paura

Persino il cane

canebimbo

I miei figli non hanno fobie. In questo ci prendiamo i nostri meriti. Abbiamo sempre cercato di passare l’idea che tutto va affrontato serenamente. Soprattutto le cose che non conosciamo. Gli insetti, per esempio, non sono degli esseri schifosi, ripugnanti, minacciosi, odddiocheschiiiiifo. Sono dei piccoli esseri viventi che possono essere avvicinati e presi in mano. Rivelandosi molto spesso interessanti.
Lo stesso per gli anfibi, per i rettili con le zampe, gli uccelli.
Una cosa però l’ho sbagliata in pieno. Ho instillato nei miei figli la paura dei cani.

Crescendo in città per me i cani sono quelli che minavano il percorso tra la casa e la scuola. E uno distratto come me è un pestatore recidivo.
Poi ci sono i cani da caccia di mio zio che (appena liberati) saltavano come se fossimo vecchi amici e mi riempivano di linguate e di unghiate. Il sollievo era quando venivano presi e rimessi alla catena.

Quando ho cominciato a portare fuori i miei figli col passeggino spesso io gioco di fare lo slalom (Luca ci teneva tanto a una guida sportiva!) diventava una necessità.
Con la crescita dei figli è cresciuta anche una sottile apprensione per i loro rischi. Quindi sono nati i “Non toccare quel cane, non ti conosce”.
Pericolo evitato.

Ma adesso mi sono accorto che hanno paura dei cani. Non è questo che volevo. Devo trovare il modo di farli riavvicinare. Il cane non è un nemico davanti al quale fuggire. Il cane può essere amico. Persino un amico loro. Persino (respiro profondo) un amico mio. Capisci cosa sto dicendo? Amico! Il cane! Persino il cane!

(Per il padrone del cane ne riparliamo dopo che tutti i marciapiedi sono puliti)

L’argine cede

argine

Di fianco a questo argine ci siamo nati. Ce ne siamo presi cura noi, dopo i nostri padri. E prima di loro i nostri nonni e indietro e indietro e indietro ancora. L’argine è come se ci fosse sempre stato. Ha qualcosa che lo mette al di fuori del tempo.

L’argine divide questa terra.
Di qui è letto del fiume, è golena, è spazio dove il grande fiume può uscire a gridare le sue antiche litanie sorde ogni volta che vuole.
Di là è terra strappata all’acquitrino. È bonifica, è campi, è grano, è fame scampata per una stagione ancora.
No, prima non era così. Dicono che qui era palude, acqua che si ferma,  quando il grande fiume ad ogni piena decideva con quale capriccio ridisegnarsi. Ma adesso l’argine c’è e ci rassicura.

E stanotte siamo qui, tutti gli uomini abili, a vegliare questa piena. E il fiume sale, sale, sale. Come se non dovesse mai fermarsi. Piantiamo bastoncini lungo la sua banca. Per vedere quanti ci mette a sommergerne la base. E spostiamo di ora in ora in su il livello della nostra paura.
Sgraniamo preghiere e bestemmie allo stesso indirizzo. Non sappiamo più cosa chi come.
Continua a piovere, continua a salire. E guardi il fiume senza capire più se l’acqua che lo sta ingrossando è proprio quella che sta cadendo ora o è quella piovuta nelle ore scorse o nei giorni scorsi nelle settimane scorse. Piove che mi sembra una vita. Fa freddo di notte e anche le ossa sono bagnate. Ma di fronte a questa paura non ce ne lamentiamo. È l’attesa che fa male, non le ossa.

Questo argine lo abbiamo sempre visto come una sponda sicura, come parete di contenitore.
Ma adesso l’acqua filtra, penetra, imbeve. E non la sappiamo maledire, questa acqua, perché è la stessa acqua che abbiamo invocato per bagnare i raccolti. E adesso è un nemico che odiamo e che rispettiamo. Quest’acqua che non si fa contenere ma corrompe.
Nella poca luce che cala fissiamo lo sguardo, appoggiandoci ai badili fermi, sull’acqua marrone scorrere verso destra. E senza accorgerci ci imprigiona, ci fa perdere il senso, ci ruba l’equilibrio. L’amiamo come un errore, prima di riprenderci la nostra vita di equilibri.
Ma l’argine adesso diventa pane nella minestra. Diventa dubbio.

Poi l’argine si rompe, nella notte.  Allora è terrore e inconfessabile liberazione. È incapacità di capire le conseguenze. Stupore di morte.
L’argine si rompe e lo sai che da questo momento esatto non sarà come prima.
Lo riparerai, metterai sacchi di sabbia. E sopra i sacchi terra e sopra la terra speranza, sperando che tenga.
Magari ti saprai riprendere i campi, la casa. Seminerai un altro raccolto.

Ma sai che non sarà più come prima. Perché adesso lo sai che l’argine non è invincibile.
Adesso lo sai che l’argine può cedere. Sai che l’argine cede.

Portami dove non si tocca

dovenonsitocca

Dopo tornanti e sole e riflesso dell’acqua e delle rocce alla fine qualcuno ha avuto l’idea: “Perché non troviamo un posto dove fermarci e ci facciamo un bagno in mare?”

Io non sapevo nuotare, ma non ho detto niente. Quell’estate stavo imparando a scendere a patti con la mia rigidità e con quella benedetta ansia di velocità e precisione che avevo già dentro senza avere ancora l’età della rassegnazione. E su quelle strade piene di autovelox e di poliziotti a caccia di targhe straniere, era un bagaglio pesante.  I limiti di velocità cambiavano a ogni comune con una logica che non abbiamo mai capito. Ti sentivi in gabbia, ti sentivi in difetto, sentivi di sprecare qualcosa. Poi piano piano il piede destro ha imparato ad alzarsi, i finestrini ad abbassarsi e l’ansia è uscita dal finestrino e si è dissolta in cento vortici invisibili. Solo allora siamo riusciti a sentire quell’odore di erba al sole e di polvere e di tranquillità fatta di niente. Un odore che in città mica riesci a sentire.
Eravamo tutti d’accordo per una sosta al mare e ci siamo fermati. Quando la macchina è passata dall’asfalto alla ghiaia io non ho detto ancora niente. Ero sospeso tra il ricordo della mia inettitudine in acqua e quel nuovo volermi mettere alla prova. Volevo testare la mia apertura al nuovo, all’ignoto.
Nelle chiacchiere di quel conoscersi lei mi aveva raccontato che l’acqua era il suo elemento. E quelle spalle dritte e quel collo elegante confermavano questa storia. Io avevo raccontato dei miei patetici corsi di nuoto da bambino e non mi sembrava il caso di ribadirli.
Sono andati tutti in acqua. Nuotando verso chissà dove. Loro davanti, veloci, fluidi.
È stato lì che ho deciso che dovevo farlo. Dovevo provare, non importa come, non importa cosa. Ho cominciato a camminare in quell’acqua più fredda di quanto immaginavo da fuori. Poche onde, sabbia grossa e ghiaia sul fondo. Continuavo a fare passi in avanti aspettando che l’acqua mi rendesse più leggero, cercando il momento in cui mi avrebbe sollevato.

Arrivo vicino al limite e ci provo a nuotare, non importa verso dove. Ci sono poche onde ma per me sono alte: mi scompongono, mi passano sopra, mi fanno perdere il filo. Avanti, avanti ancora, ancora un po’.
Bevo, dalla bocca, dal naso. Cerco di non perdere il coraggio. Mi concentro pensando che quando corro di fiato ne ho molto e allora perché non dovrei adesso, perché dovrei andare in affanno? Per un attimo penso all’abisso freddo sotto di me e sento che questo assaggio di panico potrebbe tirarmi giù. Cerco di recuperare e sento che se riuscissi a tenere la bocca ben fuori dalla superficie avrei il fiatone. Ho paura. Capisco che sono in apnea, che non dura. Mi metto a cagnolino e non cerco il fondo in basso per paura di avere la conferma della profondità. Cosa sto facendo, cosa sto facendo?

Di colpo sento un braccio che mi prende il collo, mi spavento, mi sento tirare indietro. Un braccio che l’acqua rende liscio come una passeggiata in bicicletta. Cerco di concentrarmi sul fatto che mi stanno salvando, che devo fidarmi, che devo lasciarmi andare. Mi attacco con tutta la fiducia al braccio, sento che è il tuo, sento la pelle liscia.
Vorrei dirti che mi fido. Vorrei dirti “Portami dove non si tocca” ma finalmente riesco a respirare. Mi fido, respiro, mi fido.
“Ma che cazzo pensavi di fare?”
Non rispondo, respiro.

Questo è un racconto scritto per GallizioLab

Non ti chiamo più

scompartimento

L’ultima volta che ti ho chiamato era estate e stavi imbiancando. Mi ha fatto ridere quella risposta perfetta. E come hai evitato, quasi senza volere, che quel passato non altrettanto perfetto riemergesse.
“Guarda, non ci crederai, ma adesso sono sulla scala e sto imbiancando”.
Era giugno, era un tardo pomeriggio e stavo guidando in tutta quella luce. E mi sembrava di vederti in un altro posto ma nella stessa luce troppo abbondante.

Non che avessi niente da dirti, non che avessi un fatto, una notizia, una novità. Solo che avevo voglia di sentire se eri ancora quella che conoscevo. La stessa dei viaggi dove a ogni stazione degli autobus cercavamo di farci capire e prendevamo i biglietti tracciando a mente solo il prossimo tratto di quella rotta. La stessa che poi in quella città aspettiamo qualche ora a prendere il treno, voglio sentire l’odore dell’aria lontano dai binari. La stessa che fotografa i manifesti dei gruppi italiani in concerto in un posto così fuori dai tour stampati sulle t-shirt. La stessa che cercava di dormire di notte nello scompartimento con i sedili tirati giù, fingendo di essere comodi. Fingendo di non avere nessuna paura di quei due sconosciuti che con la tuta delle squadre italiane avevano comprato anche l’illusione di essere già europei.
E ogni tanto ci penso a quella sensazione di paura e attrazione per il nuovo che ci aveva stretti così tanto da farci perdere la messa a fuoco.

Sono passati anni. Ho ancora il tuo numero.
Solo che non trovo più che sia una buona idea usarlo.


questo è un racconto scritto per GallizioLAB

 

Ma lui trema

alluminioPrima una breve telefonata. “Ciao. Quanti anni sono passati? Non possono essere così tanti. So che ti sei trasferito lì. Ci devo passare per lavoro. Dai che facciamo quattro chiacchiere, magari andiamo a cena assieme”.
Poi quando un appuntamento viene incastrato a martellate in due agende, finisce per prendere una forma strana.
Alla fine è diventato un caffè, in uno dei tanti bar che nella stagione giusta accolgono i turisti che si allontanano dalla stazione cominciando a cercare l’odore del sale.
Ma il nostro mare non ha acqua salata, ma è pieno di ricordi. Di anni passati a scuola insieme e di storie vecchie che, se fossimo così stupidi da raccontarle a qualcuno che non c’era, sembrerebbero insignificanti.
Ci squadriamo reciprocamente, senza badare troppo se si nota. Cerchiamo di valutare nell’altro come il tempo ha segnato il suo passaggio. Chili in più, capelli in meno, cose così.
Il tavolino di alluminio è stabile e pulito. Ci accomodiamo e lo noto quasi subito.
Lui trema. Si tiene le mani e non capisco se sia per nasconderlo o per cercare di controllarsi.
Ma lui trema.
Io fingo di non vedere, ma lui trema.
No, non può essere. Non tu, amico mio. Mentre parliamo di niente cerco di farmi strada tra quelle malattie coi nomi degli scienziati.
Parkinson, Alzheimer, chi era? Qual era quello più grave?
Vorrei scappare, vigliacco che sono. Vorrei avere le parole giuste.
Ma che cazzo gli dico a un vecchio amico che ha la mia età e che trema?
Siamo irrimediabilmente soli. Io con le mie parole che non ascolto e lui con il suo tremore. Comincio a coniugare la sua sorte alla prima persona singolare. E se fossi io? E se fosse toccato a me? E se toccasse a me?
Poi cerco di scappare in un comodo “Ma no forse è un’impressione, cosa ne so?”. Ma questo non convince neanche me.
Il nostro incontro dura poco, ma ben di più di quanto ci sia rimasto da dirci.
Riprendo il treno controllando il posto sulla prenotazione.
Mi metto le cuffie cercando una playlist che mi faccia dormire. Dormire e non pensare.
Ma lui trema.

Martirologio dei Santi Simone e Giuda

martirologioForse era una domenica pomeriggio. Di sicuro è successo all’oratorio femminile. La mia classe di catechismo ci stava preparando alla prima comunione.
Non ricordo se fossero diapositive o se fosse addirittura un film in costume. Fatto con gli spezzoni di film storici di secondo piano. Ricordo però che si parlava dei primi cristiani. Di come, pur di non rinnegare la loro fede, fossero disposti addirittura a farsi ammazzare. Quel Simone di otto anni restava senza parole. Prendendo in modo poco critico quei modelli vincenti. Che bello morire così eroico, andare in Paradiso direttamente!
Ma già allora qualcosa non mi tornava. Probabilmente non ho avuto il coraggio di chiedere chiarimenti alla suora. Figurarsi, quelle divise bianche e nere segnavano un distacco profondo.
Probabilmente li ho tirati fuori con mia mamma, i dubbi.
“Ma se si facevano mangiare dai leoni, poi da morti loro andavano in Paradiso. Ma poi non potevano raccontare agli altri di Gesù. Quindi forse era meglio fare finta di niente e vivere”
“Ma no Simone. Con il loro esempio hanno fatto capire a tutti che avevano ragione”
“Beh ma allora anche se uno credeva in una cosa sbagliata, tipo in Giove. Se si faceva ammazzare tutti si emozionavano e credevano che aveva ragione Giove”.
Poi, slealmente, il mio interlocutore adulto calava qualche asso. Tipo la Provvidenza o lo Spirito Santo. Che, con tutto il rispetto, ribaltava il tavolo della mia logica.

Nelle ultime settimane mi è tornata in mente quella sensazione. Mi sono capitati due piccoli incidenti in auto. A distanza di una settimana uno dall’altro.
Tutte e due  le volte sono fermo al semaforo e tutte e due le volte vengo urtato da gente che ha più fretta che mira.
Tutte e due le volte mi sono innervosito. La seconda volta con un imbecille molto aggressivo con lo scooter. Mi urta col casco che aveva legato dietro e si stupisce che voglia controllare se ci sono danni. A parte i venti centimetri in meno, il primo istinto sarebbe di tenere il punto. Di insultarlo. Di illustrargli il suo albero genealogico da parte di madre. Di cogliere l’occasione per spiegargli quanto la vita è stata ingenerosa con lui. Di fargli venire il dubbio di quanto sia fallito. Ma poi prevale il buonsenso e alle sue provocazioni “Aho, nun fa er malandino!” (sic!) Rispondo con “Guardi che è lei che mi ha urtato, io ero quello fermo al semaforo rosso. E diamoci del lei, ché non ci tengo”.
Ecco il primo dubbio è stato quello di essere un vile. Di essere uno che si tira indietro per paura.
Ma poi mi viene in mente quel senso di spreco che mi davano i protomartiri. E di quanto sarebbe stupido prendere un pugno in faccia per un graffio che neanche c’è. Su una multipla, poi.
Mi ha sempre divertito che San Simone sia sulla stessa casella del calendario di San Giuda. Controllate pure.
Ecco. A me Giuda è simpatico. E’ umano. Più dei martiri perfettini e che sanno sempre cosa fare. Che non hanno tentennamenti nella loro ostentata verità.
Ecco il mio martirologio lo voglio con dei se e dei ma. Io voglio essere condannato a continuare a vivere.

Colpa del vento

striscioneScivolano i mocassini di Mario, mentre si arrampica su quei due metri di prato in forte pendenza.
Si arrampica cercando di raggiungere la recinzione per legare quel cartello laconico. Tutto stampatello maiuscolo. “No ai licenziamenti”. E l’umidità della mattina rendono scivoloso quei due metri di erba.
Le auto aziendali passano davanti con la solita ostentata indifferenza. Andando a occupare ordinatamente i posti macchina, in un rigidissimo ordine di scomodità crescente.
Scivolano i mocassini di Mario. Le suole liscissime non hanno mai calcato un prato. E non è facile tenere l’equilibrio quando il peso di uno striscione e dell’imbarazzo ti tirano verso il basso.
Nel legare quello striscione Mario è come distratto. Ripensa a quando ha visto quel comunicato sindacale, quello che lo riguarda da vicino. Il suo reparto bla bla bla a partire dalla data bla bla bla misure bla bla bla. Parole che adesso gli tornano in mente a pezzi. Come fossero lampi. Parole staccate dal testo. Mobilità. Scorporo. Esternalizzazione. Riduzione.
Ripensa alla vergogna che lo ha fatto arrossire, a casa, parlandone con sua moglie. Rileggendo quella fotocopia, senza riuscire a darle una vera spiegazione. Senza riuscire a darla a sé stesso.
Perché Mario, lo conoscono tutti, è sempre stato una brava persona. Uno di quelli che non devi chiedergliele due volte, le cose. Uno che non si è mai tirato indietro quando c’è da far tardi in ufficio. Uno che non ha sabati e domeniche, né agosti, quando serve la sua presenza.
Perché Mario si sentiva utile. Insostituibile. Uno che però sapeva cosa rispondere a sua moglie, quando brontolava appena. Sapeva parlare di responsabilità, di impegno, di soddisfazione di fare un buon lavoro. Con una calma consapevole che la convinceva sempre.
E adesso è lì appeso in quel modo così goffo che non si capisce se è lui a reggere lo striscione o viceversa. E’ lì quasi distratto. E pensa a tutti quegli anni, a quei figli grandi non ancora fuori casa, a quel fondo scivoloso.
Ed è quasi contento che le macchine dei colleghi passino con indifferenza.
Perché non capirebbero che quegli occhi lucidi sono colpa del vento. Colpa del vento.

Fantasmi

cameraAnche se non fa più così caldo, dormo ancora sopra le lenzuola. Sto dormendo e sento qualcosa che mi sfiora le dita dei piedi, da sotto. Come se ci fosse uno dei bimbi ai piedi del letto che vuole svegliarmi senza parlare. Ci metto un po’ a capire da quale parte della veglia sono. Poi realizzo che se c’è in giro al buio Federico, potrebbe anche cadere per le scale. (Chissà perché non mi sembrava plausibile fossero Chiara o Luca).
Non vedo niente. Allora chiedo verso il buio “Cosa ci fai in giro?” Nessuna risposta. Francesca si sveglia per la mia frase detta piano. E si inizia a preoccupare.
Mi alzo per controllare. Ma sono tutti e tre nei loro letti.
Francesca dice “Allora chi era?”
Il mio ragionamento finisce in un “mi sarà sembrato” che non la convince. Mi costringe ad aiutarla a controllare tutta la casa. Lo faccio, sbuffando. Nessuno in giro. Solo la tapparella della cucina lasciata alzata. Per me è indifferente, ma lei vuole che le tapparelle siano abbassate di notte. Come se il non veder fuori sia una protezione in più. L’abbasso brontolando, mentre cerco di non fare rumore.
Torno a letto.
Non crederete mai cosa ho scoperto la mattina dopo.
Francesca mi racconta che era Luca. Si è svegliato altre due volte, ma non l’ho sentito. Alla fine lei è andata nel suo letto e Luca è finito nel lettone, a tormentarmi di calci fino all’alba.

Se fossi un lettore di Tolkien o della Rowling o di quelle robacce lì, avrei pensato a qualche entità.
Se fossi un lettore di Feltri o Belpietro avrei pensato a un rumeno che stava rubando in casa.
La conseguenza logica, adesso, dovrebbe essere che io sono meglio dei lettori di romanzi fantasy e di giornalismo fantasy. Eh, ma così non vale. Sto facendo il furbo. Guardiamo i fatti: io ho avuto una percezione. Ho cercato di interpretarla. Ma alla fine ho sbagliato in pieno, convincendomi nel mio comodo “Mi sarà sembrato, non era niente”.
Se fossi un lettore dei sogni di Luca avrei cercato di chiedergli cosa lo tormentava, stanotte. Forse un gioco del giorno precedente o l’approssimarsi dell’inizio della scuola. Forse solo una zanzara.
Alla fine sono contento dei suoi calci, con cui cercava di sentire che c’è qualcuno vicino.

Paura

policjiaCi trovavamo in Bosnia, era estate, eravamo giovani. Avevamo un progetto con dentro tanta pace e tantissimo entusiasmo. E nessun soldo da prendere, neanche quello del viaggio. E anche di questo eravamo superbamente fieri.
Cantone di Una-Sana, città di Ključ.
Dal lunedi al venerdi, la mattina e il pomeriggio stavamo coi bambini e ragazzini. Organizzavamo giochi, tornei, lavoretti. Persino un qualcosa di simile alla didattica.
Ci bastava essere lì, dimostrare che l’odio non è la risposta. Che il loro destino (come diceva l’incipit della tesi di Anna) stava a cuore a qualcuno. Eravamo il modello giocoso e sorridente di un occidente che non voleva capire i loro odii. Che non voleva ammiccare alle loro faide recenti tra vicini di casa.

Quel sabato avevamo deciso di fare i turisti, a Sarajevo. Duecento chilometri dei loro. Ma il tempo l’avevamo e anche la bella compagnia. Eravamo in quattro, sulla mia Opel Corsa. Io e tre ragazze. Per contrasto col casino che ci circondava, ci sentivamo persino belli, persino ricchi. E la Corsa sembrava una Cadillac.
Sarajevo era bella. Anche con tutti quei segni dell’assedio. Persino senza trovarci dentro nessuno da salutare.

Ma è stato al ritorno che abbiamo preso quello spavento. Quello grosso, che ancora ricordo come fosse successo ieri.
Il nostro campo estivo era in una cittadina geograficamente dalla parte bosniaco-musulmana. Ma anche emotivamente eravamo vicini a loro. Era la gente che avevamo conosciuto nei campi profughi in Slovenia. Erano quelli che ci avevano insegnato la loro lingua, con la loro inflessione e i loro errori di pronuncia. Erano quelli che avevamo frequentato di più. Quelli che ci avevano avuto a cena, quelli che ci avevano adottato invitandoci a casa loro, una volta finita la guerra.

La strada per Sarajevo era un continuo entrare e uscire dalla parte serbo-bosniaco a quella croato-musulmana. Non che per noi facesse grande differenza, ma quelle scritte in cirillico, con la guerra così fresca di cronaca ci impensieriva.
La sera era scesa presto e noi ci siamo fermati per strada a mangiare. Dopo cena era notte. Strade da fare con lentezza e attenzione. Un lampione solo sull’incrocio principale di ogni paesino. Fuori il buio, la notte.

Ormai mancavano pochi chilometri alla conclusione del nostro viaggio di ritorno. La strada, quasi deserta, buia del tutto, passa in mezzo alla campagna.
Due lucine da lontano. Ci avviciniamo. E’ una pattuglia della polizia. Poliziotti Serbo-bosniaci con uniformi strane, disordinate.
Accostiamo, fuori dalla strada, in uno slargo sterrato.
Ci fanno domande che non capiamo, neanche Silvia, quella che parla la loro lingua meglio di tutti noi. Lingua che mi sembra improvvisamente oscura. Consegno la patente e il libretto. Fidandomi della logica, più che della traduzione.
“Dicono di seguirli” dice Silvia. Li seguo e facciamo per allontanarci dall’auto. Silvia istintivamente si presta come interprete e fa per seguirci. L’altro dice no. La blocca ancora in macchina. Mi giro, vedo la scena goffa. E mi preoccupo.
Siamo tutti in silenzio. Rifletto: No, ma io non ho niente da temere. Non sono nemici. Noi non siamo nemici loro. Sì, ma lo sanno?
Non è che hanno sentito che parliamo con l’accento dei loro nemici?
Cerco di sorridere, di mostrarmi cordiale, ma la tensione peggiora. Peggiora.
Non ci capiamo. Gli voglio dire la frase che mi hanno insegnato “non scrivere [la multa]”.
Ma come si dice “Ne pisati” o era “Ne pišati”. Solo che uno dei due vuol dire “non pisciare” e se sbaglio è un casino.
Ma adesso questo dubbio non mi fa ridere. Ho paura. Perché mi ha voluto qui, da solo? Perché siamo al buio io e lui? Cosa vuole da me?
Alla fine gli dico impaurito “Koliko je la multa?” Metà in italiano. Gli faccio vedere venti marchi convertibili. Lui mi fa un gesto come a un bambino. Come dire “non farti vedere, cretino. Non sai stare al mondo?”.
Glieli do, li prende. Fa un gesto come dire “vai”.
Riprendiamo il viaggio. In silenzio. Brutto spavento. Abbiamo scampato un pericolo che non c’è mai stato. Ma ci è restata addosso una paura nera.
La strada mi sembra molto più buia. Non abbiamo più tanta voglia di cantare.

Grosso pennuto africano

grosso pennuto africano con la testa sotto la sabbiaÈ buio qui. È buio.
È un risveglio lento, intorpidito. Fatico a capire dove sono. È buio.
Mi sento uno strano vuoto in testa, la testa pesante. Poi piano piano comincio a ricordare. Metto a fuoco lentamente quel qualcosa di ostile. Una minaccia ancora indistinta. Che mi ha portato a infilare la testa sotto questa sabbia calda.
Noi della nostra specie abbiamo questa tradizione rassicurante. Un pericolo, una paura, una remora e ZOT! La testa puntata sotto qualche centimetro di terriccio.
Che poi, va detto: non è mica una pratica facile!
Le prime volte, se ti dimentichi di chiudere bene il becco, la bocca si riempie di terra. Perché la chiamiamo sabbia, ma è sabbia solo quando va bene.
Spesso è terra, o terriccio. A volte è dura come l’estate africana. Ma poi ti ci abitui non si sta poi male. Il sole non picchia forte in faccia e i rumori arrivano attutiti. Lontani. Acquosi.
Adesso, piano piano, inizio a ricordare. E più il ricordo si fa nitido, più il timore che mi ha portato qui, riprende vigore.
Non ricordo se fuori c’è un predatore che voleva aggredirmi, non ricordo neanche come questo esercizio potrebbe dissuaderlo. Ma lo hanno sempre fatto i miei simili e mi fido. Sento il cuore che batte più forte. Un’ansia crescente.

Perché sono nascosto qui? Una iena? Una tempesta di sabbia? Un incendio della savana?
O forse perché mi hanno chiesto se credo in Dio. Io? Ma che domande sono per un grosso pennuto africano? Mah!
O forse per non vedere lei, per non dover reggere il suo sguardo. O per fuggire a una responsabilità. O a una vergogna.

No ma poi la tirerò fuori, la testa. Per verificare se il pericolo è svanito.
La tirerò fuori. Con cautela.
Pronto a infilarla di nuovo sotto il suolo. Alla prima paura, al primo scatto.
Al primo dubbio.