dubbio

La maledizione del malpensiero

cavalli
Da quasi tre mesi l’esercito di Alborellone di Fellonica stringeva un assedio poco convinto. Per questo la corte del conte Buris era invasa da tutti gli abitanti del circondario. Le provviste di farina, di acqua e di noia non mancavano. E visto che gli assedianti passavano gran parte delle loro giornate a caccia o a ubriacarsi, c’era modo di uscire quasi tutti i giorni dalle spesse mura del palazzo per rifornirsi negli orti circostanti di verdure e patate.
Ma i turni di guardia erano serrati, i lumi delle sentinelle sulle torri erano sempre accesi e la tensione si faceva vedere.
Un giorno una vecchina scura, storta e maleodorante si presentò alle porte.
“Fatemi entrare, ho fame. Sono una guaritrice: posso esservi utile”
“Va’ via, vecchia!” fu la risposta del secondo arciere.
“Fatemi entrare vi dico”
Dopo molte insistenze venne chiamato il capo delle guardie, infastidito dal dover interrompere la sua mano di dadi.
“Va’ via, vecchia!”. Senza saperlo ribadì il concetto pigramente esposto dai suoi sottoposti. Ma dopo un’altra mezz’ora di insistenza, la vecchia ottenne di parlare con il capo della guarnigione, il generale Panozza.
“Andatevene via, vecchia!”. I gradi imponevano una forma più formale, ma la sostanza rimaneva la stessa. Anche l’insistenza della vecchia era la stessa. Tanto che ottenne di parlare con signorotto del posto.
Il conte Buris, seccato della richiesta, si recò sugli spalti imprecando.
“Va’ via, vecchia!” Inventò il Signore, dando grande soddisfazione a tutti i suoi strati di sottoposti.
Dopo una decina di minuti di insistenza e non avendo nessuno a cui scaricare la grana disse. “Mandatela via, a sassate se serve!”
Qualche divertito lancio la convinse ad allontanarsi dalla corte. Ma andandosene tirò fuori una polvere di moscerini e disse “Questa corte sia maledetta e tu, stupido signorotto, vivrai la malattia del malpensiero!”
L’infittirsi della sassaiola fu più convincente di un ennesimo “va’ via vecchia!”
Dopo quell’episodio, il conte Buris restò di cattivo umore tutto il giorno.
Il suo carattere era da sempre ostile e brontolone, quindi dapprima nessuno notò un cambiamento. Ma giorno dopo giorno tutto peggiorò.
A causa di quel barbaro assedio di un esercito di pezzenti, oltre al conte Buris e alla sua famiglia, il castello ospitava anche altre tre famiglie di altri conti Buris, provenienti da altre contee del regno. Per evitare discussioni i conti Buris si accordarono per alloggiare ognuno in uno dei quattro angoli del castello quadrangolare. Vista la parità di rango le questioni non potevano essere risolte nel consueto modo sbrigativo. E vista la parentela non era ammesso regolarle con un duello.
Un giorno il cavallo del “nostro” conte Buris si slegò e andò a depositare il contenuto sminuzzato e elaborato delle proprie viscere equine nell’angolo sbagliato. “Cosa volete che sia!” disse saggiamente il conte padrone di casa, incurante delle osservazioni dei suoi consiglieri.
Per una sfortunata coincidenza due giorni dopo successe lo stesso, con un cavallo di un conte Buris di quelli ospitati.
Il padrone di casa andò su tutte le furie. “Non può che essere un atto deliberato”
“Ma signor Conte, è un caso! E’ successo anche al suo cavallo qualche giorno addietro!”
“Ma come un caso?!? Siete d’accordo forse con loro? Volete sommergere la mia reggia di letame? Siete tutti contro di me!”
E più si cercavano spiegazioni logiche ed equilibrate, più il signorotto di intestardiva nella sua tesi irrazionale.
Nessuno più ricordava la maledizione del malpensiero, ma forse qualche cosa aveva lasciato.
Gli assedianti seguirono altri tesori e altre zone di caccia, prima che l’inverno li potesse sorprendere ancora accampati.
I conti Buris in prestito tornarono nei loro castelli di campagna promettendo gratitudine così eterna da sembrare finta.
Ma il padrone di casa non indietreggiò da questo atteggiamento che cercava provocazioni in ogni respiro di mosca.
Figli, consiglieri, sudditi, soldati: tutti erano bersaglio quotidiano delle sue rimostranze.
“Se hai posato questo calice in questo modo è perché sperassi che mi facessi male”
“Se mi consigli in questo modo è solo perché speri nella mia disgrazia”
“Se dite di voler fare ragionare vostro padre è solo perché sperate di vederlo impazzire e di prendere tutto il regno prima del tempo”
“Se…”
“Se…”
“Se…”
In poco tempo il conte Buris si ammalò di tutto questo grigiore che portava dentro. Furono chiamati i migliori dottori e sapienti del regno, ma non volle ascoltare nessuno, tanto era sicuro di una qualche manovra per sbarazzarsi di lui.
Morì anni dopo. A dire il vero morì vecchio, molto vecchio per quei tempi e per la vita che si faceva.
Ma a lungo i biografi dibatterono se contare gli ultimi anni. Quelli in cui aveva rinunciato a confrontarsi con gli altri e preferiva vedere minacce e provocazioni ovunque.

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La ricerca dell’Essenza del Natale

essenzadelnataleEccola lì, l’Essenza del Natale, che aleggia senza peso. Cerca una casa che l’accolga proprio perché le somiglia. Perché l’Essenza del Natale ha la prodigiosa capacità di vedere dentro le cose e le persone. Basta uno sguardo, due al massimo, per sentire se quello è il posto giusto dove fermarsi con la propria luce. Cerca un cambiamento, un’apertura, un animo pronto. E vola, sulle nostre campagne, sulle nostre città.

Si avvicina a una nonna, una nonna felice. Sta preparando il pranzo di Natale e si sente felice e fortunata. Avrà a pranzo i suoi figli e tutti i suoi nipotini. Quando ha avuto la conferma che sarebbero venuti era entusiasta. E anche adesso non si risparmia. Tanto che è da settimane che ne parla con le sue amiche, col cuore pieno di attesa. Antipasti, fritti, contorni, i piatti della tradizione. Una tavola decorata con gusto. L’Essenza del Natale la guarda con dolcezza e passa oltre.

Il Monsignor Ricotti ha fatto un’omelia bellissima. Ha parlato di amore, di accoglienza. Lui sì che sa come parlare alle persone. Anche quelli che a messa ci vanno solo a Natale e forse a Pasqua si sono fermati ad ascoltarlo. Sentendosi fuori luogo a leggere i messaggi sullo smartphone impostato su silezioso. Si sono fermati tutti, per ascoltarsi, per pesarsi addosso quelle parole così vive. Poi è tornato nelle sue stanze, ha letto un mezzo capitolo del suo libro e adesso è lì sul divano, addormentato davanti al televisore acceso su un programma che non fa la differenza. L’Essenza del Natale riesce a sentire il discorso di qualche ora fa. E sente che non ha cambiato il monsignore. Gli aggiusta il plaid senza farsi sentire e passa oltre.

Un padre rientra dal turno di notte, ha messo nel baule dell’auto i regali. Due enormi sacchetti bianchi pieni di pacchetti colorati. Sale in ascensore ricordandosi di non avere messo il bigliettino col nome di ognuno. Ripassa a mente la storia cercando di renderla credibile. Quella in cui ha incontrato Babbo Natale proprio rincasando. L’essenza del Natale vede l’orgoglio di acquirente, l’attaccamanto ai figli, ma nessun cambiamento. E vola oltre.

Un mendicante passa da un vagone all’altro della metropolitana. Si avvicina ai viaggiatori di Natale guardandoli negli occhi con la testa un po’ piegata. Oggi dice Buon Natale, datemi qualcosa. Oggi le sue richieste trovano meno ostilità. Attecchiscono nei sensi di colpa di chi sente che ha avuto molto di più. Si avvicina l’Essenza del Natale. Ci legge miseria, mestiere, un po’ di fame. Ma non riesce a trovare nel cuore quella voglia di cambiamento. Riguarda. E rassegnata passa oltre.

Un automobilista sulla corsia d’emergenza della tangenziale. Cerca un amico o un carrattrezzi. Un qualcuno che lo possa tirare via da questa brutta situazione. Cerca tra i documenti dell’auto un numero verde. Si ricorda del triangolo e scende per posizionarlo una decina di metri dietro la macchina. Nessuno si ferma. Arriva l’Essenza del Natale e legge un velo di disperazione. E rammarico per non avere fatto il controllo nei tempi previsti dal costruttore. E poco di più, quindi passa oltre.

Il capo di terza classe Marzone è in Marina da quasi venti anni. Lavora alla capitaneria di porto di una sede disagiata, un incarico temporaneo, per mettere via qualche soldo in più. Ma oggi è con la famiglia e racconta di quel giorno, di quando il mare era pieno di persone. Non le chiama migranti, ma non li chiama neanche più negri (come faceva al circolo sottoufficiali, dove le telecamere non possono entrare). Cerca di spiegare alla sua famiglia cosa significa passare giorni a ripescare corpi. E lo fa in un modo nuovo, senza paura di sembrare debole. Lui che da ragazzo in camera ha sempre avuto brutte bandiere nere con simboli di corpi di guerra e ideali stupidi di cui voleva innamorarsi. Ma si è arruolato perché c’era il concorsone, non per un ideale. E adesso è lì, tra gli sguardi perplessi, che parla di quelli che sono riusciti a salvare e quelli che hanno potuto solo ripescare e mettere in fila. Lo fa con le lacrime agli occhi e non si nasconde cambiando discorso. L’Essenza del Natale ha trovato finalmente dove fermarsi.

Elena si specchia

visitaScendendo dal minibus, Elena si gira per specchiarsi nei vetri scuri. La sciarpa che ha preso il primo giorno le sta bene: la usa un po’ come foulard, un po’ come sciarpa, un po’ come turbante. Uno dei lembi le cade in modo elegante sulla spalla lasciata nuda da questa camicia bianca smanicata. Più sotto un paio di pantaloni larghi e ancora più sotto i sandali impolverati.
La lacca blu scuro delle unghie dei piedi è sbagliata, in un posto come Petra. Fa troppo contrasto con quella sabbia, con quella storia. Ma Elena non ci fa caso.
Pensa che quando ha consultato le guide si era immaginata un caldo più fastidioso. Caldo è caldo, ma senza umidità risulta anche sopportabile. Il vento invece non c’è. E lei lo aveva visto, su quelle foto senza vegetazione. Doveva esserci ma oggi non s’è presentato.
Elena guarda queste costruzioni, scavate nella roccia ed è felice che la facciano sentire così piccola.
Tutta questa storia, tutti questi secoli, tutto questo lavoro di anni e di uomini davanti a lei. Per lei. Era questo il posto che serviva per fare un po’ di chiarezza in questa vita che sembra non andare secondo i piani.
Forse – pensava – in mezzo a tutto questo silenzio i miei pensieri arrivano più nitidi.
E adesso è lì, Elena, che respira quest’aria calda. Segue l’italiano strano di una guida del posto. Intanto pensa ai cassetti da chiudere, alle porte da aprire.
Un attimo e si mette la sciarpa sulla bocca, come per filtrare l’aria, come per proteggersi. Resta solo un attimo indietro da quel gruppo poco silezioso.
Ma poi riprende il cammino.

Grosso pennuto africano

grosso pennuto africano con la testa sotto la sabbiaÈ buio qui. È buio.
È un risveglio lento, intorpidito. Fatico a capire dove sono. È buio.
Mi sento uno strano vuoto in testa, la testa pesante. Poi piano piano comincio a ricordare. Metto a fuoco lentamente quel qualcosa di ostile. Una minaccia ancora indistinta. Che mi ha portato a infilare la testa sotto questa sabbia calda.
Noi della nostra specie abbiamo questa tradizione rassicurante. Un pericolo, una paura, una remora e ZOT! La testa puntata sotto qualche centimetro di terriccio.
Che poi, va detto: non è mica una pratica facile!
Le prime volte, se ti dimentichi di chiudere bene il becco, la bocca si riempie di terra. Perché la chiamiamo sabbia, ma è sabbia solo quando va bene.
Spesso è terra, o terriccio. A volte è dura come l’estate africana. Ma poi ti ci abitui non si sta poi male. Il sole non picchia forte in faccia e i rumori arrivano attutiti. Lontani. Acquosi.
Adesso, piano piano, inizio a ricordare. E più il ricordo si fa nitido, più il timore che mi ha portato qui, riprende vigore.
Non ricordo se fuori c’è un predatore che voleva aggredirmi, non ricordo neanche come questo esercizio potrebbe dissuaderlo. Ma lo hanno sempre fatto i miei simili e mi fido. Sento il cuore che batte più forte. Un’ansia crescente.

Perché sono nascosto qui? Una iena? Una tempesta di sabbia? Un incendio della savana?
O forse perché mi hanno chiesto se credo in Dio. Io? Ma che domande sono per un grosso pennuto africano? Mah!
O forse per non vedere lei, per non dover reggere il suo sguardo. O per fuggire a una responsabilità. O a una vergogna.

No ma poi la tirerò fuori, la testa. Per verificare se il pericolo è svanito.
La tirerò fuori. Con cautela.
Pronto a infilarla di nuovo sotto il suolo. Alla prima paura, al primo scatto.
Al primo dubbio.

Sacrosanta

Fin da piccola i nonni materni (che abitavano con lei) e i nonni paterni (a poche centinaia di metri)  non mancavano di gareggiare per farle sentire la loro presenza rassicurante. Presenza che spesso arrivava ad essere comprensione molto generosa di ogni marachella che i bimbi  della sua età non sanno e non vogliono negarsi.
Crescendo dovette affrontare le prime piccole prove della vita. E questa generosità a pioggia, seppe trasformarsi in aperta alleanza.
I contorni di questa generosità si stinsero, espandendosi. Per trasformarsi, in tutta naturalezza, in adesione aprioristica alle sue tesi.

Ben presto quella che era una piccola bugia, raccontata magari solo per giustificare un insuccesso, diventò una bugia bella e fatta.
Poi, a forza di giustificarsi e rassicurarsi, questa bugia diventò nella sua mente, la realtà.
Queste che erano nate come interpretazioni di comodo della realtà, diventarono descrizioni oggettive. E poi sacrosante verità. E nessuno seppe distoglierla in tempo da questo scivolamento. Nessuno le seppe trattenere. Scivolava, senza rendersene conto. Come verso un sonno del buon senso.
Fu così, che crescendo, Sonia, perse contatto con la realtà.
Finì per riscrivere la realtà ostile che gli altri, il resto del mondo, sembravano puntarle addosso.

Litigò col cugino Riccardo, con cui da ragazza era stato tanto affiatata, accusandolo anni dopo di averle fatto fare chissà quale brutta figura. Naturalmente lui non si ricordava nessuno dei precisissimi particolari che lei, negli anni, aveva memorizzato, integrato, arricchito, ricostruito, adattato e catalogato nella sua mente.
Tagliò i ponti con le amiche di un tempo. Che ormai avevano ritmi, tempi, lavori e famiglie diverse. Ed erano cambiate, distanti. Concrete.
Non creò mai un vero rapporto con le colleghe, che ingiusto precariato rese poco più che occasionali fastidi.
Ruppe con una specie di fidanzato. Di cui di colpo non si seppe più nulla. Sciolto nell’acido di una realtà troppo caustica per essere portata vicino alla pelle.
Si arroccò tagliando fuori tutto. Finendo per prendere abitudini da diva americana assediata. Senza che il mondo avesse avuto la minima intenzione di tributarle questo fastidio.

Un giorno di quasi primavera, però, si trovò a camminare. Da  sola, su una strada marginata da ciuffi d’erba. Asfaltata, ma poco battuta, vicino a casa. Un bosco di pioppi ordinati proiettavano sulla strada un’ombra decisa. La catena poco controllabile dei suoi pensieri le fece fare un percorso bislacco. Fino a farla riflettere. Di colpo l’ombra cessò. Ed arrivò inaspettata la luce abbagliante di un dubbio.
Rallentò il passo. “E se davvero non fosse così come la vedo io?”

Il dubbio, quel dubbio, fu protagonista per un intero secondo. Il tempo che le servì per rimettersi in cammino.

Vivi o recisi?

fiori vivi o fiori recisiStamattina andando in ufficio pensavo al nostro appuntamento di stasera.
Ci pensavo anche prima, a dire la verità. Infatti assorto nello specchio del bagno ci mettevo tanta più cura del solito. Che poi va sempre a finire che se cerco di radermi bene, calco troppo e mi graffio. Ma già a quell’ora, radendomi e graffiandomi, ci stavo pensando. Pensavo a come mi sarei presentato. Cosa avrei messo addosso e cosa ti avrei messo in mano, una volta aperta la porta.
Ho passato in rassegna le banalità. E sono stato anche risoluto nello scartare ogni idea, senza perderci troppo tempo.
Cioccolatini: no. Troppo da Happy Days, e poi in questa stagione sono sempre tutti a dieta.
Un libro: no. Finirei per prendere quelli nella piramide all’ingresso, i più costosi e banali.
Un qualcosa di utile: no. Mica posso regalare elettrodomestici a una donna emancipata.
Fiori? Ecco. Se proprio non vuoi sforzarti di pensare ad altro vanno bene anche i fiori.
Ma sì dai i fiori vanno bene. Fanno sempre piacere, anche se non ho mai capito bene perché. In fin dei conti sono solo dei vegetali colorati e non commestibili. Un peperone giallo sarebbe senz’altro più significativo, più succulento, più sensato. Ok, la pianto. Tanto il regalo non era per me e mi farò andar bene i fiori.

I fiori non li potevo certo prendere stamattina. E adesso, uscito dal lavoro devo cercare un fioraio.
Ma prima devo decidere tra un vaso di fiori o un mazzo di fiori recisi.
Certo perché un bouquet vale l’altro, una pianta vale l’altra. La scelta vera è tra fiori vivi, nel vaso. Oppure fiori tagliati, perfetti, confezionati.
Passo di fianco al primo chiosco e ancora non ho scelto. Ho un po’ di strada da fare. Andrò al prossimo.

Intanto penso che i fiori vivi sono sicuramente un messaggio più bello “Ti ho regalato qualcosa di vivo”. Qualcosa che continua. Qualcosa di cui avere cura. Un qualcosa che potrà crescere con te, se saprai dosare acqua, luce e sorrisi. Sì ma poi quando vai via? In agosto devi lasciare le chiavi alla signora, sempre che non sia via anche lei. E poi lei ci mette sempre troppa acqua e li rovina. O forse è agosto che rovina i fiori.

Forse non è la scelta giusta. Supero il supermercato. Qui hanno un bel reparto di fiori e dei vasini di plastica niente male. Non so i nomi ma l’aspetto è sempre convincente. Ci penso, tiro dritto. Certo perché se regalo deve essere, allora è anche giusto un qualcosa di passeggero. La poesia di un mazzo di fiori che per qualche giorno ti colora il tavolo del salone. Per poi spegnersi e morire. Senza tirarle troppo per le lunghe. Certo è molto più bello questo. E poi, diciamolo, è anche meno impegnativo. E la leggerezza del mazzo di fiori, rispetto al vaso pieno di terra è un’altra cosa. E i nastri? E i fiocchi abbinati?
Sì è vero, nessun fioraio deve vederci molto bene, perché il nastro è sempre sbagliato di una mezza tonalità. Ma sono commercianti, mica artigiani. Bisogna essere indulgenti.

Scatta il verde, mi accorgo che il traffico è più scorrevole stasera. Tanto che ormai sono sotto casa tua. Mi resta un senso di incompiutezza. Mi rendo conto che, come sempre, anche stasera mi presenterò a mani vuote.