lavoro

Stabile e sicuro

trebicchieriPiove e si ritrovano in un bar. Silvano arriva in motorino, lo parcheggia nelle righe, lo raddrizza, copre il sellino con un sacchetto e mette la catena. Lorenzo arriva subito dopo, con l’autobus, puntuale, anche l’autobus. Monica arriva poco dopo, ha preso la macchina, suo marito era in ritardo, ma abita vicino.

Entrano nel locale dove con chiarezza meccanica vengono spiegate le regole e i prezzi. Quei tre non sembrano gente da aperitivo, ma dopo essersi letti tanto è una buona occasione per vedersi.

Parlano parlano parlano. Intanto il locale si riempie di gente difficile da definire. Il discorso rimbalza piacevolmente di qua e di là. Poi si finisce a parlare di lavoro.

Lorenzo dice che forse si sposterà in Spagna. Lui e la famiglia. Che ormai qui è dura e i contratti nuovi sono pochi irraggiungibili. E magari l’estate prossima ci provano. Per vedere come sarebbe. Per vedere com’è.

Monica ha un contratto a tempo indeterminato, ma suo marito è meno stabile. Lei vorrebbe cambiare, andare all’estero, cercare nuove sfide. Ma si sente il perno del compasso. Dice proprio così. Si vede che sa trovare le parole giuste, come quando scrive. Le pesa questo essere l’elemento stabile e non potersi proiettare verso una crescita.

Silvano ha qualche anno di più. Un lavoro di quelli che venivano descritti con aggettivi democristiani. Solido, stabile, sicuro. Come se ci fosse sicurezza. Ma non lo dice, non sarebbe delicato nei confronti degli amici che devono fare i conti con altro ordine di problemi. Nella mente di Silvano si formano improvvisamente delle bolle di pensieri. Pensa che è fortunato ad avere questa stabilità. Pensa che questa stabilità è la sua maledizione, quello che lo tiene fermo. Pensa che con i figli non sarebbe serio fare scelte azzardate. Pensa che non ci sono occasioni, ma se anche ci fossero lui lascerebbe passare tutti i treni. Pensa che è un idiota a pensarla così. Pensa che è una serata davvero piacevole e cerca di godersi la compagnia dei suoi amici.

Fuori ha smesso di piovere.

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La scatola di Carlo

scatolone2Carlo se l’aspettava da un po’. Queste nuove leggi, questa riscoperta insicurezza, questi bilanci aziendali scritti in grigio. E poi lei, certo: questa crisi. Questo mostro senza faccia che anche se si fa vedere da qualche anno, sembra esserci da una vita. Fosse almeno un drago o un grifone o un’altra pagina qualsiasi di un bestiario medievale, almeno uno potrebbe cercare di affrontarla. Invece è fatta di polvere, di numeri, di ruggine. Di cancelli che chiudono e l’indomani mattina non aprono.
Carlo viene chiamato in una improvvisata sala riunioni da quel capo improvvisato che ha tanti anni meno di lui. Quando la porta si chiude il discorso è subito chiaro. C’è una lettera di licenziamento. Non serve neanche trovare una scusa. Carlo è dirigente.
Carlo torna alla sua scrivania e cerca le parole giuste per dirlo ai colleghi. Nelle prossime ore, nei prossimi giorni dovrà trovarle per la moglie, per i figli, per i vicini, per tutti. Oltre all’incertezza sul futuro, pesa questa ombra di colpevolezza. E non basta invocare la crisi e le logiche globali per spazzarla via.
Carlo mette senza fretta le sue cose in una scatola di cartone recuperata nel corridoio. Cose inutili, cose che non gli serviranno. Sembra la scena di un film americano, ma questa non è Holliwood. Certo che no.
Stacca due foto dal muro. Come erano piccoli i figli, qui. Stacca il badge dei congressi con il suo nome, il logo dell’azienda e delle convention per best performer.  Lo fa senza odio, senza sarcasmo. Non ha la mente abbastanza libera per trovarli grotteschi.
Si sforza di non pensare ai momenti belli vissuti in tanti anni di azienda. I successi, i colleghi, il mondo che cambia in fretta e anche il suo lavoro che sta al passo. Si sforza di non pensare a quando, fresco di laurea in ingegneria, si sentiva arrivato nel posto giusto.
Saluta i colleghi sforzandosi di sorridere. Capisce il loro imbarazzo fatto di frasi che cercano di essere rassicuranti. Stacca il suo biglietto da visita dalla cassettiera. L’aveva messo come targhetta. Non vuole lasciare traccia. Coerente per l’ultima volta con questa sua azienda che non vuole tracce.

Lavoro, rispetto e carnivori

fainaaLe due famiglie ai tempi erano affiatate, a quei tempi. Facevamo vacanze assieme in campeggio d’estate. E quella volta siamo finiti in Trentino.
La parte della pizzeria in cui ci avevano messi a sedere aveva le pareti ricoperte di legno. Noi bambini, poco abituati a uscire la sera, eravamo elettrizzati da questa novità.
Il cameriere aveva dei baffetti chiari, che a noi di pianura sembravano non intonati alla sua età. Si è affacciato come un piccolo animale nervoso. Fiutava l’aria e noi ci siamo girati a guardarlo. Avendo tutti gli occhi addosso ha detto “Scusate, voi non sentite odore di bruciato?” E ha continuato la sua ricerca.
Anni dopo ho imparato quanto i popoli di montagna siano legati al legno. E quanto il legno sia legato al fuoco. E oggi quell’atteggiamento da faina allarmata non mi sembra così insensato.
Ma allora lo trovavamo spassosissimo. Tanto che, appena girato l’angolo, ci siamo messi a ridere e a imitarlo. In piedi sulla panca a fiutare l’aria. Io, mio fratello. Mentre nostra sorella, più piccola, ci trovava ottimi attori e rideva di gusto.
Dopo pochi secondi di quel teatro da due lire, mio padre ci guarda e ci dice: “Guardate che quel cameriere sta lavorando. Chi lavora va sempre rispettato. Sempre”.
Allora non abbiamo capito bene il senso della frase, ma da quel tono preciso e rispettoso abbiamo capito che l’insegnamento era importante.
Sono poche le frasi che mi sono rimaste in mente come quella. Ma ogni volta che sento parlare di lavoro e di rispetto mi viene in mente quel cameriere, il suo naso da carnivoro selvatico, la nostra risata da stupidi.
E quell’insegnamento semplice.

Vincenzo tutto maiuscolo

quickIl museo della scienza è sul lungofiume, ma apre solo alle due. A Bordeaux c’è più freddo di quanto promesso dalle previsioni. Allora decidiamo di avvicinarci un poco, andando a mangiare da Quick.
E’ un fast food in un grosso centro commerciale. Una grossa Q, un locale che è in tutto identico a un McDonalds. Tavolini, spazi, parcheggio, corsia per i patiti del panino che non vogliono scendere dall’auto.
Siamo in dieci bambini compresi. La fila alla cassa è corta, ma ci serve un tavolo grande. Ci dividiamo quindi, intanto che i bambini, quasi scegliendo in autonomia, si lanciano in acrobazie ingoiati (senza scarpe) da strutture di reti, acciaio, gommapiuma e sudore inodore.
Discutiamo un po’ in francese un po’ in italiano per le ordinazioni. Quanti erano gli hambuerger? Quante le insalate? Il ragazzo con la divisa rossa ci chiede “Siete italiani?”. La discussione si interrompe a metà dell’insalata col salmone. Erano una o erano due? Noto solo allora che la targhetta sul petto riporta un VINCENZO tutto maiuscolo.
Continua la lista di panini e patatine e di riconteggi che non tornano mai. Andrea gli chiede “Sei a Bordeaux per lavorare?” e lui “Sì, ma non per questo lavoro, questo è solo per non fare niente. Facevo marketing ma poi è finito il contratto e mi hanno lasciato a casa”.
Gli chiediamo di sfuggita da dove viene, da quanto è in Aquitania, cosa cerca. Basilicata, sei mesi, faccio colloqui in spagna, Londra, Francia. Lui è un bel ragazzo, giovane. Con la faccia da mediterraneo. Occhi scuri, occhi belli. Inesorabilmente triste, ma che non si vuole arrendere.
Ci ripassa vicino mentre, da ultimo arrivato, viene mandato a pulire i tavoli con straccio e sgrassante multiuso.
Lo salutiamo, VINCENZO tutto maiuscolo. Anche se il suo sguardo basso ha qualcosa di minuscolo. Come si vergognasse a essere lì, a pulire i tavoli dove hanno sbriciolato, nell’ordine, famiglie della piccola borghesia francese in giro per compere prenatalizie; coppie di ragazze e ragazzi della banlieu, capelli rasati e catene come se Harlem fosse vicina; gente dell’est che indossa denti d’oro e giubbotti di pelle spessa. VINCENZO tutto maiuscolo strofina con impegno, ci mette molta più energia di quanto serva per togliere quella maionese e quell’unto di patatine.
Ci ripassa vicino, cerco un sorriso che mi assolva. Invece niente. Mi frugo nella memoria, dappertutto. Niente. Un nome da passargli, un’azienda che so che sta cercando, un consiglio con un minimo di fondamento. Niente.
VINCENZO tutto maiuscolo è l’Italia migliore, quella che non sta a casa ad aspettare il concorso, ma muove il culo. E allora perché non sono ammirato? Perché non sono fiero di lui?
Forse perché la sua energia che ci mette, con lo straccio e con la ricerca di un futuro, hanno qualcosa di sbagliato. Troppa forza, troppo poco risultato. Qualcosa di intrinsecamente sbagliato.
Guardiamo l’orologio. Si è fatta l’ora. Ci incamminiamo per andare al nostro museo.

Era un dromedario ti dico

dromedarioIl colloquio per il primo lavoro l’ho fatto con una insostenibile leggerezza. Smontavo dall’ultimo turno di guardia, lungo ventiquattro ore. Con la divisa blu dell’Aeronautica Militare, anfibi rigorosamente ai piedi (sempre), e un servizio fatto di quattro ore in giro per la base militare e quattro ore di riposo.
Ripensandoci adesso mi sembra assurdo che non abbia scelto il servizio civile. Mi sembra assurdo di avere perso un anno a giocare ai soldatini imbracciando armi vere, invece che iniziare a costruire il mio futuro. Mi sembra assurdo ma è andata così e diventare pacifista, negli anni immediatamente successivi, è stata una maturazione che apprezzo ancora di più.
Nel blindatissimo corpo di guardia c’era una doccia, pensata perché i soldati si potessero lavare dopo una molto improbabile contaminazione nucleare. Io ci ho portato il docciaschiuma e ho cercato di togliermi la contaminazione da inutilità delle ventiquattro ore appena trascorse.
Il sottetenente, un mio coetaneo a cui davo del lei, ha finto di non vedermi uscire da lì, accennando solo col capo un segno di disapprovazione.

Dopo avere smontato mi sono messo giacca e cravatta e, armato di tuttocittà, ho preso un paio di autobus raggiungere il luogo del colloquio di gruppo.
Ci hanno spiegato cosa avremmo fatto, ci hanno propinato un test che ho passato con grande scioltezza, ci hanno inserito nelle caselle di un pomeriggio sovraffollato per la parte del colloquio.
In questo parte orale, c’erano tre direttori che avevano i gradi gerarchici degli ufficiali da cui mi stavo congedando. Solo che non erano (ancora) del mio esercito e questo mi dava una grandissima libertà. Una mia amica era stata scartata e mi aveva avvisato “Guarda Simone che questi cercano di stressarti, di metterti in crisi. Ti trattano male apposta per vedere come reagisci”
Io allora (conoscendo il trucchetto) aspettavo divertito che iniziassero. Dopo qualche domanda classica hanno iniziato: “Ma lei è alla prima esperienza. Il suo voto di laurea non è poi tanto speciale. Ma perché dovremmo prendere proprio lei?”
Io con artificiosa sfrontatezza “Perché se non mi prendete adesso non saprete mai cosa vi siete persi!”
Sì, lo ammetto. La frase è una frase idiota. Logicamente non sta in piedi, perché questo vale per chiunque sia scartato. Ma i tre inquisitori se la sono fatta andare bene, leggendoci un approccio volenteroso (sbagliando) e una buona prontezza (indovinando). Mi hanno assunto.

Ci siamo trovati qualche settimana dopo a partire per un corso base di un mese. Eravamo cinquanta ragazzi e ci insegnavano cosa succedesse in quella multinazionale molto complessa che ci aveva scelti come rampolli. Dovevamo imparare il mestiere del direct marketing quando lo status di quel lavoro non era ancora stato svilito da un uso indiscriminato e molesto del call center. Erano anche gli anni in cui si pensava che bastassero le strampalate teorie della programmazione neurolinguistica per fare un rappresentante partendo da una persona normale. Dovevamo imparare a convincere, per telefono, magari distinguendoci dai piazzisti di spazzole. Dovevamo anche fare gruppo.
Questa ultima parte ci veniva benino. La sera, nel deserto nebbioso di un terra a metà tra il Lario e Milano, spuntavano due chitarre che si avvicinavano al piano scordato suonato da un napoletano simpatico e un po’ jazz. C’erano chiacchiere, sogni e vanterie dei soliti. Eravamo tutti laureati, i trenta anni ci sembravano incautamente lontani e avevamo grandi sicurezze sul futuro.

Una sera siamo finiti in una birreria in stile old west. Un posto particolarmente triste dove servivano una birra pallida, indossando con apatia camicie a quadri e gilet da Pecos Bill della bassissima brianza. C’eravamo quasi solo noi in quella solitudine. Ma non ci mancava niente, visto che cercavamo solamente l’occasione per mettere il naso fuori dal centro di istruzione.
Era un gennaio freddo e penso che gran parte dell’umidità della zona fosse finita in quelle strade.
Siamo usciti ad un orario poco compatibile con la ripresa dei lavori la mattina dopo. Il tasso alcolemico era da “tanto non devo guidare io”. C’era una nebbia che quei lampioni alti e gialli del parcheggio appena asfaltato, riusciva a bucare appena.
Giriamo l’angolo e ci troviamo di fronte un dromedario.
Era un dromedario, ti dico! Fermo davanti a noi, con lo stesso sguardo perplesso e incredulo che dovevamo avere noi. Ma forse senza condividere il nostro primo pensiero “Forse stavolta ho davvero bevuto troppo”.
Un dromedario, nel parcheggio di una birreria di Qualcosate (i nomi dei paesi iniziano tutti male e finiscono tutti in -ate).
A qualcuno torna la parola e dice “Ma… è un cammello!”.
Subito ripreso “No, veramente è un dromedario”, come se la cosa fosse più accettabile. E come se il conteggio delle gobbe fosse così facile per gente che ci vedeva doppio.
Siamo tornati nelle macchine, stringendoci in cinque o sei, e siamo andati a dormire.
Il giorno dopo non ne abbiamo parlato. Tutti intimamente perplessi e dubbiosi del ricordo assurdo. Fino a quando qualcuno ha trovato su un giornale un trafiletto su un certo dromedario scappato da un certo circo che stazionava nel certo paese. E la sintassi della cronaca locale si dilungava rassicurando sulle condizioni di salute del camelide.
La conferma che tutto questo fosse successo davvero ci ha rasserenato, quando già i più volitivi si ripromettevano di diminuire, in futuro, il numero di medie chiare.
Dopo aver dato una rassicurante spiegazione razionale di quell’incontro, l’unica cosa illogica è restata quel locale finto werstern incastonato nella finta brianza comasca.

Senza rimpianti, Egregio Direttore

signordirettoreEgregio Direttore,
le scrivo per chiederle di cestinare la mia lettera del 6 novembre scorso.
Visti i tempi del regio servizio postale non sono sicuro che le sia già arrivata, adesso che ha in mano questa mia seconda richiesta.
Il fatto è che subito dopo averla spedita, prima ancora che potesse essere giunta sulla sua scrivania, già me ne ero seriamente pentito.
L’idea di farle leggere un mio pezzo e chiedere il parere, mi è sembrata improvvida e molesta. E se le scrivo è solo a causa di una benedetta remora, mostratasi però solo con una intempestività da maledire.
Chissà cosa credevo mandando quei racconti proprio a lei, direttore di un prestigioso giornale. Forse, ma è solo un’ipotesi, in cuor mio speravo di suscitarle un’emozione tale da muoverla a chiamarmi. A mettersi (lei!) in contatto con me. A spingermi a lavorare per lei. Eventualità questa per cui non sono sicuro di avere nemmeno la motivazione adatta. Senza poi dovere fare i conti con la tecnica e il cosiddetto talento necessari.
Mi creda: dopo quasi due notti di sonni agitati e discontinui, mi sono risoluto a scriverle.
Ho pensato mille volte al modo esatto. Per evitare di esserle, per per paradosso, di nuovo di impiccio.
Ho pensato di scriverle citando quel passaggio di Pavese, nella luna e i falò, ricorda? Quello in cui si immaginava in America a maneggiare soldi e scrivere delle lettere. Col pensiero di seguirle poi per mare, quelle sue lettere. E io come quel personaggio a inseguire le mie. Ma poi sarebbe stato solo un noioso esercizio di sfoggio di cultura casuale. Io che di libri ne ho letti davvero pochi. E mi creda, questa non è una iperbole a calare. E’ una stima assai prudente dei pochi volumi a cui sono arrivato in fondo. Vede? Ci ricasco. Mi vesto di una parvenza di chissà cosa. Nomino figure retoriche come un ginnasiale vanitoso.
Si renderà conto che scrivere mi viene naturale, ma non penso che questa sia una cosa sana. Non mi appartiene più. Non è la mia strada.
Facciamo così: cestini tutte e due le lettere. Lavorare nella sua redazione è stato il mio sogno per anni. Ma adesso che sento di averlo quasi a portata di mano non mi interessa più. Non mi regala più nessun brivido.
Seguirò i cicli della terra nella fattoria di mio padre, dove sono nato. E riassaporerò il gusto delle parole solo la sera, alla luce del lume, in piena libertà. Senza rimpianti, Egregio Direttore.
Auguro ogni bene a lei e alla sua testata.

Poliuretano

Fiore in realtà si chiama Florian. Ma da quando è in poliuretanoItalia si è abituato a farsi chiamare così. Per semplicità. Ormai si è abituato a tante cose.
Si è abituato a non pensare al futuro.
Si è abituato a chiamare casa un posto in cui si vergognerebbe di ospitare vecchi amici.Si è abituato a uno sguardo freddo, quando il suo accento tradisce il suo non essere italiano.
Si è persino dimenticato il diploma quasi a pieni voti che ha preso da ragazzo. Non gli serve, qui. Gli serviva un lavoro e ne ha trovati tanti. Tanti lavori che tutti assieme non ne fanno uno vero. Ma bastano per prendere una macchina per tornare a casa d’estate e sembrare un vincitore, uno che ce l’ha fatta.
Florian si è abituato a farsi andare bene le domeniche con la sigaretta in bocca e la tv satellitare. Così senza pensare troppo.
Da qualche tempo gli hanno presentato una donna Anna. Tra di loro parlano un italiano buffo. Ma è una delle poche cose che hanno in comune. A parte la solitudine.
Intanto che installa una parete di cartongesso, a casa di italiani normali che vogliono risparmiare l’IVA sui lavori, pensa a lei. Cerca di capire cosa prova per lei.
Intanto liscia, coibenta, isola. Perché Florian è bravo davvero in questo lavoro.
Usa il poliuretano spray. Lo vede uscire come schiuma quasi liquida dalla bomboletta. Sente il solvente evaporare presto e la schiuma indurirsi. Solidificarsi. Fare il suo lavoro. Riguarda quel lavoro perfetto e sorride, sovrapponendo il pensiero sull’amore a quello sul poliuretano.
Va a espandersi dove trova un buco, una crepa, un vuoto. Va lì e si solidifica e sembra perfetto. Sembra sia nato per stare lì.
Poi, segretamente orgoglioso di questa poesia va avanti. E si dice che sì, che bisogna crederci davvero. Che lui ci crede davvero a questa cosa. Florian crede davvero al potere universale del poliuretano.

Una grande occasione per te

conferenza e-business“E tu ti presenti qui, a parlare di e-business con dei lucidi?”

Due giorni prima il direttore mi aveva fatto chiamare da Patrizia, la segretaria miope, nel suo ufficio. Ha iniziato con la solita frase standard: “Ho una grande occasione per te…”. Poi, come preso da un improvviso senso di pudore, ha cambiato registro e ha specificato “Insomma: ti sto per tirare una fregatura”. Chiudendo la frase con un inaspettato sorriso di chi non si è pentito ma cerca la clemenza della corte. Senza lasciare spazio per miei commenti o per mostrare imbarazzo, è seguita la sua pragmatica spiegazione del compito che mi sta assegnando. “Si tratta di andare a Torino, dovresti sostituirmi in una presentazione sull’e-business. L’ultima volta che ci sono andato c’erano sette persone in una stanza, di cui tre erano colleghi. Non voglio perdere un’altra giornata. Per questo mando te. Visto che sei nuovo, per te potrebbe anche essere l’occasione di fare un’esperienza nuova. Non preoccuparti su quello che dovrai dire: ho già detto a Patrizia di preparare cinque lucidi. Poi gli argomenti tu li conosci: racconta qualcosa. Sii credibile”.
Non è seguito una richiesta di approvazione o di adesione. Il capo era lui. e non era neanche il mio capo diretto: tra di noi c’erano uno o due strati di managerialità intermedi.

Mi faccio dare i lucidi e due giorni dopo sono in macchina. Cerco la strada facendomi dare l’indirizzo esatto (Lingotto? L’ho già sentito… Non era un quartiere dove c’era la FIAT?). Prendo la macchina e vado. Non c’erano ancora navigatori o diavolerie simili. Mi ero fatto spiegare la strada da qualcuno che sembrava lo facesse per la prima volta. Ma alla fine arrivo. In orario.

Entro tranquillo e qualcosa nell’atrio non mi torna. Mi aspettavo un ambiente più piccolo, meno pomposo. Mi ero messo in testa di cercare qualcuno a cui chiedere l’indicazione per una ipotetica sala riunioni. Mi trovo in un atrio ampio. Molto ampio. Pericolosamente ampio.
Non faccio in tempo a dire “Devo parlare alla presentazione sull’e-business” che vengo aggredito da tre persone.
Il primo mi salta addosso mettendomi un radiomicrofono con relativo trasmettitore agganciato alla cintura. Controlla batterie e mi indica come accenderlo e spegnerlo.
Il secondo mi chiede senza guardarmi in faccia il mio nome e lo cerca istericamente sulla scaletta. Mi dice “Saresti fra 70 minuti ma hanno chiesto una sostituzione. Se ti va bene fra 25 minuti tocca a te”. Ma capisco che non c’è una opzione “se non ti va”.
Il terzo (il migliore) mi si avvicina con la divisa tipica del Marketing & Communication. Dolcevita nero-morte che sarebbe poco aziendale in qualsiasi altra divisione.  “Dov’è la presentazione?”. Gli porgo la cartelletta salmone che contiene i lucidi colorati, ognuno col suo bel foglio bianco diligentemente attaccato dietro (sì, perché nelle sale riunioni si usavano delle lavagne luminose e le immagini venivano proiettate su muri sempre sconnessi e giallini). La mia ansia non fa in tempo a crescere in proporzione a quanto mi stava capitando che si aprono le due porte dell’auditorium dove (“fra 24 minuti esatti!”) avrei dovuto intrattenere, illuminare, entusiasmare la platea assonnata. Non è una sala riunioni. Un auditorium di qualche centinaio di posti. Quasi pieno.
Il signor dolcevita sintetizza il mio senso di inadeguatezza apostrofandomi imbestialito  “E tu ti presenti qui, a parlare di e-business con dei lucidi?”

Ecco. Questo è stato il momento. L’attimo in cui sono cambiato. Ho come avuto un’illuminazione. Sì, il posto era strapieno. Ma ho avuto come l’intuizione  che ognuno di loro in fondo fosse una persona come me, con altre preoccupazioni, altri problemi, altri sogni. E il fatto che poi stessi per fare bella o brutta figura per loro era del tutto indifferente. Forse questo ragionamento è stata solo uan difesa che la mia mente ha trovato lì per lì. Una negazione della realtà. Ma questo pensiero mi ha messo in faccia un grande sorriso e una insperata serenità. Non era una risata isterica. Era consapevolezza. Incauta padronanza.
Ho usato i 23 minuti residui per recuperare sul PC una presentazione. Ho sfrondato, limato, eliminato ogni scritta che potesse lasciare capire che era stata preparata per altri scopi. Ho messo un titolo che si abbinasse a quello del programma e subito toccava a me.
Sono salito sul palco e ho parlato. Sciolto, rilassato, divertito. Sì divertito! Così divertito da quella scena surreale, da risultare davvero convincente ed entusiasta.
Tanto che alla fine del mio intervento, sono stato avvicinato da alcune persone. Chi si complimentava per la mia esposizione (ancora mi domando il perché), chi mi lasciava un biglietto da visita (chissà perché), chi mi sottoponeva delle domande “che non sembrava opportuno fare davanti a tutti”.
Il giorno dopo mi convoca il direttore, al piano sopra. Mi riferisce giudizi lusinghieri. (Ecco, non avevo considerato che qualcuno avrebbe potuto raccontargli poi della mia performance). Gli ho raccontato il mio punto di vista selezionando bene i particolari rilevanti. E come mi ero trovato in quello che poteva diventare un’occasione di panico. E di come ne ero uscito con una autoironia tutta nuova. Mi piaceva davvero sentirmi una specie di Woody Allen aziendale, con le dovute proporzioni.

Pensandoci adesso, da quell’incidente sono cambiato. Non ho più nessuna paura (e purtroppo nessun pudore) quando devo parlare in pubblico. E non so se è proprio sempre un bene.