viaggi

Non ti chiamo più

scompartimento

L’ultima volta che ti ho chiamato era estate e stavi imbiancando. Mi ha fatto ridere quella risposta perfetta. E come hai evitato, quasi senza volere, che quel passato non altrettanto perfetto riemergesse.
“Guarda, non ci crederai, ma adesso sono sulla scala e sto imbiancando”.
Era giugno, era un tardo pomeriggio e stavo guidando in tutta quella luce. E mi sembrava di vederti in un altro posto ma nella stessa luce troppo abbondante.

Non che avessi niente da dirti, non che avessi un fatto, una notizia, una novità. Solo che avevo voglia di sentire se eri ancora quella che conoscevo. La stessa dei viaggi dove a ogni stazione degli autobus cercavamo di farci capire e prendevamo i biglietti tracciando a mente solo il prossimo tratto di quella rotta. La stessa che poi in quella città aspettiamo qualche ora a prendere il treno, voglio sentire l’odore dell’aria lontano dai binari. La stessa che fotografa i manifesti dei gruppi italiani in concerto in un posto così fuori dai tour stampati sulle t-shirt. La stessa che cercava di dormire di notte nello scompartimento con i sedili tirati giù, fingendo di essere comodi. Fingendo di non avere nessuna paura di quei due sconosciuti che con la tuta delle squadre italiane avevano comprato anche l’illusione di essere già europei.
E ogni tanto ci penso a quella sensazione di paura e attrazione per il nuovo che ci aveva stretti così tanto da farci perdere la messa a fuoco.

Sono passati anni. Ho ancora il tuo numero.
Solo che non trovo più che sia una buona idea usarlo.


questo è un racconto scritto per GallizioLAB

 

Quelli che pescano i siluri

tugninoNon oggi, ma un giorno vi voglio raccontare dei tedeschi che vanno a Revere per pescare. No, ma è incredibile! Centinaia di chilometri, ore e ore in macchina, di Brennero, di statali per fermarsi a Revere.
Revere è sul Po. Ha un bel castello, una bella chiesa barocca, una torre insignificante, ma che guai a parlarne male ai reveresi.
Revere è un paesino agricolo. Nel giro di un’ora puoi visitare città addormentate nella pianura umida. Mantova Verona Modena Reggio.
Ma Revere non è un posto turistico. Non è assolutamente un posto turistico.
Ma da qualche decennio è spuntato un campeggio. Prima di tende. Poi, piano piano, di baracchette di legno.
E’ in quella stretta striscia di terra tra l’argine e il fiume. Di fronte alla centrale elettrica di Ostiglia.
Una qualche geniale agenzia di viaggio tedesca porta decine di tedeschi, tutto il tempo dell’anno, a bere birra poco pregiata e a pescare ancor meno pregiato.
Perché adesso il grande fiume è invaso dal Siluro del Volga. Una specie di stupido, poco combattivo e enorme pesce gatto. Viene dal Volga e qualcuno lo aveva messo nelle cave artificiali per un qualche assurdo progetto di “pulizia” dei pesci minori. Finito nei corsi d’acqua italiani li ha infestati mangiando tutto quello che trovava.
I tedeschi, che qui chiamano con un po’ di affetto tugnini, prendono esemplari che quando sono fotografati sono più alti del pescatore.
Ma vuoi perché non lotta, vuoi perché ha soppiantato i pesci pregiati della loro gioventù, i vecchi non lo amano. Neanche un po’.
I tedeschi non danno fastidio a nessuno. Sono rispettosi, silenziosi, ordinati. Hanno in dotazione barchette verdi, basse e lunghe, tutte uguali. Un motore da pochi cavalli che basta per portarli lontano qualche centinaio di metri. Piantano le loro tende tutte uguali appena approdati sul limo della riva. Qui piantano puntacanna e culoni sulla riva. Solo allora, dopo tutte queste procedure preparatorie, estraggono i loro enormi termos e cominciano a pescare. In media è passato così tanto tempo che un mantovano si era già rotto i maroni della preparazione. Ma i tugnini sono precisi e si sentono di fare le cose per benino.
Si vestono come se dovessero andare in Cambogia. Anzi in un parco tematico su un Vietnam hippie. Anfibi, braghe di mimetica, maglietta colorata abbinata solo con la loro fantasia. Magliette che, per dire, qui non le useremmo neanche per imbiancare. Cappelli di tela con la tesa larga e un cordino appeso sotto il mento. Ma lo hai visto che qui non tira un filo di vento neanche a pagarlo? Mettiti l’autan, tugnino! che qui non trovi i vietcong, ma le zanzare quelle sì.
Quando faccio un giro in golena quasi quasi mi mettono imbarazzo. Sono lì belli tranquilli credendosi nel delta del Mecong e io gli passo di fianco con le infradito. Mi sento quasi un invasore. Tranquillo tugnino, vai pure avanti a giocare, noi tiriamo diritto.
I vecchi, quando passano sull’argine per pascolare la graziella, si fermano a guardare questi strani campeggiatori con la pancia. Ridono sotto i baffi. In un modo così sadico e sottile che dal di fuori non si nota neanche se li fissi. Riprendono a pedalare. Brontolando contro qualcosa di indefinito.
Penso che anche noi, quando viaggiamo e ci sentiamo veri viaggiatori, rischiamo di fare la stessa figura. Ma forseno, non lo voglio sapere. Non voglio rovinarmi la suggestione di un viaggio che pensavo speciale.
Ciao tugnino, hai preso qualcosa oggi? Stai pure, divertiti.

Elena si specchia

visitaScendendo dal minibus, Elena si gira per specchiarsi nei vetri scuri. La sciarpa che ha preso il primo giorno le sta bene: la usa un po’ come foulard, un po’ come sciarpa, un po’ come turbante. Uno dei lembi le cade in modo elegante sulla spalla lasciata nuda da questa camicia bianca smanicata. Più sotto un paio di pantaloni larghi e ancora più sotto i sandali impolverati.
La lacca blu scuro delle unghie dei piedi è sbagliata, in un posto come Petra. Fa troppo contrasto con quella sabbia, con quella storia. Ma Elena non ci fa caso.
Pensa che quando ha consultato le guide si era immaginata un caldo più fastidioso. Caldo è caldo, ma senza umidità risulta anche sopportabile. Il vento invece non c’è. E lei lo aveva visto, su quelle foto senza vegetazione. Doveva esserci ma oggi non s’è presentato.
Elena guarda queste costruzioni, scavate nella roccia ed è felice che la facciano sentire così piccola.
Tutta questa storia, tutti questi secoli, tutto questo lavoro di anni e di uomini davanti a lei. Per lei. Era questo il posto che serviva per fare un po’ di chiarezza in questa vita che sembra non andare secondo i piani.
Forse – pensava – in mezzo a tutto questo silenzio i miei pensieri arrivano più nitidi.
E adesso è lì, Elena, che respira quest’aria calda. Segue l’italiano strano di una guida del posto. Intanto pensa ai cassetti da chiudere, alle porte da aprire.
Un attimo e si mette la sciarpa sulla bocca, come per filtrare l’aria, come per proteggersi. Resta solo un attimo indietro da quel gruppo poco silezioso.
Ma poi riprende il cammino.

Il turno di Pico

Federico col nonno sul trattoreL’anno scorso è toccato a Luca, il secondogenito. L’anno prima a Chiara, che aveva già sei anni. Quindi non dovrebbe sembrarmi così strano che Federico passi una settimana coi nonni, in campagna. Eppure.

Federico ha quattro anni e mezzo. Mi chiama “papo” anche se gli ho sempre detto di non farlo, che non amo le variazioni sui nomi. Lui finge di assecondarmi e va avanti come se niente fosse. Ha un carattere forte, deciso. Ha una bella dialettica. Sa spiegare il perché delle cose, con una logica talmente lucida che spesso stupisce gli adulti.

Io spesso lo chiamo Pico e lui è più tollerante di me. Anche con i diminutivi. Coi nonni ci sta bene. Li vede poco, abitiamo lontano. Per tutto l’inverno, al telefono non si è negato. Non è come il nonno, Chiara e Luca che sono allergici alla cornetta. Lui chiedeva novità, pianificava, invitava. Chiedeva, con insistenza, notizie del trattore e delle zucche.
Per Federico la campagna è una fotografia d’agosto. Pantaloncini, petto nudo, polvere, sole. L’umidità e le zanzare ci sono eccome, ma Pico ha altro da fare che lamentarsene. E nei suoi ricordi non lasciano traccia.
Così quest’anno lo abbiamo lasciato, Pico, dai nonni. A Pieve di Coriano, sul Po. Che è provincia di Mantova, ma solo sulle cartine politiche. Nella realtà è sulla statale 12 che da Modena va a Verona e poi al Brennero. Se ascolti la lingua, è una specie di emiliano, imbastardito dal veneto e dal lontano lombardo. Sillabe aspre, poche vocali sprecate, forme contratte.

Sto divagando. Lo so. Il problema è che lasciando Pico dai nonni, mi ha preso una strana tristezza. Lo devo andare a riprendere dopo una sola settimana, mica tanto. Ma pensare che il piccolino, persino il piccolino, ormai dorme così lontano da casa per una settimana, mi fa sentire il tempo che passa. Che scorre via. Mi fa sentire il rumore delle cose che non tornano.
Al mare avevo la forte tentazione di trovare dei motivi razionali per rimandare questo supplemento di vacanza. Ma ha prevalso la voglia di fargli trascorrere un po’ di tempo coi nonni.

Ieri mi ha raccontato, al telefono, che ha passato ore col nonno a preparare il posto per il trattore. Togliendo erbacce da un orto, se ho capito bene. E che adesso è aiutante trattorista scelto. E di non dirlo ai suoi fratelli, che potrebbero soffiargli l’ambitissimo riconoscimento.

Oggi ho pianificato il viaggio di ritorno. Vado la prossima fine di settimana, come previsto.
Ma quando alla fine ho stampato i biglietti, ho provato un leggero senso di sollievo. Non so perché. Come se con Federico andassi a riprendermi un po’ della mia spensieratezza.

Aspettami, Pico, che il papo arriva.

Marshmallow

Mi dilungo sempre nei preamboli. Quindi questa volta non dico che siamo andati a trovare Samuela, dopo anni che non la vedevo, perché è nata Bianca.
Lei è sempre la stessa simpatica, assurda, credibile irrazionale. Tipo che adesso è addirittura medico, ma studia e pratica l’agopuntura. Che lasciamo perdere.
Non ricordo come ma mi ha parlato di un episodio che avevo rimosso. Mi ha raccontato di quando nella notte su macchine buie andavamo nei campi profughi.
C’era un clima particolare in quelle macchine. Umidità che appannavano i finestrini dietro. Tutti ammassati vicini e con le gambe coperte dalle giacche a vento. Qualche cassetta nello stereo e quello davanti che non dormiva per tenere sveglio il guidatore. Si arrivava con un ronzio da motore Fire ancora nelle orecchie e un secco nel palato.
Ma ci univa una consapevolezza. Un senso di unione, di significato di quello che stavamo facendo.
Quella sera al primo autogrill (Verona Nord, obbligatoriamente) un finestrino non voleva richiudersi. All’una di notte è impensabile smontare e cercare di aggiustare.
Ho chiesto in prestito una di quelle caramelle morbide e lunghissime (che ho scoperto anni dopo che si chiamano marshmallow). Quelle gialle e rosa, lunghe una trentina di centimetri. Quelle che hanno l’aspetto di una catena di polimero, più che di sostanza commestibile.
Ho preso quella (diciamo) caramella e l’ho inserita tra finestrino e alloggiamento. Quel gesto cialtrone, contro ogni aspettativa, si è rivelato efficace.
Abbiamo finito il viaggio con il finestrino sigillato e mi sono guadagnato un alone di meritata stima e di invincibilità.

L’avevo dimenticata, questa storia. Ma mi fa piacere che Samuela mi abbia aiutato a disseppellirla dalla memoria. Ci ripenserò quando l’umore sarà grigio. Per farlo diventare giallo e rosa come quei giorni.