futuro

Il tagliacarte

tagliacarteDopo un’estate di attesa, finalmente arrivò la lettera di risposta dalla prestigiosissima Università di Lipsia. Cielo: Lipsia! Non Magdeburgo, Dresda o Gottinga: proprio Lipsia. Lipsia!
Una lettera così era il sogno di ogni giovane che avesse finito gli studi liceali. Adesso si trattava di fare sul serio: puntare verso uno dei tanti futuri possibili e misurarsi. Verificare se il talento, la fatica, l’impegno erano sufficienti per guadagnarsi quel futuro di prestigio e agi a cui ambiva.
E l’Università di Lipsia era senz’altro un trampolino ideale per spiccare questo dannato volo.

Ci aveva pensato tanto a questo momento, nelle settimane passate. Aveva visualizzato istante per istante il rito dell’apertura della busta. L’istante esatto in cui la busta viene lacerata e la lettera smette per sempre di essere carta e diventa un messaggio. Chiudendo gli occhi aveva visto decine di volte il gesto mai troppo preciso del tagliacarte, le punte delle dita che afferrano un angolo e la lettera che viene spiegata. E gli occhi che corrono giù, lungo tutte quelle parole inutili (indirizzo, data, oggetto, convenevoli) fino ad arrivare al cuore.

Un sì all’ammissione avrebbe significato un primo passo nella direzione giusta.
Un no, per contro, sarebbe stato un primo gravissimo intoppo verso la conquista di quel sogno. E verso l’incauta sicurezza di poterci arrivare.
Un momento così, però, non poteva essere vissuto in modo casuale. Aveva bisogno di un posto perfetto per essere celebrato. Per questo, con la lettera in mano, Gustav prese la bicicletta e andò sulla panchina vicino al molo del laghetto. Quella sotto il salice, dove lui amava leggere e dove gli innamorati andavano la domenica a noleggiare una delle barche rosse per remare e fingere di parlare del lago.

Estrasse la busta dalla tasca della sua giacca. Cercò nella sacca il tagliacarte. Ripercorse a mente le conseguenze di un no e di un sì. Cacciò lontano i pensieri brutti con un respiro molto più profondo del solito e si sforzò di essere ottimista. Il tagliacarte entrò a fatica nella piega e tagliò la piega superiore. La lettera venne estratta e l’occhio cadde pesantemente su un avverbio “malgrado”.
Malgrado la sua candidatura presenti numerosi aspetti positivi, ci rincresce comunicarle che…

La storia che non si lascia scrivere

storiachenon

Non sapevo ancora che si chiamasse Giovanni quando l’ho visto per la prima volta. E pensare che quella è stata poi anche l’ultima mi sembra incredibile. Se ne stava seduto per terra, sul lungofiume lastricato, dove passeggiano i turisti. Una gamba la teneva distesa distesa e l’altra col ginocchio in alto.
Io senza badare troppo agli altri ho estratto un volantino e l’ho girato, per controllare che fosse bianco. Ho frugato in fondo allo zainetto per estrarre una matitina trafugata in un negozio di mobili. Ho preso appunti visto che il posto e la mia solitudine mi avevano dato quello che mi sembrava un ottimo spunto per un racconto.
Non so come se ne sia accorto, Giovanni, che quella non era una lista della spesa. Forse avevo più lo sguardo di chi mette a fuoco i personaggi e li anima. Che non è lo stesso di chi visualizza i prodotti sugli scaffali dell’iper.
Giovanni distendendo la gamba destra mi dice “Sai: anche io una volta scrivevo…”
“Scusi?” faccio io infastidito da quell’intrusione.
“Ho visto che scrivi: stai mettendo su quel foglio degli spunti per qualcosa da scrivere, vero? Si vede, sai!”
Un po’ mi disturbava questa invasione. Chi era questo. Un barbone, uno che voleva soldi, un ordinario tipo molesto?
Dall’aspetto non riuscivo a ricondurlo a nessuna di queste categorie e questo mi infastidiva sempre di più.
“Io ho scritto fino a quando non ho incontrato lei.”
“Lei chi?”
“No. Non lei chi? Lei cosa! La storia che non si lascia scrivere.”
Ormai mi ha catturato. Non me ne accorgo ma il mio sguardo è meno aggrottato e, con qualche sospetto, cerco di farmi spiegare.
“Avevo trovato la solitudine giusta ” – inizia Giovanni senza quasi ricordarsi di guardarmi negli occhi – “avevo trovato l’ispirazione perfetta. Sentivo che era valida. Che poteva catturare, interessare, colpire. E (cosa più rara di tutte) non era tutta fantasia. Aveva i piedi solidamente piantati nella realtà. Parlava di uno scrittore che incontra una storia così forte che lo sovrasta. E lei, la storia, decide di non volersi lasciare scrivere”
Lo guardo interessato ma non riesco a fare domande. Mi interessa davvero quello che dice. Potrei usarlo per un post.
“E anche io ho fatto la fine del mio protagonista. Ero così convinto della validità di questo spunto che non ho accettato compromessi. Alla fine questa storia non si è mai lasciata scrivere e adesso io sono qui. Come mi vedi”.
Trovo che sia uno spunto bellissimo. Voglio correre a casa, anzi, lascio perdere quello che stavo scrivendo e prendo qualche appunto.
Voglio che questa storia viva. Ma non mi accontenterò di raccontarla in modo approssimativo. Voglio che sia perfetta. Voglio che sia perfetta…

Federica che parla col nonno

nonno

Federica ha occhi grandi pieni di tutto, soprattutto di quel tutto che è ancora da fare.
Viene da una storia finita in modo strano, che a pensarci adesso non sai dire come sia potuta iniziare, ma allora aveva tutto dentro: la magia, lo stupore, il futuro. Una storia così piena da togliere lo spazio persino ai dubbi, persino al fiato.
Federica seduta sul suo letto col telecomando in mano si sente vecchia, dal fondo dei suoi venticinque anni. Pensa alle strade che non ha scelto, ci pensa e si fa male. Sposta di continuo il baricentro della sua attenzione dallo schermo del suo iPhone a quello del televisore. Attenzioni mal riposte, che dopo un minuto già annoiano. Ma i suoi occhi continuano a fare questa altalena, assetati di stimoli.
Che poi Federica è anche una ragazza molto più bella del normale.  Ma oggi si sente brutta, si sente culona, si sente come se dovesse lavare i capelli.
Fa caldo e Federica è in mutande e maglietta sul letto e non ha niente da fare. Guarda le foto appese al muro. Una foto sua, che le piace tanto. E’ una foto poco interessante stampata grande. La foto è bruttina, ma lei si sente davvero bella a guardarsi lì. C’è un mare, c’è un sole che sta decidendosi a tramontare, c’è una compagnia di amici (che non compare nella foto, ma si vede dal suo sguardo quanto è presente).
Poi c’è la foto del nonno. Un bianco e nero di una ventina di anni fa. Sono seduti vicini a un tavolo e sorridono senza tempo. Lei con la solita faccia da maestrina sorridente. Lui chinato che non nasconde quanto sia disposto a farle fare di tutto, dal tanto che le vuole bene. Federica ci pensa, al nonno. Pensa alle persone care che non ci sono più. Non è dolore è senso di spreco di tante storie, di tanta bellezza, di tanti sorrisi. Lo immagina in un paradiso fatto di osterie. Suo nonno dietro alle spalle degli altri nonni a brontolare i suoi consigli “E cala al caval!” Federica sorride, le piace questa pazzia di ricordarlo brontolone e quotidiano.
Decide che quello che le manca è un progetto, un progetto importante che non duri il tempo di una vacanza.
Imparare una lingua, fare un corso che duri anni, cambiare qualcosa di importante. Sì, è questo. E’ questo che vorrebbe raccontare al nonno. Mete raggiunte, non occasioni perse.
Federica si mette i pantaloncini più belli, la canotta di polyestere e esce a correre. Le cuffie nelle orecchie con una selezione casuale di musica alta e gli occhiali da sole.
“Nonno, dobbiamo cercare un progetto”

L’argine cede

argine

Di fianco a questo argine ci siamo nati. Ce ne siamo presi cura noi, dopo i nostri padri. E prima di loro i nostri nonni e indietro e indietro e indietro ancora. L’argine è come se ci fosse sempre stato. Ha qualcosa che lo mette al di fuori del tempo.

L’argine divide questa terra.
Di qui è letto del fiume, è golena, è spazio dove il grande fiume può uscire a gridare le sue antiche litanie sorde ogni volta che vuole.
Di là è terra strappata all’acquitrino. È bonifica, è campi, è grano, è fame scampata per una stagione ancora.
No, prima non era così. Dicono che qui era palude, acqua che si ferma,  quando il grande fiume ad ogni piena decideva con quale capriccio ridisegnarsi. Ma adesso l’argine c’è e ci rassicura.

E stanotte siamo qui, tutti gli uomini abili, a vegliare questa piena. E il fiume sale, sale, sale. Come se non dovesse mai fermarsi. Piantiamo bastoncini lungo la sua banca. Per vedere quanti ci mette a sommergerne la base. E spostiamo di ora in ora in su il livello della nostra paura.
Sgraniamo preghiere e bestemmie allo stesso indirizzo. Non sappiamo più cosa chi come.
Continua a piovere, continua a salire. E guardi il fiume senza capire più se l’acqua che lo sta ingrossando è proprio quella che sta cadendo ora o è quella piovuta nelle ore scorse o nei giorni scorsi nelle settimane scorse. Piove che mi sembra una vita. Fa freddo di notte e anche le ossa sono bagnate. Ma di fronte a questa paura non ce ne lamentiamo. È l’attesa che fa male, non le ossa.

Questo argine lo abbiamo sempre visto come una sponda sicura, come parete di contenitore.
Ma adesso l’acqua filtra, penetra, imbeve. E non la sappiamo maledire, questa acqua, perché è la stessa acqua che abbiamo invocato per bagnare i raccolti. E adesso è un nemico che odiamo e che rispettiamo. Quest’acqua che non si fa contenere ma corrompe.
Nella poca luce che cala fissiamo lo sguardo, appoggiandoci ai badili fermi, sull’acqua marrone scorrere verso destra. E senza accorgerci ci imprigiona, ci fa perdere il senso, ci ruba l’equilibrio. L’amiamo come un errore, prima di riprenderci la nostra vita di equilibri.
Ma l’argine adesso diventa pane nella minestra. Diventa dubbio.

Poi l’argine si rompe, nella notte.  Allora è terrore e inconfessabile liberazione. È incapacità di capire le conseguenze. Stupore di morte.
L’argine si rompe e lo sai che da questo momento esatto non sarà come prima.
Lo riparerai, metterai sacchi di sabbia. E sopra i sacchi terra e sopra la terra speranza, sperando che tenga.
Magari ti saprai riprendere i campi, la casa. Seminerai un altro raccolto.

Ma sai che non sarà più come prima. Perché adesso lo sai che l’argine non è invincibile.
Adesso lo sai che l’argine può cedere. Sai che l’argine cede.

Nella salute e nella malattia

anelli

Il corso fidanzati della Parrocchia di Santa Maria del Precipizio era ormai al settimo incontro su otto. “Di cui almeno 6 obbligatori” chiariva il sottotitolo del corso dalla fotocopia appesa in bacheca.
Non essendoci un vero e proprio programma i due incontri bonus venivano usati per gestire la concomitanza di partite di calcio infrasettimanali o finali di talent-show. Don Gianluca lo sapeva, tanto che poi non tirava mai la somma delle presenze e dava a tutti il nulla osta per il matrimonio in chiesa. Ma di naufragi ne aveva visti così tanti che ci teneva a mettere in guardia le coppie dagli errori di scelte avventate.
Quel giorno, poi, aveva avuto discussioni antipatiche in vicariato per via di lavori edili che non sapeva come pagare e di altre cosa che acuivano il suo senso di inutilità. “Il tempio del Signore” brontolava tra sé e sé tornando con le tasche vuote, “Ma qui te lo fanno costruire senza un mutuo”

Iniziò l’incontro senza indugio, alla chi c’è c’è.
Fece sedere le coppie di fidanzati in cerchio, come al solito e li fissò lungamente in silenzio, uno per uno, senza alzarsi dalla sedia. Dopo questo interminabile minuto iniziò.

Sapete quale è il problema? È che noi ci innamoriamo di momenti e vorremmo che durassero per sempre. Vorremmo dilatarli, essere felici per sempre. Ma quale sempre, ma quale eterno? Li lasciò macerare nel silenzio. Poi, dando sfoggio di grande memoria li guardò ad uno ad uno e questa volta parlò.
Roberto: hai capito che è per sempre?
Non attese una risposta
Elena: per sempre!
Passò a torturare la coppia successiva: Enrico per sempre. Elisabetta per sempre.
E così per Marta, Luigi. Omar, Elena. E tutti gli altri.
Nessuno rispondeva a quella che non era una domanda ma solo un’affettuosa intimidazione.
Riprese.
Adesso voi state progettando la vostra vita insieme. Riuscite quasi a intravvederle le vostre vite future. Le vedete entusiasmanti, ricche, luminose. Ma guardatevi attorno: sono così le vite di chi vi sta intorno?
Siamo tutti bravi a costruire ville sulla carta. Ci mettiamo un primo piano, un secondo, un solarium. La giusta esposizione alla luce, magari un giardino. Ma rendetevi conto che nessuno di voi, nessuno di noi (mi ci metto dentro anche io) sa fare calcoli strutturali.
La realizzazione delle nostre vite non somiglia mai al disegno che avevamo allegato alla licenza edilizia.
Vi rendete conto di questo?

L’incontro finì con tre quarti d’ora d’anticipo rispetto al solito. Don Gianluca salutò tutti con gentilezza e si ritirò nella sua stanza.
Qualcuno pesò bene le parole sentite quella sera. Qualcun altro guardò l’orario sul cellulare, calcolando l’impatto di quella chiusura anticipata sui palinsesti televisivi.

Stabile e sicuro

trebicchieriPiove e si ritrovano in un bar. Silvano arriva in motorino, lo parcheggia nelle righe, lo raddrizza, copre il sellino con un sacchetto e mette la catena. Lorenzo arriva subito dopo, con l’autobus, puntuale, anche l’autobus. Monica arriva poco dopo, ha preso la macchina, suo marito era in ritardo, ma abita vicino.

Entrano nel locale dove con chiarezza meccanica vengono spiegate le regole e i prezzi. Quei tre non sembrano gente da aperitivo, ma dopo essersi letti tanto è una buona occasione per vedersi.

Parlano parlano parlano. Intanto il locale si riempie di gente difficile da definire. Il discorso rimbalza piacevolmente di qua e di là. Poi si finisce a parlare di lavoro.

Lorenzo dice che forse si sposterà in Spagna. Lui e la famiglia. Che ormai qui è dura e i contratti nuovi sono pochi irraggiungibili. E magari l’estate prossima ci provano. Per vedere come sarebbe. Per vedere com’è.

Monica ha un contratto a tempo indeterminato, ma suo marito è meno stabile. Lei vorrebbe cambiare, andare all’estero, cercare nuove sfide. Ma si sente il perno del compasso. Dice proprio così. Si vede che sa trovare le parole giuste, come quando scrive. Le pesa questo essere l’elemento stabile e non potersi proiettare verso una crescita.

Silvano ha qualche anno di più. Un lavoro di quelli che venivano descritti con aggettivi democristiani. Solido, stabile, sicuro. Come se ci fosse sicurezza. Ma non lo dice, non sarebbe delicato nei confronti degli amici che devono fare i conti con altro ordine di problemi. Nella mente di Silvano si formano improvvisamente delle bolle di pensieri. Pensa che è fortunato ad avere questa stabilità. Pensa che questa stabilità è la sua maledizione, quello che lo tiene fermo. Pensa che con i figli non sarebbe serio fare scelte azzardate. Pensa che non ci sono occasioni, ma se anche ci fossero lui lascerebbe passare tutti i treni. Pensa che è un idiota a pensarla così. Pensa che è una serata davvero piacevole e cerca di godersi la compagnia dei suoi amici.

Fuori ha smesso di piovere.

La scatola di Carlo

scatolone2Carlo se l’aspettava da un po’. Queste nuove leggi, questa riscoperta insicurezza, questi bilanci aziendali scritti in grigio. E poi lei, certo: questa crisi. Questo mostro senza faccia che anche se si fa vedere da qualche anno, sembra esserci da una vita. Fosse almeno un drago o un grifone o un’altra pagina qualsiasi di un bestiario medievale, almeno uno potrebbe cercare di affrontarla. Invece è fatta di polvere, di numeri, di ruggine. Di cancelli che chiudono e l’indomani mattina non aprono.
Carlo viene chiamato in una improvvisata sala riunioni da quel capo improvvisato che ha tanti anni meno di lui. Quando la porta si chiude il discorso è subito chiaro. C’è una lettera di licenziamento. Non serve neanche trovare una scusa. Carlo è dirigente.
Carlo torna alla sua scrivania e cerca le parole giuste per dirlo ai colleghi. Nelle prossime ore, nei prossimi giorni dovrà trovarle per la moglie, per i figli, per i vicini, per tutti. Oltre all’incertezza sul futuro, pesa questa ombra di colpevolezza. E non basta invocare la crisi e le logiche globali per spazzarla via.
Carlo mette senza fretta le sue cose in una scatola di cartone recuperata nel corridoio. Cose inutili, cose che non gli serviranno. Sembra la scena di un film americano, ma questa non è Holliwood. Certo che no.
Stacca due foto dal muro. Come erano piccoli i figli, qui. Stacca il badge dei congressi con il suo nome, il logo dell’azienda e delle convention per best performer.  Lo fa senza odio, senza sarcasmo. Non ha la mente abbastanza libera per trovarli grotteschi.
Si sforza di non pensare ai momenti belli vissuti in tanti anni di azienda. I successi, i colleghi, il mondo che cambia in fretta e anche il suo lavoro che sta al passo. Si sforza di non pensare a quando, fresco di laurea in ingegneria, si sentiva arrivato nel posto giusto.
Saluta i colleghi sforzandosi di sorridere. Capisce il loro imbarazzo fatto di frasi che cercano di essere rassicuranti. Stacca il suo biglietto da visita dalla cassettiera. L’aveva messo come targhetta. Non vuole lasciare traccia. Coerente per l’ultima volta con questa sua azienda che non vuole tracce.

salvifico

salvagenteHo voglia di andare fuori. Non importa se piove. Non importa se non ho un appuntamento un impegno, una meta. Voglio solo andare fuori e camminare. Facendo i conti con questa nuova consapevolezza.
Ho sempre pensato che la parola giusta, detta al momento giusto potesse cambiare qualcosa. Come se ci fosse quella frase perfetta. Quella che riesce a rimettere in linea quell’ingranaggio che è andato fuori asse. Come se fossi quell’eroe dei fumetti che non ha super poteri, se non la parola. Se non la parola. Parola che allora non lesini. Parola che poi non ti chiedi neanche quanto sia opportuna, sensata, utile.

Ma adesso no. Ho capito che il silenzio ha una sua migliore dignità. Che le persone hanno il diritto di cadere e non è detto che vogliano essere salvate.
E allora esco. E guardo chi è per terra in una pozzanghera. Non lancio canotti, non gonfio salvagente. Al massimo mi fermo, cerco una mentina, alzo il bavero. Guardo con le labbra sigillate e riparto.
Quel mio atteggiamento salvifico risultava insopportabile agli aspiranti naufraghi, figurati a me.

Ho voglia di andare fuori. Ho voglia di imparare a non avere nessuno da salvare.

Per mano

permanoMagari te lo ricordi solo dalle foto, ma da piccola eri biondissima e grassissima. Una palletta bionda. Quando hai iniziato a metterti dritta, in piedi, cercavi una mano per farti traghettare da una poltrona all’altra. E mi ingobbivo volentieri per seguire quei progressi così veloci.
Ti tenevo per due manine e tu ti fidavi. Senza riserve.

Un giorno, poco prima del tuo primo compleanno hai mollato gli ormeggi. Lasciato quel divano e sei venuta verso di me. Con la mano in avanti a cercare ancora la mia. Tic tic tic tic. Scarpette da ginnastica rosse, le ricordo ancora. Eravamo a Moena, in Trentino. E il pavimento era di legno.

Poi ricordo che mi davi la mano quando ti accompagnavo al nido. Se il tempo era brutto volevi stare in braccio. E cercavi un riparo in quella specie di nido preterintenzionale. Ma col bel tempo volevi camminare e faticavo a tenerti per mano, a non farti correre da sola. Ascoltavi i miei pignoli avvertimenti stradali fatti di macchine che vanno veloci e di strisce e di guardare una volta ancora.

Quando hai iniziato la scuola ti sentivi grande. Grembiule bianco codini biondi e tanta voglia di imparare e di dimostrare come sei brava. Una maestrina. Mi davi ancora la manina e io mi sentivo strano a vedere quanto stessi crescendo in fretta. Un po’ a disagio verso quei genitori sconosciuti che ti trattano da amicone. Preferivo tenerti la mano che parlare con loro, ma tu eri via senza cartella a correre coi tuoi nuovi amichetti.

Adesso sei grande, sei già in quarta. E intanto che ti accompagno mi ha fatto tanto piacere che tu mi abbia preso ancora per mano. Io quasi non osavo, non ci pensavo. E mi sento importante quando cammino con la mia brontolona nel momento in cui è ottimista e entusiasta. E quando sorridi mi stupisco di come ti sia fatta bella, ma non te lo dico. Ti parlo dei sorrisi piuttosto, della loro importanza. Sempre.
Faccio il conto dei tuoi anni. Quanti ne hai e quanti ne mancano a quell’età in cui la mano del papà sarà una cosa da evitare come la peste. E magari sognerai di tenere la mano di qualche sgorbio brufoloso che so già che non mi piacerà. E che dovrò far finta di niente. Mi ci vedi a non fare commenti? No, vero?

Ma tanto queste cose non te le dico. Godiamoci questi quattro passi, ancora una volta per mano. Dimmi: cosa hai fatto oggi?

Vincenzo tutto maiuscolo

quickIl museo della scienza è sul lungofiume, ma apre solo alle due. A Bordeaux c’è più freddo di quanto promesso dalle previsioni. Allora decidiamo di avvicinarci un poco, andando a mangiare da Quick.
E’ un fast food in un grosso centro commerciale. Una grossa Q, un locale che è in tutto identico a un McDonalds. Tavolini, spazi, parcheggio, corsia per i patiti del panino che non vogliono scendere dall’auto.
Siamo in dieci bambini compresi. La fila alla cassa è corta, ma ci serve un tavolo grande. Ci dividiamo quindi, intanto che i bambini, quasi scegliendo in autonomia, si lanciano in acrobazie ingoiati (senza scarpe) da strutture di reti, acciaio, gommapiuma e sudore inodore.
Discutiamo un po’ in francese un po’ in italiano per le ordinazioni. Quanti erano gli hambuerger? Quante le insalate? Il ragazzo con la divisa rossa ci chiede “Siete italiani?”. La discussione si interrompe a metà dell’insalata col salmone. Erano una o erano due? Noto solo allora che la targhetta sul petto riporta un VINCENZO tutto maiuscolo.
Continua la lista di panini e patatine e di riconteggi che non tornano mai. Andrea gli chiede “Sei a Bordeaux per lavorare?” e lui “Sì, ma non per questo lavoro, questo è solo per non fare niente. Facevo marketing ma poi è finito il contratto e mi hanno lasciato a casa”.
Gli chiediamo di sfuggita da dove viene, da quanto è in Aquitania, cosa cerca. Basilicata, sei mesi, faccio colloqui in spagna, Londra, Francia. Lui è un bel ragazzo, giovane. Con la faccia da mediterraneo. Occhi scuri, occhi belli. Inesorabilmente triste, ma che non si vuole arrendere.
Ci ripassa vicino mentre, da ultimo arrivato, viene mandato a pulire i tavoli con straccio e sgrassante multiuso.
Lo salutiamo, VINCENZO tutto maiuscolo. Anche se il suo sguardo basso ha qualcosa di minuscolo. Come si vergognasse a essere lì, a pulire i tavoli dove hanno sbriciolato, nell’ordine, famiglie della piccola borghesia francese in giro per compere prenatalizie; coppie di ragazze e ragazzi della banlieu, capelli rasati e catene come se Harlem fosse vicina; gente dell’est che indossa denti d’oro e giubbotti di pelle spessa. VINCENZO tutto maiuscolo strofina con impegno, ci mette molta più energia di quanto serva per togliere quella maionese e quell’unto di patatine.
Ci ripassa vicino, cerco un sorriso che mi assolva. Invece niente. Mi frugo nella memoria, dappertutto. Niente. Un nome da passargli, un’azienda che so che sta cercando, un consiglio con un minimo di fondamento. Niente.
VINCENZO tutto maiuscolo è l’Italia migliore, quella che non sta a casa ad aspettare il concorso, ma muove il culo. E allora perché non sono ammirato? Perché non sono fiero di lui?
Forse perché la sua energia che ci mette, con lo straccio e con la ricerca di un futuro, hanno qualcosa di sbagliato. Troppa forza, troppo poco risultato. Qualcosa di intrinsecamente sbagliato.
Guardiamo l’orologio. Si è fatta l’ora. Ci incamminiamo per andare al nostro museo.