Autore: Simone, quello di @purtroppo

Corro, scrivo, faccio altro. Sono nello staff di Spinoza.it Su twitter sono @purtroppo. Cerco di vedere il bicchiere mezzo pieno, spesso la parte sopra. Amo i Beatles e i paradossi, non ricambiato. Peace&Love

Sciogliersi


– Ma allora? Non mi dici niente della seduta di pranoterapia che ti ho consigliato? Hai sentito qualcosa di potente?

– Sai… all’inizio il coso, il trattatore (non farmelo chiamare terapeuta, ti prego!) mi ha fatto sdraiare e visualizzare tutta una serie di immagini del mio passato. Scene che rappresentavano un attrito, un conflitto, un qualcosa di non risolto…

– E…

– Ah ma io con l’immaginazione e con la memoria visiva vado benone. Non ci ho messo tanto a vedermi seduto in macchina, nel posto del passeggero, attaccato con la mano destra. E tutti intorno a me vivevano ogni tratta da semaforo a semaforo, ogni maledetta linea d’arresto, come un qualcosa di personale. Un oltraggio, una sfida, un affronto. Tutti agguerriti, tutti mostrarsi i denti, a comprimere i muscoli delle spalle, a gridare parole che i cristalli riflettevano verso l’interno. E io che cercavo di intervenire e di ricondurre a una logica, ma niente. Poi mi sono visto anche io alla guida, qualche anno dopo. Non so se le strade erano le stesse, ma l’atteggiamento sì. Stavolta rivolgevo le mie inutili proteste verso me stesso e mi dicevo che non volevo, che non dovevo diventare così. Eppure lo ero già. 

Quando poi il coso, l’operatore…mi ha messo le mani a pochi centimetri dalla pancia (non le ho viste, ma immagino che fossero sospese lì) ho sentito un calore. E, senza che mi suggerisse nulla, ho visto quei fotogrammi grigio scuro che prendevano forma. Come se fossero parti di una pellicola bloccata nel proiettore che si fonde. E bollendo crea spruzzi  colorati. E in quei colori c’era come uno sforzo di semplificazione. Poi in quella immagine creata dalla mia mente è successo qualcosa di strano. Piano piano i pigmenti blu andavano coi blu, i rossi coi rossi, i gialli coi gialli e così via. Con un certo ordine si sono formati come dei vermicelli ognuno di un colore, tutti intrecciati. Ho sentito un bel sollievo quando il nodo che formavano si è sciolto e ognuno è andato lentamente in una direzione diversa. Mi sentivo rilassato. Sentivo che potevo cambiare.

– Oh che bella cosa. Sono proprio contenta che tu abbia finalmente accettato la potenza e la validità della pranoterapia. Che questa esperienza ti abbia cambiato.

– No, aspetta. Continuo a pensare che queste discipline orientali siano tutte boiate. Ho solo detto che ho visualizzato una immagine. E che ho provato un senso di sollievo. E ho visto la mia voglia di cambiare. Poi nel traffico ero quello di prima. La stessa bestia…

– Ne sei davvero sicuro?
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disegnino di Mumaclo

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Come acqua che scorre

Le nostre vite fluiscono lentamente. Spesso non ci rendiamo conto di quanto tutto scorra ordinatamente fino a quando un ostacolo improvviso si mette di traverso e fa da diga ai nostri piani. Un progetto che non dà il risultato sperato, un amore non corrisposto, una ambizione che dobbiamo ridimensionare.
A volte è anche una malattia che ci fa ripensare a quanto siamo piccoli e vulnerabili. Noi che nel traffico quotidiano ci sentiamo invulnerabili nelle auto di latta delle nostre abitudini. E se qualcosa ci disturba siamo allenati a inveire o ad alzare il volume e cantare più forte.

Se invece ci fermiamo, anche solo per un attimo, anche solo uno, a guardare l’acqua di un torrente alpino, abbiamo subito la misura della nostra piccolezza. Gocce d’acqua portate in alto come vapore, ma che adesso corrono contorte, senza sapere bene la direzione del mare. Ma a tastoni la trovano e scendono spostando sassi, grattando salici, scavando buche.

E provaci tu a costruire una diga di sassi, per giocare coi bambini. Ti rendi subito conto che non la contieni. L’acqua era lì da prima e sarà lì dopo di te. E scava il suo letto con una passione e costanza tale che non ti basterebbe tutta una vita per riuscire a concepirla.

Allora non ci resta che sederci di lato. E ringraziarla, quest’acqua, per l’ennesima lezione che ha voluto darci e che noi, studenti svogliati, probabilmente finiremo per dimenticare in fretta.  Per tornare a sentirci grandi, potenti, sufficienti.

Hanno detto che Massimo

Hanno detto che Massimo è tornato in città. Lo hanno visto passare per le vie di questo quartiere, dove ha abitato per tanti e tanti anni. Lo hanno visto con una sacca di tela scura, un po’ impolverata. Ne parlano piano, senza aria di scandalo, senza l’accento frizzante del pettegolezzo. Dicono solo che è tornato in città.

Qualcuno dice che è stato al fronte, partito volontario senza nessuna precisa volontà, tranne quella di fare un lavoro con uno stipendio sicuro a fine mese. Qualcun altro dice che no, che non è vero niente. Che è stato a Londra, un lavoro di fatica per imparare la lingua. Ma ce lo vedete Massimo che si mette a discutere in una lingua che non è la sua? Proprio lui che preferiva stare in disparte anche quando aveva la risposta giusta per mettere a tacere i cretini che nelle discussioni ripetono a voce troppo alta opinioni non loro.

Qualcuno dice che lo ha visto poco lontano da qui. Scriveva frasi su bigliettini gialli. Per una donna, dissero. Ma forse era solo una loro proiezione. Forse erano davvero solo numeri di telefono e appunti per la spesa.

Qualcuno non si concentra sul posto dove è stato ma, chissà perché, su come è tornato. Si augura che Massimo non si perda nel cercare, al ritorno, il posto che ha lasciato. Finirebbe per arrendersi e dover ammettere che il posto non è più lo stesso. Senza considerare che i primi a cambiare sono gli occhi di chi guardano. E mentre gli augurano questo, non si rendono conto che stanno parlando ad uno specchio.

Qualcuno, Massimo, dice di averlo visto in un parco, all’ora in cui il sole d’estate inizia ad abbassarsi. A guardare le ombre lunghe e dorate dei fili d’erba. Sembrava che cercasse qualcosa. Forse cercava solo l’inquadratura giusta per fissare nella memoria quella luce tragica e perfetta.

Qualcuno dice che è ripartito, che qui non poteva starci più.

Qualcuno dice solo che Massimo è tornato in città. Ed è solo questo che conta.

La borsa con scritto saldi.

pastocaldo

Il pomeriggio di domenica avevo un appuntamento con un’amica che non vedevo da tempo e a cui volevo chiedere qualche consiglio su come proporre un libro bellissimo che sto cercando di fare conoscere.
Ma c’era troppo freddo per andare in scooter, allora ho preso la metropolitana studiando prima il percorso più veloce. L’altoparlante della metropolitana, a un certo punto,  ha annunciato rallentamenti su una parte della tratta per guasti non meglio precisati. Non capisco come un guasto possa rallentare (e non bloccare) un treno sotterraneo. Ma cambio percorso e scendo alla fermata Repubblica. Noto, con un po’ di fastidio, che quasi tutti hanno le loro belle borse di carta con scritto saldi o con il logo di un negozio. Il mio senso di superiorità svanisce velocemente quando realizzo che la mattina stesso avevo anche io le mie belle borse di carta con dentro scarpe e pantaloni di cui da troppo tempo rimandavo l’acquisto.
Ma con l’imprevisto dei guasto alla linea esco pensando che devo cercare il percorso a piedi. Più o meno so la direzione ma devo trovare la strada esatta.

Una ragazza si muove leggera qualche metro davanti a me sulle scale che portano fuori dalla metropolitana, nella piazza rotonda Anche lei ha la sua borsa di carta. Esce all’aria aperta e d’improvviso cambia direzione. Va verso il portico, dove ci sono due grumi di coperte che non si capisce bene se siano portate dal vento gelato o ci sia dentro qualcuno.
La ragazza si avvicina e dice qualcosa. La coperta si apre e si trasforma in un uomo con barba e capelli sporchi. Lei tira fuori con cura qualcosa di caldo dalla borsa. Incartato con precisione, presentato con calma e (c’è da scommettere) preparato con la stessa cura.
Senza accorgermene rallento nel guardare questa scena. Lei non si limita a lasciare il cibo di fianco e andarsene frettolosamente, come probabilmente avrei fatto io. Glielo presenta, parla con lui, lo tratta da essere umano. Una ragazzina che non avrà avuto neanche venti anni.

Io che ho una certa antipatia per la superficialità della maggior parte dei teenager che incontro me ne vado riflettendo sui miei limiti. L’avevo catalogata immediatamente come l’ennesima appassionata di shopping compulsivo. Invece mi ha insegnato qualcosa. Mi viene voglia di copiarla, di fare lo stesso. O meglio ancora: di portare Chiara a fare la stessa esperienza (proprio Chiara che nel weekend ha voluto testare fino al limite la pazienza di entrambi i genitori).
Trovo la mia strada copiandola da quella disegnata sul display dello smartphone e mi accorgo che, invece della borsa di carta con scritto saldi ho anche io un bagaglio nuovo: mi è restato addosso un sorriso di cui non mi vergogno. U nsorriso pieno di voglia di fare cose belle.

Non voglio darla vinta a una stufetta

dyson

Qualche settimana fa mi hanno dato da provare una specie di avveniristica stufetta. Almeno questo è quello che credevo che fosse quando mi hanno chiesto il consenso di spedirmi l’aggeggio in cambio del mio impegno a descrivere (liberamente) le mie impressioni.
“Ma sei sicuro che posso parlare davvero liberamente? Guarda che quando mia moglie accende la stufetta in bagno, io sono quello che brontola perché in bagno (lo sanno tutti!) non serve scaldare se ci stai cinque minuti!”
“Tu provala. Ma non credere sia una stufetta…”. Ho risposto che per me andava bene, anche se nel mio intimo avevo accolto questa risposta con un furbesco “Sì, vabbé… Una stufetta è una stufetta”.

L’esperienza sin dall’inizio è stata disastrosa. Il corriere mi chiama e mi chiede dove sia il numero civico 23 (l’ho fatto spedire dai miei suoceri, visto che sono a casa più di noi). Ho risposto cercando di non ridere “Tra il 21 e il 25… controlli deve esserci anche il 23… La via è in discesa, scendendo se la trova a sinistra…”. Ma si vede che questo fattorino della terza repubblica non era tanto avvezzo coi concetti di destra e sinistra. Dopo cinque minuti mi ha chiamato per chiedermi di ripetere le indicazioni. Pensavo fosse uno scherzo ma poi mi ha detto che lo aveva trovato e ha riagganciato (senza salutare). Cominciamo bene con questa stufetta!

Una volta recuperato lo scatolone, lo abbiamo aperto cercando sul libretto di istruzioni la parte in italiano. Abbiamo scoperto funziona in due modalità: riscalda l’aria oppure la fa solo circolare. Ma soprattutto che la filtra. A parte i calzini che Luca lascia sempre in giro, non avevo la consapevolezza di dover filtrare l’aria di casa. Non entro nel dettaglio della grandezza delle particelle che riesce a catturare, visto che non ho neanche una vaga idea di quanto sia grande un micron. Ma a parte questo una cosa mi ha colpito davvero: l’eleganza del design. Ok, sarà bella ma è una stufetta.

Andando avanti nella lettura del manualetto ho visto che poteva essere impostata in modalità statica o in movimento. Ah bello. Inoltre dal telecomandino poteva essere programmato per raggiungere una certa temperatura. Mmm… interessante. Questo mi eviterebbe l’effetto Amazzonia, entrando in bagno la mattina.

Ma poi la mia curiosità nerd è stata attratta dalla possibilità di metterlo in rete (Sì: Wi-Fi) per gestirlo remotamente via app. Questo vuol dire poterlo programmare per accendersi cinque minuti prima della sveglia, impostandolo su una temperatura predefinita (e negoziata in anticipo con la magra e freddolosa consorte). Vuol dire anche accedere a un sacco di altre funzioni, che secondo me sono state inserite solo per indebolire le resistenza dei partner brontoloni. Un po’ come le matitine IKEA che noi mariti deportati nella cayenna del mobile di betulla ci illudiamo di poter fregare impunemente come gesto di ribellione contro il sistema. In realtà mi sto convincendo che quelle matitine non sono altro che un’esca per noi stolti accompagnatori.
Ma quelli della stufetta, oltre all’irresistibile effetto esca esercitato dalle tante funzioni tecnologiche, sembra proprio che abbiamo fatto le cose per bene. Il controllo è preciso e completo. Beh, bravi.

Ci sarebbe da aggiungere che adesso i figli si contendono il termogiocattolino nuovo: la primogenita per studiare in cameretta (dice di avere un po’ di freddo ma secondo me vuole testare l’effetto arietta sui lunghi capelli lisci…)
I due ribelli, invece la usano per creare nuove difficoltà e turbolenze al piccolo drone (deve essere il livello 3 del loro corso di piloti acrobatici).
Mia moglie la imposta nelle giornate più fredde per preparare il bagno cinque minuti prima del risveglio. Io invece non la uso mai mai e poi mai! Almeno: non quando mi possono vedere! (Ho una reputazione da difendere io: mica la posso dar vinta a una stufetta!).

 

(Delle matitine Ikea ho già detto tutto.) Ma se  invece vuoi approfondire le caratteristiche di Dyson Pure Link dal sito di Your Brand Camp, clicca qui.
Se invece vuoi verificare le caratteristiche direttamente dal sito del produttore, ti consiglio il sito di Dyson.

Bungee jumping

bungee jumping

Dicono che quando stai per morire ti passa tutta la vita davanti, ma io non vedo niente. Vuoi vedere che il mio cervello è così fottutamente razionale da considerare persino che ho indossato una strana imbragatura e che alle caviglie sono fissate le estremità di corde elastiche calibrate sul mio peso?

O forse deve ancora arrivare il filmato. Forse è questo. Sono della generazione che si è formata con la televisione al pomeriggio e piano piano mi sono autoimmunizzato alla pubblicità. Non mi fa più paura: metto il cervello in pausa e non ascolto gli ineludibili consigli per gli acquisti. Forse è questo: è che il film della mia vita non ha ancora iniziato a scorrere. Per adesso è solo pubblicità. Che non sento, che non vedo neanche…
Ma il pensiero di trovarmi presto davanti a questa pellicola mentale mi terrorizza. Mi spaventa pensare che il trailer possa risultarmi insopportabile, scontato. Noioso. Ma adesso sono troppo poco concentrato sui particolari per immaginarmi le sequenze di quel documentario autoprodotto. Sono su questo ponte altissimo, in mezzo a gente che grida frasi in una lingua che non capisco. Ma forse è solo la lingua dell’esaltazione: quella che non ho mai capito.

Il salto invece non mi fa paura. Ho la certezza che maledirò con tutti i muscoli della pancia contratti questa decisione, ma per ora non sento questo terrore. Adesso sento più una specie di disgusto. Perché mi ci sono messo, in questa situazione?
Quando ne parlavamo mi è sembrata una buona idea buttarsi da un ponte. Legato, certo. E chi si è mai sciolto, di noi due? Mi sembrava, non so, un modo di farmi notare da te. Un modo di cercare una emozione forte, di quelle che il tempo ha smussato. E questa volta non ho calcolato tutti i pro e tutti i contro. Non ho calcolato che forse anche questo salto è inutile. Che l’adrenalina circola nel sangue solo per pochi minuti e dopo riusciamo a smaltire anche quella.

Pensavo di provare una esaltazione gloriosa a stare qui con il mondo sotto, con la morte e la vita divise da un elastico. Invece provo solo una specie di nostalgia. Forse è questa la morte: una specie di nostalgia per quello che non siamo riusciti a essere. Sono qui, ai piedi di questo parapetto di acciaio inox e ho il voltastomaco. Ma forse il gioco è questo: è gridare, gridare forte, gridare più forte della paura e della nausea. Per fare finta che non ci sia.
Chissà se adesso stai cercando di immaginare cosa provo o stai solo cercando l’inquadratura giusta per postare il salto col cellulare. O magari stai rispondendo a un messaggio e sei altrove.

Dicono che quando stai per morire ti passa tutta la vita davanti, ma io non vedo niente.

Con la noia

noia

Con la noia non fai molta strada. Ti si infila nei sandali, tra pelle e cuoio, s’aggiusta da sola, cerca il suo posto e provoca abrasioni. Si posa sullo zaino che fino a quel momento ti sembrava sopportabile e lo rende di un etto più pesante del tuo limite.
Con la noia quel libro lo apri anche. Ma il tuo occhio non lo imbrogli: non segue la riga. Rimbalza avanti e indietro come una pallina del flipper alla fine della stagione del mare, quando resta solo il vecchio bagnino con l’ultima moneta da cento lire e  nessuna tasca dove metterla. Allora ding ding ding fino a quando, senza passione, vede la biglia di acciaio andare dietro a tutte le altre.
Con la noia quei progetti che dovevano traghettarti sulla felicità ti lasciano a metà del guado, dove l’acqua è bassa e sotto c’è tanto di quel fango da incollare scarpe e piedi.
Con la noia finiamo a cambiare la data a quell’unico quotidiano proposito del lo faccio dopo.
Con la noia ci giriamo indietro e la troviamo lì: che segue il nostro traghetto a una distanza così perfetta che sembra legata da una cima invisibile. Mai che si avvicini, mai che si allontani, mai che ci tocchi. Sempre lì.

Ma a volte nella noia si trova la spinta per alzarsi dai divani della vita. Quando cominciano a diventare polverosi e troppo caldi. Per uscire da quella presa troviamo quella forza che somiglia più a un rimbalzo casuale che a uno slancio. E in un attimo siamo fuori. Magari vestiti in modo inopportuno, ma fuori. E non importa se qualcuno chiamerà coraggio quel moto centripeto, non importa davvero.
Importa che siamo fuori. dove c’è ossigeno, paura, novità, pensiero difforme. E quella noia l’abbiamo lasciata indietro. Almeno per oggi lasciata indietro.

 

Meglio essere prudente


Sono seduto al tavolo del salone, do le spalle alla finestra. Sto riordinando senza tanta voglia documenti che ormai sono diventati vecchi documenti. Scontrini, fatture, garanzie.

Ad un tratto sento un leggerissimo toc sul vetro. Ma non ci faccio troppo caso.
Devo trovare un metodo, voglio uscirne presto da questo compito asfittico. Toc. Stavolta mi fermo un attimo ma il suono non si ripete e lascio perdere. Cerco di concentrarmi. Perché se continuo a perdere il filo io lo so come va a finire. Che poi raduno controvoglia tutti i documenti e cerco di dare al plico una forma che ricordi vagamente un parallelepipedo, per poi rimetterli nello sgabuzzino. No, no, stavolta devo finire e togliermi di torno questi arretrati. Invece: toc.

Mi giro e con la coda dell’occhio vedo un moscone disorientato dall’ennesima botta contro la finestra. Ma da dove è entrato che abbiamo le zanzariere? Dalla porta principale forse o da quella del terrazzo: uffa la lasciate sempre aperta, poi ecco il risultato!
Insensibile alle mie giustissime lamentele pronunciate solo a mente il moscone ci riprova. Non prende la rincorsa, non vedendo nessuna barriera da sfondare. Semplicemente vola, verso la luce. Vuole andare fuori, cambiare vita. Va dove ha voglia di andare, si butta a testa bassa, senza calcoli. Senza troppi calcoli. L’ennesima musata lo tramortisce. Stavolta ronza scompostamente sul mobile.

Si strofina il paio di zampette più vicine alla testa. Come chi si prepara a un banchetto. Forse si sta solo curando le ferite. Forse, addirittura, pensa. Resta appoggiato su un mobile e pensa. Mi immagino la sua riflessione. Di fronte all’invisibile e all’impossibile si chiede dove ho sbagliato? Volevo solo essere felice. Ma se questo mi porta a spaccarmi la testa allora meglio stare fermo qui. Stare fermo qui. Meglio essere prudente. Meglio stare fermo qui.

Mi alzo dalla sedia e spalanco la porta di vetro del terrazzo e poi la grata con la zanzariera. Lui è fermo: devo andare io a smuoverlo da quel mobile dove si era appoggiato. Svolazza un po’ e poi prende la via verso la luce.
Io mi siedo pensieroso con quelle parole in testa. Meglio essere prudente. Meglio stare fermo qui.

Ah ma invece quest’anno

foto di Maddalena Pisani - Studio Madesign

Sono stato al FreelanceCamp nel settembre 2017. Per me era la seconda volta. Un anno fa ci sono capitato un po’ per caso: c’era gente che conoscevo in rete e con cui volevo entrare in contatto di persona, c’era la combinazione di un periodo dell’anno non proprio scomodissimo, c’era la coincidenza un po’ cercata del “Ma perché non prepari un intervento anche tu?”. E senza farmi troppe domande sono andato.
L’anno scorso non ho scritto niente per il mio blog perché non sono abbastanza bravo a caldo e i resoconti a troppa distanza da un evento mi lasciano sempre quel senso di approssimazione che hanno i compiti delle vacanze fatti l’ultimo pomeriggio d’estate.

Rispetto all’anno scorso mi sono imposto di non parlare troppo di me (anche se quello resta il mio argomento preferito) ma di mettermi nei panni di chi ascolta.
Alla prima edizione avevo visto, in mezzo a interventi utilissimi e illuminanti, anche qualche racconto simpatico ma inutile. Io, mi sono detto, voglio mettere qualcosa nel trolley di ognuno.
Oh, anche risultare simpatico, certo. Quello è il mio pallino. Ma magari chi riparte ama di più una frase che possa risuonare nella sua mente e innescare qualcosa, piuttosto che una battuta scema che lo abbia fatto ridere.
Questa volta non ho fatto l’errore di stampare il programma e di evidenziare in giallo gli speaker e gli argomenti da non perdere. Tanto io quando vado poi frequento anche se non prendono le firme.

Perché poi, questo lo avevo intuito da subito, il vero valore di questi incontri non è riassumibile in nessun powerpoint. È nella possibilità di guardarsi in faccia e dirsi tutti gli “invece secondo me”, tutti gli “spiegami meglio” persino qualche “oh, ma quella cosa è una figata!” magari seduti svaccati al cambio dell’ora. E questo fare networking (la definizione è delle acute organizzatrici) è la chiave di tutto. E Silvia e Alessandra sono state così brave da esserci e non esserci. Non avevano verità da propinare (sai che palle!) avevano cose da far succedere. A rileggerla così quelle due mi fanno un po’ paura, ma io mica mi spavento per queste cose, sai! (Ok, non mi spavento ma lascia la luce accesa, grazie).

Mi sono organizzato meglio il viaggio, offrendo e cercando passaggi per fare il viaggio assieme, convinto che anche un po’ di coda possa essere utile a fare rete. E a guardarla bene, la E45 è un po’ come la Route66: ne conosci grossomodo il percorso, ma non puoi prevedere cosa ti insegnerà oggi. Sì, lo so, sembra una frase di On the road di Jack Kerouc, ma credetemi: mi ispiro più a Saetta McQueen di Cars.

Stavolta ho fatto bene a portare la chitarra (poi ti spiego) e a non lasciarla nel baule della macchina (quando la porto resta sempre lì, chiusa dentro i miei “ma poi…”). Ho fatto bene anche ad alzarmi presto e a fare qualche chilometro di corsa, peccato non aver trovato altri compagni in queste mie imprese inutilmente epiche.
Poi per fortuna non avevo quel fastidioso taglio sotto il piede che l’anno scorso mi ha impedito di andare in giro in ciabatte (voi che siete chic magari le chiamate sabot o le chiudete in espressioni eleganti tipo dresscode: infradito). E il fatto di non avere il cerotto mi avrebbe anche permesso di mettermi in mezzo, mischiandomi a quei fricchettoni che facevano “tipo” ginnastica sulla spiaggia. Tipo saluto al sole, ma visto che era sera forse era un arrivederci. Una cosa che somigliava a Karate Kid, ma senza i gabbiani e i piloni del molo. Erano bellissimi da vedere in quella luce gialla: coi loro movimenti lenti e armoniosi che chissà quanto equilibrio e respiri c’hanno dentro, quelli lì. L’anno scorso ho dato la colpa al taglio sotto il piede, quest’anno invece la responsablità di non essermi buttato devo prendermela tutta io. Ma devo avere margini di miglioramento, mica posso avere imparato tutto in un anno solo!

Ah ma poi quest’anno ho fatto bene a non fare lo spiritoso con la barista didascalica. Quella a cui l’anno scorso ho detto “un mojito [pausa drammatica] lungo”. Perché quella l’anno scorso deve avermi preso per uno che voleva far finta di bere e mi ha porto un bicchiere dicendo “Ecco il tuo mojito, te l’ho allungato con l’acqua!”

La cabina della SIP

telefono

Vedi? Qui c’era una cabina del telefono. Sì, non c’erano i cellulari. O forse c’erano, ma i ragazzi non li avevano. Pesavano un chilo, costavano due stipendi di quelli buoni e ogni telefonata la pagavi così tanto che spesso ti conveniva mandare qualcuno di persona in taxi a recapitare il messaggio. Ma c’erano delle cabine con un telefono pubblico. Mettevi le monete e parlavi per un po’. Sempre che non ci fosse quelcuno fuori ad aspettare il suo turno. Che normalmente teneva una distanza inversamente proporzionale alla sua impazienza.

Io avevo diciassette anni. Portavo polo di colori che Pantone™ si rifiuta di codificare e avevo la riga nei capelli. Sì, avevo persino i capelli. Come dici? Sfigato? Ma come ti permetti? Certo, lo ero. Ma porta un po’ di rispetto: se non per me almeno per i ricordi.

Forse stavo cercando la mia strada (che idea quella di cercarla, come se fosse già segnata) o forse, inconsapevolmente, stavo costruendo quello che sarei stato. Mi ero messo in testa di parlare per radio. Il mio sogno era quello che mi venisse dato un microfono acceso e un programma notturno. Un cenno del regista e musica convincente e via. Sognavo di vedere la mia voce uscire da una qualche antenna, di vederla fisicamente, come nei cartoni animati. Propagandosi lasciando righe nel cielo scuro e arrivare nelle auto, alle radioline accese a volume basso nelle camerette, ai banconi dei bar. Entrare così, senza chiedere permesso e magari (magia estrema) arrivare persino a interrompere per un secondo il gesto consueto di qualcuno. Immaginare che rallentasse un attimo la sua vita per ascoltarmi. E a diciassette anni come si fa a rinunciare a un sogno così?

Avevo preso dalla guida del telefono il numero della Radio. Una piccola radio di provincia molto seguita anche se con una portata limitata (in tanti sensi).
Avevo chiamato e mi era stato detto “Devi richiamare quando c’è Turati, che è il socio. Prova domani verso le due”.

E quel domani era arrivato. Mancavano cinque minuti alle due e io ero già in piazza con la mia scorta di monetine e la bicicletta da uomo. Guardavo l’orologio e mi preparavo le frasi che avrei detto. Sapevo cosa avrei dovuto dire. Ma mi sentivo di fronte alla parete verticale di una montagna. Una voglia immensa di scappare. “Ma sì, ma chi me lo fa fare? Perché sto sudando e mi trema la voce? Ma lasciamo perdere.”

Invece, ancora non so come, ho chiamato. Ogni moneta da duecento lire che scendeva nel telefono mi cadeva un pezzo di fegato. Ma ho fatto il numero e quei tuuuuuu tuuuuuuu che segnalavano la linea libera mi sembravano eterni…
Poi “Sono Simone, ehm…ho chiamato ieri, volevo sapere se fate dei provini per parlare alla radio…”
“Vieni dai, che parliamo di persona…”

Ero io. Ero lì. E quel giorno, davanti a quella cabina puzzolente, ho deciso di non scappare.