felicità

Ancora sulle rondini

ancorarondini

Per non arrendermi definitivamente all’invecchiamento e all’aumento di peso, da qualche anno mi sono dato l’obbiettivo di correre almeno cento chilometri ogni mese. Non importa se fuori è buio, c’è luce, fa caldo, si gela, piove. È uno stimolo forte per me che sono bravo a fingere di non sentire neanche i richiami fortissimi.
Per non arrendermi definitivamente al fatto che sono nato in città e che in città ci ho sempre vissuto, quando vado a letto non abbasso del tutto la tapparella. Lascio che un paio di righe tratteggiate di luce mi suggeriscano che il sole è spuntato.
Oggi quelle due righe di luce sono riuscite a svegliarmi molto molto presto. E alle cinque e mezza ho deciso di alzarmi per andare a correre. Correre… insomma: diciamo procedere trascinandomi abbastanza pesantemente, ma con una concentrazione tale da credere di balzellare leggero.
Dopo una mezz’oretta ero di nuovo sotto casa e mi sono fermato nel solito punto per fare un po’ di stretching e aspettare che le pulsazioni tornassero sotto la tripla cifra. E in un giardino della palazzina di fianco ho notato un’antenna che non avevo mai visto. E su quell’antenna due rondini. Si agitavano poco cinguettando in modo routinario, come due vecchi che si raccontano storie già sentite.

Le rondini, l’ho già detto, sono per me qualcosa di speciale. Le guardo incredulo quando volano descrivendo coi loro corpi le più armoniose e ardite delle curve. Schivano fili d’erba e paure e se mi fermo a guardarle mi fanno credere che quella rotta impossibile fosse già stabilita da prima. I cacciatori che lungo il corso del Grande Fiume sparano a tutto, si guardano bene dal colpire una rondine. La loro possente fragilità ha qualcosa di sacro e misterioso.
Intanto che contavo a mente i secondi che mancavano per tenere la posizione e finire gli allungamenti, le guardavo da lontano. E pensavo che le rondini somigliano molto alla felicità. Sono lì e non sai bene da quanto. Sono in un posto che non avevi mai notato, ma che c’è sempre stato. Si muovono improbabili ma perfette. Sai che vanno, sai che tornano. Non sai bene quando, non sai bene dove sono quando sono altrove. Forse a sud, forse.
Se un bambino si fa prendere dall’impeto di correr loro incontro, le fa scappare. E deluso rischia di dire che non ci teneva. I giovani si avvicinano con più cautela, piano piano imparano come, ma solo dopo tanti sbagli. I vecchi invece, loro non ci fanno più caso. Credono di averne viste abbastanza.

Saranno state le rondini, la soddisfazione di aver corso, l’obbiettivo dei cento chilometri di questo mese alla mia portata. Ma oggi ho iniziato la giornata con una strana serenità.

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Nella tasca

Stazione ferroviaria

Scendendo dal treno, Valentino, non sapeva bene in quale direzione guardare. Infilò distrattamente le mani nelle tasche. Nella tasca destra del suo giaccone cominciò a distinguere: la stagnola del pacchetto di gomme americane a metà, le chiavi di casa con portabadge usato come portachiavi, le monete ricevute come resto dall’edicolante, un fazzoletto di carta asciutto ma appallottolato e il cavetto degli auricolari che avvolgeva tutto. Tastava alla cieca questo groviglio e gli sembrava di trovarci dentro dell’altro, che ancora non riusciva a identificare. Una inquietudine, una mancanza. Un simbolo forse. Ma no, era più un’inquietudine.

Nella sua tasca non c’era altro che quello che lui c’aveva infilato. In quella tasca c’era tutto quello che gli era servito nelle poche ore trascorse e che gli sarebbe servito nei minuti che lo aspettavano. Riconosceva ogni elemento al tatto, magari da un singolo particolare. Ma sentiva tutto estraneo.
Se qualcuno, lontano da grandi voli filosofici, gli avesse chiesto “Che cosa ti servirebbe adesso? Cosa vorresti avere in tasca?” lui probabilmente avrebbe risposto quello. Le chiavi, la musica, un fazzoletto, le gomme, i soldi. Ma anche di fronte a questo elenco non si sentiva soddisfatto.
Era come se camminando sentisse il peso di una soddisfazione imperfetta. E la cosa che più lo rendeva grigio era il non riuscire a mettere a fuoco cosa gli mancasse.

Camminando velocemente verso l’atrio della stazione prese a fare lo slalom tra i trolley portati a guinzaglio da viaggiatori più lenti di lui. Ma questo non lo distolse da quella sensazione sgradevole che montava. Ormai provava una certa insofferenza per quel grumo di inutilità racchiuse nel suo pugno piantato nella tasca destra.
Arrivato oltre i respingenti si avvicinò al cestino giallo a pochi metri dall’obliteratrice. Estrasse il pugno con tutto il contenuto penzolante della tasca. Fece come per lasciare tutto nel cestino e ripartire.

Poi pensò che senza chiavi non si poteva stare. E anche quelle cuffie erano quasi nuove. Buttare via monete, poi, perché? E le gomme americane e il fazzoletto ormai che senso avrebbe avuto disfarsene. Rimise tutto in tasca. Pugno, oggetti e senso di imperfezione. E uscì dalla stazione con ancora tutto in tasca.

Attesa

attesaDi attese ne ho attraversate tante e tante mi hanno attraversato. Alcune le ho vissute, altre solo guardate dal di fuori, cercando di capire se ci fosse dentro qualcosa da capire.

L’attesa di un goccia che scende piano sul finestrino di dietro, coi lampioni che passano ritmici e che disturbano lo studio di quel percorso. Per vedere che la goccia quando scende, poi non fa la strada che pensavo, ma si unisce, cambia, devia. E quando arriva è un’altra da quando era partita.

L’attesa di una madre, con tre figli da mettere a tavola e un marito che torna in macchina, nella pioggia. E ogni cinque minuti va alla finestra di quel palazzo e cerca di vedere se arriva. E se le chiedono cosa stia guardando lei chiude un “no, niente” in un sorriso che è più una speranza. Non ci sono ancora i cellulari, non li hanno neanche i ricchi. E se ne sentono fin troppe di storie di incidenti e di altri brutte cose.

L’attesa di un voto appeso a una porta a vetri, in mezzo a tanti altri. Con tutti quei se va e se non va pensati prima e che poi finiscono in una riga da seguire col dito. Orizzontale e immaginaria, ma mai abbastanza lunga.

L’attesa di lei, che passi per strada. E poi passano tutti ma lei non passa e neanche il tempo passa. Fino a quando ti svegli un giorno e vedi che il tempo è passato tutto in un momento, e anche l’attesa di lei.

L’attesa importante del disco di coso. Che si passava al negozio il giorno esatto, e sapere il giorno esatto voleva dire che lo seguivi davvero, coso! Mica per modo di dire. Ma poi il commesso dice che “mi arriva mercoledi”. E passi mercoledi e senti che “arriva venerdì”. E vai venerdì “Ma non doveva arrivare oggi?”. E gli altri non capiscono. Ma è coso!

L’attesa attorno a una pancia che cresce, ma intanto sono i piedi a gonfiarsi. E chi aspetta è seduta sul letto con la testa un po’ china e la mano dietro i fianchi. Sempre col pensiero mai detto che tutto possa svanire. E trovare in questo smarrimento, finalmente un salvagente: l’attesa del momento di guardarlo negli occhi.

L’attesa di un tempo a cui delegare tutta la voglia di essere felici. Gli anni della pensione, i giorni di vacanza, le ore di un weekend. Senza rendersi conto che nella vita bella io non l’ho mai visto il tasto snooze che inganna la radiosveglia.

Ci sono attese che si portano dentro un senso che è superiore addirittura all’avverarsi di tutto. E forse valgono più per quei quintali di felicità che promettono, che per i grammi che poi san mantenere.

Inseguendo la Pantera Rosa

clouseau

La mattina compilo una lista di cose da fare. Ci scrivo anche un titolo in testa, a caratteri cubitali: TO DO, cose da fare. Spesso la divido in due colonne: cose da fare per lavoro e altre cose da fare. Convintissimo che a mano a mano che la giornata avanza, spunterò quelle fatte e la sera mi ritroverò pieno di punti smarcati, sudore sulla fronte e soddisfazione.

Questo in teoria, perché nel corso della giornata la lista si modifica o, più semplicemente, viene dimenticata. Un rivolo scoordinato di attività mi porta ad aprire continuamente parentesi e con una crescente insofferenza mi accorgo di non vedere  diminuire il numero di compiti completati.
A volte mi riduco persino a barare. Mi accorgo di avere fatto altro e (dopo essermi guardato furtivamente attorno) scrivo quello che ho fatto nell’elenco e immediatamente lo depenno. Come se valesse a qualcosa.

Il problema è che non sono abbastanza selettivo. Non dovrei scrivere un elenco di trenta attività e sentire il peso di averne portate a termine solo cinque o sei. Dovrei invece scrivere un elenco di otto e essere contento di averle completate quasi tutte.

Sembra sempre che la felicità sia troppi passi in avanti. E ti viene poca voglia di accelerare, visto che non hai la sensazione di prenderla.
Perché se la insegui e senti di averla mancata di poco, allora ti viene voglia di correre più forte, di inseguire quell’ombra appena passata. Con la idiota e spavalda convinzione che ha l’ispettor Clouseau, che non si ferma mai perché la Pantera Rosa gli è sfuggita sì, ma di pochissimo.
E allora vanno bene anche i lampioni in faccia, gli agguati dell’assistente karateka e le cadute rovinose sulle bucce di banana dei marciapiedi parigini. Perché tanto quell’ombra la vedi vicino e ti rialzi subito, per non perdere le tracce.

No, ma aspetta sto divagando. Questa riflessione sulla felicità due passi avanti non l’avevo prevista, non ce l’avevo sulla TO DO list. Dai: l’aggiungo e faccio finta di accontentarmi. Ancora una volta.

Stupore

civettaPoi d’improvviso capitano cose che ti lasciano a bocca spalancata. Si dico a te, proprio a te. A te che magari nascondi in una battuta arrogante la paura di essere colto a emozionarti. A te che preferisci parlar male delle persone perché sai che prima o poi un te l’avevo detto lo potrai fieramente brandire. A te che rimbalzi tra un sono tutti così e un se l’è cercata

Capitano esperienze improvvise che non avevi messo in conto. E che ti fanno cadere dal tuo sgabello di certezze.

Trovi una canzone di un cantante che odiavi che all’improvviso parla di te. Vedi una palla di storni nel cielo di un ritorno dal lavoro e d’improvviso vorresti che quella maledetta coda fosse ancora più lenta, ancora più ferma, per poterli guardare senza mollare la frizione. Senti una frase di un bambino che ha dentro tutto e in un attimo ti fa capire quanto sei stato cretino a nasconderti in tante parole complicate. Ti arriva un messaggio di chi ha letto una tua frase travisandola e voleva ridere di questo con te. Ti trovi per un caffè al volo e la voglia di chiacchierare è così tanta che il caffé diventa freddo e non te ne frega niente. In una pioggia torrenziale dopo esserti bagnato fino alle ossa capisci che non ha più senso resistere e che non è poi questa sciagura. Guardi una borsa della spesa da cui spunta una gamba di sedano e ti sembra la cosa più bella del mondo.

E allora come fai? Fingi che vada lo stesso tutto male per non dovere ammettere che la speranza l’hai buttata via troppo presto? Oppure (peggio) fingerai che vada comunque tutto male, fingerai di non provare nessuna emozine, fingerai di poterti rifugiare ancora nel tuo pessimismo di facciata, così comodo così calduccio.

Fingi, fingi pure. Tanto quando chiuderai il portone dietro di te fischiettando quel motivetto scemo, io sarò li. E ti riconoscerò.

La triste storia delle parole che creano

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C’era una volta uno scrivano che si chiamava Giuseppe. Per lavoro Giuseppe scrive, ma non scrive cose che aveva in mente: scrive per conto degli altri, quelli che non hanno mai imparato a farlo. Quasi tutti i giorni Giuseppe esce presto la mattina e apparecchia il suo piccolo banchino davanti al palazzo del Governatore. È lì che i suoi concittadini lo cercano quando  hanno più bisogno di una lettera, di un documento, di una dichiarazione. Ed è lì che tutti sanno dove cercare il signor Giuseppe.
Arrivato nel suo solito angolo, toglie dalla sacca di cuoio le penne d’oca, la scatola di legno coi pennini e la bottiglietta con l’inchiostro nero di china. Li dispone sempre nello stesso ordine sul tavolo, in modo da lasciare spazio per i fogli al centro. Poi finalmente prende i fogli, li mette al centro del tavolo e li stira con un movimento del palmo.
Giuseppe sorride in modo timido. A differenza degli altri che hanno studiato non scava solchi tra sé e le persone chiedono il suo aiuto in cambio di un carlino di bronzo. Non si dà aria da notabile, gli piace lavorare all’aria aperta e scambiare quattro parole con le persone del paese. Il giovedì, invece, il banchino lo mette nella piazza della chiesa: è lì che c’è il mercato.
Giuseppe ha un’età che è difficile definire. Il sorriso suggerisce la sua giovinezza, ma le maniche di camicia e il ruolo da dotto lo invecchiano un po’.
Passa le giornate a scrivere per conto delle madri, lettere di risposte ai figli emigrati. Oppure proposte di contratto indirizzate a padroni di terreni che vivono lontano, in città e che si sono disinteressati dei campi. Scrive anche copie dei certificati di battesimo, che il curato dovrà firmare prima di usarli per chiedere di essere maritati in chiesa.
Ma quello che più ama sono le lettere d’amore. Gli sembra quasi di esserne protagonista, quando un ragazzo deve scrivere alla sua bella e lui partecipa, suggerisce parole, frasi, immagini.
Lo fa con gli occhi bassi, sul foglio, per non mostrarsi troppo partecipe ma soprattutto perché sente sul capo il peso dolce della sua modestia.
Lui chiede sempre un carlino, uno solo, per ogni lettera. Ma spesso quando il carlino non è nella tasca del paesano dice “È lo stesso, me lo porterete quando l’avrete doppio”.
Un giorno però accade un fatto strano. Dopo avere rimandato il pagamento di un carlino, l’anziana beneficiaria di questo discreto regalo lo benedice con una frase strana, detta da lei. “Siete molto generoso. Vi auguro che da oggi possiate rendere vero quello che le vostre parole raccontano”.
Giuseppe arrossisce, non gli accade spesso di ricevere parole di tanto amore. Alla fine della giornata rimette  i suoi arnesi leggeri nella borsa e rincasa con il tavolino sotto braccio. Ma ancora quella frase non gli si stacca di dosso.
“…rendere vero quello che le vostre parole raccontano”
“…rendere vero quello che le vostre parole raccontano”
Ma cosa significa? Le parole descrivono la realtà. Non la creano. Cosa significa?
Nei giorni successivi riprende il suo lavoro nello stesso modo. Ma comincia a notare delle strane coincidenze.
Berto della Lunga si rivolge a lui per scrivere l’ennesima lettera d’amore a una lontana cugina che abitava a Rocca Madura. Nello scegliere le parole si spinge oltre e azzarda “Quando vi penso mi sembra di vedere un arcobaleno”. E appena terminata la letterata, nel cielo ecco che appare davvero un arcobaleno verso levante. Così bello che la gente si ferma anche un intero minuto per guardarlo.
Il giorno dopo, scrivendo per conto del maniscalco Nardone “…e spero che mi paghiate i ferri del mese scorso o che i vostri cavalli li possano perdere subito” capita che il destinatario della missiva, passando per il paese, perde tutti e quattro i ferri non pagati. Restano come incollati alla strada davanti alla bottega. E se tutti danno la colpa  alla strada fangosa, il povero Giuseppe comincia a preoccuparsi.
Vuoi vedere che era una strega? Vuoi vedere che mi ha fatto un incantesimo e che adesso io… E dalla disperazione non riusce a finire la frase neanche nei suoi pensieri.
Passano i giorni e questi piccoli prodigi si ripetono mentre Giuseppe tiene sempre più stretto il segreto di quell’augurio ricevuto. Ma passando il tempo Giuseppe nota un aspetto che fece lo tranquillizza non poco. Tutti gli accadimenti che si verificano sono positivi, naturali. Niente morti  maledizioni che si avveravano. Solo episodi buffi o piacevoli. Torti riparati, giustizia ristabilita, ostacoli rimossi, amori sbocciati.

Tra una lettera e l’altra comincia a fantasticare su come usare questo dono. Sì, dono. Così lo definisce tra sé e sé.
Decide che poteva usare un po’ del bene che nasce da questo dono per sé. Decide di osare, ma con prudenza.
C’era la bella Matilda che ogni tanto passava davanti al suo banchino e salutava con un sorriso pieno di gentilezza. Lui chinava il capo per non affrontare quell’onda di felicità. Quasi si dispiaceva che lei avesse imparato a leggere e scrivere e per questo non avesse mai bisogno dei servigi di uno scrivano.
Il pensiero di poterla avvicinare riesce piano piano a allentare la sua timidezza. E un giorno, finalmente le scrive un biglietto “Mi piacerebbe conoscerti”. Lo scrive così, in modo semplice, diretto. E l’indomani, dono o non dono, succede. Lei passa, gli manda un sorriso poi torna sui suoi passi e si avvicina. Allunga la mano come un uomo e gli dice “Tanto piacere, mi chiamo Matilda, ma questo lo sai già. Mi ha fatto piacere leggere quelle poche parole. Grazie.”
Lui perde di vista ogni remora e le scrive frasi che puntuali si avverano.
“Mi piacerebbe che avessimo l’occasione di parlare”
“…di passare del tempo assieme”
“…di conoscerci veramente”
Infine, quando le scrive “Oh quanto vorrei che il mio amore fosse ricambiato” il cuore di Matilda è già pronto a ricambiare.
I due presto si amano di un amore profondo e senza calcolo.
Lui le parla della sua felicità, di quanto desidera la felicità anche di lei. E i due sono presto felici, felici davvero.
Tutte le parole diventano vere. Forse grazie al dono, di cui quasi si è scordato. Forse grazie al fatto che ha iniziato a vivere la sua vita e non solo quella degli altri attraverso le parole in bella grafia.

Colmo di entusiasmo decide di regalarle la cosa più preziosa che ha. Il dono stesso.
Lei lo accetta senza capire bene di che cosa si tratti. Lo usa senza cautela, senza libretti di istruzioni da consultare.
Circondata di tanto amore, e dovendo fare i conti con questo strano dono, comincia a parlare di dubbio. Lei usa proprio questa frase “Ma se avevi questo particolare dono, adesso devo mettere in dubbio che ci siamo innamorati per effetto di questo strano prodigio”.
Ma il dono continua a funzionare. E il dubbio, espresso a parole, diventa concreto.
Il dubbio c’è, si manifesta e incrina l’amore come il gelo fa col marmo di cava.
L’amore si crepa, si incrina, si spacca. Per il fatto di avere insinuato il dubbio nel loro amore, questo soccombe.
Matilda per il rimorso si dispera. E dice “Sono disperata”. E disperatamente scrive che senza amore si sente morire.
E, come in esecuzione di una profezia, muore. Muore davvero.
Giuseppe è disperato. Non sa più cosa fare. Questo dono che lo aveva liberato dalla sua solitudine adesso gli ha tolto l’amore.
A questo punto, però, si verifica un fatto davvero prodigioso. Nonostante le parole dicessero che l’amore non c’è più, annientato dal dubbio, Giuseppe continua ad amare Matilda. Anche adesso che lei è morta.
L’amore di Giuseppe è così forte che alla fine travolge e annienta il potere magico di questo dono, che viene annientato e svanisce

Giuseppe decide in questo esatto momento che le parole, anche senza il dono, possono continuare a creare il bello, il giusto, l’amore.

E si mette a scrivere.
Giorno e notte. Lettere per maniscalchi, contadini, macellai, fattori. Ma anche per notabili, gentildonne, ragazzi e fanciulle piene di sogni.
Si mette a cercare il bello ovunque e a scriverlo. Si mette a scrivere per il bello e incomincia finalmente a vivere.
A vivere felice e contento.

La ricerca dell’Essenza del Natale

essenzadelnataleEccola lì, l’Essenza del Natale, che aleggia senza peso. Cerca una casa che l’accolga proprio perché le somiglia. Perché l’Essenza del Natale ha la prodigiosa capacità di vedere dentro le cose e le persone. Basta uno sguardo, due al massimo, per sentire se quello è il posto giusto dove fermarsi con la propria luce. Cerca un cambiamento, un’apertura, un animo pronto. E vola, sulle nostre campagne, sulle nostre città.

Si avvicina a una nonna, una nonna felice. Sta preparando il pranzo di Natale e si sente felice e fortunata. Avrà a pranzo i suoi figli e tutti i suoi nipotini. Quando ha avuto la conferma che sarebbero venuti era entusiasta. E anche adesso non si risparmia. Tanto che è da settimane che ne parla con le sue amiche, col cuore pieno di attesa. Antipasti, fritti, contorni, i piatti della tradizione. Una tavola decorata con gusto. L’Essenza del Natale la guarda con dolcezza e passa oltre.

Il Monsignor Ricotti ha fatto un’omelia bellissima. Ha parlato di amore, di accoglienza. Lui sì che sa come parlare alle persone. Anche quelli che a messa ci vanno solo a Natale e forse a Pasqua si sono fermati ad ascoltarlo. Sentendosi fuori luogo a leggere i messaggi sullo smartphone impostato su silezioso. Si sono fermati tutti, per ascoltarsi, per pesarsi addosso quelle parole così vive. Poi è tornato nelle sue stanze, ha letto un mezzo capitolo del suo libro e adesso è lì sul divano, addormentato davanti al televisore acceso su un programma che non fa la differenza. L’Essenza del Natale riesce a sentire il discorso di qualche ora fa. E sente che non ha cambiato il monsignore. Gli aggiusta il plaid senza farsi sentire e passa oltre.

Un padre rientra dal turno di notte, ha messo nel baule dell’auto i regali. Due enormi sacchetti bianchi pieni di pacchetti colorati. Sale in ascensore ricordandosi di non avere messo il bigliettino col nome di ognuno. Ripassa a mente la storia cercando di renderla credibile. Quella in cui ha incontrato Babbo Natale proprio rincasando. L’essenza del Natale vede l’orgoglio di acquirente, l’attaccamanto ai figli, ma nessun cambiamento. E vola oltre.

Un mendicante passa da un vagone all’altro della metropolitana. Si avvicina ai viaggiatori di Natale guardandoli negli occhi con la testa un po’ piegata. Oggi dice Buon Natale, datemi qualcosa. Oggi le sue richieste trovano meno ostilità. Attecchiscono nei sensi di colpa di chi sente che ha avuto molto di più. Si avvicina l’Essenza del Natale. Ci legge miseria, mestiere, un po’ di fame. Ma non riesce a trovare nel cuore quella voglia di cambiamento. Riguarda. E rassegnata passa oltre.

Un automobilista sulla corsia d’emergenza della tangenziale. Cerca un amico o un carrattrezzi. Un qualcuno che lo possa tirare via da questa brutta situazione. Cerca tra i documenti dell’auto un numero verde. Si ricorda del triangolo e scende per posizionarlo una decina di metri dietro la macchina. Nessuno si ferma. Arriva l’Essenza del Natale e legge un velo di disperazione. E rammarico per non avere fatto il controllo nei tempi previsti dal costruttore. E poco di più, quindi passa oltre.

Il capo di terza classe Marzone è in Marina da quasi venti anni. Lavora alla capitaneria di porto di una sede disagiata, un incarico temporaneo, per mettere via qualche soldo in più. Ma oggi è con la famiglia e racconta di quel giorno, di quando il mare era pieno di persone. Non le chiama migranti, ma non li chiama neanche più negri (come faceva al circolo sottoufficiali, dove le telecamere non possono entrare). Cerca di spiegare alla sua famiglia cosa significa passare giorni a ripescare corpi. E lo fa in un modo nuovo, senza paura di sembrare debole. Lui che da ragazzo in camera ha sempre avuto brutte bandiere nere con simboli di corpi di guerra e ideali stupidi di cui voleva innamorarsi. Ma si è arruolato perché c’era il concorsone, non per un ideale. E adesso è lì, tra gli sguardi perplessi, che parla di quelli che sono riusciti a salvare e quelli che hanno potuto solo ripescare e mettere in fila. Lo fa con le lacrime agli occhi e non si nasconde cambiando discorso. L’Essenza del Natale ha trovato finalmente dove fermarsi.

Baby Box: cosa ci metteresti?

scatolafinlandeseOggi il corriere raccontava una bella storia tutta finlandese.
A tutti i nuovi nati spetta uno scatolone di cartone con una serie di oggetti utili per il neonato. Vestitini, accessori, copertine. E soprattutto la scatola di cartone di qualità che la maggior parte delle famiglie usa come culla. Non si parla di famiglie che non hanno la possibilità di comprare una culla vera, ma di un regalo dello stato che è diventato un bellissimo rito di passaggio e di legame con le nuove famiglie.
Accetto il gioco che ha lanciato Enrica nel suo blog e lo propongo a voi. Cosa ci metterei in quella scatola (o di fianco) per aiutare mio figlio a crescere come vorrei?
E’ un gioco e lo propongo a tutti voi, genitori e non genitori. E’ un bel modo di riflettere su quello che riteniamo divertente e importante.
Io di bimbi ne ho tre: Chiara, Luca e Federico. Non ho fatto tre scatoloni, ma una lista che poi potranno dividersi nei soliti modi cruenti.
Ecco la lista, così, come mi viene in mente:

  • Una scatola di pastelli a cera perché ok photoshop, ma sporcarsi un po’ le mani è diverso.
  • Un adesivo “Yes we can” per ricordarci di quando ci abbiamo creduto.
  • Una bandiera della pace e una dell’Italia, da sventolare assieme a un sorriso.
  • Un cd dove ho registrato, proprio stanotte, la fiaba dei tre pesciolini nel grande fiume, che abbiamo inventato assieme, notte dopo notte. Quella fiaba che ti piaceva tanto da bambino. Perché magari un giorno ce la saremo dimenticata o perché un giorno non potrò ripetertela.
  • Una copertina di quando il papà era piccolo e non importa se è un po’ ingiallita.
  • Un dizionario inglese-cinese perché ormai è tardi per tradurre tutto in italiano, bisogna uscire
  • Un elenco dei libri che in qualche modo mi hanno cambiato. (Poi sta a te decidere se cercarli di carta, in formato elettronico o dimenticarla e farti la tua di lista). Di certo con le lezioni americane di Calvino, le favole al telefono di Rodari, la boutique del mistero di Buzzati e le formiche di Gino e Michele.
  • Il cubo di Rubik provaci almeno tu che io mi sono rotto i maroni.
  • Una cartina Compass, di montagna. Per andarci a camminare con gli amici, partendo il sabato mattina presto e mangiare in cima un pezzo di formaggio che avevi avvolto in un tovagliolo di tela (accessorio non incluso).
  • Qualche dvd come Train de vie, Radiofreccia, Impiegati, Harry ti presento Sally, Guerre stellari, Non ci resta che piangere, Marrakesh Express, Frankenstein Junior, poi basta dai, che non c’è più posto.
  • La foto di Abebe Bikila che corre scalzo non importa quanto tempo ha. E il mio pettorale della prima maratona. Non importa con quale tempo.
  • Un 45 giri dei beatles anche se non saprei proprio dove procurarmelo.
    Un bicchierone di vetro trasparente, come augurio di trovare sempre acqua pulita
  • Il supertele, non il supersantos che è da ricchi, proprio il supertele
  • Il disegno di un aquilone da montare, non di quelli perfetti di adesso. Uno che devi fare da solo per imparare la speranza di trovare anche il vento.
  • Una piuma. Che non serve a niente, ma una carezza per quando ne avrai bisogno non sapevo come incartarla.
  • Il mio numero di telefono e quello di tua mamma, anche se ce li hai, anche se non li userai così spesso come vorremmo.
  • Un paio di forbicine, per fare un buco nel cartone e poter guardare sempre fuori.

E tu: cosa ci metteresti di tuo nella scatola di tuo figlio?

Solo che sono felice

immagine di @23september su instagram, rielaborataPronto? Ciao sono Simone.
Mi sei venuta in mente e ho fermato la bici. Sì, la  mia vecchia bici Bianchi da uomo.Non penso che tu ce l’abbia presente: quella color ottone chiaro (che strano: è un colore che ho davanti ma non so descrivere). Quella con le ruote troppo sottili e che si buca sempre. Ok, una bici. Non importa quale. Adesso è ferma e sono in piedi su questa strada di campagna, e tengo la bici di fianco.

Ti volevo chiamare, ma non ho niente di urgente da dirti. Solo che sono felice.
Sì perché sono quasi le otto di sera e qui nel basso mantovano questa parte del giorno ha persino un nome tutto suo. Si chiama “bass-óra”. Che sarebbe “ora bassa”. Forse sarebbe crepuscolo, ma crepuscolo non rende.

E poi questo è il periodo dell’anno che mi piace di più qui. Fine settembre qui è davvero il paradiso. Insomma non è un paradiso assoluto. È un paradiso relativo. Ma forse è più bello ancora, perché è un paradiso nascosto, con la iniziale minuscola. Un paradiso che va capito, scoperto. Che non è mica detto che tutti lo possano capire.
E poi questo odore di erba tagliata, di fosso e di legno bruciato. C’è una Corte qui. Si chiamava Gervasona, mi sembra. Non ci abitano più, ma ogni tanto ci tornano per riparare un trattore o qualche attrezzo. Dev’essere da lì che arriva l’odore bruciato.

A parlarne sembra chissà quale alchimia. Ma questi tre odori (il fosso, il fumo, il fieno) sono molto comuni, qui.
No, dicevo che sono felice. Non c’è un motivo.

Non è la somma dell’orario, della fine di settembre e di questi odori.
Non so cosa sia. Solo che sono felice.
No, no, non è successo niente. E neanche deve succedere. Non aspetto niente.
Chiamo te perché dici che scrivo sempre cose amare. Che cerco argomenti che lascino perplesso chi mi legge. Dici che “preferisco il pugno nello stomaco alla carezza”.
È per questo che chiamo te. Solo per dirti che sono felice. Lo vedi? Ti sembra banale tutto questo. Forse sì, forse è davvero banale. Ma non me ne frega niente, adesso.

Perché sono felice.

Storia minima e fastidiosa di due gocce di pioggia

Due gocce di pioggia - Storia minima e fastidiosa di due gocce di pioggiaErano proprio due gocce d’acqua. Certo, si assomigliavano. Ma non voglio dire che erano “come due gocce d’acqua”. Com’è difficile uscire senza danni dalle frasi fatte! Dai, ricominciamo.
Ma prima spegnete tutti i recettori di metafore, allegorie, similitudini. Perché questa è una storia vera! Una storia minima, inutile.

Avete presente una goccia d’acqua? Ecco!
In quel temporale estivo ce n’erano tante. Scendevano pigramente, quasi parallele. Cadevano verso alberi, prati, sassi, strade, polvere, tetti, biciclettine rosse lasciate sbadatamente in cortile.

Due di quelle gocce si conobbero nel breve tragitto tra nuvola e suolo. La loro leggerezza rendeva la caduta alquanto lenta.
La poca convinzione del vento poi, fece in modo da farle restare vicine per tutto il viaggio.
Come tutte le giovani gocce appena nate, avevano gli occhi pieni di sogni e di progetti.
“Io voglio trovare il modo di arrivare al mare. Seguirò le altre. Diventeremo pozzanghera. Poi rivolo, ruscello. Con un po’ di fortuna torrente.”
La portata del corso d’acqua cresceva di pari passo al crescere del suo entusiasmo.
“Oh sì, certo! Ce la faremo. Diventeremo fiume, ne sono certa! E quando saremo fiume, va da sé che da affluente arriveremo giù, giù, giù, dove il corso è lento e tutti gli affluenti donano al grande fiume la loro liquida ricchezza. E da lì arrivare al mare sarà quasi cosa fatta!”.
Senza rendersene conto aveva smesso di guardarsi attorno o di guardare in faccia la goccia che aveva vicino. Sognava. E quel futuro lo vedeva davvero. Con gli occhi. Riusciva a vederlo, tanto lo voleva.

La seconda goccia trovava terribile questa perdita di identità, questa omologazione. Questo essere qualcuno solo assieme agli altri.
“Invece io voglio trovare un’altra strada. Non voglio seguire le altre. Voglio rischiare. Anzi: voglio poter rischiare”. Sul suo volto lo stesso sguardo sognante. Solo declinato su sogni diversi.
Adesso sì che si somigliavano come due gocce d’acqua.
Caddero vicine. E ognuna, casualmente, ebbe davvero il destino che sognava.

La prima, alla fine, arrivò a essere mare.
La seconda cercò nuovi percorsi. Al mare non ci arrivò mai. Evaporò qualche ora più tardi.

E’ un vero peccato che questa storia sia così stupida e corta, da non suggerirmi chi aveva ragione. La trovo davvero fastidiosa!