tempo

Se solo avessi tempo

tempo che fugge

“Mi ci vorrebbero giornate di ottantaquattro ore!” ripeteva Silvano. Io non capivo perché proprio di ottantaquattro. Nella mia logica di fogli piegati a metà per raddoppiare le pagine, mi aspettavo più un quarantotto o un numero così. Ma ottantaquattro proprio non me lo spiegavo.
Intanto che mi perdevo in questi ragionamenti permeati da una logica solo esteriore, ho visto Silvano fermarsi qualche passo indietro sul marciapiede della nostra passeggiata. Parlava con un uomo particolare. La stranezza stava in una specie di sopracciglio appuntito verso l’esterno, come se fossero disegnate. E il colorito? Una abbronzatura luminosa omogenea che sembrava finta, ma senza che riuscissi a capire il perché.
“È fatta. Se quel pazzo ha ragione, ho trovato la soluzione” – Ha accennato Silvano, dopo avermi raggiunto in pochi saltelli scoordinati. Silvano poi mi ha spiegato che quello sconosciuto aveva captato un frammento del nostro discorso, sul tempo
che non basta mai. E gli aveva fatto una proposta.
“A me il tempo avanza, prendi un po’ di ore mie, ma fattele bastare”.
Silvano, appassionato di paradossi, aveva accettato senza pensarci troppo. “Va bene, mi prendo le tue, ma cosa vuoi in cambio?”
“Io? Niente! Solo la soddisfazione di esaudire un desiderio”
Un sorriso veloce è rimbalzato contro il suo opposto e si sono allontanati.

Qualche giorno dopo Silvano mi ha chiamato in piena notte. Dopo aver pronunciato frasi che (sarà stata l’ora) mi sono sembrate incomprensibili, alla fine è giunto al dunque: “Me l’ha data veramente quell’ora in più. Me l’ha data veramente”
“Sì sì va bene. Ma se non ti dispiace sono le due di notte. Ti chiamo domani, in mattinata”
Il mattino dopo, naturalmente, mi sono dimenticato di chiamarlo. Anche perché se avessi avuto in mente quella chiamata notturna, lo avrei chiamato solo per insultarlo e per dargli del pazzo.
Questa storia mi è tornata in mente solo dopo, quando mi hanno chiesto di lui. Sì perché Silvano per qualche tempo è sparito. Lo hanno cercato ovunque. Ospedali, stazioni, aeroporti, persino obitori. Ma niente.

Quando finalmente lo trovarono non sembrava più lo stesso. Parlava poco volentieri del tempo della sua assenza e aveva uno sguardo triste e sofferente. Un giorno, fattosi coraggio con un maraschino ad un orario decisamente sbagliato, iniziò.

“Poi non ho mai capito chi fosse veramente quell’uomo. Fatto sta che quella promessa di regalarmi le sue ore, non so come, ma l’ha mantenuta. Le mie giornate passarono subito da ventiquattro a venticinque ore. Non ti voglio raccontare come ho vissuto male i primi giorni. Un terrore come se vedessi un asteroide cadermi addosso a ogni minuto dell’orologio oltre i canonici 1440. Ero paralizzato a riflettere sul tempo, su cosa stesse succedendo, su come si fosse modificato tutto quello che ho sempre dato per scontato.
Poi per contro sono riuscito a incanalare questo prodigio verso una prospettiva nuova. Ho sempre sperato di avere più tempo. Finalmente ce l’ho. Vediamo di sfruttarlo meglio. E mi sono messo a lavorare con più impegno, vedere amici, partecipare a quegli appuntamenti che avevo sempre evitato per mancanza di incastri. Ma più facevo, più il tempo mi mancava.
Allora ho pregato, implorato, sperato, bestemmiato. Volevo ancora più tempo, un’ora in più. E l’ho anche avuta, sai? Ma niente.  Più avevo posto, più lo riempivo. E la mia frustrazione cresceva invece che calare.
Io sempre a chiedere, sempre a ottenere, per poi ritrovarmi sempre daccapo. Con la stessa ansia di avere più tempo. Avere ancora più tempo.
Non dovrei dirtelo, ma ho desiderato persino farla finita. Mi sembrava di impazzire. Mi ha salvato, forse, l’avere rinunciato. Arrivare ad ammettere con me stesso che non è una questione di tempo. È tutto nel fare i conti con la propria imperfezione e accettarla. Solo allora sono tornato.
Adesso spreco il mio tempo, come prima. A volte sono allegro e a volta infelice, come prima. Faccio qualche cosa, ne rimando altre. Ma sono tornato ad abitare nelle mie giornate di ventiquattro ore.” Qui poi ha accennato un sorriso. Il mio, di risposta era molto meno sincero.

Andandomene pensavo che mi è dispiaciuto vederlo così. Esaurimento nervoso, dicono. Io invece mi sforzo inutilmente di credere alla sua storia. E mi ripeto che mi è dispiaciuto vederlo così. Penso le solite cose “Vorrei fare qualcosa, vorrei essere presente, vorrei trovare il modo di aiutarlo… Sì, ma il tempo dove lo trovo?”

Annunci

La macchia bianca

macchiabianca

Gli scatoloni sono pronti nel salone. Non hanno dovuto discutere molto Alessandro e Federica. In questi mesi in cui avevano deciso che è finita hanno imparato anche a puntarsi i silenzi reciprocamente contro. È una separazione educata, non una di quelle con piatti rotti e bicchieri lanciati contro il muro. È la presa di coscienza che non è andata. E questo è un bene, forse.
Alessandro guarda l’orologio e pensa che Marco è in ritardo, come al solito. Deve arrivare con il furgone preso in prestito al lavoro per spostare gli scatoloni che contengono mezza casa.
C’è il divano libero ma lui è seduto su uno di questi scatoloni. Ha preso uno dei libri che spuntava da un altro scatolone e lo sta sfogliando. Come se riuscisse a leggerlo, come se riuscisse davvero a pensare ad altro.
Federica è in camera che trova nervosamente qualcosa da fare pur di non guardarlo. In fondo non è stato difficile dividersi i libri, i soprammobili, i quadri. Due personalità adulte con gusti adulti. Forse è per questo che poi non è andata. Certo, ci sarebbe anche quella storia dei messaggi sul cellulare, messaggi che non potevano essere equivocati. Messaggi che hanno messo davanti un’evidenza: la necessità di decretare che l’emulsione delle loro vite non è mai diventata davvero una miscela.
Alessandro guarda la macchia bianca sul muro dove c’era un quadro. Non ha passatempi migliori in questi minuti dilatati. E Marco è sempre più in ritardo, con quel maledetto furgone.
Pensa a quel bianco, protetto dalla sagoma del quadro. Quel bianco che, tolto il quadro, risplende nel soggiorno. Il colore è lo stesso di un tempo, di quando hanno tinteggiato insieme. Tanto risparmiamo, tanto è bianco. È restato dello stesso candore di quando erano una coppia e non due individui. La parete intorno alla macchia è diventata leggermente più scura. Colpa del tempo e della luce. Forse è più brutta, forse è solo più sincera: si è confrontata con quello che è successo fuori. Non è restata nascosta, rintanata, protetta, così artificialmente bianca.
Pensa a quei centimetri quadrati di parete che una volta erano uguali e, giorno dopo giorno, sono diventati così diversi, così distinti. E anche a guardare indietro è impossibile trovare un evento, una circostanza, una datazione scientifica.
Forse quella parete quasi bianca e quella macchia bianca somigliano a Ale e Fede.
Il citofono suona: è Marco. Era ora!

Perso

ho perso con la maglia numero dieci

ho perso con la maglia numero dieci

Mi viene da pensare, in giorni così umidi, alle cose che ho perso. Alle volte che ho perso.
Ho perso le tue lettere, chissà in quale trasloco.
Ho perso tanto tempo, davanti a un televisore da cui non mi aspettavo niente.
Ho perso ore preziose a riempire righe orizzontali di semplici figure che scendevano e roteavano a scatti.
Ho perso un aereo per San Diego, perché non avevo l’ologramma sul passaporto aggiornato all’ultimo livello di paura.
Ho perso l’occasione di salutare vicini di casa a cui avevo poco da dire. E oggi neanche quel poco.
Ho perso di vista le montagne e l’abitudine di camminare in silenzio, nei giorni in cui riaprono i rifugi.
Ho perso tempo a scrivere cose che nessuno legge, fino a quando fuori è buio.
Ho perso tempo a raccontare a Luca e a tanti altri che non perdo tempo su internet. Ma né io né lui ci credevamo.
Ho perso la prontezza delle note. Non escono più dalle dita. La voce si fa incerta per il silenzio prolungato.
Ho perso il campionato con il Cosmos, quando avevo nove anni e il numero dieci, senza averne il talento.
Mi accorgo che ho perso. Ho perso tante volte. Ma non mi arrendo. Non ancora.

Si rompono

si rompono le ruote delle macchinineSi rompono le ruote delle macchinine. E un figlio viene a chiederti “Papà è la mia preferita, me la aggiusti?”. E allora cerchi di spiegargli che non è una tragedia. Che tutto si rompe, che ne ha tante altre. Che non tutto si riesce ad aggiustare, a volte proprio non si riesce.

Si rompono le tazze. Anche le tazze preferite. Quelle che una sorella con cui litigavi sempre, ti ha portato da un mese di lavoro in Irlanda. E non l’aspettavi. E adesso vale più di tutti i servizi da tè del mondo. E quando si rompono queste cose, non c’è colla o mastice che tenga.

Si rompono le amicizie. Magari per una frase detta con leggerezza e che alla fine non riesci più a recuperare. Ma è solo perché una crepa c’era. Solo che era meno evidente di quella di una tazza. Una crepa fatta di due vite che sono state vicine e che sono cresciute in direzioni diverse. E per fortuna non ci proviamo neanche con la colla, lo sappiamo che sarebbe un errore. Lo abbiamo imparato dalle tazze.

Si rompono gli elettrodomestici fuori garanzia. Magari appena fuori. Comunque sempre prima di quando avevamo pensato di cambiarli. E viene una rabbia impotente, quando ti dicono che l’uscita di quello che dovrebbe venire a vedere il guasto ti costa quasi come comprarlo nuovo. E allora sei costretto a buttare, ricomprare. Nessun riciclo, nessun uso virtuoso. Costretto a ricomprare.

Si rompono le lastre di ghiaccio, sotto gli stivali della nostra infanzia. Quando su pozzanghere ghiacciate ci sognavamo pattinatori. E capisci di essere solo un rompighiaccio infreddolito e goffo.

Si rompono i nostri piani per il futuro. Quello che scrivevamo da piccoli. Quello dove dovevamo fare gli astronauti, i pompieri, calciatori, o salvare il mondo. E ci ritroviamo a indossare cravatte, invece che caschi spaziali.

Si rompono le ruote delle macchinine. E cominci a capire che forse sì: se sai usare gli occhi giusti, può essere una tragedia.

A tempo perso

tempo, gestione del tempo, scadenze, stress, schedule, to do, metodo di gestione del tempoNormalmente non sono ansioso. Normalmente ho imparato a guardare in faccia lo stress. Evito di chiamarlo col suo nome. Piuttosto gli sorrido e lui se ne va, deluso di non essere riuscito a rovinarmi la giornata.
Ma ci sono giorni in cui mi sembra di non riuscire a vedere la fine di quello che sto facendo. Mi sembra di essere sempre in ritardo. Sento che non riuscirò a rispettare le scadenze, i tempi, gli appuntamenti.
E come reazione mi comporto in modo irrazionale.
Per esempio se ho un libro da studiare o un lavoro da finire cerco di stimare quanto mi manca per finirlo. Conto le pagine, stimo la fine dei lavoro. Ma facendo così perdo ancora più tempo e non procedo di un passo.
Ma oggi ho trovato un nuovo modo di perdere tempo: scrivere questo post sul tempo perso.
A tempo perso.

Invece la minestra

minestrone, minestrina, ricetta lasciare raffreddareGli italiani mangiano la pasta. Sì, sì, poi c’è anche il mandolino, il sole, il mare e tutte quelle robe lì.
Ma è già sulla pasta che io indosso un Gaber d’annata e mi dissocio per troppo amore. Non che non mi piaccia la pasta, ma io ho sempre preferito la minestra. In qualsiasi forma. Minestrina, minestrone.

Quando tornavo dagli allenamenti la gioia più grande era trovare due piatti fondi, quello sopra ribaltato  a simulare un coperchio. Sapevo che sotto c’era  minestrina. Meglio: la minestrina raffreddata. Io  adoravo mangiarla a temperatura ambiente. E dovevo darmi da fare perché mia mamma non si industriasse a riscaldarla. “Ma è fredda: mica la potrai mangiare così!” Le farfalline o i risini o i ditalini o la gramigna, a stare lì si espandevano oltre il loro destino culinario. Fino ad assorbire il brodo. Ed è un gusto che anche oggi ricordo come qualcosa di sublime.

Anni più tardi, tornando a casa tardi, ho imparato a farmi una strana minestra. Brodo granulare (ehi: mica ho detto di essere uno chef!) olio di oliva, uno spicchio d’aglio e pastina. Poi da cotta ancora un po’ d’olio, parmigiano di Villa Poma e un po’ di pazienza (ché erano più le volte che il cucchiaio dell’assaggio mi spellava il palato). Questa ricetta non mi ha mai fatto vincere premi di cucina, ma mi ha instradato verso l’umorismo, visti i dibattiti che ne nascevano con gli amici.

Ultimo amore nel piatto fondo è il minestrone. Ah, ma il minestrone va fatto con calma. Più verdure ci sono meglio è. Bisogna pulirle e farle a cubetti considerando la loro consistenza. Più sono dure, più i cubetti vanno fatti piccoli. Non esagerare con nessun ingrediente. Qualcuno ci mette anche un cucchiaio di farina, per rendere più cremoso. Apprezzo lo scopo, ma io ci voglio mettere tempo. Il minestrone deve raffreddarsi e l’acqua deve avere il tempo di chiedere agli ortaggi un po’ del loro profumo. Il minestrone è bello, è un’altra cosa.

Ma la vita a volte ti pone davanti degli ostacoli che non immaginavi. Arrivano i figli e arrivano le nonne accondiscendenti. “L’ho passato così lo mangiano anche loro”. “Come? Hai frullato il mio minestrone?!?”

Varicella spazio temporale.

Luca mi chiede di accarezzargli la schiena.

Forse la parola giusta, quella che vorrebbe dire è “grattare”. Ma grattare non si può, che poi magari resta il segno. Poverino: è proprio pieno.  Ma è fin troppo bravo. Non si lamenta. Quei due occhi verdi da furbino. Quella sua bella faccia, adesso non è bella come una settimana fa. Piena di pustole e di puntini rossi. Ridicolmente imbiancate di ditate di un medicamento che gli  mettiamo su ogni singolo puntino. E lo fa assomigliare a un guerriero masai, però malato. Io la guardo con diffidenza perché quando avevo la varicella io, usavamo il talco mentolato. Ma funziona, quella robaccia, e lo fa stare meglio. E la uso.

Appena smetto, Luca me lo richiede, di accarezzargli la schiena.

Vorrei dirgli che ci vuole tempo e ci vuole pazienza. Lui non parla e in quel silenzio me lo immagino con il triplo o il quadruplo dei suoi cinque anni. Quando magari una ragazza gli spezzerà il cuore e io, ancora una volta, non avrei nessun rimedio efficace. Solo tempo e pazienza. Tempo e pazienza. Ma niente di davvero efficace.

Ma sono sicuro che allora non me lo chiederà, di accarezzargli la schiena. Perché a vent’anni un padre è un nemico o, al minimo, un estraneo. E sono sicuro che allora pagherei perché me lo chiedesse. Magari rimpiangendola persino, questa varicella.

Pensando come un idiota ai suoi cinque anni e a queste carezze.