calcio

La temibile compagine bielorussa e il bar di Star Wars

Champions League

Luca è appassionato di calcio. Essendo uno sport di massa, il mio snobismo mi ha portato sempre a porre un freno a questa passione. Non voglio che diventi uno dei tanti che parla usando cori da stadio e che sostituisca alla sua opinione quella del Biscardi di turno. Quindi se da un lato l’ho sempre incoraggiato a giocare a pallone (in cortile, in spiaggia, al doposcuola), dall’altro non ho mai sottoscritto abbonamenti a canali di calcio né assecondato le sue richieste di mollare la piscina per il campetto.

La sorte, per compensare questa mia mancanza, mi ha offerto un specie di chance. Unicredit, infatti, ha indetto un concorso che si chiama RefereeMascot con il quale si offre a un bambino la possibilità di accompagnare in campo un componente del team degli arbitri. Si vestono negli spogliatoi, entrano in campo prima del fischio di inizio e poi i bimbi si rivestono e raggiungono i genitori in tribuna per guardare la partita di Champions League.
Sono in ufficio. Mi arriva una telefonata strana “Vuole portare suo figlio a vedere Roma – Bate Borisov? “

Consulto qualche amico con il figlio della taglia giusta, diamo le conferme e dopo un paio di giorni inizia la nostra avventura. A dire il vero la serata è stata una alternanza di momenti di gloria e di panico, nella migliore tradizione della tragedia classica.

Siamo arrivati allo stadio e ci siamo accorti che il punto di ritrovo era dentro, ma noi eravamo fuori e senza i biglietti. Il nostro contatto era una giovchampions2ane donna molto in gamba, Serena di Unicredit. Abbiamo chiesto agli steward di poterla avvisare ma sono stati irremovibili. Quando poi è uscita ci siamo accorti che i nostri biglietti erano in albergo ma i nostri figli dovevano entrare. Allora la povera Serena si è improvvisata mezzofondista e ha percorso i due chilometri verso il suo hotel per permetterci di entrare. Nel frattempo i nostri figli sono stati portati negli spogliatoi e noi genitori siamo restati fuori dai tornelli e dentro le cancellate. Una specie di zona di interdizione che ricordava un po’ Staten Island, ma con più giornalisti e meno sogni.

Dopo un po’ la valente mezzofondista per cui tifavamo è tornata, ha ritirato le liberatorie (che avevamo firmato appoggiandoci sull’auto ufficiale), ci ha dato i biglietti che abbiamo sventolato davanti agli increduli steward (osteggiando la faccia da “hai visto che ce li avevo!”) e siamo entrati.

Quando i bambini sono entrati in campo è stata un’emozione. L’inno della Champions League, la corsetta e lo schieramento in campo. Luca era vestito di bianco con la scritta RESPECT e mi ha confessato che tremava.
“Perché tremavi? Avevi freddo?”
“No, non era quello…” è stato il suo commento emozionato elasciato volutamente in sospeso.

La partita è andata bene, i bambini hanno arricchito il loro repertorio di parolacce, grazie alla simpatica famiglia di nobili inglesi in gita in tribuna Monte Mario. Ma sono abbastanza grandi da riderne senza ripeterle. In realtà il match con la temibile compagine bielorussa è finito zero a zero tra i fischi dei tifosi romanisti arrabbiati con il mister, ma a noi questo importava poco.

Siamo usciti e abbiamo trovato una brutta sorpresa. Il bauletto dello scooter era stato forzato. E il coperchio tolto di netto (costa esattamente come i due biglietti di tribuna). Nel cercare di rimetterlo a posto ho rotto la chiave nella serratura. Il problema è che la chiave era la stessa chiave dell’avviamento. Quindi ci siamo trovati alle undici di sera, lontani da casa e a piedi.

Luca era molto scosso dal tentato furto e stanco per l’orario e continuava a ripetere “Ma se i ladri tornano e ci rubano il motorino?”. Ho cercato di rassicurarlo con parola a vanvera, ma pronunciate con dolcezza. E forse ci sono riuscito. champions3
Stavo cercando un taxi col cellulare e ne ho visto uno passare. Lo abbiamo preso al volo, come nei film. Anche lo slang del tassista ricordava un personaggio alla Taxi Driver, ma un po’ piu der Tufello che della grande mela. Ma l’abitacolo era caldo e siamo arrivati a casa abbastanza in fretta.

L’indomani mattina sono andato a riprendere lo scooter. Ho accompagnato i bambini a scuola e poi a piedi verso la metropolitana. Ho preso al volo un bus sovraffollato con gente che si ripeteva come una litania i discorsi di ogni mattina “Per fortuna che a doveano potenzià, ‘sta linea!”.

Arrivo allo scooter e mi accorgo che il parcheggio sul lungotevere lo ha esposto al freddo e a un’umidità che non avevo considerato. Provo con la chiave di riserva. Entra: è già qualcosa. Provo ad accenderlo ma non parte. Ad ogni giro del motorino di accensione la mia speranza di vederlo partire si allontana di un po’. Alla fine sono fermo. Lancio un uffa che fa rima con imbarazzo e mi fermo un attimo a pensare. Non ho voglia di tornare a casa per ricaricare la batteria e tornare un altro giorno. Trovato! Guardo se c’è un meccanico in zona. Lo trovo, benedicendo i prodigi della rete mobile: è nella terza traversa a destra. Spingo lo scooter fino a lì.

“Buongiorno, mi aiuta a farlo partire?”
“Devi da toglie a batteria”
“Certo. Sa me l’hanno forzato ieri sera vicino allo stadio e adesso non parte…”
“Sei annato a vede’ sta Roma der c…. ?!?”
Sorrido. Non so cosa rispondere. Non ho capito se è un laziale o un romanista critico. Altre ipotesi sono fuori dall’ordine delle cose dell’elettrauto romano.
“Non siamo tifosi, ho portato mio figlio perché doveva entrare in campo con gli arbitri” L’uligano si rasserena.
Io trovo molto azzeccata la mia frase ecumenica da bar di Star Wars. Non mi ha fatto schierare né con la Roma, né contro, né con Garcia, né con Dart Vader.
Alla fine sorrideva e ha signorilmente respinto la mia richiesta del quanto le devo.

Tornando a casa il bauletto si è rotto del tutto ed è stato tumulato in un cassonetto per la plastica. Ho scoperto poi che il suo costo è praticamente pari al valore dei due biglietti della tribuna. Ma non importa.

Riflettevo sulle persone incontrate. Su Serena di Unicredit, che si è presa la briga di correre a recuperare i biglietti con un attaccamento al lavoro che mi piacerebbe che i suoi capi conoscessero. Sui tifosi che passano agli ottavi e fischiano la loro squadra. Sull’elettrauto a suo modo gentile. Sui fratelli di Luca che erano fieri di vederlo in tv, anche se solo per pochi secondi. Sulla gente che sui mezzi pubblici si lamenta senza fantasia. Sul ladro che per frugare in un bauletto mi ha fatto un danno da ridere e che adesso (se le mie preghiere sono esaudite) è seduto su un water in preda a una dissenteria da guinness…

Ma Luca oggi parla di questa esperienza e mostra la sua maglia con scritto “Respect” con l’orgoglio di un veterano. E questo mi fa dire che ne è sicuramente valsa la pena.

(Certo se adesso mi mandassero un bauletto nuovo con dentro un pallone della champions sarebbe proprio perfetto…)

 

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Volare basso volare alto

takeoff

Spesso noi genitori ci troviamo la mattina in mutande a urlare “Vèstiti e non fare casino a quest’ora”. Che a pensarci bene non è proprio il massimo della coerenza. Ma alle sette e dieci di mattino la FIFA ha vietato le partite condominiali tra giocatori di sette e otto anni. E soprattutto le risse in campo e le rovesciate.
Quindi mentre mi faccio la barba mi capita di intervenire e di squalificare campi, espellere giocatori, comminare giornate di squalifica.

Visto che i vari DASPO contano poco, viene il sospetto che i piccoli giocatori-hooligan non vengano su nel modo migliore. Sembra che inizino a “rispondere” in modo maleducato e soprattutto a dover essere controllati perché cercano sempre di fregarti. Le partite infatti sono a porte chiuse, nel senso più stretto del termine. Sapendo di fare qualcosa di sbagliato si chiudono in camera e comincia l’incontro.
Magari con lo spazzolino in bocca, magari con il grembiulino blu, magari più che segnare lo scopo è fare a botte.
Ma quello che li accomuna è che, quando arrivano le ispezioni sono tutti angioletti. La palla è sparita in pochi millisecondi, le braccia sono aperte coi palmi in su (per dichiarare innocenza) e soprattutto gli occhi sono sgranati e increduli, che neanche il miglior Totò Schillaci!

Sbuffiamo, sgridiamo, andiamo avanti e un dubbio di non essere abbastanza bravi come genitori ci viene.
Poi capita che andiamo qualche giorno a Barcellona per le vacanze di Pasqua. Durante la preparazione per il decollo Federico si mette a disegnare, facendosi richiamare per il tavolino aperto. Chiara si mette a leggere. Luca invece è silenzioso. Si gira verso di me (che sono dall’altro lato del corridoio) e ammette mal volentieri “Non sono tanto tranquillo”.
Capisco che, imprevedibilmente, ha paura del decollo e sta chiedendo aiuto. Faccio un cenno con gli occhi a Chiara che, meravigliosamente, capisce al volo. Protettiva e sorella maggiore come non mai gli dice “Non preoccuparti” e gli sorride. L’aereo prende velocità e decolla e io guardo le due manine, una sull’altra, appoggiate sul bracciolo della fila 33. Luca è meno preoccupato. Chiara è silenziosamente fiera del suo ruolo.

E io penso che forse sì, forse stiamo facendo un buon lavoro.

SuperTele sgonfio

supertele

Chi mi conosce non ci crede che ho giocato a pallavolo. E per una dozzina d’anni, per giunta. Certo: non avevo il fisico, vista la mia altezza e la mia struttura fisica. Ma non ero l’unico tappo della squadra. Noooo, non ero neanche alzatore: non ero abbastanza preciso nel palleggio. Ero un opposto. Che è un ruolo opposto all’alzatore nella disposizione in campo. Ma nel mio caso l’opposizione era anche al concetto di bravura. Ma una cosa la pallavolo me l’ha lasciata: la profonda convinzione che la  determinazione fa la differenza. In certe situazioni più che in altre, ma in ogni caso bisogna crederci.
Avevamo fondato la squadra quando avevamo una quindicina d’anni. Avevamo trovato un bravo ragazzo che ci faceva da allenatore e ci eravamo iscritti a un campionato (molto) dilettantesco. Alle prime partite qualcuno veniva anche a vederci, ma visti i risultati i nostri familiari si sono presto dileguati.
L’unico che ci seguiva e che spesso ci accompagnava in trasferta era il padre magro di Enrico, il ciccione della squadra. Aveva un aspetto rassicurante e due occhiali passati di moda.
Quando il gioco richiedeva il massimo della concentrazione lui ci incitava gridando “Stringete le chiappe!”.
Ora: in una palestra semivuota rimbomba tutto. Il vuoto del sabato pomeriggio ingigantisce ogni suono. Il vuoto della periferia milanese amplifica ancora di più l’effetto. La vuota stupidità di ragazzotti di quell’età fa il resto. E quella frase ci faceva scoppiare a ridere e perdere ogni residuo barlume di concentrazione. Ma il senso di quella frase era perfetto. Bisogna dare il massimo, bisogna mettercela tutta, bisogna restare concentrati. Questo a prescindere dalla contrazione dei glutei, certo.

Ieri guardavo Federico e Luca che si passavano il SuperTele coi piedi. Nonostante fosse un vecchio pallone non regolamentare, un po’ sgonfio e decisamente sporco, mi hanno stupito per il controllo del pallone e per la imprevedibilità dei movimenti. Bei dribbling, bei movimenti, padronanza. Per un attimo ho pensato di assecondare Luca nella sua costante litania “Mi iscrivi a calcio? Se non quest’anno l’anno prossimo mi iscrivi a calcio? Mi iscrivi a calcio invece che a nuoto?”(Ad libitum).
A me piace il calcio. Anzi: mi piace giocare a calcio. Mi piace poco guardarlo e non mi piace per niente parlarne. Mi sento tremendamente banale e inaffidabile quando mi capita di farlo.
Ma soprattutto la prospettiva di trovarmi fuori da un campo di calcio con genitori urlanti frasi inconsulte mi scoraggia. Ho visto genitori che gridavano “Uccidilo!” “Spezzagli le gambe” “Arbitro venduto” “Entra duro” a bambini infreddoliti di neanche dieci anni.
Allora rimpiango il papà di Enrico e i suoi occhiali spessi e le sue frasi sconclusionate. Ma apprezzo ancora di più il messaggio pulito che passava.
Scusa Luca ma finché ci saranno genitori come quelli che ho visto fuori dai campi di calcio, io preferisco mandarvi a nuoto. Non importa se ti resta il SuperTele un po’ sgonfio e le partite improvvisate in campi non regolamentari. Non importa se adesso non capisci. Non importa se non diventerai un calciatore come quelli delle figurine. E anche se mi dispiace, non importa se mi domanderai altre mille volte “Ma l’anno prossimo mi iscrivi a calcio?”

Platini e Boniek

platiniboniekDa piccolo ero juventino. Insomma, non un grande juventino, un tifoso blando. Mai andato una volta allo stadio. Le partite le guardavo alla tv. Erano i tempi di Platini e Boniek. E se non ti ricordi Platini e Boniek è meglio che chiudiamo il discorso e torni sul sito di Repubblica, a vedere i filmati dei russi che fanno gli incidenti automobilistici.
In quegli anni mi dicevo juventino, ma vivevo il tifo con un signorile distacco. Nella mia razionalità pignolesca, non ammettevo che un singolo fatto (unico, verificabile, reale) potesse essere visto in modo così diverso da noi bambini, tifosi delle tre diverse squadre.
Tre, perché crescendo nella periferia di Milano, le squadre erano tre. Tutte e tre a righe nere verticali. Inframmezzate, a seconda delle fazioni, da bianco-, rosso-, -azzurro (non blu, proprio azzurro!).
Forse è per quella ossessione della precisione che mia nonna Rina mi chiamava “caga rampìn”, ma forse così andiamo fuori tema.
Una sera la Juve era in coppa. Forse Coppa dei Campioni. Mica la Champions, proprio la Coppa dei Campioni. Quella che si va avanti al meglio delle due partite e i gol in trasferta valgono doppio, ma non in automatico, adesso zitto che giocano che poi te lo spiego.
La Juve era stata eliminata. Io sono andato a letto arrabbiato e, nell’insonnia adrenalinica, riflettevo sulle ragioni di quell’arrabbiatura. “Possibile che sia così cretino da prendermela? Sono loro che prendono i miliardi e sono io che mi arrabbio”. Perché allora i calciatori prendevano i miliardi, quelli bravi come Platini e Boniek almeno. E se sei arrivato fino a qui, lo dovresti ricordare chi sono Platini e Boniek.
Da allora mi sono detto che lo sport è bello, ma solo quello praticato. Non quello chiacchierato dei bar fumosi. Eh, sì: quando c’erano Platini e Boniek nei bar si fumava. Obbligatoriamente.
Adesso è passato un po’ di tempo. Ma imprevedibilmente mi trovo a confrontarmi con commentatori politici improvvisati.
Di quelli che sentono di dire la propria opinione illuminata su tutto. Di quelli che in mancanza di America’s Cup (alibi imperfetto per usare termini assurdi come gomena, boma, babordo, lasca) si dilettano maledettamente di politica. Ma lo fanno con la stessa odiosa indole dei tifosi delle mie scuole dell’obbligo. Non cercano di capire le ragioni di un movimento, il suo programma, la sua credibilità. Sbraitano, inneggiano, ripetono slogan. La voce si unisce ad altre. Si fa grossa. L’unisono pecoresco rafforza la convinzione reciproca.
Il brutto è che i miei compagni di classe non venivano convocati per giocare in serie A.
I ciccioni che sciorinano termini marinareschi non tengono timoni.
Ma i tifosi della politica votano. Votano. Questi votano!

Febbre tifoide

pallone, tifo, supertele, tango, mondo, juventus, tifosoQuando ero piccolo tenevo per la Juventus. Anzi, come dicevo allora “Tenevo la Juventus”.
Perché bisognava tenere per una squadra. E la cosa più naturale era assorbire dalla (blanda) tradizione familiare la fede calcistica. Non grande tifo, al massimo la partita in televisione. Lo stadio è troppo affollato e fuori dalla routine.
“Fede calcistica”. Che espressione assurda. Ma forse non è davvero assurda. Chi ha fede non usa il metro della normale razionalità.

Poi arriva una partita di Coppa dei Campioni (o era Coppa delle Coppe?) dove la Juve esce malamente. Bastava un gol. Un gol che non arriva. Una tensione che fino in ultimo mi ha tenuto l’adrenalina alta.

Vado a letto col senso di sconfitta. E nel buio sento che sto male. Sono amareggiato fino all’osso. E mi chiedo perché. Mi dico che è assurdo che io stia male perché 11 ragazzi hanno perso una partita. Mi chiedo che cosa c’entri io con loro. Non so rispondermi. Sento solo che un evento lontano mi fa stare male. E non mi piace.

Da quel momento mi sono liberato del tutto del tifo calcistico. Adesso i tifosi li guardo da lontano. Con la superbia dell’ex intossicato. Per me adesso lo sport è sport solo quando puoi farlo. Non parlarne. Sono guarito dal tifo, dottore. Senza medicine.

Sconfitta

Quando noi italiani imprecisi cercavamo di farci capire, le prime cose he imparavamo erano i numeri.
Facili da mimare. Ma quando arrivavamo al 3, ti prendevano le dita, quei bambini bosniaci. Ti chiudevano il pugno e riaprivano la mano indicando il 3 con indice medio e anulare. Giusto per prendere le distanze il più possibile dal classico gesto di tre con pollice indice e medio.
Chiedevamo spiegazioni e ci dicevano che era il simbolo della Grande Serbia. Che da pochi anni era divantato il loro nemico-da-sempre.
Cambiavamo gesto con facilità, noi volontari della domenica. Ma intravedevamo una frattura profonda. E dentro potevamo sbirciare e vedere l’assurdità di quella guerra.
Guardando la partita della nazionale di calcio, ho visto i giocatori serbi che cercavano di placare gli ultras.
Facevano lo stesso gesto con le dita. Come dire (a quei balordi nazionalisti): “Siamo con voi! Siamo come voi!”
I telecronisti RAI, hanno commentato all’unisono: “stanno dicendo che se continuano le intemperanze la partità finirà 3-0 a tavolino”. Geniali.
C’è però da rallegrarsi che questi giornalisti siano finiti in una redazione sportiva.
Non voglio neanche immaginarmeli a fare una telecronaca dell’Angelus da Piazza San Pietro. “Il Pontefice sta benedicendo i fedeli dicendo che se non si comportano bene, perderanno 3-0 a tavolino…”