Hanno detto che Massimo

Hanno detto che Massimo è tornato in città. Lo hanno visto passare per le vie di questo quartiere, dove ha abitato per tanti e tanti anni. Lo hanno visto con una sacca di tela scura, un po’ impolverata. Ne parlano piano, senza aria di scandalo, senza l’accento frizzante del pettegolezzo. Dicono solo che è tornato in città.

Qualcuno dice che è stato al fronte, partito volontario senza nessuna precisa volontà, tranne quella di fare un lavoro con uno stipendio sicuro a fine mese. Qualcun altro dice che no, che non è vero niente. Che è stato a Londra, un lavoro di fatica per imparare la lingua. Ma ce lo vedete Massimo che si mette a discutere in una lingua che non è la sua? Proprio lui che preferiva stare in disparte anche quando aveva la risposta giusta per mettere a tacere i cretini che nelle discussioni ripetono a voce troppo alta opinioni non loro.

Qualcuno dice che lo ha visto poco lontano da qui. Scriveva frasi su bigliettini gialli. Per una donna, dissero. Ma forse era solo una loro proiezione. Forse erano davvero solo numeri di telefono e appunti per la spesa.

Qualcuno non si concentra sul posto dove è stato ma, chissà perché, su come è tornato. Si augura che Massimo non si perda nel cercare, al ritorno, il posto che ha lasciato. Finirebbe per arrendersi e dover ammettere che il posto non è più lo stesso. Senza considerare che i primi a cambiare sono gli occhi di chi guardano. E mentre gli augurano questo, non si rendono conto che stanno parlando ad uno specchio.

Qualcuno, Massimo, dice di averlo visto in un parco, all’ora in cui il sole d’estate inizia ad abbassarsi. A guardare le ombre lunghe e dorate dei fili d’erba. Sembrava che cercasse qualcosa. Forse cercava solo l’inquadratura giusta per fissare nella memoria quella luce tragica e perfetta.

Qualcuno dice che è ripartito, che qui non poteva starci più.

Qualcuno dice solo che Massimo è tornato in città. Ed è solo questo che conta.

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