speranza

Mi ci portasti

miciportasti

Lui fece passare del tempo. Voleva potersi permettere quel passato remoto che gli era sempre sembrato così strano. Lui così passato prossimo, lui così imperfetto. Chiuse tutto in una scatola per mesi. Poi un giorno aprì la scatola, mise un po’ di ordine nei foglietti e le scrisse:

Mi ci portasti. Forse non ho sentito gli odori che prefiguravo, ma ho visto posti belli. E mi fermo davanti alla semplicità elementare di questo aggettivo. Non ne servono altri: precisi, ricercati, complessi. Erano belli, posti belli, belli e basta. Qualcuno di questi tuoi angoli “che ti devo far vedere” lo avevo già conosciuto, qualcun altro già visto ma senza entrarci, altri nuovi. Ma tutti li ho visti in modo nuovo.

Arrivare su quel muretto, da cui si vede la città da dietro un albero. Così bella che ti sembra di poterla abbracciare tutta. Oppure quella curva, insidia di lastroni e storia. O alzare lo sguardo e vedere strati di civiltà che giocano con le loro geometrie senza rinunce. Bello, sì bello. Ma nella mia piccolezza il bello è la sensazione di poterli capire, di poterti capire.

Per sdebitarmi di questa bolla di stupore, il mio primo istinto è fare lo stesso. Portarti io a vedere i posti miei. E subito mi viene la foga di elencarli di metterli su una mappa, la fretta di portartici. Ma i miei posti sono posti che su una mappa non ci sanno stare. Sono sensazioni di un momento. Sono posti che farei fatica a rivelarti.
Come il momento quando la notte diventa mattina e tu sei lì. Non è un posto bello, quello? Di una bellezza bambina che non la so spiegare.
Oppure ascoltare l’aria fresca di settembre, che riesci ancora a stare in maglietta.
O ancora: la gamba tesa su un muretto dopo la corsa, con le gocce che ti grondano giù. E il salato ti entra per sbaglio in bocca e si mischia al salato dei pensieri che dopo non sai più dove comincia uno e finisce l’altro.
O stare col culo sulla sabbia quando tutti gli altri rientrano dalla spiaggia e allora non senti più i discorsi, ma il mare che sbuffa.
La granita al caffè con panna seduti sotto la fontana al centro della piazza. Fuori dalla stagione delle granite, fuori dalla stagione del sedersi per terra. Eppure così perfetti.

Vedi? Non sono posti dove portarti. Forse esistono solo a parole. O forse sono posti così fragili, i miei, che se ti ci portassi rischierei di farli sbriciolare senza prima averteli mostrati. Ma se vuoi proviamo.

Lei lesse tutto nel momento sbagliato. Sorrise con delicato rispetto. Finì il caffè con mezza bustina di zucchero e controllò l’ora.  Era per quell’appuntamento di lavoro che si era vestita così bene. Uscì dal bar sentendosi in ritardo.

Annunci

Il veliero

velierovero

Lo vedi questo veliero, piccolo mio?
Mettiti qui di fianco a me e, se la luce è troppo forte, socchiudi appena gli occhi. Ma non perdere di vista il veliero.

Lo vedi come sta fermo nel mare, piccolo mio?
Forse siamo troppo lontani ma quasi mi sembra di vederli i marinai che si godono la terra finalmente così vicina. Dopo mesi di onde e vento e onde, finalmente c’è un approdo vicino, le ancore calate e acqua fresca per riempire i barili.

Li senti i versi allegri di quei marinai, piccolo mio?
Saltano dal ponte in acqua come bambini. Sanno che presto avranno frutta fresca e un letto di lenzuola bianche.

Lo senti il loro arrivo in paese, piccolo mio?
Quella voglia di vita e di felicità che non può aspettare un minuto di più. Ha atteso troppo quando erano al largo.

La senti anche tu la pelle tirare, piccolo mio?
Come la loro dopo questa giornata. Non sai se è il sole o il sale, ma sai che quando scende la sera è una sensazione buona.

La senti questa brezza, piccolo mio?
In questi posti di mare arriva di sera  a sciogliere la pelle, a fare riaprire gli occhi a distendere quella specie di sorriso che la troppa luce ci ha imposto fino ad ora.

La senti questa voglia di pace, piccolo mio?
Se questa ciurma decidesse i nostri destini, questa notte, il mondo sarebbe un posto più bello. Una voglia di ridere, una voglia di frutta, una voglia di pace, una voglia di vino fresco. E nessun risentimento da mettere sul tavolo: li hanno buttati tutti a mare quando stavano al largo, tanto era la fretta di alleggerirsi per tornare a terra.

Ma nonno, che palle. Non lo vedi che sto guardando il mio tablet? Sono troppo grande ormai per seguirti quando ti metti a fissare questa vecchia nave nella bottiglia. E poi scusa ma questo tuo fantasticare mi sembra un po’ da matti. Non offenderti, ma sono storie a cui ormai non credo più. Sono grande ormai. E dai…

La senti questa voglia di pace, piccolo mio?
Volevo solo dirti che questa pace nasce dalla nostra capacità di vedere il piccolo e il grande. Di vedere il vicino e il lontano, il particolare e il tutto. E di accoglierli con un sorriso…

Portamici

scooterone2

Lui il giorno dopo la chiamò. Ci mise un attimo di troppo a fare il numero, assaporando quel timore da quindicenne, timore che aveva dimenticato da tempo.

Sai quel discorso che abbiamo fatto ieri? Quando dicevi, andando fuori tema, che ami questa città, che è perfetta per girarci in moto di notte? E ti ricordi quel mio “Portamici” detto con calma sorridente, come se fosse un destino?
Mi è tornato in mente stanotte. Non ho ancora deciso se ero sveglio o se dormivo, se stavo fantasticando o sognando. Ma poi è davvero importante? Ancora non so come mi sia uscito quel portamici, detto così, senza pensare alle conseguenze. Mi è sembrata la parola perfetta da dire di istinto, senza altre parole, senza conseguenze, senza calcoli.
E quel discorso mi è restato impigliato da qualche parte della mente. E stanotte ho sognato (credo) una cosa bellissima. No, non ridere. Ma te lo voglio raccontare.
Ho sognato la continuazione di quel “portamici” imprevisto. Ho sognato che mi portavi in giro in scooter e che sentivo distintamente alcuni profumi e odori di Roma di notte. Poi (non ridere) allargavo le braccia come per prendermela tutta questa aria, questa città. (Ok, nella realtà saremmo caduti, ma nei sogni le leggi della fisica fanno un po’ come ci pare, quindi non pensare agli equilibri e seguimi). Ad un tratto ti facevo un cenno e tu (inspiegabilmente) capivi e accostavi.
Ti dicevo che avevo sentito l’odore di Roma vuota, l’odore di polvere di strada stanca, l’odore di acqua di fontana. Come fosse un elenco da spuntare, un elenco perfetto. E aggiungevo che me ne mancavano ancora alcuni importanti. Volevo sentire l’odore dell’estate che finisce. L’odore del lavoro della gente. L’odore di un sorriso senza pensieri.
E su questo ripartivamo, come alla ricerca…

Lei sorrise. Gli disse democraticamente che tutto questo sogno era molto bello. Che in quel momento non aveva tempo.

Lui sentì benissimo che lei aveva usato la parola sogno. Capì che lei, quella storia, la aveva confinata nel campo di esistenza dei sogni. Sorrise realistico (forse con un sorriso leggermente meno largo) e la salutò con gentilezza.

Lei rimise il telefono in una tasca. Ripose anche l’indugio. Forse nella stessa tasca. Si infilò il casco e partì.

salvifico

salvagenteHo voglia di andare fuori. Non importa se piove. Non importa se non ho un appuntamento un impegno, una meta. Voglio solo andare fuori e camminare. Facendo i conti con questa nuova consapevolezza.
Ho sempre pensato che la parola giusta, detta al momento giusto potesse cambiare qualcosa. Come se ci fosse quella frase perfetta. Quella che riesce a rimettere in linea quell’ingranaggio che è andato fuori asse. Come se fossi quell’eroe dei fumetti che non ha super poteri, se non la parola. Se non la parola. Parola che allora non lesini. Parola che poi non ti chiedi neanche quanto sia opportuna, sensata, utile.

Ma adesso no. Ho capito che il silenzio ha una sua migliore dignità. Che le persone hanno il diritto di cadere e non è detto che vogliano essere salvate.
E allora esco. E guardo chi è per terra in una pozzanghera. Non lancio canotti, non gonfio salvagente. Al massimo mi fermo, cerco una mentina, alzo il bavero. Guardo con le labbra sigillate e riparto.
Quel mio atteggiamento salvifico risultava insopportabile agli aspiranti naufraghi, figurati a me.

Ho voglia di andare fuori. Ho voglia di imparare a non avere nessuno da salvare.

Filastorta

C’era una volta un principe azzurro,
tutto il contrario di un uomo buzzurro,
era cresciuto a pane e romanzi,
“Salva una bella che poi ti fidanzi”.

Questo la mamma gli aveva insegnato
“La donna è indifesa, tu sei corazzato,
la donna è in balìa di mostri e grifoni,
tu sei cavaliere e ai draghi le suoni”.

C’era una volta una bella regina
Che crebbe sua figlia da crocerossina,
“Gli uomini, cara, non san quel che fanno,
tu devi aiutarli a non far troppo danno.

Più sembrano forti, più vanno salvati,
amati, vestiti, stirati e lavati.
ti guardano duri, ti parlano bruschi
ma sotto quel guscio son tanti molluschi”.

filastronza4s

Un giorno i due salvatori in potenza,
andarono a un party di beneficenza.
Lei vide un ragazzo spaurito e sperduto,
lui vide una donna in cerca di aiuto.

E prima che i tocchi dicessero “E’ tardi”,
scoccò la scintilla all’incrocio di sguardi.
Lei disse: “Ho capito il dolore che hai dentro…”
Lui: “Portami il drago, che in fronte lo centro”.

Lei: “…tu sei un bambino con occhi d’adulto…”
Lui: “… dai fatevi sotto o streghe d’occulto…”
Lei: “… il grande nemico è dentro te stesso…”
Lui: “… maghi e mannari venuti a congresso”.

Continuarono a lungo a salvarsi a vicenda
su ferite fantasma mettevan la benda.
Se lei riposava lui correva a baciarla
ché al sonno d’eterno doveva sottrarla.

E se lui si faceva di vino un bicchiere
lei già lo curava dal vizio del bere.
Poi giorno su giorno nel quotidiano
svanisce l’afflato, subentra l’umano.

Così quell’azzurro si stinge d’amore
arriva la rabbia più sorda, il livore
e dopo una vita passata a salvare,
capiscon che ha senso, a volte, sbagliare.

Scritta e riscritta, pur senza motivo,  con Enrica Tesio di tiasmo, a cui si deve l’idea originale. L’immagine invece è di una incauta torta nuziale, saggiamente manipolata.

Vincenzo tutto maiuscolo

quickIl museo della scienza è sul lungofiume, ma apre solo alle due. A Bordeaux c’è più freddo di quanto promesso dalle previsioni. Allora decidiamo di avvicinarci un poco, andando a mangiare da Quick.
E’ un fast food in un grosso centro commerciale. Una grossa Q, un locale che è in tutto identico a un McDonalds. Tavolini, spazi, parcheggio, corsia per i patiti del panino che non vogliono scendere dall’auto.
Siamo in dieci bambini compresi. La fila alla cassa è corta, ma ci serve un tavolo grande. Ci dividiamo quindi, intanto che i bambini, quasi scegliendo in autonomia, si lanciano in acrobazie ingoiati (senza scarpe) da strutture di reti, acciaio, gommapiuma e sudore inodore.
Discutiamo un po’ in francese un po’ in italiano per le ordinazioni. Quanti erano gli hambuerger? Quante le insalate? Il ragazzo con la divisa rossa ci chiede “Siete italiani?”. La discussione si interrompe a metà dell’insalata col salmone. Erano una o erano due? Noto solo allora che la targhetta sul petto riporta un VINCENZO tutto maiuscolo.
Continua la lista di panini e patatine e di riconteggi che non tornano mai. Andrea gli chiede “Sei a Bordeaux per lavorare?” e lui “Sì, ma non per questo lavoro, questo è solo per non fare niente. Facevo marketing ma poi è finito il contratto e mi hanno lasciato a casa”.
Gli chiediamo di sfuggita da dove viene, da quanto è in Aquitania, cosa cerca. Basilicata, sei mesi, faccio colloqui in spagna, Londra, Francia. Lui è un bel ragazzo, giovane. Con la faccia da mediterraneo. Occhi scuri, occhi belli. Inesorabilmente triste, ma che non si vuole arrendere.
Ci ripassa vicino mentre, da ultimo arrivato, viene mandato a pulire i tavoli con straccio e sgrassante multiuso.
Lo salutiamo, VINCENZO tutto maiuscolo. Anche se il suo sguardo basso ha qualcosa di minuscolo. Come si vergognasse a essere lì, a pulire i tavoli dove hanno sbriciolato, nell’ordine, famiglie della piccola borghesia francese in giro per compere prenatalizie; coppie di ragazze e ragazzi della banlieu, capelli rasati e catene come se Harlem fosse vicina; gente dell’est che indossa denti d’oro e giubbotti di pelle spessa. VINCENZO tutto maiuscolo strofina con impegno, ci mette molta più energia di quanto serva per togliere quella maionese e quell’unto di patatine.
Ci ripassa vicino, cerco un sorriso che mi assolva. Invece niente. Mi frugo nella memoria, dappertutto. Niente. Un nome da passargli, un’azienda che so che sta cercando, un consiglio con un minimo di fondamento. Niente.
VINCENZO tutto maiuscolo è l’Italia migliore, quella che non sta a casa ad aspettare il concorso, ma muove il culo. E allora perché non sono ammirato? Perché non sono fiero di lui?
Forse perché la sua energia che ci mette, con lo straccio e con la ricerca di un futuro, hanno qualcosa di sbagliato. Troppa forza, troppo poco risultato. Qualcosa di intrinsecamente sbagliato.
Guardiamo l’orologio. Si è fatta l’ora. Ci incamminiamo per andare al nostro museo.

Baby Box: cosa ci metteresti?

scatolafinlandeseOggi il corriere raccontava una bella storia tutta finlandese.
A tutti i nuovi nati spetta uno scatolone di cartone con una serie di oggetti utili per il neonato. Vestitini, accessori, copertine. E soprattutto la scatola di cartone di qualità che la maggior parte delle famiglie usa come culla. Non si parla di famiglie che non hanno la possibilità di comprare una culla vera, ma di un regalo dello stato che è diventato un bellissimo rito di passaggio e di legame con le nuove famiglie.
Accetto il gioco che ha lanciato Enrica nel suo blog e lo propongo a voi. Cosa ci metterei in quella scatola (o di fianco) per aiutare mio figlio a crescere come vorrei?
E’ un gioco e lo propongo a tutti voi, genitori e non genitori. E’ un bel modo di riflettere su quello che riteniamo divertente e importante.
Io di bimbi ne ho tre: Chiara, Luca e Federico. Non ho fatto tre scatoloni, ma una lista che poi potranno dividersi nei soliti modi cruenti.
Ecco la lista, così, come mi viene in mente:

  • Una scatola di pastelli a cera perché ok photoshop, ma sporcarsi un po’ le mani è diverso.
  • Un adesivo “Yes we can” per ricordarci di quando ci abbiamo creduto.
  • Una bandiera della pace e una dell’Italia, da sventolare assieme a un sorriso.
  • Un cd dove ho registrato, proprio stanotte, la fiaba dei tre pesciolini nel grande fiume, che abbiamo inventato assieme, notte dopo notte. Quella fiaba che ti piaceva tanto da bambino. Perché magari un giorno ce la saremo dimenticata o perché un giorno non potrò ripetertela.
  • Una copertina di quando il papà era piccolo e non importa se è un po’ ingiallita.
  • Un dizionario inglese-cinese perché ormai è tardi per tradurre tutto in italiano, bisogna uscire
  • Un elenco dei libri che in qualche modo mi hanno cambiato. (Poi sta a te decidere se cercarli di carta, in formato elettronico o dimenticarla e farti la tua di lista). Di certo con le lezioni americane di Calvino, le favole al telefono di Rodari, la boutique del mistero di Buzzati e le formiche di Gino e Michele.
  • Il cubo di Rubik provaci almeno tu che io mi sono rotto i maroni.
  • Una cartina Compass, di montagna. Per andarci a camminare con gli amici, partendo il sabato mattina presto e mangiare in cima un pezzo di formaggio che avevi avvolto in un tovagliolo di tela (accessorio non incluso).
  • Qualche dvd come Train de vie, Radiofreccia, Impiegati, Harry ti presento Sally, Guerre stellari, Non ci resta che piangere, Marrakesh Express, Frankenstein Junior, poi basta dai, che non c’è più posto.
  • La foto di Abebe Bikila che corre scalzo non importa quanto tempo ha. E il mio pettorale della prima maratona. Non importa con quale tempo.
  • Un 45 giri dei beatles anche se non saprei proprio dove procurarmelo.
    Un bicchierone di vetro trasparente, come augurio di trovare sempre acqua pulita
  • Il supertele, non il supersantos che è da ricchi, proprio il supertele
  • Il disegno di un aquilone da montare, non di quelli perfetti di adesso. Uno che devi fare da solo per imparare la speranza di trovare anche il vento.
  • Una piuma. Che non serve a niente, ma una carezza per quando ne avrai bisogno non sapevo come incartarla.
  • Il mio numero di telefono e quello di tua mamma, anche se ce li hai, anche se non li userai così spesso come vorremmo.
  • Un paio di forbicine, per fare un buco nel cartone e poter guardare sempre fuori.

E tu: cosa ci metteresti di tuo nella scatola di tuo figlio?

Una spinta ancora, un giro ancora

ruota della fortunaVedi, il brutto è che dopo un po’ l’entusiasmo scema. Ci si abitua. Si perde di vista il senso di tutto e persino la grande fortuna di trovarsi qui.
A volte le esperienze peggiori, se riusciamo a non farci annientare, ci lasciano qualcosa di buono. Come il senso della straordinarietà del quotidiano. Che poi “quotidiano” e “straordinario” è una contraddizione, lo so. Ma me lo voglio permettere questo lusso.

Ti ricordi quella cosa di cui discutevamo?
Non so più come siamo arrivati a quel discorso, forse perché la catena di pensieri è davvero importante.  Ma ricordo bene che descrivevamo quell’immagine, quell’attimo.
L’istante in cui alla fiera di paese si fa girare la ruota di bicicletta usata come roulette dei poveri.
No, non la sequenza dell’estrazione. Non la vittoria, il premio, no. Solo quell’attimo dove il braccio del sessantenne in camicia di flanella imprime velocità alla ruota. Tititititiì. Che parte così forte da sembrare eterno. Ma tititititititì lo senti che rallenta subito. Gradualmente. Si fermerà, darà un responso. Ma allora non mi interessa più.
Mi interessa vedere le facce piene di sogni di tutti quelli che hanno un biglietto in mano, una curiosità negli occhi, un sogno nel cuore.
Lo stupore che ti mette il cuore in gola, la speranza tutta in un momento. Tutta.
E discutevamo (Ricordi?) di come sono speciali certi attimi. A saperli leggere. E di come sia difficile coglierli.
Non so cosa mi ha fatto tornare lì, a quell’immagine, a quella fiera, a quel tititì.
Non lo so. Forse la bellezza senza pudore di quell’attimo. Forse l’idea vaga che dovremmo avere davanti ogni momento lo slancio di quella ruota, di quel sogno. O forse solo la noia di una giornata caduta nel buio troppo presto.

Abbiamo fatto aquiloni

aquiloneLa carta speciale ce l’aveva data Emanuele. I suoi avevano un’azienda artigianale che faceva sacchetti per la spazzatura. E avevano rotoli enormi di plastica leggera e resistente. Sottilissima. I legni da incrociare li avevamo cercati lì, in Bosnia.
Ed eravamo chinati, all’ombra della scuola grigia, sul cemento. Ogni aquilone aveva attorno almeno una mezza dozzina di ragazzi e bambini e animatori. Che, imprecando speranze in lingue e dialetti diversi, davano il loro contributo.
Noi avevamo la tecnica. Loro la rassegnazione. Noi ci mettevamo i fogli di politene. Loro i legnetti. Noi ci mettevamo la poesia. Loro l’ironia balcanica. Il sudore tutti.
Perché quell’agosto era caldo. Caldo caldo.
Alla fine, fate fare a me che so come si fa, abbiamo anche fatto le difficili legature dello spago.
L’aquilone è simbolo. Di oggetto che vola alto, che sale dalla quotidianità. L’aquilone ti insegna a crederci. L’aquilone ti fa vedere che una speranza, ogni speranza, ha in sé il seme di una vittoria.
Ci siamo spostati di qualche decina di metri. Al centro del campo da basket con l’asfalto ingrigito dal tempo. Eravamo solo noi, gli italiani, con gli aquiloni.
Loro, i furbi ragazzi bosniaci, all’ombra. A scommettere contro. Contro il nostro ottimismo di chi non sa stare al mondo.
Ci siamo accorti, in quel momento esatto che non c’era un filo di vento. Ci siamo guardati attorno, in tutte le direzioni. A pensare dove, a pensare quando, a pensare se.
Abbiamo fatto aquiloni in una terra senza vento. Ma non è stato inutile. No, non lo è stato.

La crepa

la crepa, unica novità nella fortezzaNon conta in nome di che popolo, o in base a quale articolo, comma e codice. Conta invece la parola ergastolo, che alla fine è stata pronunciata. E un colpo di martello di legno. Toc, la seduta è chiusa.

Domenico Bertotti non lo avevano mai visto litigare con nessuno. Ma tutti lo rispettavano. Faceva inspiegabilmente paura.
Non era un gigante: era piuttosto ben piantato, ma bassino. Parlava poco, poco e niente, quello sì.
Anche le guardie ne avevano timore, tanto che quasi subito, era stato messo in cella da solo. Come se fosse in isolamento, ma nessun provvedimento formale lo aveva disposto. Solo una paura lontana, di quelle senza parole. Per soddisfare questo strano presagio, il direttore del penitenziario lo aveva messo nell’ultima cella. Quella nell’ala bassa della fortezza. Quella verso nord-ovest, dalla parte del dirupo. Proprio lì dove le mura erano meno spesse, perché quando la fortezza è stata costruita, nessun nemico avrebbe potuto attaccare da quella parte.  Nessun nemico tranne la tramontana.
Quel silenzio abituale del detenuto Bertotti, matricola 4.218, non è ribellione, rabbia o protesta. E’ piuttosto l’adattamento, anche fisico, al sapore della parola ergastolo.
Forse è l’unico detenuto che non perde tempo a proclamarsi innocente. E visto che la vita lì dentro lascia poco di sensato da dire, Bertotti, prevalentemente, tace.

Giorni sempre uguali, mesi sempre uguali. Vita sempre uguale. Prevedibile. Già detta. Fino alla fine.
Qui nella fortezza, quello che davvero uccide non è il freddo, non è il caldo, non è nemmeno il rancio. E’ proprio la inesorabile mancanza di novità.

Una mattina buia di ottobre, mattina uguale alle altre, come da regolameno, il 4.218 è coricato sul tavolaccio che gli fa da letto. Occhi al soffitto, inespressivi. Ad un tratto nota qualcosa. Una riga sul soffitto. Una crepa. Una crepa sul soffitto che ha guardato ore e ore. Una crepa che prima sicuramente non c’era.
La guarda. La guarda e non sa cosa pensare. Non è più abituato ad accogliere una novità. Per piccola che sia.
Non pensa, Bertotti. Guarda la crepa. Per ore.  Adesso ha qualcosa da fare, nella sua cella. Guardare la crepa e pensare. E immaginare.
Passano i giorni e la crepa si muove.
Cresce piano, sotto quello sguardo in direzione di un cielo che non c’è.
Bertotti prova una sensazione nuova. Nuova per la sua lunga vita nella fortezza.
Nasce un tormento sottile. La crepa cresce sempre più. Ogni mattina è l’attesa trepida del primo chiarore. Per vedere se la riga prosegue dritta. O va verso destra, o gira a sinistra. Immaginandosi quale ghirigori sappia disegnare oggi. Riga pulita, dritta o segno complesso, ricercato?

Cresce , cresce ancora. Ormai la crepa è viva. E’ grande.
E un pensiero comincia a farsi strada. Se la crepa cresce ancora, potrebbe danneggiare la cella e farla crollare. Per questo basterebbe dire un “Basta”. Chiamare la guardia. Chiedere di controllare. Le guardie non sono uomini, ma il regolamento parla chiaro. Si interviene. E subito.
Ma questo vorrebbe dire rinunciare a quella piccola, unica, inutile novità di questa vita. Ce la farebbe, oggi, a vivere senza?

E la mattina, che questo autunno trattiene ogni giorno un po’ di più vicino alla notte, ormai ha voglia di vederla, di leggerla.
Un’ansia d’attesa che assomiglia a una speranza. I pensieri si scongelano e cominciano a fluire.
Sì è mossa stanotte? Non ancora? Quando passa questo buio umido? Quanti giorni prima che mi crolli addosso questa speranza? E se mi fossi immaginato tutto?