bosnia

Srebrenica, aku Bogda

  
Io di Srebrenica ho un ricordo personale. Diverso certamente da quello della maggior parte della gente che ha letto, ascoltato, vissuto quegli eventi.

Ai tempi dell’università, un po’ per cercare un senso è un po’ per gioco, mi sono lasciato coinvolgere da amici che facevano volontariato. C’era la guerra nella ex jugoslavia. C’erano i profughi. C’era un’Europa giovane che giocava a fare la grande.

Noi tra un esame e l’altro ci ritagliavamo una settimana di tempo: andavamo in macchina o con qualche camioncino nei campi profughi. Erano in Slovenia e ospitavano, coi soldi europei, la gente che scappava dalle zone di guerra. Erano quasi tutti bosniaci. Di Sarajevo, Gorazde, Gračanica, Bihac, e appunto Srebrenica. Portavamo qualcosa, ma soprattutto portavamo noi stessi. Stavamo con queste persone, parcheggiate li a vedere le loro speranze affievolirsi giorno dopo giorno.

Avevamo imparato la loro lingua. Quelle duecento parole per raccontarsi chi si era e per giocare coi bambini. Per far parlare i vecchi e farci raccontare di come era bello il loro paese. Per dire aku bogda (forse, se Dio vuole) alle donne che cercavano di sperare che fratelli e mariti tornassero.

Ho visto una mamma poi. Una mamma di cui non ricordo il nome. Durante una partita di pallone sul fango ha chiamato Nevzad e gli ha dato una merendina. Nevzad, che avrà avuto sei anni, è corso da suo fratellino Nevzed di sette anni e hanno diviso a metà il piccolo tesoro. Senza che nessuna mamma, volontario o maestro gli dicesse niente. 

La guerra continua e a un certo punto l’ONU dichiara che Srebrenica è un porto franco. Molti tornano nelle loro case. Solo che quando i serbi di Bosnia invadono la città i caschi blu scappano e avviene un massacro. Più di ottomila persone trucidate. Persone che si erano fidate di noi, dell’ONU, della parte civile e pacifica del mondo. 

Nevzed e Nevzad erano di Srebrenica. Non so se hanno fatto in tempo a tornare a casa o qualche caso o qualche dio misericordioso li ha salvati. Sono passati venti anni. Ne avranno quasi trenta oggi. Aku Bogda.

Abbiamo fatto aquiloni

aquiloneLa carta speciale ce l’aveva data Emanuele. I suoi avevano un’azienda artigianale che faceva sacchetti per la spazzatura. E avevano rotoli enormi di plastica leggera e resistente. Sottilissima. I legni da incrociare li avevamo cercati lì, in Bosnia.
Ed eravamo chinati, all’ombra della scuola grigia, sul cemento. Ogni aquilone aveva attorno almeno una mezza dozzina di ragazzi e bambini e animatori. Che, imprecando speranze in lingue e dialetti diversi, davano il loro contributo.
Noi avevamo la tecnica. Loro la rassegnazione. Noi ci mettevamo i fogli di politene. Loro i legnetti. Noi ci mettevamo la poesia. Loro l’ironia balcanica. Il sudore tutti.
Perché quell’agosto era caldo. Caldo caldo.
Alla fine, fate fare a me che so come si fa, abbiamo anche fatto le difficili legature dello spago.
L’aquilone è simbolo. Di oggetto che vola alto, che sale dalla quotidianità. L’aquilone ti insegna a crederci. L’aquilone ti fa vedere che una speranza, ogni speranza, ha in sé il seme di una vittoria.
Ci siamo spostati di qualche decina di metri. Al centro del campo da basket con l’asfalto ingrigito dal tempo. Eravamo solo noi, gli italiani, con gli aquiloni.
Loro, i furbi ragazzi bosniaci, all’ombra. A scommettere contro. Contro il nostro ottimismo di chi non sa stare al mondo.
Ci siamo accorti, in quel momento esatto che non c’era un filo di vento. Ci siamo guardati attorno, in tutte le direzioni. A pensare dove, a pensare quando, a pensare se.
Abbiamo fatto aquiloni in una terra senza vento. Ma non è stato inutile. No, non lo è stato.

Le scarpe fuori

lescarpefuoriSamira è nata a Sarajevo, ma adesso vive a Torino. L’ho conosciuta quando io facevo volontariato e lei era stata reclutata per fare da interprete per un progetto della Regione. Erano gli anni dell’università e d’estate preferivo spendere il mio tempo così, piuttosto che frequentare riviere piene di discoteche piene di gente piena di gel. Tutta questa pienezza mi dava un senso di vuoto. O forse era solo la mia inettitudine, chissà. Samira, senza che glielo chiedessi, mi ha preso come fratello minore. Dall’alto dei due o tre anni più di me, continuava a darmi consigli e a brontolare in quell’italiano senza articoli.

Mi spostavo con i mezzi pubblici allora. E all’occorrenza usavo la Citroen AX di casa. Quell’utilitaria era usata mia mamma e da noi figli. La mamma metteva la benzina, noi litigavamo per usarla la sera. Nessuno la puliva. Mai. Non che ci fossero i cartoni di pizza e i bicchieri di carta come nei telefilm americani, ma non era per niente pulita. Snobbavamo la cura dell’auto. Più che per pigrizia, era per un malinteso senso di superiorità verso quegli omini medi che passavano il sabato mattina con la cera arexons e la pelle di daino.
Ma alla fine i volantini messi sotto i tergicristalli, gli scontrini, la polvere, finivano per stratificarsi sul cruscotto e nei vani portaoggetti pericolosamente capienti.
Simone: guarda come è questa macchina!”
“No, ma guarda, la macchina non è mia… la usiamo tutti… è uno strumento, non una cosa importante…

Ma poi se ci porti ragazze cosa pensano? Che sei sporco anche tu, come qui”
Io sorridevo di questo punto di vista, ma questa attenzione (a un aspetto lontanissimo dal mio sentire) mi è sempre rimasto in mente.

Qualche anno dopo con Francesca siamo andati a trovarla. Visitando Torino ci siamo fermati a dormire da Samira e Marco. Si erano sposato da poco e abitavano in centro, a Torino.Lui ci è nato. Lei ci viveva da qualche anno, e la guerra aveva reso definitiva la provvisorietà di questa residenza. Quando siamo arrivati in casa ci ha fatto lasciare le scarpe fuori. Una tradizione bosniaca, arrivata probabilmente dai riferimenti islamici di quella terra.
All’inizio questa richiesta mi ha imbarazzato. E se i piedi puzzassero, dopo una giornata passata in giro da turista? E se le calze fossero bucate?
Ma più di tutto mi mancava la barriera, la protezione che danno le scarpe. Ci ha dato un paio di ciabatte di pezza a testa, dicendo che non eravamo obbligati. Ma come facevi a dire di no?
Questo gesto tradizionale, semplice, per qualche aspetto intimo, ci ha colpito molto. Tanto che il giorno dopo ci siamo detti “quando avremo una casa anche noi facciamo lasciare le scarpe all’ingresso e diamo le ciabatte ai nostri ospiti”. Un proposito che spesso abbiamo mantenuto.
Un modo di accogliere che fa sentire a casa propria. Distingue chi è di passaggio da chi è amico. E’ caldo, accogliente, pulito.

L’ho rivista un paio di anni fa, Samira. Passavo per Torino ed è venuta a prendere un caffè alla stazione. Ha un bambino bellissimo, che magari è troppo grande per sentirsi chiamare bambino. Un bambino con gli occhi verdi e un accento sabaudo che un po’ mi fa ridere. Un bambino che lascia le scarpe all’ingresso e che brontolerà quando la mamma gli dirà di tenere pulito il cruscotto della sua macchina.

Paura

policjiaCi trovavamo in Bosnia, era estate, eravamo giovani. Avevamo un progetto con dentro tanta pace e tantissimo entusiasmo. E nessun soldo da prendere, neanche quello del viaggio. E anche di questo eravamo superbamente fieri.
Cantone di Una-Sana, città di Ključ.
Dal lunedi al venerdi, la mattina e il pomeriggio stavamo coi bambini e ragazzini. Organizzavamo giochi, tornei, lavoretti. Persino un qualcosa di simile alla didattica.
Ci bastava essere lì, dimostrare che l’odio non è la risposta. Che il loro destino (come diceva l’incipit della tesi di Anna) stava a cuore a qualcuno. Eravamo il modello giocoso e sorridente di un occidente che non voleva capire i loro odii. Che non voleva ammiccare alle loro faide recenti tra vicini di casa.

Quel sabato avevamo deciso di fare i turisti, a Sarajevo. Duecento chilometri dei loro. Ma il tempo l’avevamo e anche la bella compagnia. Eravamo in quattro, sulla mia Opel Corsa. Io e tre ragazze. Per contrasto col casino che ci circondava, ci sentivamo persino belli, persino ricchi. E la Corsa sembrava una Cadillac.
Sarajevo era bella. Anche con tutti quei segni dell’assedio. Persino senza trovarci dentro nessuno da salutare.

Ma è stato al ritorno che abbiamo preso quello spavento. Quello grosso, che ancora ricordo come fosse successo ieri.
Il nostro campo estivo era in una cittadina geograficamente dalla parte bosniaco-musulmana. Ma anche emotivamente eravamo vicini a loro. Era la gente che avevamo conosciuto nei campi profughi in Slovenia. Erano quelli che ci avevano insegnato la loro lingua, con la loro inflessione e i loro errori di pronuncia. Erano quelli che avevamo frequentato di più. Quelli che ci avevano avuto a cena, quelli che ci avevano adottato invitandoci a casa loro, una volta finita la guerra.

La strada per Sarajevo era un continuo entrare e uscire dalla parte serbo-bosniaco a quella croato-musulmana. Non che per noi facesse grande differenza, ma quelle scritte in cirillico, con la guerra così fresca di cronaca ci impensieriva.
La sera era scesa presto e noi ci siamo fermati per strada a mangiare. Dopo cena era notte. Strade da fare con lentezza e attenzione. Un lampione solo sull’incrocio principale di ogni paesino. Fuori il buio, la notte.

Ormai mancavano pochi chilometri alla conclusione del nostro viaggio di ritorno. La strada, quasi deserta, buia del tutto, passa in mezzo alla campagna.
Due lucine da lontano. Ci avviciniamo. E’ una pattuglia della polizia. Poliziotti Serbo-bosniaci con uniformi strane, disordinate.
Accostiamo, fuori dalla strada, in uno slargo sterrato.
Ci fanno domande che non capiamo, neanche Silvia, quella che parla la loro lingua meglio di tutti noi. Lingua che mi sembra improvvisamente oscura. Consegno la patente e il libretto. Fidandomi della logica, più che della traduzione.
“Dicono di seguirli” dice Silvia. Li seguo e facciamo per allontanarci dall’auto. Silvia istintivamente si presta come interprete e fa per seguirci. L’altro dice no. La blocca ancora in macchina. Mi giro, vedo la scena goffa. E mi preoccupo.
Siamo tutti in silenzio. Rifletto: No, ma io non ho niente da temere. Non sono nemici. Noi non siamo nemici loro. Sì, ma lo sanno?
Non è che hanno sentito che parliamo con l’accento dei loro nemici?
Cerco di sorridere, di mostrarmi cordiale, ma la tensione peggiora. Peggiora.
Non ci capiamo. Gli voglio dire la frase che mi hanno insegnato “non scrivere [la multa]”.
Ma come si dice “Ne pisati” o era “Ne pišati”. Solo che uno dei due vuol dire “non pisciare” e se sbaglio è un casino.
Ma adesso questo dubbio non mi fa ridere. Ho paura. Perché mi ha voluto qui, da solo? Perché siamo al buio io e lui? Cosa vuole da me?
Alla fine gli dico impaurito “Koliko je la multa?” Metà in italiano. Gli faccio vedere venti marchi convertibili. Lui mi fa un gesto come a un bambino. Come dire “non farti vedere, cretino. Non sai stare al mondo?”.
Glieli do, li prende. Fa un gesto come dire “vai”.
Riprendiamo il viaggio. In silenzio. Brutto spavento. Abbiamo scampato un pericolo che non c’è mai stato. Ma ci è restata addosso una paura nera.
La strada mi sembra molto più buia. Non abbiamo più tanta voglia di cantare.

Torna domani

Film Kodak o Fuji?Ma più che sentirci gratificati, ci sentivamo un po’ in imbarazzo per la tanta ammirazione che suscitavamo.
Sì, perché i ragazzi di Ključ, più che ammirare ed invidiare noi, sognavano di essere come noi. Di essere noi. Noi ricchi, noi senza guerra, noi senza dubbi sul nostro futuro. Noi europei (come se la Bosnia non fosse in Europa). Se dicevi “italiano”, ti si schiudevano larghi sorrisi immeritati. Eravamo sì gli occidentali danarosi (con le poche lire che noi ventenni avevamo in tasca), ma eravamo anche una versione alla buona dell’occidente. Per questo eravamo digeriti molto meglio di inglesi, tedeschi, francesi e americani. Gli spagnoli, forse, erano considerati come noi. Ma ce n’erano tanto pochi che non facevano statistica.

Facevamo volontariato, quell’agosto. Proprio in Bosnia. Nel paesino ci conoscono bene: “gli italiani”. Sono gentili con noi, anche se non hanno bene capito cosa ci facciamo. Ma abbiamo sandali e magliette colorate. Tutta un’altra cosa rispetto agli anfibi e alle uniformi dei soldati canadesi. Quelli che quando scendono dai blindati, girano sempre in due, sempre armati e che hanno una base a due chilometri da lì.

A Samuela serve un rullino per la macchina fotografica. Le sembra una bella idea cercarla qui, in un negozio del paese che ci ospita. Ci prepariamo una frase combinando le cento parole che abbiamo imparato. Quelle che mancano siamo disposti a inventarle lì per lì. Oppure a disegnarle, con gesti e sorrisi.
C’è un negozio di una vetrina. Sul vetro adesivi di due marche di pellicola. Kodak e Fuji. Entriamo.
Un ragazzo di una ventina d’anni, spettinato. Ha denti e t-shirt in disordine ma ci sorride da dietro il bancone che ha più l’aria di una vecchia cattedra. Ci accoglie quasi incredulo, col nostro stesso imbarazzo.
Usiamo la frase che avevamo preparato a mente: “Dobar dan, imate film?”. (Avete una pellicola?) O almeno: questo è quello che volevamo chiedere.
Lui, accenna una domanda professinale “Kodak ili Fuji?” (Che marca volete?). Rapido consulto. “Kodak”.
Ci dice “non ce l’ho: torna domani”.

Usciamo a mani vuote, quasi fieri di aver condotto una discussione.
Ma se non aveva Kodak potevamo chiedere l’altra! Che cretini, dai torniamo dentro. No dai torniamo domani.
L’indomani stessa scena. Chiediamo la pellicola Kodak e lui aiutandosi con le dita: “da 24 o da 36?“.
Noi sicuri (cosa vuoi che sia qualche lira in più!) “Da 36 – tri deset šes!“.
Ci dice “Non ce l’ho: torna domani”.

Usciamo silenziosi. Non capiamo bene cosa sia successo. Se ci prenda in giro o se cerchi solo di prendere tempo. O forse non ci siamo capito. Come no? Ha persino ripetuto! Qualcuno ipotizza che non sia un vero negozio con un magazzino, ma un espediente per vendere qualcosina su ordinazione.
No, dai torniamo dentro. Potremmo almeno fare due chiacchiere con lui. Ma se non riusciamo a dire mezza parola! Facciamo come con i bambini che li facciamo disegnare o giocare a pallone? Sì ma potremmo almeno invitarlo per una birra o a cena.
Brava Samuela. Entra tu. E digli “Vieni a prendere una birra stasera?”. Lui ti risponderà: “Hai tempo alle 8 o alle 9?”
Ma attenta a non sbagliare risposta, altrimenti ti dice “No, non ce l’ho, torna domani”.

Questa storia ogni tanto la ritiro fuori. Anche se so che diverte solo me e gli scemi come me. Ne ricavo al massimo sorrisi accondiscendenti.
Ma in quello scambio di sorrisi, assurdo e menomato, mi piace leggere il sarcasmo dei balcani e l’autoironia di quel bel gruppetto di persone. E questa è l’unica forzatura di questa storia.

Marshmallow

Mi dilungo sempre nei preamboli. Quindi questa volta non dico che siamo andati a trovare Samuela, dopo anni che non la vedevo, perché è nata Bianca.
Lei è sempre la stessa simpatica, assurda, credibile irrazionale. Tipo che adesso è addirittura medico, ma studia e pratica l’agopuntura. Che lasciamo perdere.
Non ricordo come ma mi ha parlato di un episodio che avevo rimosso. Mi ha raccontato di quando nella notte su macchine buie andavamo nei campi profughi.
C’era un clima particolare in quelle macchine. Umidità che appannavano i finestrini dietro. Tutti ammassati vicini e con le gambe coperte dalle giacche a vento. Qualche cassetta nello stereo e quello davanti che non dormiva per tenere sveglio il guidatore. Si arrivava con un ronzio da motore Fire ancora nelle orecchie e un secco nel palato.
Ma ci univa una consapevolezza. Un senso di unione, di significato di quello che stavamo facendo.
Quella sera al primo autogrill (Verona Nord, obbligatoriamente) un finestrino non voleva richiudersi. All’una di notte è impensabile smontare e cercare di aggiustare.
Ho chiesto in prestito una di quelle caramelle morbide e lunghissime (che ho scoperto anni dopo che si chiamano marshmallow). Quelle gialle e rosa, lunghe una trentina di centimetri. Quelle che hanno l’aspetto di una catena di polimero, più che di sostanza commestibile.
Ho preso quella (diciamo) caramella e l’ho inserita tra finestrino e alloggiamento. Quel gesto cialtrone, contro ogni aspettativa, si è rivelato efficace.
Abbiamo finito il viaggio con il finestrino sigillato e mi sono guadagnato un alone di meritata stima e di invincibilità.

L’avevo dimenticata, questa storia. Ma mi fa piacere che Samuela mi abbia aiutato a disseppellirla dalla memoria. Ci ripenserò quando l’umore sarà grigio. Per farlo diventare giallo e rosa come quei giorni.

Un sogno con la tovaglia a fiori

locanda casa costaQuando era il mio turno, passavo a prenderla per andare alla riunione. Facevamo volontariato assieme. Lei aveva due occhi di un azzurro così chiaro che la notavano tutti. (Se ci fosse quel cretino di Andrea Zago, qui, a leggere queste righe, direbbe che lui si è fermato una spanna e mezzo sotto gli occhi, e che non saprebbe dire di che colore sono. Ma Andrea era irresistibile proprio perché non perdeva occasione di fare il cretino. Ma questa è un’altra storia).
Cinzia non era mai puntuale. Ma arrivava colorata e trafelata, tanto che alla fine giravo il fastidio in benevolenza.
Nel tratto di strada da Cinisello al centro di Milano, parlavamo. Parlavamo tanto: di solito dell’università. O di progetti per il futuro immediato. Qualche volta addirittura di sogni per il futuro. Cose che vedevamo lontanissime e a cui non sapevamo dare una probabilità. Anche se eravamo molto diversi, facevamo volentieri quei tratti di strada. Andata e ritorno.
Cinzia sognava la campagna, la tranquillità di un posto suo. Ma senza rinunciare a quello che offre la città. Bella contraddizione questa frase. Ma è perfetta: questa era la Cinzia di quegli anni.

Poi passano gli anni e ci si perde di vista, anche se ho fatto in tempo a vedere un paio di volte Antonio (che sorprendentemente ha gli stessi occhi chiarissimi). Le bimbe invece solo in foto. Ma ormai sono passati anni. Una volta un matrimonio mi ha portato là vicino e non ci siamo incontrati per poco.

Mi è arrivata un’email qualche settimana fa. Mi chiede come sto e altre frasi di rito.
Poi la scrittura diventa di colpo luminosa. Dice che l’hanno fatta, lei e Antonio, quella pazzia. Hanno preso un vecchio casale in Piemonte e l’hanno trasformato in un locale. Non hanno abbandonato il vecchio lavoro, se ho capito bene, ma dalle foto è un posto magnifico.
Mi viene voglia di andarci, subito, con la mia famiglia. Sopportando ore di auto.
Non tanto per vedere il posto o per vedere Cinzia, Antonio e le bimbe con gli occhi azzurri.
Per vedere un sogno che gente sorridente ha avuto il coraggio di trasformare in muri, tavoli, fiori e aria.

(Non ci sono mai stato quindi come testimonial non sarei molto credibile: ma se il posto è come le foto del sito www.locandacasacosta.it dico che vale la pena farci un giro)

Kurt Cobain è morto

kurt cobain, nirvana, grunge, mortoDa qualche giorno penso a un titolo di un giornale. Diceva che Kurt Cobain è morto diciotto anni fa. Impossibile: diciotto anni. Che poi a me il grunge non è mai piaciuto tanto e quelle note disarmoniche negli accordi ispiravano solo dei “No, dai, così no”. Che sembravano sonorità di chi non sa suonare la chitarra e sposta un accordo a caso, senza barré. E poi vediamo quel che viene fuori.

Quando Licia mi ha detto che era morto Kurt Cobain, ha dovuto rinforzare il concetto con la didascalia “il leader dei Nirvana!”. E da come lo diceva ho capito che per lei era davvero un avvenimento. Neanche fosse Battisti o John Lennon, per dire. Lutti che avrei capito molto più facilmente.

Io e Licia eravamo amici. Grandi amici in quel periodo. Un’amicizia fatta di tanta frequentazione, tante discussioni. Ma nessuna attrazione, nessun bacio, nessun abbraccio. Neanche per sbaglio. Non che non meritasse, solo che proprio i nostri sogni erano distanti. E guardandola dal suo punto di vista direi lo stesso rivolgendo la sentenza verso di me.
Eravamo partiti assieme per una settimana in un campo profughi, in quattro. Gli altri due erano un bamboccione milanese di una decina d’anni più dei nostri forse venticinque e un ragazzino diciottenne di Santa Maria a Monte di Pontedera. Che a me più che una località sembrava una imprecazione molto articolata, ma io sono sempre stato troppo sarcastico.

Quando siamo arrivati al campo ci avevano consigliato di fingerci fidanzati. Per minimizzare le molestie dei troppi profughi annoiati. Quindi Licia e Simone hanno cominciato a recitare. Di notte poi, una camera, due letti lontani e luci spente. E chiacchierare di tutto per ore e ore. E finiva sempre che poi quando parlavo io, Licia si addormentava e io mi sentivo preso in giro e le tiravo qualcosa. Un maglione appallottolato, lanciato al buio senza abbastanza mira. E quando siamo tornati a casa ci siamo detti un “Nesno” che era un “Non lo so”. Che quando anni dopo abbiamo imparato la forma corretta “Ne znam”, poi non ci importava più. Allora ci bastava quel “Nesno”.
Ma è un’amicizia che è restata. Anche adesso che so chi è Kurt Cobain. Anche adesso che io vivo lontano seicento chilometri. Anche adesso che Licia è Amministratore Delegato di una banca estera. Anche adesso che dovevamo vederci con le nostre famiglie e che ha preso un’influenza a base di vomito ed è saltato tutto. Ma è un’amicizia che è restata. Una cosa bella.

Cosa sognano a vent’anni?

mappa gratis guida viaggio bosnia croazia vacanze viaggioUn’amica sta per fare un viaggio per la ex jugoslavia. Spero riesca a fare un viaggio nella ex jugoslavia. E non solo “sopra”. Non solo sospesa tra un’andata e un ritorno. Anzi: spero che le veda e le distingua. Slovenia,  Croazia,  Bosnia, Serbia magari. Chiacchierando le ho raccontato che ci sono stato. Nei primi anni ’90. Quando c’era la guerra. E subito dopo: quando è finita la guerra, ma non è scoppiata la pace. Mi ha chiesto qualche riflessione, qualche spunto, una chiave di lettura.

Ne farà un libro, forse. Non delle mie riflessioni, certo. Di quello che vedrà di persona. Magari anche lavorando sulla differenza tra la realtà ingiallita ascoltato da altri e la realtà personale, quella intrappolata nella sua retina.

Le ho consigliato di andare in posti dove si paga poco. Poco per gli standard di quel posto. Non poco per il peso dei nostri euro. Posti dove la gente comune va. E dove si sente al posto giusto.

Le ho consigliato di passare qualche ora in una stazione di autobus. Penso che le persone che aspettano siano espressive. Anche senza parlarci. Portano bagagli. Sacchetti. Mobili. Pensieri.

Le ho consigliato di prendere una birra alle quattro di pomeriggio. Magari in un bar che del bar ha solo i tavolini di plastica. E al massimo un ombrellone troppo colorato con il logo di qualche multinazionale dell’alimentazione. E di vedere se i giovani lo popolano, in quella strana ora. In un posto vivo, dove c’è lavoro, i giovani si svagano di sera. Non ci naufragano a metà del pomeriggio. E’ una semplificazione tutta mia, ma non mi si chiedeva una regola universale. Solo qualche spunto.

Siamo finiti a parlare di ragazzi di venti anni. Con buona parte della vita davanti. Sarebbe bello poterli descrivere. E attraverso loro riuscire a proiettare il futuro di un popolo. Riuscire a capire cosa sogna oggi, un bosniaco di venti anni. Magari la sua ambizione è un lavoro pagato abbastanza da potersi permettere una macchina rumorosa. Con cui portare fuori le ragazze il sabato sera. E viene da pensare alla differenza coi coetanei italiani. Stessi sogni. Ma minore capacità di accontentarsi. Ed è difficile capire se sia intransigenza o incapacità di essere felice.

Stiamo divagando. Sarà un viaggio difficile da raccontare. Ma se ci riesce, magari, imparo qualcosa anche di me.