bambini

E li guardi partire

eintantopartono

Ah ma non è sempre stato così! I primi tempi questi figli sembra che non crescano mai, che non diventino grandi abbastanza in fretta. Tu vorresti parlare con loro di quel film, fargli ascoltare quella canzone che appena finita riascolti e riascolti e riascolti. O giocarci a pallone o accompagnare in bici. Ma questi figli non hanno fretta e ancora passano le giornate a mangiare, dormire, piangere e riempire pannolini.

Sembra che il tempo che serve per vederli grandi sia infinito. E che ti dovrai accontentare a giocare a pallone contro il muretto ancora per decenni e a tenere lo stupore che ti danno quelle canzoni da riascoltare tutto per te.

Poi ad un certo punto, a guardare indietro non so bene tanto, iniziano a crescere con una velocità assurda. Imparano a parlare a litigare a sbagliare.

E ti rendi conto che il tuo ruolo di genitore non è come lo vivevi prima. Noi sei tu a dovergli dare tutto, devi lasciare che ci mettano del loro. Non sei tu a costruire per loro una vita davanti, ma devi assecondare e correggere la vita che si stanno costruendo.

Ma la cosa più difficile è quando li guardi partire. Li guardi partire alla gita del nido, che così piccoli dove vuoi che vadano. Ma vanno eccome, in file fiere e impaurite. Ma vanno.

Li guardi partire quando vanno a dormire dai nonni. Che non sarà il giro del mondo ma è sempre dormire fuori.

Li guardi partire quando vanno fuori la domenica con gli scout, non importa se estate o inverno, se c’è il sole o piove. Loro vanno. E tornano così sporchi, stanchi e contenti che vorresti che ti raccontassero di più. Ma devi abituarti a un “Bene” come risposta.

Li guardi partire quando per escono per una settimana, zaino in spalla e tante cose da fare.

Li guarderemo partire per un lavoro stagionale in riviera, per prendere un po’ di soldi che ti verrebbe da dire “Ma te li do io” pur di tenerli vicini, ma sai che non sarebbe lo stesso.

Li guarderemo partire per studiare in un’altra  città, per incontrare un amore acerbo, per lavorare, per seguire la vita.

E non è detto che noi genitori, noi adulti per definizione, sapremo ogni volta essere all’altezza di queste partenze. Non è detto che sapremo trovare sempre il mix giusto tra aiutarli e metterli in grado di essere autonomi. Ma fare i genitori è un mestiere strano e piano piani, magari, impareremo anche a farlo bene.

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Quella luce fuori dalla scuola

luce mattutina

Nella massa artificiosamente sorridente dei genitori che aspettano la quotidiana apertura della scuola ci sono anche loro.

Lui in giacca e cravatta, uno scooterone di chi deve saperla lunga e i capelli più in ordine di quanto il casco appoggiato sul sellino potrebbe far supporre. Parla con calma con suo figlio e si vede che il figlio è abituato a quella serenità.

Lei porta con eleganza un paio di pantaloni con una pieghina che sulla maggior parte delle altre donne starebbe malissimo. Ha lineamenti delicati e un naso sottile. Due occhi scuri e dritti come un orizzonte. Ha il cellulare in mano, assieme alle chiavi della sua utilitaria di moda, ma non lo guarda. Non lo guarda mai quando parla con suo figlio. Mai: neanche quando arriva una notifica. Ha persino scelto il livello più basso di vibrazione e nessun tono. E questo dice molto di lei.

C’è una luce strana stamattina e qualcosa succede. Un raggio che nessuno ha calcolato colpisce lui e i fotoni che rimbalzano arrivano agli occhi di lei. Lo aveva visto anche nelle settimane precedenti, certo. Ma mai guardato. Ma quel raggio quasi parallelo all’asfalto del parcheggio e quest’aria che ricorda un altrove evocativo le suggeriscono un ricordo. “Eppure io l’ho già visto” comincia a pensare distogliendo gli occhi, ma continuando a guardarlo a mente.
Anche lui la nota: come avrebbe potuto non accorgersi di quello sguardo appuntito. Un attimo di disagio, passando in rassegna il comportamento degli ultimi minuti, il parcheggio del ciclomotore, i contributi volontari pagati. Poi, escludendo ogni possibile colpa, il disagio prende la forma di una lusinga. “Chissà perché mi guarda.” E senza accorgersene si mette in posa.

Le rivolge un’occhiata, fingendo di incrociarla solo allora e la saluta accennando un sorriso.
Lei risponde con lo stesso gesto speculare, intanto che il tarlo lavora dentro “Ma sì, ne sono sicura. Al lavoro? Un vecchio compagno delle medie. In coda dal pediatra? Dove l’ho conosciuto?” Ma niente. File not found.
Presa da questi pensieri non si accorge che lui si è girato e le sta rivolgendo la parola.
“Certo che non aprono neanche un minuto prima della campanella!”
“Come?”
“I bidelli, dico. Aspettano la campanella per aprire. Neanche un secondo prima”. Si rende conto della stupidità della frase. Quasi vorrebbe non averla detta. Ma lei, che ha un ottimo pretesto, dopo che lui ha rotto il ghiaccio, riprende: “Chissà che consegne hanno. Protocolli, responsablità, circolari…” . E subito riflette “Che scema sono. Davvero ho detto consegne? Ma che razza di parole…
Ma lui sorride, rassicurato dal salvataggio inaspettato. Adesso anche lui è sicuro di averla vista e cerca di capire dove. Certo che è proprio bella lei. Già a quest’ora ha un qualcosa che…

“Ma noi non ci siamo già visti?” Taglia corto lei.
“Sì mi sembra di sì…” risponde lui perplesso
“Forse al nido la pentola d’oro…” azzarda lei.
“No, non lo conosco. Ma forse ci siamo visti a una riunione di condominio”

Lei cerca di scorrere l’elenco dei condomini delle ultime case che ha abitato, ma non gli sembra che somigli a nessuno dei vicini. Poi d’improvviso una traccia. Lui era il nuovo amministratore che prendeva il posto di Pillozzi. E lei aveva la delega dei suoi genitori che avevano contestato fermamente il passaggio al riscaldamento centralizzato. Per ripicca avevano smesso di pagare i lavori. Quell’assemblea aveva preso una pessima piega e l’amministratore aveva prospettato azioni legali. Lei allora aveva risposto offesissima, come se le si desse della pezzente. Lo aveva odiato. E quanto. Da quella volta non si era mai più fatta incastrare da una riunione di condominio. Quanto lo aveva odiato! Quanto!

E adesso sente il divario assurdo tra questa suggestione mattutina e quell’odio passato. Si vergogna di essere lì e di tutto, anche dei pensieri che non ha fatto in tempo a fare. La situazione si fa gelida. Si salutano con un sorriso ingessato e un “Buona giornata” che sa di uscita di sicurezza.
Ognuno dei due resta sollevato da quel distacco. E parallelamente ragionano su come è strana la vita. Sul fatto che certe persone, prese in altri contesti, sono davvero altro.

La temibile compagine bielorussa e il bar di Star Wars

Champions League

Luca è appassionato di calcio. Essendo uno sport di massa, il mio snobismo mi ha portato sempre a porre un freno a questa passione. Non voglio che diventi uno dei tanti che parla usando cori da stadio e che sostituisca alla sua opinione quella del Biscardi di turno. Quindi se da un lato l’ho sempre incoraggiato a giocare a pallone (in cortile, in spiaggia, al doposcuola), dall’altro non ho mai sottoscritto abbonamenti a canali di calcio né assecondato le sue richieste di mollare la piscina per il campetto.

La sorte, per compensare questa mia mancanza, mi ha offerto un specie di chance. Unicredit, infatti, ha indetto un concorso che si chiama RefereeMascot con il quale si offre a un bambino la possibilità di accompagnare in campo un componente del team degli arbitri. Si vestono negli spogliatoi, entrano in campo prima del fischio di inizio e poi i bimbi si rivestono e raggiungono i genitori in tribuna per guardare la partita di Champions League.
Sono in ufficio. Mi arriva una telefonata strana “Vuole portare suo figlio a vedere Roma – Bate Borisov? “

Consulto qualche amico con il figlio della taglia giusta, diamo le conferme e dopo un paio di giorni inizia la nostra avventura. A dire il vero la serata è stata una alternanza di momenti di gloria e di panico, nella migliore tradizione della tragedia classica.

Siamo arrivati allo stadio e ci siamo accorti che il punto di ritrovo era dentro, ma noi eravamo fuori e senza i biglietti. Il nostro contatto era una giovchampions2ane donna molto in gamba, Serena di Unicredit. Abbiamo chiesto agli steward di poterla avvisare ma sono stati irremovibili. Quando poi è uscita ci siamo accorti che i nostri biglietti erano in albergo ma i nostri figli dovevano entrare. Allora la povera Serena si è improvvisata mezzofondista e ha percorso i due chilometri verso il suo hotel per permetterci di entrare. Nel frattempo i nostri figli sono stati portati negli spogliatoi e noi genitori siamo restati fuori dai tornelli e dentro le cancellate. Una specie di zona di interdizione che ricordava un po’ Staten Island, ma con più giornalisti e meno sogni.

Dopo un po’ la valente mezzofondista per cui tifavamo è tornata, ha ritirato le liberatorie (che avevamo firmato appoggiandoci sull’auto ufficiale), ci ha dato i biglietti che abbiamo sventolato davanti agli increduli steward (osteggiando la faccia da “hai visto che ce li avevo!”) e siamo entrati.

Quando i bambini sono entrati in campo è stata un’emozione. L’inno della Champions League, la corsetta e lo schieramento in campo. Luca era vestito di bianco con la scritta RESPECT e mi ha confessato che tremava.
“Perché tremavi? Avevi freddo?”
“No, non era quello…” è stato il suo commento emozionato elasciato volutamente in sospeso.

La partita è andata bene, i bambini hanno arricchito il loro repertorio di parolacce, grazie alla simpatica famiglia di nobili inglesi in gita in tribuna Monte Mario. Ma sono abbastanza grandi da riderne senza ripeterle. In realtà il match con la temibile compagine bielorussa è finito zero a zero tra i fischi dei tifosi romanisti arrabbiati con il mister, ma a noi questo importava poco.

Siamo usciti e abbiamo trovato una brutta sorpresa. Il bauletto dello scooter era stato forzato. E il coperchio tolto di netto (costa esattamente come i due biglietti di tribuna). Nel cercare di rimetterlo a posto ho rotto la chiave nella serratura. Il problema è che la chiave era la stessa chiave dell’avviamento. Quindi ci siamo trovati alle undici di sera, lontani da casa e a piedi.

Luca era molto scosso dal tentato furto e stanco per l’orario e continuava a ripetere “Ma se i ladri tornano e ci rubano il motorino?”. Ho cercato di rassicurarlo con parola a vanvera, ma pronunciate con dolcezza. E forse ci sono riuscito. champions3
Stavo cercando un taxi col cellulare e ne ho visto uno passare. Lo abbiamo preso al volo, come nei film. Anche lo slang del tassista ricordava un personaggio alla Taxi Driver, ma un po’ piu der Tufello che della grande mela. Ma l’abitacolo era caldo e siamo arrivati a casa abbastanza in fretta.

L’indomani mattina sono andato a riprendere lo scooter. Ho accompagnato i bambini a scuola e poi a piedi verso la metropolitana. Ho preso al volo un bus sovraffollato con gente che si ripeteva come una litania i discorsi di ogni mattina “Per fortuna che a doveano potenzià, ‘sta linea!”.

Arrivo allo scooter e mi accorgo che il parcheggio sul lungotevere lo ha esposto al freddo e a un’umidità che non avevo considerato. Provo con la chiave di riserva. Entra: è già qualcosa. Provo ad accenderlo ma non parte. Ad ogni giro del motorino di accensione la mia speranza di vederlo partire si allontana di un po’. Alla fine sono fermo. Lancio un uffa che fa rima con imbarazzo e mi fermo un attimo a pensare. Non ho voglia di tornare a casa per ricaricare la batteria e tornare un altro giorno. Trovato! Guardo se c’è un meccanico in zona. Lo trovo, benedicendo i prodigi della rete mobile: è nella terza traversa a destra. Spingo lo scooter fino a lì.

“Buongiorno, mi aiuta a farlo partire?”
“Devi da toglie a batteria”
“Certo. Sa me l’hanno forzato ieri sera vicino allo stadio e adesso non parte…”
“Sei annato a vede’ sta Roma der c…. ?!?”
Sorrido. Non so cosa rispondere. Non ho capito se è un laziale o un romanista critico. Altre ipotesi sono fuori dall’ordine delle cose dell’elettrauto romano.
“Non siamo tifosi, ho portato mio figlio perché doveva entrare in campo con gli arbitri” L’uligano si rasserena.
Io trovo molto azzeccata la mia frase ecumenica da bar di Star Wars. Non mi ha fatto schierare né con la Roma, né contro, né con Garcia, né con Dart Vader.
Alla fine sorrideva e ha signorilmente respinto la mia richiesta del quanto le devo.

Tornando a casa il bauletto si è rotto del tutto ed è stato tumulato in un cassonetto per la plastica. Ho scoperto poi che il suo costo è praticamente pari al valore dei due biglietti della tribuna. Ma non importa.

Riflettevo sulle persone incontrate. Su Serena di Unicredit, che si è presa la briga di correre a recuperare i biglietti con un attaccamento al lavoro che mi piacerebbe che i suoi capi conoscessero. Sui tifosi che passano agli ottavi e fischiano la loro squadra. Sull’elettrauto a suo modo gentile. Sui fratelli di Luca che erano fieri di vederlo in tv, anche se solo per pochi secondi. Sulla gente che sui mezzi pubblici si lamenta senza fantasia. Sul ladro che per frugare in un bauletto mi ha fatto un danno da ridere e che adesso (se le mie preghiere sono esaudite) è seduto su un water in preda a una dissenteria da guinness…

Ma Luca oggi parla di questa esperienza e mostra la sua maglia con scritto “Respect” con l’orgoglio di un veterano. E questo mi fa dire che ne è sicuramente valsa la pena.

(Certo se adesso mi mandassero un bauletto nuovo con dentro un pallone della champions sarebbe proprio perfetto…)

 

È successo un Bataclan (Parigi spiegata ai miei figli)

"Paris" di Paola Patrizi

La mattina dopo i fatti di Parigi è sabato e, dopo la piscina, guardiamo le news con i bambini. Non guardiamo quasi mai i telegiornali, visto che la televisione è spesso spenta e le notizie le assorbiamo dai vari aggeggi collegati a internet. Ma quello che è successo è una cosa grave e importante. E poi oramai loro sono grandicelli e, istintivamente, permettiamo loro di sdraiarsi davanti alla TV a guardare i filmati che arrivano da Parigi. La mia speranza è che vedano e che facciano domande. Magari a casa con calma qualche risposta sensata possiamo cercare di darla. Prima che, inevitabilmente, vengano travolti dal vento della demagogia e dell’odio low-cost che già sento avvicinarsi.
Sono domande sciolte, slegate, che non seguono sempre un filo narrativo, ma si vede che sono il risultato di una riflessione e di una paura.

È successa una cosa brutta, bruttissima, sì. No, non lo so neanche io il perché. So che molte persone pensano che noi occidentali stiamo facendo di tutto per distruggerli. No che non è vero: ma sforziamoci di capire le loro ragioni. Non le ragioni di chi prende un kalashnikov e spara per strada, ma le ragioni di chi non ci sopporta. È  solo invidia o nel nostro vivere da ricchi abbiamo qualche responsabilità?

E adesso cosa ci succede? Non lo so cosa succede. So che i terroristi, tutti i terroristi, vogliono spaventarci. Vogliono terrorizzarci, come dice la parola. La cosa che possiamo fare noi è non avere paura. Non serve il coraggio per reagire militarmente, serve il coraggio di vivere le nostre vite con normalità e farci domande.

Come cambia il mondo adesso? Quando sono venute giù le torri gemelle, voi non eravate ancora nati. Qualcuno ha commentato a caldo “Il mondo da oggi non sarà più lo stesso”. Mi sembrava una frase pomposa, ma mi è rimasta in mente. E tante volte ho pensato che riassumeva bene il senso di svolta, di pagina di calendario strappata per sempre che in quel giorno abbiamo vissuto.
I miei nonni dicevano “è successo un quarantotto” riferendosi ai moti del 1848. Poi hanno detto “è successo un Amba Aradam” per descrivere una situazione confusa con continui capovolgimenti come nella battaglia del 1936. Chissà che in futuro non direte “è successo un altro Bataclan” per sottolineare l’orrore, l’impotenza e lo spavento di questi giorni.

Ma attaccheranno anche noi? Vorrei dirti di no, dirti che siamo al sicuro, piccolo mio. Ma ti dico invece che non lo so. Probabilmente faranno altri gesti orribili come quelli di Parigi. Forse li faranno qui, nella nostra città. Ma cosa possiamo fare? Se ti dicessero che oggi un pazzo andrà fuori casa e sparerà a tre persone cosa faresti? Smetteresti di andare a scuola, di andare a giocare a pallone, di andare a fare la spesa? Così con una minaccia chi vuole farci del male ha già vinto perché ci ha fatto paura e ha cambiato il nostro modo di vivere. Se su una città di tre milioni di persone uno spara a tre persone, che probabilità c’è che colpisca te? Bravo: una su un milione. Ma questo vuol dire che non ha senso starsene chiusi in casa come prigionieri. Anzi dobbiamo uscire di casa e sorridere. E sforzarci di non cadere nel gioco di chi vuole imporci l’odio.

Ma non possiamo bombardarli? Ma se tu vedi un nido di vespe cosa fai: tiri i sassi o stai lontano? Se vuoi essere punto il modo migliore è tirare i sassi. Se invece stai lontano è meglio. Se poi hai il coraggio di avvicinarti con calma e di guardare il loro viavai, magari capisci che ti hanno punto perché si sono sentite minacciate o per un errore, non perché sono cattive.
Noi siamo più forti, ma ogni volta che a un gesto violento abbiamo risposto con più violenza siamo sempre finiti male. Tutti. Dopo una guerra non ci sono vincitori e sconfitti. Ci sono famiglie che hanno perso i loro papà o i loro figli o i loro amici. La guerra è una brutta bestia che morde amici e nemici.

Ma io quelli li odio! Ma sei sicuro che l’odio e la paura non siano due facce della stessa debolezza? Sforziamoci di essere normali e di vivere con coraggio. Sforziamo di distinguere tra quella decina di terroristi (da condannare con fermezza) e tutti il miliardo e passa di musulmani che ci sono al mondo. Il tuo compagno di classe Ahmed somiglia più a loro o somiglia più a te? Spara alle persone o spara le stupidate contro la maestra di matematica, come fai tu? Lui non ha colpe per gli attentati: se sei suo amico aiutalo a non subire le colpe di chi vuole rovesciare con la violenza un mondo di cui anche lui fa parte.

Sarà un’immagine abusata, ma quando vado a Parigi mi piace camminare nel vento, fermarmi a una boulangerie e prendere qualche pezzo di pane. E camminare nel vento, meglio se da solo, con il mio sacchetto di carta da cui esce calore e profumo. Io Parigi la vedo così, con quella voglia di andare avanti. Anche controvento, anche facendo un po’ di fatica in più di ieri.


L’immagine che svetta in testa a questo post è un disegno originale di Paola Patrizi, che ha dentro tutto. L’immagine ha dentro tutto, non Paola, che ha dentro solo tanto tanto talento.

 

Acqua da portare su

Martina secondo @ninnosa

Un po’ per risparmiare candele, un po’ per risparmiare gli occhi, la scrivania di Gregorio era vicino ai finestroni dei magazzini generali di cui era da tempo il contabile. Gli piaceva, tra un totale e l’altro, guardare fuori e perdersi nella vita della strada. Una bicicletta che passava, un conoscente che sembrava avere un aspetto stanco, un passero che si fermava sullo steccato di fronte, una vecchina che faceva sempre più soste per tornare a casa con le sporte della sua spesa. Li conosceva bene, i personaggi delle sue distrazioni visive. Li conosceva ed era affezionato a loro, all’attimo di novità che gli portavano colla loro apparizione.

Quell’anno passava spesso una ragazzina che portava sulla collina un grande secchio zincato pieno d’acqua. Martina era la terza di quattro figli. Abitava in cima alla collina che sovrastava il paese. Il posto era un incanto: una collina di faggi che regalavano un’ombra convinta e fresca d’estate e che d’inverno diventavano un quadro di città. Dalla collina si dominava con la vista la strada verso Vallontana e di notte, in uno squarcio tra le fronde, c’erano stelle tanto vicine che sembrava di poterle prendere e mettere in un paniere. Nonostante la bellezza, quella collina non era diventata un vero borgo perché aveva un grande difetto: non aveva una sorgente d’acqua. Per questo Martina e molti prima e dopo di lei, dovevano portare su l’acqua ogni giorno.

Martina aveva capelli ricci e lo sguardo acerbo e pieno di sogni indefiniti di una ragazzina della sua età. Nel teatrino del contabile Gregorio era diventata una presenza tra le più gradevoli. Faceva tenerezza il suo aspetto esile che contrastava con la pesantezza di quel carico. Tanto che un giorno il contabile si sentì tanto coinvolto da uscire dai magazzini e rivolgerle la parola.

“Deve pesare molto vero?”

Martina rispose spalancando gli occhi, con gentilezza e senza capire bene la domanda.

“Ti dico un segreto, anzi due. Se invece di un secchio da venti litri ne porti due da dieci, riesci a portarli su meglio. E soprattutto se li porti su sorridendo, vedrai diverranno leggeri!”

Dopo qualche giorno, probabilmente dopo essersi organizzata, Martina ricomparve con due secchi. E ogni volta che passava volgeva lo sguardo verso il finestrone dei magazzini. Non si vedeva bene dentro, guardando dalla strada, ma lei pensava di vederci dentro il suo strano amico.
Quando Gregorio si accorse dei due secchi, fu pervaso da una specie di sollievo. Un sentimento di vicinanza che somigliava a una incomprensibile gratitudine

Nelle settimane seguenti il loro saluto era diventato una liturgia quasi incomprensibile. Il contabile Gregorio diceva “Sorridi Martina, ricordati di sorridere!”. E lei, senza una parola sorrideva. E quando sorrideva non era la giornata di Gregorio a migliorare: era proprio la giornata di tutto il paese. Quegli occhi marroncini e spalancati su tutto, quei ricci che si ribellavano ai capelli legati dietro, quella vita tutta da vivere, regalavano a tutto il paese una speranza piena.

Solo una cosa non tornava. Anche sorridendo i secchi mica sembravano più leggeri! Lo sapeva Gregorio, che aveva voluto regalarle un po’ di ottimismo, senza crederci proprio. Lo sapeva Martina che non ci aveva mica creduto tanto all’illusione del sorriso. Ma aveva voluto provarci lo stesso. E ogni giorno rinnovava quella fiducia in un gesto semplice e che non costava fatica. Distendeva i muscoli del volto, scioglieva la fronte e si abbandonava in un sorriso convinto.

Passarono gli anni, tanti anni. Gregorio era morto da tempo, senza lasciare debiti e senza lasciare ricordi precisi di lui.
Martina era diventata mamma e si era trasferita in una bella casa vicino alla città. Aveva un lavoro che le permetteva di vedere come un ricordo formativo la vita di fatiche che aveva conosciuto nella sua infanzia di montagna.

Le restavano negli occhi le stelle del suo borgo, le foglie dei suoi faggi.
Le restava in mente la gentilezza del contabile Gregorio.
Le restava spesso sul viso quel sorriso che aveva imparato a regalare senza calcoli a chi la incontrava.

L’importante è non bersele tutte

L’altro giorno sono andato in cucina e ho visto uno spettacolo preoccupante. Mio figlio Federico era seduto in penombra, al tavolo della cucina, e guardava con intensità un bicchiere di vetro. Nel bicchiere c’era un liquido rosso scuro, che lo riempiva fino a sopra la metà.

“Federico che cosa tai bevendo?”

“Niente: solo vino rosso.”

Il tono normale e rassicurante della risposta mi ha tranquillizzato per un secondo. Poi ho fatto mente locale e, tenendo conto dei suoi sette anni, ho risposto: “Cooome vino rosso?”
In un attimo mi sono passati davanti gli antenati dell’avvinazzato confesso: dei quattro nonni tre sono nati in Lombardia e in Veneto, dove una tavola non è apparecchiata se non c’è una bottiglia di vino. Mi sono visto Federico in un centro infantile per le dipendenze, lui con la sua bottiglia sempre abbracciata, magari addirittura in un sacchetto di carta, come i barboni newyorkesi…

“Ma no papà, guarda” (con sguardo consumato e un indicibile sorriso da furbo mi avvicina una bottiglia di plastica). La bottiglia di plastica era di un succo di frutta “mix ai frutti blu”. L’ho assaggiato e ho provato un grande sollievo. Fino a quando il millantatore mi ha detto: “Va bene che non è vino, ma non finirmelo!”

La cosa davvero singolare è che il giorno dopo mi hanno segnalato una specie di concorso. Per pubblicizzare i succhi di frutta Santàl si sono inventati una cosa singolare. Se ho capito bene deve essere una cosa del tipo “Mandaci il tuo spot, quello più bello lo usiamo”. Almeno: penso che sia così perché ho visto l’italica fantasia (come direbbero quelli di fascisti su marte) sbizzarrirsi e partorire di tutto.

C’è il video dello studente di lettere che si sente Kubrick. C’è il video dei ragazzi che “con questa idea vinciamo noi per forza”. C’è il video di quella che deve essere stata scartata mezza dozzina di volte alla selezione del grande fratello, la stessa che si trucca da panterona per andare al supermercato sotto casa.

Se vi interessano questi sono i link dei video vincitori del contest creativo, per consentirvi di farvi una idea precisa di quello di cui sto parlando (o almeno di traghettarvi al di là della noia di un pomeriggio estivo).

Primo classificato: Sweetday
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Secondo classificato: Effetto benessere

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Terzo classificato: Resplash – Santàl

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Srebrenica, aku Bogda

  
Io di Srebrenica ho un ricordo personale. Diverso certamente da quello della maggior parte della gente che ha letto, ascoltato, vissuto quegli eventi.

Ai tempi dell’università, un po’ per cercare un senso è un po’ per gioco, mi sono lasciato coinvolgere da amici che facevano volontariato. C’era la guerra nella ex jugoslavia. C’erano i profughi. C’era un’Europa giovane che giocava a fare la grande.

Noi tra un esame e l’altro ci ritagliavamo una settimana di tempo: andavamo in macchina o con qualche camioncino nei campi profughi. Erano in Slovenia e ospitavano, coi soldi europei, la gente che scappava dalle zone di guerra. Erano quasi tutti bosniaci. Di Sarajevo, Gorazde, Gračanica, Bihac, e appunto Srebrenica. Portavamo qualcosa, ma soprattutto portavamo noi stessi. Stavamo con queste persone, parcheggiate li a vedere le loro speranze affievolirsi giorno dopo giorno.

Avevamo imparato la loro lingua. Quelle duecento parole per raccontarsi chi si era e per giocare coi bambini. Per far parlare i vecchi e farci raccontare di come era bello il loro paese. Per dire aku bogda (forse, se Dio vuole) alle donne che cercavano di sperare che fratelli e mariti tornassero.

Ho visto una mamma poi. Una mamma di cui non ricordo il nome. Durante una partita di pallone sul fango ha chiamato Nevzad e gli ha dato una merendina. Nevzad, che avrà avuto sei anni, è corso da suo fratellino Nevzed di sette anni e hanno diviso a metà il piccolo tesoro. Senza che nessuna mamma, volontario o maestro gli dicesse niente. 

La guerra continua e a un certo punto l’ONU dichiara che Srebrenica è un porto franco. Molti tornano nelle loro case. Solo che quando i serbi di Bosnia invadono la città i caschi blu scappano e avviene un massacro. Più di ottomila persone trucidate. Persone che si erano fidate di noi, dell’ONU, della parte civile e pacifica del mondo. 

Nevzed e Nevzad erano di Srebrenica. Non so se hanno fatto in tempo a tornare a casa o qualche caso o qualche dio misericordioso li ha salvati. Sono passati venti anni. Ne avranno quasi trenta oggi. Aku Bogda.

orgogliosamente

arcobaleno

Domani a Roma c’è una manifestazione. Si chiama pride. Nasce da quella che si chiamava gay pride, ma ha cambiato nome inserendo al posto di gay il nome della città. In effetti il nome era sbagliato in ciascuna delle due componenti. Sembrava quasi volesse sottolineare una differenza. L’orgoglio di essere gay. No: l’orgoglio deve essere di poter essere liberamente quello che si è. E quindi l’orgoglio (di tutti) dovrebbe essere quello di vivere in una società arrivata a un livello di civiltà in cui essere gay o etero o non so/non risponde non fa la differenza.

Coi miei figli (che sono alle elementari) ho affrontato domande sulla omosessualità. In un modo che probabilmente avrebbe dato fastidio sia ai sostenitori a oltranza della libertà totale, sia api paladini delle tradizioni chiuse.
Ho detto che normalmente un uomo ama una donna. Ma ci sono uomini che amano uomini e donne che amano donne. E che se una società è libera non tratta male chi ama una persona del suo stesso sesso. Anzi: il livello di civiltà di vede da come sono tutelate le posizioni più deboli. Ecco: l’ho fatto così, ma senza tralasciare di passare il concetto di normalità. Ho paura infatti che i bambini non sappiano fare la differenza e finiscano per assorbire un concetto confuso.

“Ah siete tutti bravi a parole, ma voglio vedere se tuo figlio ti dice che è gay come ci resti”.
Questa frase me la sono sentita dire tante volte e ci ho riflettuto. A prima vista è vero: sarebbe un dolore per me. Non tanto perché un mio ipotetico figlio non andrebbe a soddisfare ipotetiche aspettative che ho riposto in lui o in lei. Quanto perché sarei seriamente preoccupato che possa subire dei torti maggiori degli altri suoi coetanei e essere meno facilmente felice. Ma poi mi viene voglia di scrollarmi di dosso tutti questi pensieri ammuffiti e di andarci, alla manifestazione, con tutta la mia famiglia. Tutti assieme per vedere da vicino che siamo tutti uguali. Sarebbe il modo giusto per relegare sullo sfondo il solito brusio di chi ha le idee chiare soprattutto sulla vita degli altri.
Sorrido al pensiero, ma poi mi ricordo che questo weekend abbiamo così tanti impegni da togliere alla ipotesi qualsiasi realismo. Pazienza, magari lo faremo un’altra volta:

Volare basso volare alto

takeoff

Spesso noi genitori ci troviamo la mattina in mutande a urlare “Vèstiti e non fare casino a quest’ora”. Che a pensarci bene non è proprio il massimo della coerenza. Ma alle sette e dieci di mattino la FIFA ha vietato le partite condominiali tra giocatori di sette e otto anni. E soprattutto le risse in campo e le rovesciate.
Quindi mentre mi faccio la barba mi capita di intervenire e di squalificare campi, espellere giocatori, comminare giornate di squalifica.

Visto che i vari DASPO contano poco, viene il sospetto che i piccoli giocatori-hooligan non vengano su nel modo migliore. Sembra che inizino a “rispondere” in modo maleducato e soprattutto a dover essere controllati perché cercano sempre di fregarti. Le partite infatti sono a porte chiuse, nel senso più stretto del termine. Sapendo di fare qualcosa di sbagliato si chiudono in camera e comincia l’incontro.
Magari con lo spazzolino in bocca, magari con il grembiulino blu, magari più che segnare lo scopo è fare a botte.
Ma quello che li accomuna è che, quando arrivano le ispezioni sono tutti angioletti. La palla è sparita in pochi millisecondi, le braccia sono aperte coi palmi in su (per dichiarare innocenza) e soprattutto gli occhi sono sgranati e increduli, che neanche il miglior Totò Schillaci!

Sbuffiamo, sgridiamo, andiamo avanti e un dubbio di non essere abbastanza bravi come genitori ci viene.
Poi capita che andiamo qualche giorno a Barcellona per le vacanze di Pasqua. Durante la preparazione per il decollo Federico si mette a disegnare, facendosi richiamare per il tavolino aperto. Chiara si mette a leggere. Luca invece è silenzioso. Si gira verso di me (che sono dall’altro lato del corridoio) e ammette mal volentieri “Non sono tanto tranquillo”.
Capisco che, imprevedibilmente, ha paura del decollo e sta chiedendo aiuto. Faccio un cenno con gli occhi a Chiara che, meravigliosamente, capisce al volo. Protettiva e sorella maggiore come non mai gli dice “Non preoccuparti” e gli sorride. L’aereo prende velocità e decolla e io guardo le due manine, una sull’altra, appoggiate sul bracciolo della fila 33. Luca è meno preoccupato. Chiara è silenziosamente fiera del suo ruolo.

E io penso che forse sì, forse stiamo facendo un buon lavoro.

Centocinque

ortodi noci

Se mio nonno fosse ancora vivo oggi mi sarei segnato di chiamarlo per fargli gli auguri. Cercando di indovinare l’orario giusto, quello in cui è più facile trovarlo vicino al telefono. Magari poco prima di mezzogiorno: quando lui era già pronto a tavola prima ancora che fosse pronto in tavola. E allora sì che lo sentivi brontolare.

Gli direi qualche frase stupida tipo “Certo che centocinque anni sono proprio tanti!”. Certo: è del dieci.
Gli direi che è un peccato che Francesca l’abbia solo intravista e che non abbia conosciuto i bambini. Gli piacerebbero tanto, ne sono sicuro. Non gli darebbero soddisfazioni, quello no. Perché anche passandolo a trovare, le raccomandazioni si dimenticano in fretta: due saluti al volo, due risposte su come va la scuola e poi fuori. Perché il richiamo del bosco di noci è irresistibile. E via a raccogliere uova e a tagliare angurie difettose con il badile, per darle alle anatre.
Ma di una cosa saresti fiero, nonno Duilio, di vedere come sono svegli e spiritosi. Sempre con la battuta pronta. E magari diremmo che è una cosa ereditaria, come essere testardi e avere buona memoria. Ah no: non guardare me. Io parlavo di te.
E poi mi racconteresti le tue storie (sempre quelle) e io starei ad ascoltarle una volta ancora. Ma sai che rinfacciano anche a me di raccontare sempre le stesse storie?
Chiuderei promettendo di venirti a trovare, come ho sempre fatto. Senza avere un’idea precisa di quando sarà. Certo che centocinque sono proprio tanti.