attesa

La cartolina

cartolina fronte

Oramai era luglio e secondo i suoi calcoli, la cartolina doveva essere già arrivata da un po’. Ma ancora niente. Non un cartolina illustrata con una fotografia di località di villeggiatura: spiagge lunghe e persone facoltose in eleganti costumi di lana in primo piano. Non una cartolina da un parente vicino emigrato in un paese lontano, che dietro a mille incertezze della lingua parla della sua fiducia nel futuro. Non la cartolina di un amata, con quelle quattro parole pudiche che in fondo non dicono niente, ma attraverso le quali è bello sognare un futuro di possibilità.
Quella che aspettava Nato era una cartolina prestampata, senza illustrazioni. Forse senza nemmeno il profilo del re sul francobollo. Una cartolina formale, scritta in un gergo che conosceva bene. Aveva passato venti mesi nel servizio di leva in artiglieria alpina. E adesso che la guerra durava più del previsto i giornali avevano diffuso la notizia che prima della fine della primavera, al massimo a inizio estate, sarebbero stati richiamati quelli del suo anno.
Ormai aveva passato i quaranta e mai avrebbe pensato di dover tornare a indossare una divisa, implotonarsi, marciare in ordine, dividere una camerata con sconosciuti. Rispondere signorsì a un tenentino con la metà dei suoi anni.
Non lo dava a vedere ma ci pensava eccome.
Ma erano passati marzo e aprile in un soffio. Maggio doveva essere maggio il mese della cartolina, ma niente. Neppure giugno, che ormai era quasi sicuro, aveva portato niente. Allora luglio, questo luglio fatto di covoni di paglia, che il grano è già stato mietuto e ti sembra di tirareeun po’ il fiato.
Quando il postino con la sua Umberto Dei nera percorreva verso mezzodì la strada Baratte, lui lo vedeva arrivare da lontano. Fingeva di non accorgersene e continuava a occuparsi di qualche improrogabile banalità. Fare il filo a un ferro per falciare, mettere il manico a una vanga, fare la punta ai pali da piantare nell’orto per tenere su i fagioli ormai cadenti.
Ma nella sua testa era un ribollire di ipotesi. Se mi mandano al fronte la paga è buona. Ma si rischia e se poi non torno ai miei figli chi ci pensa? Se mi mandano nelle retrovia chissà quando torno. Se mi fanno furiere, ma sì in fureria ci vanno solo quelli che hanno un santo in paradiso. E qui il paradiso al massimo lo vediamo dipinto sui muri della chiesa. E se mi nascondo nel granaio come Trevisi? E poi? Chi lo sa se mi prendono cosa mi fanno. Mi fucilano forse, o mi trattano da traditore. Ma io non ho mai tradito nessuno. Solo che di guerre ne ho viste passare da bambino e so che quelli come me hanno solo da perderci.

-Buondì Brusco! Qualcosa di nuovo?
Il Brusco, che un giorno deve avere avuto persino un nome, si fermava: frugava nella borsa di cuoio fissata sul portapacchi anteriore della bicicletta e diceva in un italiano improvvisato: “Me ne dispiace, anche oggi niente”. Come se quella che doveva arrivare fosse per forza una buona notizia o una eredità dall’America.
I giorni passavano e Nato faceva sempre più fatica a fingere di non pensarci.
Appuntiva pali, tagliava bruscoli col falcione, spennava capponi. E fingeva di vivere senza fare attenzione a quella consegna che forse gli avrebbe cambiato la vita.

Non voleva neanche pensare che quella cartolina ci mettesse così tanto da far prima finire la guerra. Sarebbe stato un sogno, e i sogni fatti al momento sbagliato si sa che portano delusioni ancora più forti.
Avanti così, un giorno alla volta. Senza sapere bene cosa sperare. Un giorno alla volta.

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Attesa

attesaDi attese ne ho attraversate tante e tante mi hanno attraversato. Alcune le ho vissute, altre solo guardate dal di fuori, cercando di capire se ci fosse dentro qualcosa da capire.

L’attesa di un goccia che scende piano sul finestrino di dietro, coi lampioni che passano ritmici e che disturbano lo studio di quel percorso. Per vedere che la goccia quando scende, poi non fa la strada che pensavo, ma si unisce, cambia, devia. E quando arriva è un’altra da quando era partita.

L’attesa di una madre, con tre figli da mettere a tavola e un marito che torna in macchina, nella pioggia. E ogni cinque minuti va alla finestra di quel palazzo e cerca di vedere se arriva. E se le chiedono cosa stia guardando lei chiude un “no, niente” in un sorriso che è più una speranza. Non ci sono ancora i cellulari, non li hanno neanche i ricchi. E se ne sentono fin troppe di storie di incidenti e di altri brutte cose.

L’attesa di un voto appeso a una porta a vetri, in mezzo a tanti altri. Con tutti quei se va e se non va pensati prima e che poi finiscono in una riga da seguire col dito. Orizzontale e immaginaria, ma mai abbastanza lunga.

L’attesa di lei, che passi per strada. E poi passano tutti ma lei non passa e neanche il tempo passa. Fino a quando ti svegli un giorno e vedi che il tempo è passato tutto in un momento, e anche l’attesa di lei.

L’attesa importante del disco di coso. Che si passava al negozio il giorno esatto, e sapere il giorno esatto voleva dire che lo seguivi davvero, coso! Mica per modo di dire. Ma poi il commesso dice che “mi arriva mercoledi”. E passi mercoledi e senti che “arriva venerdì”. E vai venerdì “Ma non doveva arrivare oggi?”. E gli altri non capiscono. Ma è coso!

L’attesa attorno a una pancia che cresce, ma intanto sono i piedi a gonfiarsi. E chi aspetta è seduta sul letto con la testa un po’ china e la mano dietro i fianchi. Sempre col pensiero mai detto che tutto possa svanire. E trovare in questo smarrimento, finalmente un salvagente: l’attesa del momento di guardarlo negli occhi.

L’attesa di un tempo a cui delegare tutta la voglia di essere felici. Gli anni della pensione, i giorni di vacanza, le ore di un weekend. Senza rendersi conto che nella vita bella io non l’ho mai visto il tasto snooze che inganna la radiosveglia.

Ci sono attese che si portano dentro un senso che è superiore addirittura all’avverarsi di tutto. E forse valgono più per quei quintali di felicità che promettono, che per i grammi che poi san mantenere.

L’attesa

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Ho sempre pensato all’attesa come un qualcosa di brutto che logora, che non da pace. Che snerva. La lama di un coltello passata con sadica lentezza seguendo le fibre del muscolo. Una presenza indefinitamente sbagliata e lentamente dolorosa. Ho sempre pensato che fosse la tortura più grande, perché senza scampo. Ho sempre pensato che l’attesa fosse buia, senza aria.

Ma non ho mai considerato che l’attesa ha in sé anche altro.

L’attesa è costruzione di una realtà che ancora non conosco. Prima è un seme timido, sepolto nel sottobosco acido e buio del dolore. Poi, quando riesce a mettere fuori un germoglio, prende quel poco di forza per crescere. Allora sì che tutto quel tempo lì sotto, tutte quelle lacrime e azoto, diventano forza.
L’attesa fa decantare la confusione dei sentimenti emulsionati. Quando escono dal bicchiere di un frullatore tutte le sensazioni in fondo si somigliano. Allora, se proprio dobbiamo aspettare, è meglio guardare i residui mentre si depositano sul fondo. Lasciare sublimare gli spiriti, lasciare che il profumo si decida. Ma alla fine abbiamo di fronte un qualcosa di preciso.
Nell’attesa impariamo a allentare i muscoli della mandibola, ché non si possono tenere così tesi dopo un crampo. E  impariamo a essere lenti, abbassando pulsazioni e dolore.

L’attesa più bella non è quella che dura poco. L’attesa più bella è quella che ti cambia.

I due condottieri

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C’era una volta un condottiero. Anzi due. C’erano una volta due condottieri, due condottieri che avevano due particolarissimi destini. Anzi uno. Sì: un solo destino. Lo stesso destino in comune, solamente vissuto in modo speculare.
Per un antico patto stipulato tra i loro popoli molte generazioni prima che nascessero, all’inizio di ogni secolo i primogeniti di ciascuna stirpe regale, avrebbero dovuto marciare, uno verso l’altro alla testa della esatta metà dei rispettivi eserciti. L’incontro avrebbe sancito, per un secolo ancora, il perdurare di quell’antica alleanza.
Portare tutto l’esercito sarebbe stato incauto. E un drappello simbolico non avrebbe richiesto quello sforzo e quel perdurante impegno che ogni seria alleanza presuppone.
Per ognuno dei due popoli spostarsi in pompa magna era un’impresa tutt’altro che facile. Occorrevano mesi per attrezzarsi e anni e anni per attraversare quella distesa semideserta. Steppa, sassi, sabbia, colline, prati e ancora steppa e ancora sassi e ancora sabbia…
Grande onore e gloria spetta ad ogni regnante assume, per ventura di nascita, l’onere di guidare quella marcia.

Sono partiti ormai da cinque anni, i due condottieri. I loro messaggeri, che hanno iniziato a fare la spola da un gonfalone all’opposto, ci mettono sempre meno tempo per l’andata e ritorno. Segno che si stanno avvicinando giorno dopo giorno. All’inizio ci volevano anni, poi tanti mesi, poi solo mesi, adesso settimane che preso diventeranno giorni. Solo giorni. Tutti aspettano il momento dell’incontro con un animo diverso. Sì perché se in entrambe le sale del trono verrà messo il nuovo busto di chi ha fatto l’impresa, ogni contingente è formato da tanti e tanti uomini. Cavalieri, condottieri, notabili, scudieri, arcieri, lancieri, fabbri, maniscalchi, cuochi, sarti e tanti altri, che nella polvere delle retrovie camminano con gli altri. E ognuno di loro ha costruito un sogno per il momento dell’incontro. Un’aspettativa intima e una storia che si porterà dietro tutta la vita e probabilmente anche un po’ oltre.
Ma la storia mette a fuoco i condottieri, quando ci riesce. Non le retrovie.
Quanta parte delle loro vite di re guerrieri era passata spostandosi verso quell’incontro?
Quanta attesa, quanta felicità compressa a forza in quel preciso momento futuro?

Eccolo finalmente il giorno. Gli eserciti si sono avvistati da un’ora e hanno proceduto piano, uno verso l’altro, quasi per gustarsi il momento.
Il piccolo torrente al centro della valle di montagna sembra perfetto per l’incontro. Come se fosse una scenografia studiata. C’è tutto quanto serve per incorniciare un momento come questo (scriveranno gli storici delle due corti).
Come in una coreografia studiata, i due re condottieri improvvisano uno stop alle loro truppe. Basta un cenno col braccio alzato, in silenzio. Tutti si fermano tutti tacciono.
I sovrani, nascondendo alla perfezione l’impazienza, scendono da cavallo. Si avvicinano al torrente e cominciano a spostare sassi verso il centro. Come per costruirsi un ponte per avvicinarsi. Dopo poco il progetto è chiaro: un guado, non un ponte. Ecco cosa fanno, costruiscono un passaggio per stringersi la mano o abbracciarsi o cos’altro diavolo vorranno fare per suggellare il patto per altri cento anni.
All’inizio sono decisi, puntano verso il centro del letto poco profondo. Poi una improvvisa paura di fare finire tutto frettolosamente li porta a deviare il percorso impercettibilmente verso valle.
Tutti e due smettono di posizionare il prossimo sasso diritto in avanti. Lo mettono un po’ in giù, lungo il corso del fiume.
I sudditi sono artificiosamente silenziosi e cercano di capire. Solo gli insetti e il fiume gridano la loro tranquillità nella valle. Non gli uomini, ammutoliti.
Ma gli uomini non possono considerare il senso di inutilità che sta per avvolgere i due sovrani dopo il faticato contatto.
La curva del percorso di sassi si fa via via più netta. Sono vicini, vicinissimi, pochi metri. Ma ormai vanno in parallelo, verso valle, con i sudditi che stanno a guardare. Appiattiti nei ruoli e nei colori delle divise, da uno stupore liscio come l’olio.
Nessuno osa muoversi, guardano i due sovrani allontanarsi a valle, in questo guado senza fine.
Aspettano. Forse un minuto ancora. Forse un’ora, forse un giorno.
Aspettano la stretta di mano liberatoria che possa ancora una volta decretare la fine del viaggio di andata.
Aspettano mentre i due sovrani diventano sempre più piccoli, inghiottiti da una prospettiva nuova.

Vederci lungo

esame vista

Ma certo, i bambini alla visita oculistica ce li posso portare io. Basta che prendi l’appuntamento presto, anzi prestissimo. Sì, alle otto e mezza va bene.
Queste parole me le ricordo bene, perché due mesi dopo, nel pieno della congestione lavorativa di fine trimestre ho cercato di dimenticarmele per poter incolpare qualcuno per quell’appuntamento preso nella settimana sbagliata, nel giorno sbagliato, nell’ora sbagliata. In più, per colpa di qualche collega bradipo, tutto il contratto a cui stavamo lavorando ha dormito in un cassetto per quattro giorni per svegliarsi mirabilmente alle sette della sera prima dell’appuntamento. Quindi ho passato il giorno e parte della notte precedente in una specie di congresso del PD, dove le parole d’ordine sono emergenza e urgenza e poi alla fine vogliono parlare tutti e si fa mezzanotte senza avere detto niente.
Adesso mi trovo nella sala d’aspetto del reparto oculistico dell’ospedale, come da appuntamento. Anzi: mezz’ora prima del primo appuntamento. Già da un’ora sono qui per passare alla cassa e regolare la mia ansia di far tardi al lavoro e gestire i turni di gioco con il tablet. I piccoli pazienti non tengono fede al loro ruolo. Sembra invece che abbiano un prodigioso orologio atomico nel cervelletto. Appena mi incanto per dieci secondi dicono “Ma non sono passati i suoi cinque minuti? Ma non tocca a me?”. E a ogni cambio turno si apre una trattativa sindacale di partite che devono finire, di disegni da salvare, dai livelli da completare.
Passa il tempo e l’infermiera con ciabatte di gomma e ricrescita regolamentare ci avvisa calma “Stamattina c’è una riunione, non si sa quando iniziano le visite. Comunque siete i primi”.
Ripesco un po’ di buone maniere da chissà quale impronta genetica e sorrido dicendo un grazie che sembra persino credibile.
Cerco di gestire il cambio turno con il tablet e di lenire la noia crescente.
Passano i minuti e il trio si fa impaziente. Si alzano in continuazione dalle sedie in finta plastica e mentre uno passa gli altri si improvvisano calciatori professionisti e fanno sgambetti preterintenzionali. La tensione sale. La sala si riempie piano piano di vecchi che ci vedono poco. Non pensavo che tutti questi anzianotti ci tenessero tanto a vederci bene. Forse retequattro ha cambiato annunciatrici.
Passa il tempo, l’indicatore della pazienza non lampeggia più: è rosso fisso.
Torno dalla infermiera all’accettazione. “Guardi, siamo qui da un’ora e mezza. Non eravamo i primi?”
Lei, con mestiere, “Sì i primi ma bisogna vedere di quale delle tre file”.
Brontolo qualche consonante slava, ma riesco a non essere sgarbato con lei.
Vado a raccogliere Federico che dalla noia è scivolato sul pavimento come un asciugamano asciutto messo su una sedia liscia.
Pochi minuti e l’altoparlante dice il nostro numero e la sala visite.
Mi raccomando per l’ultima volta di essere educati e di stare composti. Cerchiamo in fila la sala numero 45.
Inizia la visita. La dottoressa dimostra l’età di mia mamma. Dai modi invece, direi che ha l’età di mia nonna. Un garbo ottocentesco un po’ impettito.
Uno alla volta rispondono una fila di E P V T, no era una F…
Prendono posto sulla sedia del paziente e fanno gli stessi esami.
Va tutto bene bene, un leggero difetto è persino regredito.
Dopo un po’ Federico le dà del tu e io lo correggo. Cercando di passare un rispetto del ruolo, più che dell’età.
Riprende la visita e la fila di E H M I O P Q
Chiara è garbata e ha stranamente i capelli in ordine. Il grembiule bianco sotto la felpa. Fa la signorina, quella che ci tiene a fare bella figura.
Luca è un po’ distratto e legge male qualche lettera. Viene richiamato all’attenzione. Un leggero difetto regredisce e siamo tutti contenti.
Federico compensa le lettere sbagliate con i sorriso giusti. Si rivolge poi alla dottoressa dandole del lei e, prontamente, lei me lo fa notare “Vede come è bravo? Ha capito subito”.
Continua: “Qui vengono tantissimi bambini poco educati. Volevo complimentarmi con voi, bambini. Riferitelo alla mamma eh. Fatele i miei complimenti”. Poi, dopo mezzo secondo, aggiunge un meno convinto “…e al papà, certo!”
Io gongolavo e ripensavo alla sala d’aspetto, alla cassa, ai turni per il tablet, alle telefonate di lavoro, agli sgambetti, al pavimento dell’ospedale, alla ricrescita dell’infermiera. E alla fine sono contento di essere entrato tranquillo e gentile nello studio.
Alla fine la dottoressa ha suggerito un esercizio per guardare da lontano e (cosa che ha confessato di non fare mai) li ha fatti salire su un rialzo, ha aperto la finestra e ha insegnato questo esercizio. Come fossero suoi nipoti.
Ha ripetuto i complimenti e ci ha congedati.
Alla fine la corsa per smistare i bambini pacco nelle rispettive scuole e la strada verso l’ufficio.
Riflettendo sul fatto che mia nonna diceva che invece di arrabbiarsi bisogna essere lungimiranti “Vederci lungo”, come diceva lei.
E che adesso questo insegnamento mi era tornato casualmente presente proprio nello studio dell’oculista.
Arrivo in ufficio tutto sommato in orario. Già stanco, ma soddisfatto.

Qualcosa con la M

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Ieri sera Federico non stava nella pelle, combattuto tra la voglia di raccontare e l’implicito patto del silenzio che regola gli arcani meccanismi dei lavoretti scolastici. Chiara e Luca lo guardavano di traverso, senza parlare. Loro sì che sanno tenere segreti i progetti dei loro lavoretti. Non come quelli della materna, che ci ricascano sempre!

“Indovina cosa ti sto preparando”. Io faccio due conti e capisco che è per la festa del papà.
Faccio ipotesi volutamente assurde, per non rovinargli la sorpresa: “Un portacenere, un portatovaglioli, un portalettere…” Sbagliato sbagliato sbagliato. Quando ero io il figlio, i miei regali erano sempre dei portaqualcosa.
“Inizia almeno con porta?”
“No”
“Allora una finestra”. Faccio lo scemo per portare il discorso altrove.
Ma Federico non molla: “No dai: una cosa che inizia con la M”
Con la M non mi viene niente. Cerco di assecondarlo “Mulo? Macchina? No dai, facciamo che mi tengo la sorpresa e lo vedo domani”
Ma lui è un po’ deluso e il gioco continua fino a quando si distrae e il discorso va altrove.

Qualche giorno fa ho aperto il cassetto del mio comodino. Non ricordo di preciso cosa stessi cercando. Ricordo che quasi non si chiudeva con tutti quegli strati di biglietti e lavoretti accumulati negli anni.
Riprendo in mano quelle opere di rara bruttezza fatte di cartoncino, brillantini, mollette di legno e colla. Sì perché, adesso lo posso dire, la festa del papà è gestita dalla lobby mondiale dei fabbricanti di mollette di legno. Ormai le mollette di legno non trovano più spazio sui fili del bucato. Servono solo per legarsi al vinavil in un abbraccio eterno tipo quello del soldatino di piombo con la ballerina. Ma le mollette resistono alla storia dei polimeri e vivono nei cassetti dei nostri comodini.
Ormai quelle mollette sono lavoretti. Magari lavoretti iniziati con l’entusiasmo infinito dei loro pochi anni. Quello spendere tutto subito che un po’ vorrei imparare. E non importa se poi questo artigianato scolastico viene lasciato a metà dalla ricreazione o se mancano dei pezzi, persi ancora prima della solenne consegna.
Non si possono buttare, anche se davvero non saprei dove metterli. Malgrado la loro intrinseca inutilità e bruttezza, hanno dentro una storia. Vanno guardati in fila. Osservando come anno dopo anno la maestria di questi bimbi aumenta. La capacità, la cura, l’attenzione, il gusto. Certo sono sempre lavoretti brutti, ma ci raccontano quanto questi bimbi crescano in fretta.

E allora viene la tentazione di amarli, quei lavoretti. Come si ama una fotografia mossa perché ha dentro un ricordo perfettamente a fuoco. Un ricordo che non si vuole perdere.
Forse quella cosa con la M era un po’ di malinconia. Anche quella si può costruire assemblando mollette, in fondo.

Il sibilo del bollitore

bollitoreAspetto. Aspetto il sibilo. Per me il sibilo del bollitore è musica.

L’ho riempito al massimo e l’ho messo sulla fiamma più larga. Tappando il beccuccio con quel tappo che, quando è ora, sa fischiare. Aspetto sempre all’ultimo momento per scegliere la tisana. Come per lasciarmi una sorpresa. Spesso poi non faccio una scelta netta. Ne faccio due di tisane. Distinte. Come se fare due scelte equivalesse a scegliere di più.  Ma questo è un difetto che mi porto appresso da sempre. No, non quello di farne due. Quello di non saper scegliere.

Ma poi arriva il momento in cui senti che comincia a bollire. Ed è un momento bello.
Ti gusti l’attesa di quel vapore che presto porterà nella stanza il profumo di chissà cosa.
È bella questa attesa, proprio bella. Perché ogni volta è nuova. E voglio quasi essere preso alla sprovvista. Tanto che spesso torno a fare quello che stavo facendo, dimenticandomi per qualche minuto del gas, del bollitore, dell’attesa.
Ma quando la sirena del bollitore comincia a fischiare la sua nota sola, sempre più forte, sempre più insistente, sempre più disperata, allora corro. Corro come un bambino va a scoprire cosa c’è sotto l’albero di Natale. Corro come un innamorato che sente il campanello della bici del postino. Corro come un cane che torna dal padrone.

Poi non importa se ho scelto tè verde o karkadè o finocchio o quale altro miscuglio. È l’attesa che termina con quel fischio quello che mi fa amare la tisana.

Filastorta

C’era una volta un principe azzurro,
tutto il contrario di un uomo buzzurro,
era cresciuto a pane e romanzi,
“Salva una bella che poi ti fidanzi”.

Questo la mamma gli aveva insegnato
“La donna è indifesa, tu sei corazzato,
la donna è in balìa di mostri e grifoni,
tu sei cavaliere e ai draghi le suoni”.

C’era una volta una bella regina
Che crebbe sua figlia da crocerossina,
“Gli uomini, cara, non san quel che fanno,
tu devi aiutarli a non far troppo danno.

Più sembrano forti, più vanno salvati,
amati, vestiti, stirati e lavati.
ti guardano duri, ti parlano bruschi
ma sotto quel guscio son tanti molluschi”.

filastronza4s

Un giorno i due salvatori in potenza,
andarono a un party di beneficenza.
Lei vide un ragazzo spaurito e sperduto,
lui vide una donna in cerca di aiuto.

E prima che i tocchi dicessero “E’ tardi”,
scoccò la scintilla all’incrocio di sguardi.
Lei disse: “Ho capito il dolore che hai dentro…”
Lui: “Portami il drago, che in fronte lo centro”.

Lei: “…tu sei un bambino con occhi d’adulto…”
Lui: “… dai fatevi sotto o streghe d’occulto…”
Lei: “… il grande nemico è dentro te stesso…”
Lui: “… maghi e mannari venuti a congresso”.

Continuarono a lungo a salvarsi a vicenda
su ferite fantasma mettevan la benda.
Se lei riposava lui correva a baciarla
ché al sonno d’eterno doveva sottrarla.

E se lui si faceva di vino un bicchiere
lei già lo curava dal vizio del bere.
Poi giorno su giorno nel quotidiano
svanisce l’afflato, subentra l’umano.

Così quell’azzurro si stinge d’amore
arriva la rabbia più sorda, il livore
e dopo una vita passata a salvare,
capiscon che ha senso, a volte, sbagliare.

Scritta e riscritta, pur senza motivo,  con Enrica Tesio di tiasmo, a cui si deve l’idea originale. L’immagine invece è di una incauta torta nuziale, saggiamente manipolata.

Segreteria telefonica

[lasciare un messaggio dopo il segnale acustico…]
…Hai ragione tu, vecchio amico. Hai ragione sul fatto che è stupido che io ti lasci questo messaggio. (Che poi, quando la riascolto in segreteria, la mia voce mi sembra sempre insicura e gracchiante. Ma non è di questo che volevo parlarti). E non so neanche se avrò tempo  di finire il discorso, visto che non so quanto tempo di registrazione ho davanti.
Inizio subito: ho letto nel tuo blog di quanto ci tieni alla tua vacanza negli Stati Uniti. E ho una sensazione doppia, ambivalente. Da una parte sono contento per te: è bello avere un progetto. E’ motivanti, fa sentire vivi. E un po’ ti invidio per questo. Dall’altra ho paura che tutta questa attesa sia pericolosa. Non vorrei che tu ci mettessi troppe aspettative in questa NewYork. Non vorrei che fosse la scusa per non vivere adesso. No eh! Non chiedermi cosa voglia dire “vivere adesso”. Tanto non è questa la domanda.
Una volta in un tema, ho dovuto confrontarmi con due parole “Vivere aspettando”. Era questa la traccia. Due parole soltanto. Ma due parole che mi hanno dato da pensare, se dopo tutto questo tempo le ricordo ancora. Beh, buon viaggio amico mio. Solo una cosa: non portarmi t-shirt e non mandarmi cartoline. Ricordati solo di vivere. Sia là che qua. Sia prima che dopo. E non aspettarti l’El Dorado. Soprattutto perchè…
[lo spazio per la registrazione è terminato]