padre

L’uomo grande della montagna

grandefoglia

Camminiamo la mattina presto, per segnare un sentiero facile.
“Vieni con me domattina, ti porto su” mi ha detto l’uomo grande della montagna, e mi è bastato.  Alle mie domande da stupido di città non mi ha risposto. E quello è stato il primo insegnamento.
A che ora partiamo? Cosa devo portare? quanta strada faremo?
Niente. E allora ho dovuto imparare da solo. L’ora giusta, il bagaglio giusto, lo spirito giusto.

Che poi a camminarci non è brusco come sembra. Passa sotto quei faggi senza toccarli, danza in mezzo ai rami che si chinano in basso, segue il sentiero senza troppo rumore. E se pensi che è un vero gigante, alto almeno setto otto palmi più di me, non è mica una cosa da ridere!
Siamo andati su piano, con passi fermi. Mi stupivo di quanto quella piccola impresa quasi piana mi avesse motivato e di quanto riuscissi a stargli dietro. Ad ogni dubbio della strada spennellavamo sicurezze bianche e rosse, facendo attenzione che fossero leggibili a chi scende e a chi sale.
Vorrei chiedergli di lui della sua storia, vorrei chiedergli della montagna e di quella sua faccia che sembra scavata dal mare e di come la sua vita l’abbia portato qui. Ma non trovo nessun appiglio giusto e lo seguo con poche parole che sanno di silenzio. A un certo punto troviamo delle impronte. Sembrano cinghiali, poi si allargano e sembrano cavalli, poi si allargano e sembrano vacche. E ad ogni passaggio verso la realtà quelle tracce perdono fascino.

Ancora due passi e l’uomo grande della montagna si ferma. Guarda una pianta dalle foglie enormi a sinistra del sentiero. Ai miei occhi è solo una pianta come tante, ma dai suoi capisco che deve avere un significato. Strappa la foglia più grande, grande più di un palmo dei suoi. L’accartoccia con una insospettata grazia fino a farne un cono. Come quelli per contenere le castagne dei pomeriggi capricciosi delle vie del centro.
Mi dice di colpo “Mio padre mi ha insegnato a fare così sulle montagne. Con una foglia così ci potevi bere alla fonte.”
Guardo la foglia, guardo lo spettacolo semplice di quell’utensile antico, guardo il fascino di quel gesto. Noto che la foglia è tutta bucherellata da qualche bruco voleva illudersi in fretta di poter diventare altro. Così bucherellata non potrebbe essere il bicchiere di nessuno. Ma ho il pudore di non dire niente. La foglia è già per terra, tornata al suo posto, e noi siamo già ripartiti.

Ma cosa succede? L’uomo grande della montagna è tre metri davanti a me, sul sentiero. La schiena chinata in avanti come di chi deve vomitare. Con un braccio si tiene a una pianta troppo piccola. Respira pesante, pesante ma da dietro non gli vedo la faccia. Penso che abbia un problema di asma o di cuore. Sento il respiro pesante e forte e non so proprio  cosa fare.
“Cosa succede? Tutto bene?” dico temendo la risposta.
Si gira lento stropicciandosi gli occhi. Lo vedo che piange, l’uomo grande della montagna.
“Cazzo, quanto mi è mancato mio padre”
Non dice “quanto mi manca”. La sua non è la fotografia di un momento ma il bilancio di una vita. Quanto mi è mancato racconta due vite, che si sono toccate per troppo poco tempo. Racconta una mancanza lunga anni e anni. Riprende il suo passo e il suo respiro di prima. Nessuno dei due parla. Cammino dietro di lui gustando il silenzio, cercando di appoggiare gli scarponi su foglie poco chiassose e su pensieri poco scivolosi.
Non so perché, ma penso di voler bene a questo uomo grande della montagna.

Imparo a scendere, imparo il silenzio.

Unico indagato

cantiere

Scendendo dal diretto nella stazione di S. Cassiano nel Pollino, Cosimo non si guardò nemmeno intorno: prese il vialetto con la ringhiera rossa, a sinistra della stazione e si diresse con decisione nella piazzetta rettangolare. Lì c’era, puntuale e scrupolosa una panda verdina. Anche il rumore rugginoso della porta che si apriva gli sembrò familiare.
“Ciao. Come stai, papà?” – disse intanto che reclinava il sedile del passeggero in avanti per buttare il borsone su quello di dietro.
“Bene, Cosimo. E tu? Novità?”
Più che uno scambio di domande era un rito consueto. Nessuno si aspettava veramente una risposta.
La panda si mise in marcia in un silenzio strano.

Nessuno dei due sapeva come affrontare l’argomento. Si era parlato di lui, con nome e cognome, sulla prima pagina di Calabria Oggi e persino sul TG3 regionale.
Cosimo l’aveva saputo da altri studenti fuori sede, con cui non condivideva molto di più dell’accento e della tratta da pensolare.
“Ma quel Santi Morato è tuo padre, vero?”
“Sì, mi padre si chiama così. Cosa succede?”
“Guarda…” e il capannello di studenti si era alzato dalla carogna smembrata di un quotidiano aperto alla pagina della cronaca locale.
Si parlava di un incendio che aveva praticamente distrutto tutti i macchinari della ProGe2000, unica appaltatrice per la costruzione della strada regionale. Si parlava della natura sicuramente dolosa. Si parlava di interessamento delle cosche nei lavori. Si parlava di questa società piemontese, di come aveva vinto la gara pubblica, ma forse senza fare i conti con la realtà.
Si parlava di Santi Morato, custode del cantiere, unico iscritto sul registro degli indagati per questi fatti di cronaca.

La panda verdina correva con una leggerezza innaturale lungo la strada comunale, tanto che sembrava la sapesse a memoria. Ogni buca, però, faceva ricadere di colpo da quella sospensione. E il rumore di ferraglia inquadrava la vecchia automobile nella dimensione naturale.
“Ma cosa è successo, come hai potuto? Dicevano i giornali che sei indagato. Ti hanno interrogato? Cosa ti hanno chiesto?”
“Le solite cose, Cosimo. Non parliamone. Tua madre ha preparato la pasta al forno perché tornavi”
“Ne parliamo sì. E’ ora di dire basta a queste cose! Non bisogna chinare il capo di fronte a queste merde. Tu li hai visti? Ti hanno minacciato? Tu c’eri? Perché qui si sa tutto, tu lo sai chi sono, vero?”
Santi guidava in silenzio fissando con troppa attenzione la strada.
Avrebbe voluto dire a Cosimo che non gli mancava il coraggio. Ma per pagargli gli studi fuori, per dargli una possibilità fuori, per continuare per lui a sognare una vita fuori, lui doveva rimanerci dentro. Dentro questa merda.
E tanto a un custode, a un umile custode cosa vuoi che facciano? Archivieranno tutto. Probabilmente.
Avrebbe voluto dirglielo che doveva portare rispetto. Non per l’autorità di padre, ma per l’amore di un padre. Per un padre che sogna una vita migliore al figlio che studia all’università.
Avrebbe voluto togliersi quello sguardo giudice di torno. Avrebbe voluto una comprensione che non sapeva chiedere.

Scendendo dalla macchina gli disse solo “Ti porto su io il borsone. Va’ a dare un bacio a tua madre. E lavati le mani che ci sarà pronto. Ti ha fatto la pasta al forno, sai?”

Quella cosa della pioggia

sassopiattto

-Chiara, adesso non mi viene, ma c’era una citazione bellissima sulla pioggia, sul coraggio. Mi sembra di Gandhi. Ma se smetto di pensarci forse mi viene in mente.  Guarda: forse ho insistito un po’ troppo ma sono proprio contento che alla fine ti sia convinta.
Quando siamo scesi dalla funivia eravamo al Rifugio Col Rodella. Già a 2300 e già il cielo non prometteva una bella giornata. Poi siamo scesi al Rifugio Friedrich August con quell’orribile bovino gigante in vetroresina. E poi, lentamente verso il Rifugio Pertini. Sai: ci abbiamo messo un’ora e mezza, adeguandoci al passo dei piccoli e a tuo zio che fotografa ogni lepidottero ortottero e coleottero nel raggio di due metri.
E poi il dubbio: ci fermiamo a mangiare al Rifugio Pertini per poi tornare indietro o andiamo avanti, contro il cattivo tempo, fino al Rifugio Sasso Piatto? Ci vuole almeno un’ora e poi per tornare altre due ore. No, non c’è una grande pendenza, è quasi in piano. Ma si tratta di prendere il tempo che viene.

Così siamo partiti. Chiara e io, figlia e padre. Zaini alleggeriti e passo svelto, quasi per non sfidare troppo platealmente il nuvolone che cresceva proprio a ovest, di fronte a noi. Chiara inaspettatamente coraggiosa e io prevedibilmente orgoglioso di questa sfida. Sfida piccola ma affrontata in due.
Abbiamo camminato svelti, sul quel sentiero facile e segnato dai tanti passanti. Abbiamo visto falchi pellegrini e marmotte che la sapevano lunga. Abbiamo cercato di fotografarli e li abbiamo indicati agli altri passanti meno attenti, atteggiandoci a grandi esperti. Poi siamo arrivati in fondo a quel sentiero.
“Facciamo in fretta ché dobbiamo tornare prima che inizi a piovere”
Allora siamo entrati subito, senza neanche toglierci gli zaini dalle spalle. Una fetta di SacherTorte io (con panna a parte), uno strudel Chiara (con crema a parte). Ci siamo arrampicati su un tavolaccio all’aperto, altissimo tanto da credersi un bancone di un bar di corso Como, non fosse per le schegge e per l’aria incomparabilmente diversa, in tutti i sensi. Cinque minuti e poi siamo ripartiti, come fossimo veri camminatori, come fossimo quelli che sanno fiutare il tempo che cambia.
I nuvoloni si facevano sempre più densi e adesso, sulla strada del ritorno, erano dietro di noi. Sembrava avessero perso il pudore di seguirci senza farsi scorgere. Noi camminavamo, loro dietro trottavano. Abbiamo camminato camminato camminato. E ci siamo arrivati in fretta al Rifugio Pertini, a metà strada. Il grigio sembrava troppo già troppo scuro per restare appeso là in alto.  Allora via veloci, subito. E subito le prime gocce sulla testa.
-Eccola, la pioggia!
Abbiamo detto. E subito a cercare un nuovo assetto. Gli indumenti di emergenza a portata di mano. E via a camminare, senza ansia ma con un po’ di fretta.
Di colpo la pioggia si è fatta fitta fitta. È stato solo allora che abbiamo indossato K-way e giacca a vento dal cappuccio, come due mantelli.
Ma quasi subito quel nero si è trasformato in grandine. Chicchi non enormi, grandi come piselli.
Continuando a camminare ci siamo uniti, fianco a fianco, sotto il mio k-way di plastica, quello con scritto il nome della mezza maratona alla quale me l’avevano dato, all’arrivo, e non lo avevo voluto buttare. Vedi che poi torna buono, dopo tanti mesi chiuso e ripiegato?
I chicchi sulla grandine picchiavano rumorosamente e noi camminavamo svelti e ingobbiti, su quella strada che cominciava a diventare scivolosa.
-Ahi”
Ogni tanto un chicco fortunato prendeva la mano che reggeva il manto e ci lamentavamo sorridendo.
Una mezz’ora e siamo riusciti ad arrivare,  proprio sul finire della grandinata, alla funivia che ci avrebbe riportato a valle.
Sgrullando via la pioggia dal nostro riparo eravamo eccitatissimi da questa esperienza epica.
-Ah Chiara, mi è venuto in mente
-Che cosa?
-Quella frase di prima. Era qualcosa come “La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia!”
Chiara sorride, è felice.

Luca sono tuo padre

lucasonotuopadreSarà che in meno di cinque anni siamo nati io, mio fratello e mia sorella. Sarà che siamo stati abituati a ragionare con la nostra testa. Sarà che ognuna delle nostre teste era discretamente ostinata. Saranno tutti questi fattori o anche altri che mi sfuggono, ma la maggior parte delle discussioni diventava una sfida dialettica per dimostrare chi aveva ragione.
Non era (se ricordo bene) un capriccio contrapposto a capriccio simile. Era piuttosto la voglia di convincere, l’esigenza di trovare una risposta che vincesse, convincendo l’avversario.
Quando tutte le argomentazioni erano state messe sul tavolo e quando la discussione restava sui binari della logica e non su quella dei calci e pugni (eh, sì mica eravamo all’ONU!) ci rivolgevamo alla mamma come giudice di primo grado. Le indicazioni materne erano conciliati e accondiscendenti. “Dai giocate assieme, cercate di non litigare”. Solo poche volte questa corte entrava nel merito della diatriba. Ma quando neanche questo pronunciamento si dimostrava risolutivo, la decisione su chi avesse ragione veniva rimandata alla corte suprema con la formula di rito “Stasera lo chiediamo al papà”.

La maggior parte delle volte poi la questione veniva dimenticata nel corso di un noioso pomeriggio. Questo oblio preterintenzionale restituiva alla questione il giusto peso. A volte, però, era la prima cosa che il genitore si sentiva rivolgere uscendo dall’ascensore. Prima di un ciao o di qualsiasi altra cosa, aggredito da due versioni non sempre coerenti della stessa domanda.

Adesso faccio parte io del sistema giuridico familiare. Non ho quest’aura di infallibilità. Tranne forse per le questioni che riguardano gli animali, l’inglese e la matematica (non sanno del mi 19 in Analisi I).
Allora il codice di riferimento era l’Enciclopedia dei Ragazzi, comprata con lo sconto dipendenti tramite due cugini di mio padre che lavoravano alla Rizzoli.
Adesso c’è internet. Con una mole di dati molto maggiore, ma che toglie un po’ di valore alla Corte. Il rischio è che la cultura, il sapere, il sapere-come-leggere sia messo in secondo piano.
Devo insegnare a leggere un dato in modo intelligente, senza che la informazione sia ridotta solo a un punto in un elenco. E questo non è facile.

Adesso scusate, devo documentarmi sugli ultimi quesiti che la visione di Star Wars in questi giorni di influenza e maltempo ci ha imposto.
Perché “Chi erano i Sith?” “Alla fine Luke muore?” “Come si chiamano i due robot?” non sono mica domande facili!

Per mano

permanoMagari te lo ricordi solo dalle foto, ma da piccola eri biondissima e grassissima. Una palletta bionda. Quando hai iniziato a metterti dritta, in piedi, cercavi una mano per farti traghettare da una poltrona all’altra. E mi ingobbivo volentieri per seguire quei progressi così veloci.
Ti tenevo per due manine e tu ti fidavi. Senza riserve.

Un giorno, poco prima del tuo primo compleanno hai mollato gli ormeggi. Lasciato quel divano e sei venuta verso di me. Con la mano in avanti a cercare ancora la mia. Tic tic tic tic. Scarpette da ginnastica rosse, le ricordo ancora. Eravamo a Moena, in Trentino. E il pavimento era di legno.

Poi ricordo che mi davi la mano quando ti accompagnavo al nido. Se il tempo era brutto volevi stare in braccio. E cercavi un riparo in quella specie di nido preterintenzionale. Ma col bel tempo volevi camminare e faticavo a tenerti per mano, a non farti correre da sola. Ascoltavi i miei pignoli avvertimenti stradali fatti di macchine che vanno veloci e di strisce e di guardare una volta ancora.

Quando hai iniziato la scuola ti sentivi grande. Grembiule bianco codini biondi e tanta voglia di imparare e di dimostrare come sei brava. Una maestrina. Mi davi ancora la manina e io mi sentivo strano a vedere quanto stessi crescendo in fretta. Un po’ a disagio verso quei genitori sconosciuti che ti trattano da amicone. Preferivo tenerti la mano che parlare con loro, ma tu eri via senza cartella a correre coi tuoi nuovi amichetti.

Adesso sei grande, sei già in quarta. E intanto che ti accompagno mi ha fatto tanto piacere che tu mi abbia preso ancora per mano. Io quasi non osavo, non ci pensavo. E mi sento importante quando cammino con la mia brontolona nel momento in cui è ottimista e entusiasta. E quando sorridi mi stupisco di come ti sia fatta bella, ma non te lo dico. Ti parlo dei sorrisi piuttosto, della loro importanza. Sempre.
Faccio il conto dei tuoi anni. Quanti ne hai e quanti ne mancano a quell’età in cui la mano del papà sarà una cosa da evitare come la peste. E magari sognerai di tenere la mano di qualche sgorbio brufoloso che so già che non mi piacerà. E che dovrò far finta di niente. Mi ci vedi a non fare commenti? No, vero?

Ma tanto queste cose non te le dico. Godiamoci questi quattro passi, ancora una volta per mano. Dimmi: cosa hai fatto oggi?

padre e figlia e riciclo e maiali

maialepulitoaGli altri sono andati all’ennesima festa di compleanno e io sono restato a casa con Chiara. Lei doveva fare tanti compiti, io dovevo andare a correre. Anche se poi non è andata proprio così. Sì perché Francesca mi ha ricordato che c’era da togliere dal soppalco qualche metro cubo di dispositivi elettronici che non funzionano più. A dire il vero la definizione di Francesca era meno rispettosa di quella che ho riportato, ma si sa che le donne non credono che la tecnologia abbia un’anima.

Siamo andati alla discarica speciale dove un addetto della municipalizzata dei rifiuti mi ha impartito una specie di sacramento ecologico. “Ma perché la buttate, non funziona più?”
E io (contrito) “No guardi magari le casse vanno ancora, ma questa parte è rotta”.
“Ah”, ha risposto poco convinto.
Come se mentissi per liberarmene in leggerezza.
Avrei voluto dirgli quel “No guardi, se fosse per me riempirei il soppalco fino a farlo crollare. E’ mia moglie… sa, le donne…” Ma ho resistito, non sono scivolato verso la ricerca di quella complicità troppo facile. Forse era questa la prova di umiltà a cui mi stavano sottoponendo gli dei del riciclo. Forse.

Poi io e Chiara siamo andati a fare un po’ di spesa. Prima siamo passati in una specie di discount dei detersivi, perché cercavamo un parallelepipedo di paraffina per fare le saponette. Niente da fare, neanche lì. Ma in compenso la serendipità dei discount ci ha fatto incontrare un imperdibile porta sapone cinese a forma di maiale. I maiali cinesi non sono come i nostri, sono frutto di selezione umana e di mutazioni imponderabili. Oppure è solo il nostro maiale che è disegnato male. Insomma: mica potevamo lasciarlo lì. Non importa se costava solo novantanove centesimi, ormai era una questione umanitaria. Se neanche i cinesi che l’hanno prodotto potevano mantenerlo, l’abbiamo adottato noi.

Poi la spesa al supermercato vero, quello degli alimentari con i prodotti di marche vere e con i commessi veri. Con Chiara che ramificava il percorso verso tutte quelle cose che la farebbero diventare una pallina di saccarosio (se non ci fossero questi noiosi genitori).
Siamo rincasati sottopoendo la nostra pazienza ad un ulteriore giro di analisi grammaticale e logica. Inventando un po’ di complementi ancora ignoti alla cultura ufficiale. Inventando, certo, ma con gran classe!
Era tardi per andare a correre e ci siamo messi a preparare il pranzo. Solo per noi due. Ascoltando la musica di Spotify che veniva dal portatile aperto sulla tavola. Ognuno usando la propria giusta dose di accoglienza quando cercavamo vicendevolmente di convincerci che Katy Perry, che gli One Direction, che Pacifico… Ognuno usando una pazienza che sarebbe stata bella anche a vederla da fuori.
Spaghetti olio aglio e peperoncino. Acqua con la citrosodina e verdure crude. Anche un pezzo di pera e di banana barando un po’  “Almeno un pezzo così poi quando la mamma te lo chiede, le puoi dire che hai mangiato sia banana sia pera”.

Il tempo sta peggiorando, facile che pioverà. Oggi dovevo fare una dozzina di chilometri e chissà se riuscirò nel pomeriggio. Ma quando riesco a fare qualcosa con Chiara, solo io e lei sono felice.

Eroe solo per oggi

parco giochiRincaso e vedo Chiara seduta per terra. Piange. Le chiedo di spiegarmi. Fisso il suo viso bello, gonfio per il pianto. Cerco farlo senza dare nell’occhio e rifletto su come sia diversa dal solito questa facciona gonfia. Lei non vuole spiegarsi, vuole solo sfogarsi. Ce l’ha con la nonna. Nonna che avrebbe una colpa gravissima.

“Mi ha perso il braccialetto.”
“Quale braccialetto? Cosa vuol dire te l’ha perso?

“Ecco vedi? Non vi interessa: la difendete anche se mi ha perso il braccialetto.”
Piano piano riesco ad aggiungere elementi alla mia ricostruzione.
Oggi è stata in gita in una fattoria, con la scuola. Il percorso si chiamava “Dalla pecora al maglione”. Hanno usato un piccolo telaio e provato a tessere un piccolo panno di lana che è diventato un braccialetto colorato. Poi la nonna (Santa Nonna!) l’ha presa a scuola e l’ha portata, coi fratelli, in un parchetto.
Tornando dal parco il braccialetto si è perso. Chiara è inconsolabile. Non tratta, non vuole cedere.
Cerco di farla ragionare sulle vere colpe della nonna. Non sente ragioni. “Se la nonna ti porta a giocare e il braccialetto si perde non è colpa sua, anche se te lo stava tenendo.”
Le faccio una proposta. “Perché non andiamo col motorino e proviamo a cercarlo?” Rifaremo lo stesso percorso. “Chiara: sappi che è improbabile che lo troveremo, ma un tentativo lo facciamo.”
“Se è impossibile allora vedi! E’ inutile…” singhiozza disperata. Compiacendosi del suo alibi nuovo per lamentarsi.
Un mio sorriso le fa notare, se mai fosse necessario, la differenza tra impossibile e improbabile. “Andiamo?” Si asciuga le lacrime per dire di sì.

Due caschi, tre minuti. Rifacciamo la stradina dal parcheggio fino al parco. Adesso è tranquilla.
Andiamo controcorrente tra nonne e mamme che rincasano trascinando bambini da buttare subito nella vasca. Superiamo anche i cani pigri che ripetono la solita routine di fianco a padroni altrettanto pigri.
Chiara mi racconta di oggi, camminiamo paralleli. Parliamo tenendo gli occhi fissi a terra, tra i ciuffi d’erba. Perché non si sa mai.
Arriviamo al recinto del campetto e lei corre avanti. Sotto una panca intravede quello che cercavamo. E’ un braccialetto brutto. Fili di lana con colori abbinati in fretta e svolazzanti.
Ma è il tesoro. Sorridiamo.
Costringo senza troppa fatica a chiamare la nonna “Così la smette di cercare”. In realtà speravo avesse voglia di scusarsi, ma accontentiamoci.
Torniamo a casa allegri. Soddisfatti della nostra vittoriosa missione che nasceva come impossibile.

Rifletto su Chiara, su quanto io e la mamma siamo stati incapaci di convincerla, di calmarla.  Andava avanti con la sua idea, con la sua accusa assurda alla nonna colpevole.
Penso a quanto sarà difficile fra qualche anno, quando il problema non sarà un braccialetto di lana. Quando i muri saranno più alti. Questo mi fa pensare.
Ma per stasera mi godo il mio inaspettato ruolo di eroe. Ci penseremo. Dammi la mano Chiara, andiamo a casa.

Il colloquio

fecondazione assistita, colloquio, figli in provetta-Entrate, entrate pure. Accomodatevi. Sono Gianna Girotti.
-Piacere. Siamo Elena e Alberto. Ci sediamo qui?
-Piacere, Alberto Menarini.
-Sì, sì, sedetevi lì. Non stupitevi di vedere qui un’italiana. Adesso vi spiego. Io sono una psicologa. Il Centro per la Fertilità ha adottato un codice etico, che prevede che ci si debba verificare la preparazione della coppia. E io sono qui per questo. Visti i tanti stranieri che vengono qui, oltre allo psicologo spagnolo, ci siamo anche io e la collega inglese. Vorrei che vi sentiste a vostro agio. Non sentitevi sotto esame. Non c’è una risposta giusta.
-Allora non c’è neanche una risposta sbagliata?
-Alberto non iniziare!
-No, perché se non c’è una risposta “da manuale”, io mi chiedo perché siamo qui.
-Le dicevo, Alberto, (possiamo chiamarci col nome di battesimo?) che lo scopo di questo colloquio è favorire il singolo o la coppia che cercano di avere figli con l’aiuto del Centro. Non è un esame. Si è preferito fare qualche domanda in più, prima, che non creare delle situazioni conflittuali dopo.
-Ma dopo questi colloqui, voglio dire… visto che il centro è privato e il servizio è anche molto costoso… voglio dire: lei quanti ne ha scartati?
-Alberto, ti prego.
-No, no, chieda pure. Io di numeri non gliene posso dare. Capirà. Ma le faccio una domanda, invece. Se poi vi accorgeste che un figlio non è quello che volete. Se un figlio dovesse entrare nelle vostre vite come un corpo estraneo… avete adesso la consapevolezza di quello a cui andate incontro?
-…
-Intendo: un figlio è un miracolo, è un prodigio della natura. E non leggeteci niente di religioso o di trascendentale. Ma oltre alle due cellule che si incontrano e si sdoppiano velocemente, vi siete messi davanti allo stupore di una vita che nasce?
-…
-Sapete che questo aiuto non può dare la certezza matematica di avere un figlio. Ma se siete qui immagino che abbiate penato e pazientato e sofferto molto. Siete pronti a non riversare addosso al piccolo tutta la vostra frustrazione di questi anni di attesa. Elena: siete pronti a non soffocarlo di amore? Saprete non trattarlo come un principe, come un miracolo vivente, come la incarnazione dei vostri sogni?
-…
-Alberto, il vostro bambino nascerà da una sorta di forzatura medica. Saprà reagire nel modo giusto quando davanti a una macchinetta del caffé qualcuno userà le parole “procreazione assistita” o “figli in provetta”?
-Ma dottoressa… Lei ci vuole far desistere o incoraggiare…?
-Chiamatemi Gianna, se volete. Io vorrei solo farvi quelle domande scomode adesso. In modo che possiate riflettere ed essere un po’ meno impreparati dopo.

Elena sorride, finalmente. Ma non è distesa.

-Siete in grado di farvi da parte e di pensare che il piccolino o la piccolina, non è il frutto della scienza, ma è un nuovo individuo. Col suo carattere, con le sue esigenze, con le sue ambizioni, con i suoi diritti. Che avrà il suo spazio?
-Beh, con i suoi diritti e le sue esigenze, certamente sì. Noi siamo motivati, sa? Sa quanto ci abbiamo provato prima di venire qui? E poi, grazie al cielo, non ce la passiamo male. Una camera dove adesso c’è una specie di disbrigo è sempre stata pensata come la camera del bambino, vero Alberto?
-Non siamo ricchi, ma stiamo decentemente bene, sì.
-Saprete accoglierlo come un nuovo essere umano. E non come una cosa vostra? Come un prodotto delle vostre cellule e delle vostre aspirazioni?
-Dottoressa, mi spieghi. Ma se noi resistiamo allo stress di tutte queste domande, poi lei ci mette un SI sul modulo e noi possiamo andare avanti?
-No, Alberto. Aveva ragione lei. Io non ho il potere di metterci un SI o un NO. Io devo mettere sempre SI. Ma queste domande io volevo lasciarvele. Per aiutarvi ad essere un po’ meno impreparati, davanti a quel grande cambiamento che è una vita che arriva.
-…
-Buon pomeriggio. E tanti auguri, Alberto e Elena.
-Grazie dottoressa.
-…grazie Gianna