma visto che tutti lo mandano sempre via, ha deciso che questo sia un segno positivo, un segno di amore e di amicizia di cui non capisce bene i termini e le condizioni. Sfodera un sorrisone bianco e allunga meccanicamente una rosa. A lui. E poi se ne va, soddisfatto di quella modica quantità di amore piovuta così.
Lei ride, forte di gusto. La notte si rischiara.
E lui dice a voce alta “è bello illudersi di poter cambiare l’umore di una persona, è davvero bello”.


 

Questa fiaba l’ho scritta per GallizioLAB. La trovate ance qui.

Una storia con due titoli e nessun senso

Vi racconto una fiaba, di cui non so bene il titolo. soldatini
Ci sono dei militari. Anzi no: ci sono degli uomini, che per lavoro fanno i militari. Dalla fiaba non si capisce bene se hanno scelto questo lavoro perché era quello che sognavano da bambini oppure perché poi un lavoro devi averlo e fare il militare è un lavoro dove non ti licenzia nessuno. Al massimo vai in guerra e ti sparano. Ma questa è solo una fiaba e stiamo perdendo il filo.
E’ tempo di pace, quindi i militari non fanno la guerra. Prendono lo stipendio e giocano a fare la guerra. Fanno esercitazioni. Svolgono altri servizi che per descriverli devi usare locuzioni così lunghe che alla fine ti viene in mente che stanno davvero solo giocando a fare la guerra. Per svolgere questi strani incarichi vanno all’estero. In paesi amici. Dove non conta conoscere i campi di battaglia più insidiosi, ma piuttosto i posti buoni dove fermarsi a mangiare.

Ma un brutto giorno uno dei militari, quello superstizioso, si sveglia male. E dice “Lo so che oggi andrà tutto storto”. Lo dice così a voce alta. Tanto gli altri sono abituati a non ascoltare le stupidate dei commilitoni appena alzati. Ma visto che l’autore sono io e che ogni superstizione mi irrita, questo fatto lo lascio così. Senza conseguenze.
Capita che durante quella giornata, alcuni militare fanno una bestialità. Una di quelle concatenazioni di eventi che portano con naturalezza a una tragedia. Per noia o perché comunque un uomo con un arma diventa facilmente un uomo cretino, fanno un grosso errore. Un errore così grande che nessuno, neanche il pigro autore di questa fiaba, riesce a riparare.
Muoiono delle persone. Incolpevoli. Non erano nemici, solo gente che si trovava nel posto sbagliato. Muoiono per mano di questi militari, proprio nel paese amico.

La fiaba scappa di mano. Diplomatici e alti ufficiali si appellano a chissà quali leggi e chissà quali trattati per processare loro stessi i militari.
Il paese che ha avuto vittime dice “Eh no: hanno ucciso qui. Li vogliamo processare qui. Ce lo chiede il nostro popolo!”

Ecco: io su questa storia non ho una opinione. Perché si confrontano opinioni e interpretazioni giuridiche. Che non mi dicono abbastanza. Anzi, questa storia è così sbagliata da avere due titoli. La puoi chiamare “La favola dei Marò” oppure “La fiaba del Cermis“.

Potrei aggiungere la mia opinione, ma non ci farei una grande figura. Sarebbe un’opinione banale, utopistica, imprecisa, impraticabile.
Che suggerisce che le armi mi fanno schifo tutte. Ecco: quasi quasi prendo questa storia con due titoli, appallottolo il foglio e la cestino.

Favola di carta straccia

C’era una volta una storia, che girava nell’antica città di Fabriano. Nel senso che anche prima che Fabriano fosse Fabriano, la storia girava già.
La vocazione di questo borgo, prima ancora di essere borgo, è sempre stata quella della carta. Vocazione che è nata molto prima della industria cartiera. Prima ancora che i primi artigiani sperimentassero le tecniche di produzione della carta, gli abitanti di quella che sarebbe poi diventata Fabriano, erano già naturalmente portati verso la carta.
C’erano uomini tanto sottili da sembrare trasparenti. C’erano donne con capigliatura crespa. E non mancavano le giovincelle che sognavano di fare le veline. Ma non le soubrette, che non erano state ancora inventate. Proprio le veline: veline veline. C’era un tipo di Bristol, rigido e impettito. Un po’ grigio a dirla tutta.
C’era una signora, triste e pesta, vessata dal marito. Un tipaccio ruvido.
C’era il notaio, che girava con la moglie in filigrana.
C’era un ricco possidente con aria da banconota passata in troppe mani. C’era il becchino, giocatore d’azzardo di ramino. Passava le sere a barare, per rifarsi di una giornata a fare bare.
Insomma, era una bel posto, non ancora sulle carte, dove la carta non era uno strumento. Era più una filosofia di vita.

Il Geom. Righi aveva un aspetto da carta millimetrata. Preciso, impettito, pignolo. Non direi che il suo aspetto fosse perfetto. Definirei piuttosto che il suo stile come dimesso, professionale, rispettabile. Al limite un po’ triste. Ah, ma il Geom. Righi sapeva il fatto suo. Era autorevole, calmo e credibile. Sia quando nei suoi discorsi apparivano i destini del mondo, sia quando i destini in ballo erano quelli meno altisonanti del campionato provinciale di pallaqualcosa (no, il calcio non l’avevano ancora inventato).

Sofia Fanti era invece un’artista. Un’artista vera. Danzava da artista, parlava da artista (tre o quattro semitoni sopra), scriveva da artista, viveva da artista. In questo mondo di carte non era certo una banconota. Era piuttosto un foglio senza righe, di carta riciclata. Uno di quelli su cui scrivere, disegnare, appuntare, elencare la spesa. In una parola: tutto. Libero. Carta bianca.

Visto che Fabriano non era ancora Fabriano, era ancora più piccola di quella che sarebbe diventata Fabriano. Tutti si conoscevano. Almeno sulla carta.
Alla porta Nord della città c’era un antico arco di pietra: ricordo di quando l’antica Fabriano, che non era ancora Fabriano era ancora più antica. Ma a questo punto la gente perdeva il conto e non ci faceva più caso.
Sotto l’arco di pietra, il Geom. Righi, un venerdi pomeriggio fermò col piede un foglio che il vento si stava divertendo ad allontanare da Sofia Fanti.
Lei fu dolce e spontanea nel ringraziarlo.
Lui, come si conviene, fu garbato e prudente.
Finirono per cenare assieme. A la carte. Un incontro inaspettato (pensò lei). Una piacevolissima incombenza (pensò lui).
Si videro anche il giorno dopo, e il giorno ancora. Avevano cominciato a lasciarsi leggere dall’altro. Senza tanti schermi, senza troppe copertine.

In breve si avvicinarono a tal punto che, raccontando le proprie vite, non vedevano l’ora di voltare pagina. Di leggere ancora, di andare avanti.
Arrivarono a mettere tra di loro una distanza così piccola che si sentirono in diritto di fare commenti. Di scrivere qualche nota, a pie’ di pagina.

Ma la signorina Fanti, ormai diventata Sofia, accusò con fermezza da artista il Geom. Righi di mettere troppo i puntini sulle i, di voler ricondurre tutto a uno schema conosciuto. Predefinito, consolante, monotono. Tiepido.
Il Geom. Righi, sempre restato il Geom. Righi, disse che in tutto questo vivere a campo libero ravvisava la volontà di interpretare la vita in un modo un po’ comodo. Come per costruire una realtà interiore poco costretta a fare i conti con quella reale. Quella fuori, quella vera. Fredda.

Questo scambio, improvvisamente duro li fece riflettere. Inaspettatamente. Li allontanò. Cominciarono a non vedersi così di frequente. A non cercarsi.
Ma in loro il dubbio stava germogliando.
In una mente risuonava piano quel “E se avesse ragione lei?”. Mentre nell’altra faceva eco la stessa identica, opposta domanda.
Le loro sfacciate certezze, quello stile di carta, cominciarono a fare qualche piega.

Ecco: se fossimo in un film americano, adesso i due si avvicinerebbero ancora, magari si innamorerebbero, magari no. Ma di certo imparerebbero uno dall’altro. Si sfiorerebbero, in uno scambio bello e inevitabile per entrambi.
Ma non scherziamo: siamo nell’antica Fabriano. In una storia di carta! Cellulosa, al massimo. Niente celluloide!

Righi, infastidito intimamente dal discorso dei puntini sulle i, cercò di nuovo conforto nel suo mondo squadrato, ordinato. Magari prevedibile, ma comprensibile.
Sofia prese carta e penna e schizzò, disegnò, volaò, danzò. Tutto per non pensare al dolore nascosto che quelle parole le avevano portato.
Ognuno continuò come prima. Come se quasi niente fosse.

Non scherziamo. Niente film americani. Siamo nell’antica Fabriano!