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il coraggio di dire basta

riscrivo

“Del resto glielo avevo chiesto io. Del resto mica ero a caccia di complimenti”
Questo ripeteva Umberto Sarti uscendo dallo stabile al numero sette di via Tarcisio. Aveva preso le scale per regalarsi il tempo di riflettere per quattro giri su quei gradini di marmo bianco. E poi quell’ascensore antico, al centro della tromba lo affascinava sempre. Forse per la pulsantiera di ottone, forse per quella luce strana, forse per quella grata sottile che donava all’ascensore l’aspetto di una gabbietta raffinata.
Ma quel giorno non c’era in lui la leggerezza che mostrava quella griglia sottile che ornava la porta dell’ascensore.

Si frequentavano da qualche anno, in modo poco assiduo. Ma ogni volta che parlavano, si dedicavano un’attenzione molto speciale. Ascoltavano davvero quello che l’altro diceva. Non che fosse un rapporto tra pari: certo, il Giannelli, il grande Giannelli era abbastanza noto e aveva saputo costruirsi una credibilità che il suo giovane interlocutore non aveva ancora.
A dire il vero la differenza di età non era grande: cosa sono quattro anni per due persone che aspirano a creare opere che resistano nel tempo?

“No guarda: questo libro è scritto bene. Il tuo stile si vede e lo sai cosa ne penso. Ma manca qualcosa. La mia sensazione è che… È come se tu… Insomma, non so come dirlo, ma sembra che parli di una esperienza che non hai vissuto. Sei preciso, puntuale, dettagliato, profondo… ma si vede che non porti nessuna cicatrice. Si vede, mi spiace. Il resto invece ha notevoli…” Ma il resto non importava a Umberto. Cosa poteva farsene di un anche se, quando proprio il cuore del libro risultava posticcio?

Sarti camminava per la strada e cercava di distinguere quell’emulsione nuova di sentimenti. Da un lato c’era la gratitudine per un commento che riconosceva come fondato. Dall’altro cercava di lenire questo senso di sconfitta con pensieri come “ma forse lui è troppo severo con me, dovrei ascoltarlo di meno” e anche “i miei lettori non saranno certo così pignoli” oppure “ma magari non è così male, forse sto ingigantendo io una critica che non mi aspettavo”.
Sarti camminava senza riuscire a seminare questi pensieri. E a ogni passo questo senso di inettitudine si conficcava un millimetro più a fondo nella sua anima.

Arrivò a casa e buttò la giacca sullo schienale della poltrona. Prese il plico di fogli che presto sarebbe dovuto diventare un libro e lo mise in una grande busta giallastra. Andò sul terrazzo per cercare di distogliere la mente da questo pensiero e si mise a innaffiare gerani e ciclamini. L’aria fresca di quella giornata di sole riuscì a compiere il prodigio.
Evidentemente gli restò da qualche parte la brutta sensazione di inadeguatezza, visto che da quel giorno davvero smise di scrivere.

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Panni stesi sulla ringhiera

panni sulla righiera Mi è capitato di recente che mi presentassero persone nuove. Incontri fatti un po’ per caso. Amici di amici, come dicono i social network copiando la locuzione dalla mafia. E la cosa che più mi ha colpito è che qualcuno di loro mi ha detto “Ah, ho capito chi sei, sei quello che scrive qui e là!” Dove qui e là non erano posti vaghi ma l’indirizzo esatto degli account e dei siti che uso. La prima reazione è stato sentirmi spiato, radiografato, trafitto dalle loro letture a raggi x. Poi ho sentito immediatamente un calore strano. Forse le guance che arrossivano come mi succedeva alle medie oppure era proprio l’effetto della esposizione a quella radiazione inaspettata. Subito dopo ho ascoltato una immensa soddisfazione. Come se scrivere battute e racconti e qualche storiella avesse un senso. Perché, pensavo, scrivere non è mai un atto compiuto. L’azione dello scrivere si compie quando il messaggio arriva a qualcuno e lo cambia. Non parlo di grandi cambiamenti, parlo semplicemente di generare una riflessione o addirittura (esagero) un’emozione. Il pensiero di essere davanti a un video e a una tastiera e di riuscire a combinare le parole in modo che da qualche altro lato del mondo qualcuno legga e sorrida è qualcosa di sublime. Dice Alessio che “la scrittura è l’atto più privato che possa esserci” e che lui di conseguenza ha molte ritrosie nel farlo. Proprio lui che ragiona in modo conseguente, sceglie le parole giuste e le trova in fretta. È vero, è tutto vero. Ma anche un sorriso o una lacrima o un’incazzatura sono un moto privato. Eppure a volte ci sembra inevitabile mostrarle. Diventano un modo di stare al mondo, un gesto politico. Sono cresciuto in una realtà non omertosa, ma sicuramente riservata. Dove il voto e la busta paga sono cose da non discutere, neanche con gli amici. Una realtà dove i panni sporchi si lavano in casa e magari anche lo stendino va messo all’interno, in ossequio al decoro del condominio. Io non sono certo coraggioso. Ma mi sto prendendo il rischio di metterli a stendere sulla ringhiera che dà sul cortile, quei panni. E di sporgermi di fianco per salutare i vicini che passano.

Un amore senza aggettivi

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Certo che per te è facile parlare d’amore, Serafino. Tu gli aggettivi li sai scegliere, li sai dosare. Devi averne tante valige piene, almeno due per ogni viaggio fatto e tre per ogni viaggio solo sognato. Immagino una casa piccola, larga al massimo cinque o sei librerie. Con un soppalco grandissimo e nel soppalco tante custodie di legno piene di aggettivi. E quando te ne serve uno prendi la scaletta d’alluminio e sali e frughi, stando attento a non fare rotolare giù niente. Dopo un paio di imprecazioni lasciate a metà e un “ma doveva essere qui” la trovi. Riconosci la scatola giusta e la apri, facendo scattare quasi simultaneamente le due chiusure color ottone. Per un attimo dimentichi persino di essere in equilibrio precario tra la scala e la botola. Ma poi prendi l’aggettivo, richiudi la scatola, chiudi la botola e ridiscendi. Poi quell’aggettivo che sembrava perso lo metti di fianco alla parola amore e sembra davvero il suo.

Io invece cercavo un aggettivo decente e mi sono fermato. Dovevo metterlo di fianco alla parola amore in un post, nel titolo di un romanzo o in una vita, non ricordo. Ricordo invece che tutti quelli che trovavo mi sembravano criticabili. Proprio così: criticabili. Che è un concetto che non mi è mai passato davanti qui, visto che scrivo per divertirmi e che se qualcuno mi dice che non sono capace o che sono bravo io rispondo con lo stesso sorriso. Pensa: uso persino uno pseudonimo per illudermi di poter dire tutto quello che mi pare senza dover rendere conto dei miei avverbi!

Ma ogni aggettivo che trovavo per amore, si legava poco, si abbinava male. Come la cravatta per il matrimonio di una sorella che ami tanto. Sì, non è male, però cercavo qualcosa di più… di meno… insomma che lasciasse capire che quella era propria la parola giusta, al posto giusto, nel momento giusto. Una trovata così potente da mettere quasi in ombra il sostantivo.

E ci ho anche pensato di fare una pazzia. Trovare l’indirizzo di quella casa, di quel soppalco, di quelle scatole. Di cercare un momento in cui nessuno è in casa e entrare, cercando di non rompere niente, se non la fiducia. Una finestra lasciata aperta, una chiave sotto il vaso a destra dello zerbino, qualcosa così. Ma se anche avessi scoperto dove diavolo tieni piegata la scala d’alluminio, poi in quel soppalco non ci avrei fatto niente. Di fronte a tutte quelle scatole di legno piene di aggettivi, non avrei saputo trovarlo.

Sarei tornato giù senza curarmi più tanto di lasciare tutto in ordine. Me ne sarei andato mollando magari la porta socchiusa. Tornandomene deluso come un amore senza aggettivi.

il biglietto vincente

tesoro

Eppure me l’aveva mandato. Lo aveva mandato a me, in anteprima. Forse persino in esclusiva. Ci teneva a un mio parere, ci teneva eccome.
E io volevo leggerlo. Lo volevo davvero. E mi sono trovato con un compito inaspettato e desiderato. Leggere una cosa scritta da chi si fida di me e da chi ascolta il mio giudizio. Ma quel tasto “invia” vicino al mio indirizzo è stato premuto nel giorno sbagliato, nella settimana sbagliata, nel mese sbagliato. Tante cose da fare, nessuna priorità chiara, solo emergenze gestite con sbuffi e ansia.
Ma prima di perderlo in uno spegnimento del PC, ho deciso di stamparlo. E quel compitino veloce, rimandato ma desiderato, si è trasformato in un foglio di carta. Lo metto qui, mi sono detto, e appena ho un minuto lo leggo. Ho letto solo le prime due frasi. Come assaggiare una salsa intanto che si cucina. Una specie di anteprima che non sazia, ma aumenta l’attesa.
Passano le ore e altri fogli, per moto naturale, si depositano su quel racconto da leggere. Poi altri fogli e altri ancora.
Ogni tanto quel foglio riemergeva dalla dozzina di fogli A4 e mi ricordava che era lì. “Fai con comodo, io ti aspetto qui”
Io mi fermavo a riflettere di quel regalo inatteso. Ascoltando quell’imbarazzo sottile che mi provoca il sentirmi sopravvalutato. Una sensazione che è come trovare un gioiello sul marciapiede. Che raccolgo, certo, ma che so che non mi appartiene. Sento l’attrazione magnetica della lusinga di chi mi considera degno di un consiglio, ma al tempo stesso sento la voglia di confessare “No, guarda. Lo leggo ma non voglio che tu ti aspetti troppo dal mio parere”. 
Passano altri giorni, altri ancora. Sento che la mia indolenza la sta deludendo. Ne immagino i pensieri “Ma come? Era un pezzo così breve? Possibile non avere trovato mezz’ora in due settimane? No, davvero…”
Finisce che non ci penso più. Ma poi mi compare davanti, pubblicato in un blog. Lo riconosco dalle prime righe, da quel particolare delle scarpe arancioni.
Lo leggo. È stupendo. È davvero convincente, sorprendente, ben scritto. Cresce, è in equilibrio, non si sogna di dare tutte  le risposte. Lascia delle questioni aperte subito dietro la gabbia toracica di chi legge. Bello.
Comincio a prendere appunti. Voglio scrivere una email intempestiva di commento. Ho voglia di dire cose, di partecipare, di contribuire. Scrivo. Parole che non sono vaghi complimenti. Sono piuttosto suggerimenti seri: per migliorare ancora, se è possibile. Ma poi mi fermo e mi sento come chi butta il biglietto vincente. Mi sento un po’ sciocco.
Tutta questa fortuna, dimenticata, buttata via… E se non fosse l’unica occasione che sto sprecando? E se non fosse l’unica bellezza a cui rinuncio? E se non fosse…
Forse dovrei scriverla davvero quell’email.
Cominciando con “Ciao Amica premurosa, sono contento di averlo letto…”
Poi non so, le parole verranno…

La presentazione del libro

presentazione

Cristiana Ditteri arrivò alla presentazione del proprio libro con una doverosa mezz’ora di anticipo.
Entrando nella sala portava con sé un’elegante borsa di cuoio (troppo piccola per contenere tutto), il cellulare, alcuni fogli di appunti e un libro. Oltre naturalmente al suo libro, quello che sarebbe stato il protagonista della serata.
Si chiese se quelle tante sedie, già perfettamente allineate, non fossero troppe. Se fossero restate vuote, rifletteva, non sarebbe una bella immagine. Al momento solo tre di quei tanti posti erano occupati. Poi guardò l’orologio e si calmò. I presenti erano sconosciuti che probabilmente arrivavano direttamente dal lavoro. O almeno così lasciavano intendere il loro abbigliamento e i loro accessori tecnologici goffi.
Rilesse gli appunti senza concentrarsi. Cercava soprattutto di tenere lontana quell’ansia sottile dovuta all’attesa. Alzò a tratti gli occhi, dispensò sorrisi di benvenuto a chi piano piano andava a sedersi. Ma un pensiero lentamente si fece avanti.

Da qualche tempo, infatti, uno sconosciuto le mandava messaggi. Lettere gentili e discrete, come di una lontana parente, in cui le raccontava cosa gli aveva evocato la lettura di quei racconti. Stralci, pensieri, aneddoti che forse non erano poi così pertinenti.
Ma questa confidenza si era fatta via via delicata. No, non era un fan e tanto meno un molestatore. Era semplicemente una persona che leggeva un libro. E questo aveva colpito molto la sempre professionale scrittrice Ditteri.
Quando poi lui le scrisse che avrebbe fatto il possibile per essere alla presentazione, le scappò un sorriso che illuminò l’umore di quella mattina.
Se ho capito il tipo – pensò Cristiana tra sé – è capacissimo di venire e di non presentarsi neanche. Oppure non venire per niente. Chissà, magari l’ho pensato come un colto lettore e è solo un mitomane in cerca di attenzione.
L’idea di riuscirlo a scorgere tra la gente e riconoscerlo ormai aveva preso il sopravvento allontanando tutte le altre. Ansia compresa.
La sala si riempì quasi del tutto e il responsabile della manifestazione prese la parola col solito lieve liturgico ritardo. Disse qualche frase così piena di superlativi da lasciar trapelare fin troppo bene che il libro non lo aveva neanche sfogliato.
Un attore senza grandi prospettive si era offerto per leggere stralci di qualche racconto breve. Troppo impostato, pause sbagliate, ma Cristiana Ditteri lo accettò con curiosa indulgenza.
Intanto che la lettura proseguiva, Cristiana continuava a guardare il pubblico. Sembravano sguardi di consapevolezza, ma nascondevano una ricerca. Quella ricerca, la ricerca del suo sconosciuto corrispondente.
E se fosse quello? Il signore robusto e sudato… è stato uno dei primi ad arrivare…
Oppure quel ragazzino magro e pallido. Deve essere uno studente fuori sede, ci scommetterei…
E se invece fosse quell’uomo in giacca che non si stacca dal cellulare? Magari lo fa per nascondersi al mio sguardo.
O se fosse addirittura una donna? Magari è così timida che si è nascosta dietro un personaggio. Anche io lo faccio nei miei libri.
O magari…

Un applauso leggero la riportò al suo ruolo e le diede la parola. E Cristiana tornò a essere la scrittrice Ditteri. Seppe cosa dire, come parlare dei suoi racconti lasciando la voglia di leggerli. Alla fine strinse mani, salutò, prese biglietti da visita e tanti complimenti.
Quando ripartì verso casa fu stranamente felice di potersi chiudere in macchina da sola. Solo lei e quel pensiero che le faceva compagnia Chissà se c’era… Chissà che faccia aveva…

 

in mezzo a Zoff-Gentile-Cabrini

zoffgentilecabriniOggi mi è successa una cosa davvero strana.
Sono stato a un workshop molto interessante sulla scrittura. Tenuto da Gallizio (Filippo Pretolani) e Carmine Mangone.  Molto bello perché non era un corso di scrittura creativa. Era una riflessione (coi piedi ben piantati) sulla collocazione della scrittura nel nuovo mondo. Mondo che non è fatto di carta e colla a filo per rilegare. E che non confina più la scrittura in un ambito giornalistico o letterario.
Non è vero che si legge meno. È che oggi si legge ovunque. Soprattutto fuori dai libri.
Mi sono innamorato di questa definizione e ho deciso di adottarla come scusa per la mia pigrizia di lettore.

Ma la cosa più strana che mi è capitata è vedere la sala popolarsi di facce note. Persone che non conoscevo di persona, ma che magari ho tra i contatti su twitter o tra gli amici di facebook. Persone con cui avevo interagito in modo virtuale diventavano persone vere. Una specie di immagine che da sfumata diventa sempre più credibilie fino a diventare reale. Un mio personalissimo zoo di personaggi.

Mi sembrava di avere trovato la tana del coniglio. O il passaggio segreto per entrare nella pagina dei miei eroi dell’album Panini. Ero io e quelle facce, quegli avatar, erano vivi. Io ero in mezzo a loro. Come trovarsi in mezzo a Zoff Gentile Cabrini Scirea… Oppure come essere il quinto scarafaggio che attraversa Abbey Road. Quando diventa del tutto secondario essere calzato o scalzo.
È stato bellissimo, veniva voglia di toccarli, di dir loro “esisti?”.
Ecco per me la scrittura è questo. È incontro è stupore è sorpresa è realtà.

(Oh: ce l’hai Pierino Fanna?)

Guarda che è solo un sogno

cusciniTu non lo sapevi, ma avevamo un appuntamento in quello spazio indefinito tra sonno e veglia.
Proprio in quello stato che inizia il momento in cui ci corichiamo e iniziamo a pensare, a visualizzare delle immagini, a costruire con la nostra fantasia storie immaginarie. Progetti, idee, situazioni. Ne abbiamo ancora il controllo, siamo svegli. Vigili.

Poi piano piano il nostro respiro si fa più lento. Le spalle si rassegnano a non dover portare il peso di una giornata e lasciano andare le braccia, che tanto sono appoggiate. Il nostro corpo cerca una posizione, un nido. E persino i muscoli attorno agli occhi e alla bocca si rilassano.
Piano piano il sonno arriva, ma non ci facciamo caso. I pensieri continuano a fluire, quelli guardiamo.
Non si capisce bene quando è stato, ma abbiamo cominciato a perdere il controllo di quelle sceneggiature. Che adesso vanno da sole e spesso ci sorprendono o ci spaventano. Comandano loro.
Ti ho incontrato lì, in quel nastro larghissimo e indefinibile che separa sonno e veglia.

Ma hai presente? Capisci di cosa sto parlando?
Ti ho vista vestita comoda ma vestita da giorno. Non era un pigiama. I piedi però erano nudi. Anche i miei.
C’era un letto grande e pieno di fogli. Fogli che avevano un senso. E c’erano sparsi quegli aggeggi di cui ci preoccupiamo tutto il giorno. I miei e i tuoi. Le batterie magari erano cariche ma in quel momento non ci servivano. Erano lì solo per darci sicurezza.
E parlavamo, parlavamo, parlavamo. Intanto che l’attenzione faceva la spola tra nuove trovate, coinvolgenti e irresistibili, e le chiacchiere che divagavano e ci portavano lontano. Indietro e avanti nel tempo. Solo che quel futuro blaterato somigliava a un progetto spesso coniugato alla prima persona plurale.

Ecco: poi…
(ma perché ridi? Sembro pazzo, vero… no dai ti racconto solo quella specie di sogno).
Poi, dicevo, è arrivato il sonno. Sia nel sogno sia i me che sognavo.

Ho avuto la sensazione di dormirti vicino. Un sonno, senza ansia, senza zone da esplorare col cuore in gola. Senza niente da raggiungere.
Era bello sentire che c’eri.
Perché non ridi più? È solo un sogno, non ho nessuna colpa, se non quella di avertelo raccontato.

Circolare

circolareDaniela aveva proprio il dono della sintesi. Scriveva in modo preciso, perfetto, appuntito. Proprio perché Daniela interpretava la sua vita in modo preciso, perfetto, appuntito.
Daniela è cresciuta nell’era di internet e dei social network. Così, quando sono nati i blog, le è sembrato naturale piantarne uno. E poi è stata brava a farlo crescere. Senza troppi concimi chimici, ma ricordandosi di dare acqua spesso e una bella luce diretta.
Quando poi si è diffuso twitter, Daniela è entrata e subito quella strana costruzione è diventata casa sua.
Daniela, infatti, non ha mai avuto ripensamenti da rampa delle scale. Quelli che ti fanno venir voglia di tornare indietro a dare le risposte giuste solo quando la discussione è chiusa a doppia mandata. No, Daniela è sempre stata veloce, pronta, reattiva.
E in questo mondo nuovo si è fatta notare velocemente. Rapidità, spirito, forse anche spregiudicatezza. Il tutto servito su un letto di cultura che non si vede ma si intuisce, lì sotto.
I suoi discepoli, che queste nuove religioni chiamano lettori o seguaci o follower, crescevano di giorno in giorno. Questo portava le sue parole a diffondersi sempre più velocemente. E portava la sua fama a crescere. E la sua credibilità a rafforzarsi. Ad avere una visibilità via via maggiore. E ad avere ancora più discepoli. In un efficace meccanismo circolare. Circolare.

Quello che era un gioco da fare nei ritagli di tempo, a un certo punto ha smesso di esserlo. Daniela è presente di giorno, è presente di notte, è presente. Parla di sciocchezze, magari, ma convince.
Qualcuno la nota, le propone di fare cose nuove. In radio, in TV, su riviste di bit e di cellulosa. Daniela partecipa, non si nasconde. Non lo ha mai fatto, neanche nel mondo vecchio.
Questa metamorfosi non ha un momento chiave, ma quella che era una  piacevole perdita di tempo si trasforma in occasioni, offerte, opportunità. Un lavoro. Un lavoro vero. Un lavoro di quelli che non puoi averli sognati, perché prima non esistevano.
Inizia questo lavoro e ci  si butta davvero. Col cuore e col corpo. Con quel tutto o niente che tanti lettori le invidiano. Una lavoro che l’assorbe molto. Viaggi, sere, weekend. I tempi della TV non sono quelli di un ufficio. Piano piano non trova più il tempo per twitter.
L’appagamento per questa nuova vita le regala un’esaltazione che la porta a sorridere di più. A rispondere in modo entusiasta anche ai “Come stai?” più distratti. Un’esaltazione piena e rotonda. Circolare.

Inevitabilmente la frequenza dei suoi interventi nei social network si dirada. Ormai li usa come una rubrica del telefono per salutare qualche amico, magari dal treno. Ma non è come prima. Il blog, e chi ha tempo per il blog?
Il lavoro così intenso la porta ad avere un eccesso di acido lattico esistenziale. Deve un po’ rallentare, lo sente. Si prende un po’ di tempo, qualche pausa.
Ma chi l’ha conosciuta nella fase di massima accelerazione nota questo rallentamento. I nuovi lavori vengono affidati ad altri. Non c’è calcolo, solo istinto. Le occasioni si presentano meno, tanto che Daniela cerca di capire, di razionalizzare almeno.
“Dopo questa pausa” – di dice – “ripartirò da dove mi sono fermata. Un passo indietro e due avanti”.
Riprende il blog in mano. Scrive cose belle ma sono pochi i lettori di un tempo. “Ma come, non è passato nemmeno un anno dall’ultimo post?”
Riprende twitter, i social network. Dice cose per lo più ignorate. I commenti che riceve le sembrano una risposta meccanica, di rito. Non sopporta più questo modo di comunicare. E si vede. È presente, ma il suo animo è diverso. E questo la porta ad un distacco progressivo, che lei stessa alimenta senza accorgersene. Una spirale di cui lei alimenta la spinta centripeta. Circolare.

Ormai non cerca gli amici e aprire il PC è una pena.
Non capisce dove, non capisce quando. Guarda quella bottiglia di whisky che è restata sul mobile della cucina. È lì da quando le feste finivano così. E lei ne era la regina.
Si versa un bicchiere, poi un altro. Cerca di piangere e non ci riesce.
Vuole ricominciare, vuole uscire da questa spirale. Cerca un brivido, uno spunto, un appiglio. Una scossa. Vuole.
Esce dalla porta finestra che dà sul terrazzo. Appoggia il bicchiere e si sporge. Cerca nelle vertigini, forse, quella scarica di adrenalina per ripartire. La volontà o l’alcol spostano il suo baricentro in modo pericoloso.
Quaranta minuti più tardi, sotto casa sua un lenzuolo esce dal bagagliaio di una pattuglia dei carabinieri per coprire quello spettacolo.
“Non c’è niente da vedere. Circolare!”
Circolare.

L’amore. In comode porzioni monodose precotte.

amoreCi sono volte che mi impegno, che dico quello che mi viene da dentro. Che scavo, che fatico, che rumino parole. Le ripenso correndo, le limo guidando nel traffico. Poi quando le scrivo hanno già le loro schiene dritte.
Altre volte che vorrei scrivere così, da cialtrone. Come se parlassi a un amico dopo una birra doppio malto. Di quelle birre che fuori hanno le goccioline di condensa che ti perdi a seguire con gli occhi e a volte col dito. Senza perdere il filo. Senza dare più troppa importanza all’essere seri, all’essere ligi. E i discorsi che nascono sono puri come quelle goccioline. E non importa se poi fanno la stessa fine, cadendo su tavolini di plastica bianca.
Sarà il doppio malto, sarà la sintonia delle chiacchiere, ma a volte vengono fuori discorsi come questo fatto non ricordo bene dove.

Si parlava di quanto è importante dare un aiuto a un amico. No, non parlo di traslochi. Non parlo di prestiti. Parlo piuttosto della parola giusta. Quella che ingrana la retromarcia di un dolore per reimpostarti il giusto sorriso. Quella che ti fa sentire meno irrimediabilmente solo di quanto iniziavi a volerti buttar giù. E di quanto sia frustrante la sensazione di non esserci. Di non essere lì al tempo giusto, quando le persona a cui vogliamo bene ne hanno più bisogno. Ed è davvero dura se non hai la sensazione che il tuo destino sta a cuore a qualcuno.

Servirebbero, cominciavamo a ipotizzare, delle porzioni monodose di amore. Niente di impegnativo. Un amore precotto in blister. Un insieme di frasi patetiche e costruite bene. Un’adorazione premasticata pronta all’uso. Anche senz’acqua. Un qualcosa senza conservanti, né coloranti e con pochi edulcoranti sintetici.
Una frase sguaiatamente estrema “Ti voglio tanto tanto bene” da lasciare lì, a disinfettare qualsiasi fiorire di muffe depressive.
Un “Ti amo sempre, ti amo da sempre”. Così, senza chiedere il resto.
Oppure un “Mi manchi, sai?” da mettere in un libro, per raccoglierlo quando ci cade per errore sui piedi.
O con una imprevedibile energia “Il passato non mi interessa, ci sei tu”. Spietatamente, senza respiro.
Ma, ascoltami bene: non una sequenza di esche messe in fila verso una trappola. Piuttosto briciole lasciate sulla neve del davanzale. Senza stare a guardare se viene qualcuno a beccarle.
“Ero al telefono, mi ami ancora, vero?” Uno stupore regalato, incartato da sorriso per passare la dogana.
O una sequenza di parole ad argano, per risollevare dai fossi più scivolosi “Non ti posso amare in confort zone. Non ti posso adorare in linea di massima. Non ti posso anelare a targhe alterne. Giochiamoci un assoluto e fanculo se poi cadiamo sulle clausole scritte in piccolo”.
E ancora “Nessun amore di grana grossa per noi” oppure “Tu lo sai che non posso non amarti nemmeno se non vuoi”.
Per poi alzarsi dal tavolino, riportare le bottiglie al bancone della vita e pensare che sì: l’idea scema dell’amore precotto non è mica così male.

E ridere.  E comunque sentirsi meglio. Vedi che funziona?

Il bello in ogni cosa

Daniele non ha mai detto di essere un poeta. In fondo gli basta che siano gli altri a dirlo. Mentre lui, come il bello di ogni cosada copione, si schernisce.
Daniele è ascoltato. Ha un talento speciale per trovare le parole giuste, per trovare il bello in ogni cosa. Non inventa niente, copia dalla realtà.
L’altro giorno ha visto una ragazza con gli occhi lucidi che dava il biglietto al controllore e subito ha immaginato una storia. Guardando quella scena con gli occhi del controllore, le lacrime diventano oceano. Un oceano che divide irrimediabilmente due continenti. Ma anche un oceano che può essere navigato, può essere unione. Daniele è fatto così.
Daniele conosce questo suo talento e lo usa. Racconta, sceglie parole, le concima la fa crescere. Le sa fare attecchire ovunque. Daniele è bravo.
Ma non si atteggia, no. Daniele è questo, Daniele è proprio così. Persino con le persone lui riesce a tirare fuori il bello. Forse è anche per questo che è tanto popolare, che gli è così facile essere accettato.
Sa trovare l’estasi di una situazione, trovare il lato romantico di una casa umida chiusa da mesi, sa spiegare perché la tua situazione, che credevi tragica, in fondo non lo è così tanto. Sa vedere il rumore delle onde in una spiaggia, sa ascoltare l’odore di un settembre in un posto qualsiasi.
Daniele ha tante donne. Sa come prenderle. Non le imbroglia, no. Perché lui è così. Lo dice dall’inizio che vuole solo il bello, che non vuole schemi, non vuole responsabilità. Quindi quando poi il bello non c’è più era nei patti fin dall’inizio che Daniele sarebbe partito. Daniele prende, Daniele lascia, Daniele affascina.
Daniele un giorno troverà qualcuno che gli spiegherà, magari con parole goffe e ripetitive, che in fondo lui è solo un ipocrita. Uno che si fa il suo comodo protetto da uno schermo di maledetta eleganza.
Ma tanto Daniele non le sentirà neanche quelle critiche. Preso come sempre a criticare la scorrevolezza o la pertinenza delle parole.