solidarietà

La borsa con scritto saldi.

pastocaldo

Il pomeriggio di domenica avevo un appuntamento con un’amica che non vedevo da tempo e a cui volevo chiedere qualche consiglio su come proporre un libro bellissimo che sto cercando di fare conoscere.
Ma c’era troppo freddo per andare in scooter, allora ho preso la metropolitana studiando prima il percorso più veloce. L’altoparlante della metropolitana, a un certo punto,  ha annunciato rallentamenti su una parte della tratta per guasti non meglio precisati. Non capisco come un guasto possa rallentare (e non bloccare) un treno sotterraneo. Ma cambio percorso e scendo alla fermata Repubblica. Noto, con un po’ di fastidio, che quasi tutti hanno le loro belle borse di carta con scritto saldi o con il logo di un negozio. Il mio senso di superiorità svanisce velocemente quando realizzo che la mattina stesso avevo anche io le mie belle borse di carta con dentro scarpe e pantaloni di cui da troppo tempo rimandavo l’acquisto.
Ma con l’imprevisto dei guasto alla linea esco pensando che devo cercare il percorso a piedi. Più o meno so la direzione ma devo trovare la strada esatta.

Una ragazza si muove leggera qualche metro davanti a me sulle scale che portano fuori dalla metropolitana, nella piazza rotonda Anche lei ha la sua borsa di carta. Esce all’aria aperta e d’improvviso cambia direzione. Va verso il portico, dove ci sono due grumi di coperte che non si capisce bene se siano portate dal vento gelato o ci sia dentro qualcuno.
La ragazza si avvicina e dice qualcosa. La coperta si apre e si trasforma in un uomo con barba e capelli sporchi. Lei tira fuori con cura qualcosa di caldo dalla borsa. Incartato con precisione, presentato con calma e (c’è da scommettere) preparato con la stessa cura.
Senza accorgermene rallento nel guardare questa scena. Lei non si limita a lasciare il cibo di fianco e andarsene frettolosamente, come probabilmente avrei fatto io. Glielo presenta, parla con lui, lo tratta da essere umano. Una ragazzina che non avrà avuto neanche venti anni.

Io che ho una certa antipatia per la superficialità della maggior parte dei teenager che incontro me ne vado riflettendo sui miei limiti. L’avevo catalogata immediatamente come l’ennesima appassionata di shopping compulsivo. Invece mi ha insegnato qualcosa. Mi viene voglia di copiarla, di fare lo stesso. O meglio ancora: di portare Chiara a fare la stessa esperienza (proprio Chiara che nel weekend ha voluto testare fino al limite la pazienza di entrambi i genitori).
Trovo la mia strada copiandola da quella disegnata sul display dello smartphone e mi accorgo che, invece della borsa di carta con scritto saldi ho anche io un bagaglio nuovo: mi è restato addosso un sorriso di cui non mi vergogno. U nsorriso pieno di voglia di fare cose belle.

Una misera questione di soldi

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Io penso che mia moglie mi abbia mentito. Per una piccola antipatica questione di soldi. Non ne ho la certezza, ma più passa il tempo più mi convinco di avere ragione. Brutto sintomo, questo.

Lei insegna in una scuola elementare. Un quartiere dove ci sono case di un certo pregio; qualche isolato di palazzine nuove e costose abitate da giovani famiglie con più ambizioni che metri quadri; e infine c’è qualche situazione di disagio.
Una di queste è un vecchio residence trasformato dal comune in case popolari. A dire il vero poi è stato occupato abusivamente in barba a ogni graduatoria e adesso è una specie di bronx al centro di pleasant ville.

La scuola impone agli studenti una assicurazione obbligatoria. Coperture ridicole, ma il premio è basso: solo 5 euro l’anno per ogni bambino. E chi non è assicurato non può andare in gita e fare nessuna delle attività extrascolastiche.
Francesca mi spiega la storia e mi dice che (a metà anno scolastico) tre bambini del residence hanno portato i soldi per non essere esclusi dalla gita.  Ma la segreteria, baluardo borbonico di rigidità, non accetta soldi in contanti. Bisogna fare un bollettino postale o un bonifico sul conto (postale, certo) della scuola. Si è prestata per fare il bonifico e colmare lei la mancanza di elasticità della scuola. Solo che ha il PC nuovo e non ha ancora ripristinato password e programmi. Faccio qualche domanda, mi faccio scrivere la causale su un post-it e poi faccio io.

Intanto che lo faccio via via mi convinco che quei 15 euro ce li ha messi lei. Poi deve aver pensato che,  visto che io sono un grandissimo rompiballe che brontola le sue ineccepibili ragioni, era più semplice inventarsi una piccola scusa.

Per non sentire i miei “le tasse le devono pagare tutti” e “magari c’hanno anche l’iphone” o anche “facile fare così: se ne sbattono poi qualcuno ci pensa“.
Lei è andata a letto e io ho fatto il bonifico. E un po’ mi sento cretino per tutti i miei borbottii che questa volta (per una volta!) non le ho fatto sentire.

Non so se i soldi li ha messi lei, penso che tutto sommato non sia importante.
Penso che sono davvero fortunato e che devo ricordarmi di portarle un mazzo di fiori, uno di questi giorni.

La qualità del processo

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Le prime volte che sono entrato nella camera sterile, Alba era già lì.
Il capo degli ingegneri ci catechizzava con zelo. La multinazionale ha protocolli molto precisi per quanto riguarda la contaminazione dei componenti da assemblare. Non deve entrare un granello di polvere. Servono mascherine, sovrascarpe, camici, cuffie. I vostri umori non devono entrare in contatto col prodotto. Ne va della qualità del processo!

Alba scherza tanto. Quando c’è lei di turno, al lavoro, tutti sono contenti di esserci. Prende dall’armadietto quello che le serve, le solite cose, sempre quelle. Ciabatte di gomma, camice, cuffia, strafottenza chiassosa. Il cuore no, quello lo porta da casa, fregandosene dei regolamenti e della camera sterile. Quegli occhialetti senza troppa montatura in fondo le somigliano pure: fanno vedere il suo viso dietro uno schermo, ma è uno schermo piccolo, che fa finta di non esserci. Perché Alba ha un talento speciale nell’abitare la camera sterile. Lei sa come lasciare fuori ogni granello di polvere.
Non è arrivata molto prima di me, ma per me e per gli altri è sempre stata una guida. Non solo sul modo di comportarsi nella stanza di decontaminazione. Non solo sul modo di comandare le macchine e gestire i capi. Sì perché Alba ha sempre avuto una parola giusta per tutti.
Sì, giusta. Non una parola buona, o una parola cattiva o una parola brillante. Proprio una parola giusta.
Ricordo ancora quando mi ha aspettato sulla porta dello spogliatoio maschile, un piede dentro e un piede fuori a dire “muoviti, sei più lungo di una donna che si sente brutta”. Vedeva che c’era qualcosa che non andava e mi ha preso sotto braccio. Un po’ confidente un po’ sergente, e mi ha detto come la vedeva lei. Non ricordo quanto fossero centrate le sue parole. Ricordo che mi è stato vitale vedere che in quell’ambiente non ero il numero riportato sul badge.

Adesso la vedo io. Vedo una tristezza dentro di lei. Profonda come la voce dopo certe nottate sbagliate. Non ho argomenti, non ho elementi. Solo un antica gratitudine, solo una percezione di profonda tristezza.
L’aspetto alla fine del turno. L’aspetto fuori dal suo spogliatoio, seduto. Tutti e due i piedi fuori, certo, perché io non sono mica come lei.
La prendo per braccio e le dico “andiamo a parlare, andiamo via da qui”.

La multinazionale ha protocolli molto precisi per quanto riguarda la contaminazione dei componenti da assemblare. La multinazionale non ammette che gli umori contaminino i processi.