montagna

Acqua da portare su

Martina secondo @ninnosa

Un po’ per risparmiare candele, un po’ per risparmiare gli occhi, la scrivania di Gregorio era vicino ai finestroni dei magazzini generali di cui era da tempo il contabile. Gli piaceva, tra un totale e l’altro, guardare fuori e perdersi nella vita della strada. Una bicicletta che passava, un conoscente che sembrava avere un aspetto stanco, un passero che si fermava sullo steccato di fronte, una vecchina che faceva sempre più soste per tornare a casa con le sporte della sua spesa. Li conosceva bene, i personaggi delle sue distrazioni visive. Li conosceva ed era affezionato a loro, all’attimo di novità che gli portavano colla loro apparizione.

Quell’anno passava spesso una ragazzina che portava sulla collina un grande secchio zincato pieno d’acqua. Martina era la terza di quattro figli. Abitava in cima alla collina che sovrastava il paese. Il posto era un incanto: una collina di faggi che regalavano un’ombra convinta e fresca d’estate e che d’inverno diventavano un quadro di città. Dalla collina si dominava con la vista la strada verso Vallontana e di notte, in uno squarcio tra le fronde, c’erano stelle tanto vicine che sembrava di poterle prendere e mettere in un paniere. Nonostante la bellezza, quella collina non era diventata un vero borgo perché aveva un grande difetto: non aveva una sorgente d’acqua. Per questo Martina e molti prima e dopo di lei, dovevano portare su l’acqua ogni giorno.

Martina aveva capelli ricci e lo sguardo acerbo e pieno di sogni indefiniti di una ragazzina della sua età. Nel teatrino del contabile Gregorio era diventata una presenza tra le più gradevoli. Faceva tenerezza il suo aspetto esile che contrastava con la pesantezza di quel carico. Tanto che un giorno il contabile si sentì tanto coinvolto da uscire dai magazzini e rivolgerle la parola.

“Deve pesare molto vero?”

Martina rispose spalancando gli occhi, con gentilezza e senza capire bene la domanda.

“Ti dico un segreto, anzi due. Se invece di un secchio da venti litri ne porti due da dieci, riesci a portarli su meglio. E soprattutto se li porti su sorridendo, vedrai diverranno leggeri!”

Dopo qualche giorno, probabilmente dopo essersi organizzata, Martina ricomparve con due secchi. E ogni volta che passava volgeva lo sguardo verso il finestrone dei magazzini. Non si vedeva bene dentro, guardando dalla strada, ma lei pensava di vederci dentro il suo strano amico.
Quando Gregorio si accorse dei due secchi, fu pervaso da una specie di sollievo. Un sentimento di vicinanza che somigliava a una incomprensibile gratitudine

Nelle settimane seguenti il loro saluto era diventato una liturgia quasi incomprensibile. Il contabile Gregorio diceva “Sorridi Martina, ricordati di sorridere!”. E lei, senza una parola sorrideva. E quando sorrideva non era la giornata di Gregorio a migliorare: era proprio la giornata di tutto il paese. Quegli occhi marroncini e spalancati su tutto, quei ricci che si ribellavano ai capelli legati dietro, quella vita tutta da vivere, regalavano a tutto il paese una speranza piena.

Solo una cosa non tornava. Anche sorridendo i secchi mica sembravano più leggeri! Lo sapeva Gregorio, che aveva voluto regalarle un po’ di ottimismo, senza crederci proprio. Lo sapeva Martina che non ci aveva mica creduto tanto all’illusione del sorriso. Ma aveva voluto provarci lo stesso. E ogni giorno rinnovava quella fiducia in un gesto semplice e che non costava fatica. Distendeva i muscoli del volto, scioglieva la fronte e si abbandonava in un sorriso convinto.

Passarono gli anni, tanti anni. Gregorio era morto da tempo, senza lasciare debiti e senza lasciare ricordi precisi di lui.
Martina era diventata mamma e si era trasferita in una bella casa vicino alla città. Aveva un lavoro che le permetteva di vedere come un ricordo formativo la vita di fatiche che aveva conosciuto nella sua infanzia di montagna.

Le restavano negli occhi le stelle del suo borgo, le foglie dei suoi faggi.
Le restava in mente la gentilezza del contabile Gregorio.
Le restava spesso sul viso quel sorriso che aveva imparato a regalare senza calcoli a chi la incontrava.

L’uomo grande della montagna

grandefoglia

Camminiamo la mattina presto, per segnare un sentiero facile.
“Vieni con me domattina, ti porto su” mi ha detto l’uomo grande della montagna, e mi è bastato.  Alle mie domande da stupido di città non mi ha risposto. E quello è stato il primo insegnamento.
A che ora partiamo? Cosa devo portare? quanta strada faremo?
Niente. E allora ho dovuto imparare da solo. L’ora giusta, il bagaglio giusto, lo spirito giusto.

Che poi a camminarci non è brusco come sembra. Passa sotto quei faggi senza toccarli, danza in mezzo ai rami che si chinano in basso, segue il sentiero senza troppo rumore. E se pensi che è un vero gigante, alto almeno setto otto palmi più di me, non è mica una cosa da ridere!
Siamo andati su piano, con passi fermi. Mi stupivo di quanto quella piccola impresa quasi piana mi avesse motivato e di quanto riuscissi a stargli dietro. Ad ogni dubbio della strada spennellavamo sicurezze bianche e rosse, facendo attenzione che fossero leggibili a chi scende e a chi sale.
Vorrei chiedergli di lui della sua storia, vorrei chiedergli della montagna e di quella sua faccia che sembra scavata dal mare e di come la sua vita l’abbia portato qui. Ma non trovo nessun appiglio giusto e lo seguo con poche parole che sanno di silenzio. A un certo punto troviamo delle impronte. Sembrano cinghiali, poi si allargano e sembrano cavalli, poi si allargano e sembrano vacche. E ad ogni passaggio verso la realtà quelle tracce perdono fascino.

Ancora due passi e l’uomo grande della montagna si ferma. Guarda una pianta dalle foglie enormi a sinistra del sentiero. Ai miei occhi è solo una pianta come tante, ma dai suoi capisco che deve avere un significato. Strappa la foglia più grande, grande più di un palmo dei suoi. L’accartoccia con una insospettata grazia fino a farne un cono. Come quelli per contenere le castagne dei pomeriggi capricciosi delle vie del centro.
Mi dice di colpo “Mio padre mi ha insegnato a fare così sulle montagne. Con una foglia così ci potevi bere alla fonte.”
Guardo la foglia, guardo lo spettacolo semplice di quell’utensile antico, guardo il fascino di quel gesto. Noto che la foglia è tutta bucherellata da qualche bruco voleva illudersi in fretta di poter diventare altro. Così bucherellata non potrebbe essere il bicchiere di nessuno. Ma ho il pudore di non dire niente. La foglia è già per terra, tornata al suo posto, e noi siamo già ripartiti.

Ma cosa succede? L’uomo grande della montagna è tre metri davanti a me, sul sentiero. La schiena chinata in avanti come di chi deve vomitare. Con un braccio si tiene a una pianta troppo piccola. Respira pesante, pesante ma da dietro non gli vedo la faccia. Penso che abbia un problema di asma o di cuore. Sento il respiro pesante e forte e non so proprio  cosa fare.
“Cosa succede? Tutto bene?” dico temendo la risposta.
Si gira lento stropicciandosi gli occhi. Lo vedo che piange, l’uomo grande della montagna.
“Cazzo, quanto mi è mancato mio padre”
Non dice “quanto mi manca”. La sua non è la fotografia di un momento ma il bilancio di una vita. Quanto mi è mancato racconta due vite, che si sono toccate per troppo poco tempo. Racconta una mancanza lunga anni e anni. Riprende il suo passo e il suo respiro di prima. Nessuno dei due parla. Cammino dietro di lui gustando il silenzio, cercando di appoggiare gli scarponi su foglie poco chiassose e su pensieri poco scivolosi.
Non so perché, ma penso di voler bene a questo uomo grande della montagna.

Imparo a scendere, imparo il silenzio.

Quella cosa della pioggia

sassopiattto

-Chiara, adesso non mi viene, ma c’era una citazione bellissima sulla pioggia, sul coraggio. Mi sembra di Gandhi. Ma se smetto di pensarci forse mi viene in mente.  Guarda: forse ho insistito un po’ troppo ma sono proprio contento che alla fine ti sia convinta.
Quando siamo scesi dalla funivia eravamo al Rifugio Col Rodella. Già a 2300 e già il cielo non prometteva una bella giornata. Poi siamo scesi al Rifugio Friedrich August con quell’orribile bovino gigante in vetroresina. E poi, lentamente verso il Rifugio Pertini. Sai: ci abbiamo messo un’ora e mezza, adeguandoci al passo dei piccoli e a tuo zio che fotografa ogni lepidottero ortottero e coleottero nel raggio di due metri.
E poi il dubbio: ci fermiamo a mangiare al Rifugio Pertini per poi tornare indietro o andiamo avanti, contro il cattivo tempo, fino al Rifugio Sasso Piatto? Ci vuole almeno un’ora e poi per tornare altre due ore. No, non c’è una grande pendenza, è quasi in piano. Ma si tratta di prendere il tempo che viene.

Così siamo partiti. Chiara e io, figlia e padre. Zaini alleggeriti e passo svelto, quasi per non sfidare troppo platealmente il nuvolone che cresceva proprio a ovest, di fronte a noi. Chiara inaspettatamente coraggiosa e io prevedibilmente orgoglioso di questa sfida. Sfida piccola ma affrontata in due.
Abbiamo camminato svelti, sul quel sentiero facile e segnato dai tanti passanti. Abbiamo visto falchi pellegrini e marmotte che la sapevano lunga. Abbiamo cercato di fotografarli e li abbiamo indicati agli altri passanti meno attenti, atteggiandoci a grandi esperti. Poi siamo arrivati in fondo a quel sentiero.
“Facciamo in fretta ché dobbiamo tornare prima che inizi a piovere”
Allora siamo entrati subito, senza neanche toglierci gli zaini dalle spalle. Una fetta di SacherTorte io (con panna a parte), uno strudel Chiara (con crema a parte). Ci siamo arrampicati su un tavolaccio all’aperto, altissimo tanto da credersi un bancone di un bar di corso Como, non fosse per le schegge e per l’aria incomparabilmente diversa, in tutti i sensi. Cinque minuti e poi siamo ripartiti, come fossimo veri camminatori, come fossimo quelli che sanno fiutare il tempo che cambia.
I nuvoloni si facevano sempre più densi e adesso, sulla strada del ritorno, erano dietro di noi. Sembrava avessero perso il pudore di seguirci senza farsi scorgere. Noi camminavamo, loro dietro trottavano. Abbiamo camminato camminato camminato. E ci siamo arrivati in fretta al Rifugio Pertini, a metà strada. Il grigio sembrava troppo già troppo scuro per restare appeso là in alto.  Allora via veloci, subito. E subito le prime gocce sulla testa.
-Eccola, la pioggia!
Abbiamo detto. E subito a cercare un nuovo assetto. Gli indumenti di emergenza a portata di mano. E via a camminare, senza ansia ma con un po’ di fretta.
Di colpo la pioggia si è fatta fitta fitta. È stato solo allora che abbiamo indossato K-way e giacca a vento dal cappuccio, come due mantelli.
Ma quasi subito quel nero si è trasformato in grandine. Chicchi non enormi, grandi come piselli.
Continuando a camminare ci siamo uniti, fianco a fianco, sotto il mio k-way di plastica, quello con scritto il nome della mezza maratona alla quale me l’avevano dato, all’arrivo, e non lo avevo voluto buttare. Vedi che poi torna buono, dopo tanti mesi chiuso e ripiegato?
I chicchi sulla grandine picchiavano rumorosamente e noi camminavamo svelti e ingobbiti, su quella strada che cominciava a diventare scivolosa.
-Ahi”
Ogni tanto un chicco fortunato prendeva la mano che reggeva il manto e ci lamentavamo sorridendo.
Una mezz’ora e siamo riusciti ad arrivare,  proprio sul finire della grandinata, alla funivia che ci avrebbe riportato a valle.
Sgrullando via la pioggia dal nostro riparo eravamo eccitatissimi da questa esperienza epica.
-Ah Chiara, mi è venuto in mente
-Che cosa?
-Quella frase di prima. Era qualcosa come “La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia!”
Chiara sorride, è felice.

Quando il saggio decise di sedersi

saggio

Il saggio, pur avanti con gli anni, uscì di buon mattino dal villaggio. Camminò per ore fino a giungere in cima a una piccola vetta che sovrastava il paese. E si sedette. Passarono due ore e i suoi seguaci, in preda allo sconforto, decisero di non aspettare oltre.
Raccolsero dai contadini che lo avevano visto salire, quelle poche indicazioni per raggiungerlo. Unirono quei pochi generi che ritenevano potessero essere utili e decisero di mettere i propri passi in fila.
Il primo giorno lo raggiunse il discepolo più vicino. Avvicinandosi lo vide seduto e gli si sedette di fronte. Assumendo la stessa silenziosa postura, come davanti a uno specchio. Il sole descrisse tutto il suo arco e il discepolo si rialzò e scese al villaggio. Tutti lo interrogarono, sulle parole scambiate, sulle ragioni che avevano portato il maestro sulla vetta.
“Forse è per farci capire l’importanza dell’attesa. Ma non ne sono sicuro.”
Nei giorni seguenti uno alla volta, come per un patto taciuto, salirono uno dopo l’altro. Cercando la ragione, la spiegazione.

“Maestro, forse che sia l’arrivo imminente di una carestia?”
“No” rispose il vecchio saggio. E il discepolo deluso ridiscese.

L’indomani all’alba era un altro. Forte del tempo silenzioso della salita, pose la sua domanda.“Forse è la rinuncia alle cose terrene”
“No, perché?”

E così ogni giorno. “Forse è un simbolo di come la vita è piena di privazioni?”
“No”

Giorno dopo giorno. “Forse è per sottolineare la nostra fragilità”
“No”

“Forse è un modo di avvicinarti alla natura, in questa sintonia ancestrale senza uomini?”
“Bello. Ma no”

“Forse è per portare il più piccolo di noi a sentirsi simile a te?”
“No”

“Forse è per negare il bisogno di socialità, nella quotidiana ricerca di un equilibrio interiore?”
“No, no”

“Forse è per…”
“No guardate: avevo voglia di fare una camminata e di sedermi qui”

Quello che dura per sempre

vecchiosaggioAntonello mica era del tutto sicuro di doverlo fare. Ma mancava qualche mese al suo matrimonio e aveva tanti giorni di ferie arretrate. Ferie per cui il capo gli ripeteva meccanicamente di prendersele, di azzerare, di non obbligare la ditta a metterle a bilancio. Salvo poi storcere il naso perché il periodo scelto non era proprio compatibile con le strane liturgie aziendali.
In più, pensava, chi può dire quali saranno i tempi e gli equilibri di quel dopo che si avvicinava.

Voleva tornare da quel vecchio saggio che aveva incrociato durante una escursione in montagna. Quella volta ci era andato con amici, attrezzato per la gita in compagnia, per niente pronto al silenzio e all’ascolto.
L’incontro casuale con quel personaggio strano gli aveva lasciato una sensazione fortissima.  Sensazione su cui aveva fantasticato molto negli anni seguenti. Chiedendosi a cosa fosse dovuto il ricordo profondo di quell’incontro. Se alle chiacchiere imprecise che aveva sentito nelle botteghe a fondo valle, dove lo chiamavano “il vecchio saggio” anche se al netto del troppo sole preso in faccia, avrà avuto sì e no una cinquantina d’anni. Oppure se la bellezza del ricordo fosse influenzato dal piacere di quella compagnia oppure al clima di epica soddifazione a buon mercato di quella camminata in costa oppure solo alla grappa di quota.

Perso per l’ennesima volta in quei pensieri non si diede una risposta precisa, ma aveva deciso la sua meta.
E a chi gli chiedeva dove sarebbe andato in quelle due settimane rispondeva vago “Ho deciso, camminerò.” Incerto, per primo, se il suo obiettivo fosse il cammino o arrivare dal vecchio (forse) saggio.
Decise di avvicinarsi da lontano, percorrendo una quarantina di chilometri al giorno. Avvicinandosi piano piano, concedendosi il tempo di pensare a niente e quindi al tutto. Di sentire il rumore dei propri passi. Di ascoltarsi.
Quando finalmente giunse nei pressi del rifugio lo vide là, seduto su un sasso dall’aspetto comodo, poco distante dalla cima addomesticata alla comodità umana.

“Sono venuto qui quattro anni fa. Ho del tempo da spendere. Sono venuto per stare un paio di giorni”
“Lo so” rispose in modo perentorio il saggio. E notando lo stupore eccessivo, chiarì “Qui non passano tante persone, mi ricordo di te e della tua faccia. Ricordo che abbiamo parlato, forse della montagna, non so. Mi fa piacere che qualcuno torni”
Aveva in quella voce un qualcosa di affascinante e universale. Che riusciva far passare in secondo piano quell’improbabile accento valligiano.
“Abbiamo parlato, quella sera di quello che dura e di quello che non dura. Fra un mese mi sposo. Sono convinto di farlo, ma volevo concedermi una camminata e una discussione su quello che nella vita è duraturo”.
Avrebbe voluto aggiungere un motivo, una ragione, per rendere solida la sua spiegazione. Era insoddisfatto del valore disgiuntivo di quel “Ma” pronunciato così vicino alla parola matrimonio. Però, lì per lì, non riuscì a trovare niente di consistente.
“Niente dura per sempre.” Sentenziò il saggio.
“Impossibile…” azzardò Antonello.
“Allora dai: trovami qualcosa che duri per sempre”

“Non so, quella quercia, quella all’inizio di questo sentiero. Mica viene spazzata via dal prossimo temporale”
Rispose il saggio giocando su un terreno noto “La quercia del bivio di San Genesio dicono che abbia quattro secoli. Quanto tempo durerà ancora? Cento anni? O fino al prossimo fulmine o al prossimo parassita?”

“Allora l’acqua di quel fiume. Scorre da sempre in fondo alla valle, vedi?”
“Ma se è quanto di più transitorio. Da qui sembra un nastro continuo, ma è fatto di gocce che si spingono per andare via. Cambia corso, forza, portata tracciato. E’ l’esempio di ciò che non resta”

“Allora questa roccia!”
“Questa roccia ti sembra eterna solo perché il tempo che consideri è troppo breve. Si sbriciola con la pioggia e il vento.”

Antonello cercò nel repertorio delle frasi granitiche “Allora l’amore, l’amore è per sempre.”
“Ma non vedi quante coppie smettono di amarsi? Non vedi che lo cerchiamo sempre, e non vogliamo mai convicerci delle tante prove della sua non esistenza?”
“Ecco: questo è infinito. La nostra voglia di credere all’esistenza dell’amore.”
Antonello distese i muscoli del viso in un grande sorriso, che si specchiò in quello opposto del vecchio saggio.

Non ne parlarono più.

Marta Sale

salemartaLa guardo da qua sotto, dal pianoro. Guardo Marta che si arrampica su quella roccia. Precisa che sembra avere le ventose. Grazia e silenzio di insetto a quattro zampe.
La guardo e non capisco come faccia. E sì che di fiato ce n’ho. Io che corro, io che una volta all’anno faccio le maratone. Ma lei è sempre stata lì, ai piedi delle montagne. E non si è mai accontentata di guardarle da sotto.
Ripenso a quando, tanti anni fa, facevamo il doppio nodo agli scarponi. E lei era già pronta. Camminate domenicali di milanesi mischiati ai locali. Pregiudizi e amicizie incrociati. Raccontanti poi solo a metà, per prendersi in giro sull’erba della cime. Lei partiva avanti, silenziosa e con le mani dietro. E andava su. Passo inossidabile, preciso, perfetto. No, non era una gara. Lo sapevamo tutti, persino noi di pianura. Solo che ci siamo sempre chiesti come facesse, Marta, ad arrivare su così. Quasi che si dovesse ricongiungere con la cima. Sembrava non sforzarsi, sembrava un ritorno.

Poi ci siamo allontanati. Lei si è fatta crescere i capelli e la voglia di roccia nuda. Di usare anche le mani, per salire. Noi abbiamo preso zaini strani, coi buchi per fare uscire le gambe. Montagna diversa.
E adesso, per caso la rivedo da qui sotto, dal pianoro.
E’ cambiata. Ha uno sguardo più sicuro, più consapevole. L’ho vista bene. Luminosa, viva, sicura. Gliel’ho detto poco fa. Onorando più una vecchia amicizia che una confidenza attuale.
Lei mi racconta al volo che è un momento strano, che è stata mollata dal fidanzato. E che le fa piacere sentire queste cose, questo affetto, questo ottimismo. Dice che le servono, come fossero un appiglio piccolo, ma un appiglio in più. Ma poi parte, lo sapevo che aveva questa scalata da fare.

E restiamo sul pianoro, coi nasi che guardano in su.
Una roccia liscia che mi fa paura. Ma lei sale. Indaga arpiona solleva. Marta sale piano.
Ha tanta tanta voglia di lasciare tutto dietro. Di arrivare in cima alla montagna che ha davanti. Quella con cui neanche la polvere di magnesio ti è poi tanto d’aiuto.
Sono contento di averla incontrata, un po’ per caso, un po’ per cercare vecchi amici. Sono contento di non aver tenuto dentro quella impressione. Di avergliela buttata contro, sbagliando anche il momento. Ma questo l’ho capito dopo.
Sono contento che sia nato uno spunto, un’apertura improvvisa, una valvola che sfiata,  un dolore che aperto piano, adesso evita di incancrenire.
La vedo che sale. E quel macigno ormai è quasi lasciato indietro.
Sorrido, torniamo alla macchina. Intanto che Marta continua a salire.

Riparto con una strana leggerezza.

Basta crederci

crederciDoveva essere una specie di santo o di profeta. Forse un mistico o magari solo un imbonitore. Però come sapeva parlare quel Giulio! Sapeva trovare le parole giuste ed essere credibile. Assolutamente credibile. E se adesso diciamo assolutamente come se fosse una delle gradazioni superlative di tanto, ti invito a pensare con attenzione al significato di questo avverbio. Pronunciandolo con studiata lentezza. Assolutamente. Più piano ancora. As-so-lu-ta-men-te.

Ci siamo alzati molto presto quella mattina. “Ti devo mostrare” diceva nel suo italiano diverso dal mio “che è possibile. Basta crederci”.
Siamo arrivati in fretta alla curva della strada principale. Sorprendentemente circondata dalla natura, ché non credevo avrei potuto trovarne uno così vicino. Subito dopo l’ansa c’era uno spiazzo e parcheggiammo lì, come quelli che vanno a cercare funghi o a caccia.
Non c’era nessuno in giro. Seguimmo quell’abbozzo di montagna facile, assecondando le sue pendenze. Presto arrivammo in una specie di canalone, scavato da un torrente che, per la poca acqua che portava, doveva averci messo millenni a formare quella gola.
Il vapore dei primi raggi di sole si alzava da quelle erbe a foglia larga. “Ecco: fai come me” mi disse calmo. Seguendo con fiducia i suoi gesti cominciai anche io a camminare in avanti. Usando quella foschia come una passerella. Passo dopo passo. Leggeri, sospesi, convinti. Procedevamo in avanti verso il ciglio di fronte. Sospesi su quella gola. Sospesi.
“Vedi?” mi diceva “Non è difficile: basta un po’ di convinzione. Basta avere fiducia. Basta crederci”. E camminavamo in avanti senza tentennamenti, senza dubbi.
Non so dire quanti passi avevamo già percorso. So descrivere il senso di pienezza e di serenità. E ricordo con precisione i pensieri pieni e il senso di rilassatezza che mi prendeva fronte e tempie. Poche parole con Giulio e pensavo a quanto fosse facile e quanto potesse essere rivoluzionario quel modo di procedere, di passare ogni abisso, ogni baratro. Niente più bisogno di ponti, niente più fratture separazioni. Ah se fossimo capaci di insegnarlo a tutti, quanto potrebbe migliorare la vita in molti angoli della terra.
Ma se poi non ci credessero? Seguendo questa catena di pensieri mi misi a cercare le parole giuste, a ripercorrere quella scoperta cercando di spiegarla a chi ancora non conosceva quel prodigio.  Mi sentii incapace, inadeguato. Sperso. Sentivo che mancava una logica solida sotto quella realtà. E cominciai a temere di cadere. Dubitavo.

Nonostante il salto non fosse enorme, cadere su quel fondo così irregolare non fu indolore. Concentrato su quei traumi pulsanti, vidi appena Giulio che camminava con la stessa lentezza. Senza voltarsi forse. E quella fu l’ultima immagine che mi resta di lui.
Raccontai che ero caduto nel torrente andando a cercare funghi. E dimenticai questa storia.

Il sindaco forestiero

tricolore del sindaco forestieroSe c’è una parola che dovrebbe stare nel motto del borgo montanaro di Pesanella, quella è proprio “buonsenso”. Così: in italiano. Senza tanti latinorum e fronde di alloro. Perché qui vive gente pratica. Gente che ha sempre dovuto trovare il modo di convivere con una montagna che non sarà l’Everest, ma è pur sempre un posto dove gli inverni sono gli inverni e la fame è fame.
E anche adesso che ci sono i riscaldamenti in tutte le case e che la fame è viva solo nei ricordi dei nonni, il modo di ragionare non è cambiato poi molto.
Scorrendo gli elenchi degli abitanti, i viandanti sorridono nel vedere sempre gli stessi cinque cognomi. Zoratto, Segarle, Curlin, Marin e Groaz. Gli stessi nomi che sono in piazza, nella lapide di cemento con la vernice sbavata che il comune ha dedicato ai caduti dell’altra guerra.
Anche i sindaci qui hanno sempre portato uno dei cinque soliti cognomi. Non per chiusura. Per mancanza di alternative. Ma soprattutto perché i sindaci sono stati sempre scelti conoscendo i candidati. Da molto prima che si candidassero. Mica voterai per Mario: da piccolo tirava con la fionda ai gatti. Non è tutto a posto!
Oppure: quel Giordano è sempre stato una goccia d’oro. Sempre lavorato e mai un grillo per la testa. Del resto sua mamma è una Curlin di quelli di Renzo.
Nessuno, a memoria, ha mai stampato un manifesto elettorale con il proprio volto. Al massimo arrivavano i prestampati con il simbolo con uno scudo, una falce, una rosa a cui lontanamente si ispiravano. Attaccati con più colla di pesce che entusiasmo su un tabellone dove nessuno si ferma.
Ma qualche anno fa è arrivato un forestiero. Un tipo giovane e con un suo fascino. Deve essere nato in città ma è venuto a stare qui. Lavora a valle, ma dice di amare da sempre la montagna e ha comprato la vecchia casa del Bruschino, quando è morto.
Con i suoi saluti cordiali, i suoi vestiti eleganti, i suoi occhiali da sole e le sue buone maniere non è passato inosservato. Quando passava era tutto un vociare, ma ha saputo farsi apprezzare e adesso gli ricambiano saluti pieni.

Quando è stato il momento di rinnovare il consiglio comunale, a sorpresa, si è candidato. Ma come non votare questo Giovanni Antonini! Lo vedi come si presenta bene: mica è uno dei nostri soliti nomi, sempre uguali a sé stessi, sempre con le solite idee.
Sono comparsi i manifesti, con la sua faccia, resa ancora più bella da una foto come si deve. E’ comparso un sito internet dove veniva spiegato, punto per punto, cosa poteva fare per Pesanella uno come Antonini.
Alle elezioni è stato un successo per certi versi inaspettato. E non l’hanno votato solo i giovani. A giudicare dai numeri anche tanti altri gli han dato fiducia. Anche se nelle due osterie del paese c’è un po’ un tabù a schierarsi dalla parte del forestiero, dopo aver votato per anni per uno dei figli di questa valle.
Il sindaco Antonini è in carica da sette mesi e ha iniziato a fare davvero quanto aveva promesso.
Rinegoziazione dei contratti in scadenza, per conseguire il massimo vantaggio per il bilancio comunale. Sembrava bello detto così. Ma quando Anselmo con lo scuolabus che ci ha portato per generazioni si è visto soppiantare dalla Anderlinitrans, che ha vinto l’appalto per pochi soldi, a qualcuno un dubbio è venuto. Povero Anselmo: e adesso?
Basta rami secchi: evitiamo che negli uffici pubblici ci sia gente con le mani in mano davanti a uno sportello vuoto. Ma quando vai allo sportello e ti accorgi che per trovare qualcuno devi tornare giovedi non è che siamo così contenti.
Razionalizzazione delle spese per le strade comunali. Ma oggi che sta arrivando la brutta stagione e nessuno ha ridipinto le strisce bianche ai bordi della strada.

I manifesti affissi negli spazi regolamentari stanno sbiadendo a poco a poco. Così come l’entusiasmo per questo nuovo che era più affascinante nei volantini che nella realtà.

Aspettando il campione

mortiroloEravamo partiti presto. Avevamo smontato le ruote davanti. E avevamo messo le tre biciclette monche sul portapacchi.  In piedi come se corressero in gruppo. Come fanno i ciclisti veri. Siamo arrivati presto, ai piedi di quella montagna che conoscevo di fama. Era la mattina del 5 giugno del 1999.
Non sono un ciclista, non lo sono mai stato. Ma quei pomeriggi d’estate a guardare il tour con Marino, nelle nostre estati mantovane, mi avevano fatto apprezzare quel sapore antico di sport. Povero. Faticoso. Fatto di sacrifici e di salite. Di energia da dosare e di cuore da sprecare.
Avevo comprato una bicicletta usata da Stefano, che l’aveva vinta a una lotteria. Me l’ha venduta per duecentomila lire “molto meno del suo valore”. Una bicicletta nera bianca, gialla e arancione, abbinamento così brutto che le davano di diritto il titolo di “mountain bike”.
Siamo arrivati presto ai piedi del Mortirolo. Quando la foschia della mattina risaliva, quasi a suggerirci la direzione. Abbiamo rimontato le biciclette e abbiamo cominciato a salire su quelle pendenze proibitive.

Dei tre io ero il più scarso. Paolo se la cavava e Gerardo era una via di mezzo: amava più la montagna dei pedali. Ma su quelle pendenze si fermavano anche quelli bravi. Qualche tratto con il rapporto più corto, a pedalare come bambini. Qualche tratto addirittura a piedi, con la bici di fianco. Fedele cavallo di ferro. Con i bergamaschi che salivano a piedi, gli zaini pieni di panini e birra, che gridavano “mitici lo stesso”. E prendevano in giro solo un po’.
Ma alla fine siamo arrivati in cima. E abbiamo aspettato il campione.
Quel campione che dopo tanto Indurain, finalmente ci ridava un po’ di orgoglio. Quel campione magro e scattante. Quel pelato giovane, un po’ brutto un po’ buffo. Quel campione che risultava anche più simpatico, dopo essere stato azzoppato un paio di volte da incidenti con le auto.
Ma il campione non arrivava. Noi sul prato da ore, a tirare fuori i panini portati su negli zaini invicta. Ma niente.

L’altopiano dell’arrivo si era trasformato in una fiera di paese. Le macchine degli sponsor, quelli venuti su a piedi, i ciclisti. Colori, striscioni, bandane gialle.
Ma il campione non arrivava.
Si è diffusa la notizia che il campione non era partito. Gli avevano trovato l’ematocrito sballato. La radio dice che il sangue è come marmellata.
Ma il campione non arrivava. Non sarebbe arrivato.
Siamo scesi veloci. Da quella dozzina di chilometri che per farla in salita ci abbiamo sudato per ore.
L’orgoglio di avercela fatta aveva una vena di tristezza. Il campione che ormai era a un paio di tappe dalla vittoria finale del giro, era stato squalificato.

Siamo tornati verso Milano un po’ più silenziosi. Dando la colpa al sole preso in faccia.

Marco Pantani è morto cinque anni dopo. In una camera d’albergo triste e sconfitta come quel ritiro.
E da quel 14 febbraio, proprio oggi, sono passati nove anni.
Quella giornata mi ha dato il gusto del sudore. E se adesso corro con lentezza le maratone forse è anche un po’ per quel gusto.
Non vado più in bici. Non sono stato più sul Mortirolo. Non ho più aspettato i ciclisti in una tappa del giro.
Ma in segreto io ancora lo aspetto il campione.

Troppa carta

gracchiAntonella quando scrive usa troppa carta. Pensa veloce e mette, senza farci caso, la matita tra i denti. Fino a quando sente il sapore della grafite e si riprende. La toglie dalla bocca, riprende il filo, si mette più composta. Raddrizza persino la schiena. E’ segretamente contenta di non averla mordicchiata. Ormai è grande, non si fa. Non più.
Da piccola, quando camminava sulle sue prealpi, parlava tanto. Ma tanto tanto. Anche se il suo momento preferito era quando la pendenza la costringeva a tacere. E la sua mente cominciava a parlare. Ed era un silenzio pieno di parole. E di erba, di sole, di aria di crinale, di tempo a venire. Di futuro tutto ancora da costruire.
Aveva facile il sorriso, Antonella. Le prealpi ti mettono la testa a posto. Ti fanno sentire lo sforzo, quello giusto. Ma non ti svendono l’idea di essere un grande scalatore. Sei uno che cammina, che suda, che fa fatica. Che spesso poi arriva. Ma che (sempre!) ci deve mettere voglia e energia. Non sei come quelli di Milano, a cui bastano un paio di costosi pantaloni a quadri per sentirsi Compagnoni.
Quando era in cima a quel poco da scalare, ogni tanto vedeva i gracchi. Piume nere di catrame liquido. Zampette rosse. Becchi gialli come quel granturco nascosto giù, nei rettangoli di verde scuro a fondo valle. Ma in quegli uccelletti, più di tutto, leggeva la capacità di trasformare quegli spintoni del vento in sospensione. In sogno, in volo, in viaggio. E non si spiegava come quei pennuti spettinati riuscissero a restare aggrappati al vento della cima come panni stesi. Veleggiavano a pochi metri da lei. Così vicini che anche lei iniziava a veleggiare, con la mente a molti anni da loro. In avanti. Pensava a quanto sarebbe stato bello, un giorno, imparare a volare. Imparare il vento, le correnti, l’aria.
Antonella quando scrive usa troppa carta. Ma con gli anni e la pazienza ha imparato a tracciare le righe. A disegnare rotte.
Si è persino iscritta ad un corso per guidare gli alianti. Dove cercare quel silenzio, quelle righe, quel vento, quelle parole.
Antonella quando scrive usa troppa carta. Ma Antonella, oggi, sa volare.