imbarazzo

Spigoli vivi

spigoli vivi

“Guarda che linea: alta, diritta, luminosa…” Queste sono le esatte parole che Goffredo ripete a mente ogni volta che cammina per l’EUR. Si ferma volentieri, un secondo solo, per guardare quelle costruzioni fasciste. Provando anche un certo imbarazzo nel dover ammettere con sé stesso che quello stile gli appartiene. Linee perfette, squadrate, razionali, ordinate. Sequenze di forme prevedibili, pulite e rassicuranti. Prospettive linde da disegni di terza media, su carta A3 fabriano liscia.
Goffredo lavora come impiegato e non se ne intende molto di architettura. Ma qualcosa di quelle linee lo colpisce sempre, lo lascia ammirato, lo coinvolge.
“E pensare che ho sempre sostenuto che l’unica cosa buona portata dal fascismo è la presa di responsabilità della Resistenza e quel capolavoro di bellezza di eguaglianza e di speranza che è la nostra Costituzione” – Borbotta tra sé.
Goffredo ama essere puntuale, anche quando un orario preciso non c’è. Lo aiuta a sentirsi a posto. Come un deodorante, come un pettine.
Oggi deve vedere una scrittrice che viene da un’altra città. È a Roma per una fiera di libri o qualcosa del genere. Anche Goffredo si occupa di libri, insomma: è uno dei tanti che scrive o prova a scrivere o qualcosa del genere.
Le loro parole si sono incontrate in questi ambienti pieni di retorica e di talenti sovrastimati. Ma si sono scoperti vicini e seguiti. Non si sono mai visti prima, ma si sono scritti tanto. Fino a ipotizzare che la distanza non si debba misurare in chilometri ma in possibilità. E quando scrivono tutto sembra loro possibile. Non è un amore, non è una storia di conquiste. Somiglia più a una vicinanza, a una consuetudine, a una familiarità.
Lui l’ha presa in macchina e subito ha sentito una incongruenza strana. Da una parte la voglia di incontrarsi, dall’altra la paura di rovinare questa bella corrispondenza togliendole la sua prospettiva bidimensionale.
Niente di troppo clandestino, solo un caffè in un covo di antipatici impettiti e due chiacchiere tracciando linee rette da punti a caso del quartiere squadrato.
Quando l’ha vista uscire dalla metropolitana, però, Goffredo si è sentito per un attimo estraneo. Ha pensato: “Guarda che linea: alta, diritta, luminosa”. Stavolta coniugando questi aggettivi (scelti con la solita velocità) a una persona e non a palazzi.
Goffredo si sente l’opposto di tutto questo. Basso, tondo, persino opaco.
Camminano sorridendo troppo. Ma piano piano, in mezzo a tutto questo travertino e a questi angoli retti, questo imbarazzo si scioglie. Come una brina sotto il sole di fine dicembre. E lentamente, nel diventare molli, cominciano a somigliarsi. Lei meno alta, meno dritta, meno luminosa. Lui meno goffo, meno impacciato, meno teso.
Si incontrano circa a metà dei loro imbarazzi. Due elementi che diventano arrotondati in queste vie di spigoli vivi. Si sentono vicini, unanimi, quasi coerenti tra loro.
Ma gli impegni letterari di lei li allontanano e nel salutarsi si abbracciano goffamente dandosi una testata. E ridono. Tra l’indifferenza degli spigoli vivi ridono. Ridono.

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Io devo correre

scarpavecchia

Scrivevo tempo fa di un vecchietto sconosciuto, che incontro spesso quando vado a correre. Nella mia mente avevo costruito tutto un personaggio complicato che mi piaceva molto. Ne parlavo ai miei figli dicendo loro “Vorrei avere ancora la voglia di correre, a quell’età”.
Poi nel parcheggio della scuola, un giorno in cui sono andato fuori dagli orari soliti l’ho incontrato.
Mi sono avvicinato con un sorriso e, vedendomi in giacca e cravatta invece che in maglietta e pantaloncini, ci ha messo un po’ a riconoscermi.
“Buongiorno, ci incontriamo sempre la mattina, quando andiamo a correre…” – Aprendo un sorriso che speravo tanto venisse accolto con un altro.
“Ciao bello!  Che piacere”.
Ci siamo stretti la mano, come due vecchi amici.
Volevo verificare se il romanzo che nella mia mente avevo scritto su di lui avesse un qualche riscontro.
Gli sparato una frase molto retorica che però (è questo il brutto) è una cosa che penso davvero. “Ho raccontato ai miei figli che la vedo correre, ho detto Guardate che bravo! Spero di avere sempre voglia di correre quando avrò la sua età…”
E lui senza lasciarmi la mano mi racconta un frammento della sua vita.
“Ma io devo correre. Mia figlia ha due bambini di dieci e cinque anni. E il marito, il compagno, insomma… se n’è andato che lei è ancora giovane…”
Non capisco se l’ha lasciata o se è morto, ma non chiedo. Lui continua.
“Quindi io devo prendermi cura di loro. E non posso farlo come un vecchio. Io devo correre, devo tenermi in forma. Non per me, per loro”
Questa strana rivelazione mi imbarazza, come mi lascia un leggero disagio notare i denti che mancano.
Vorrei dirgli qualcosa di rassicurante, di consolatorio, ma adesso ho solo fretta di liberarmi da quella stretta. Trovo il modo di salutarlo e di complimentarmi per l’impegno nella corsa. Non è un grande argomento, ma non ne trovo di migliori.
Saluto e salgo in auto con un certo sollievo.
Le vite degli altri sono sempre più belle quando le sceneggiamo noi.

La scatola di Carlo

scatolone2Carlo se l’aspettava da un po’. Queste nuove leggi, questa riscoperta insicurezza, questi bilanci aziendali scritti in grigio. E poi lei, certo: questa crisi. Questo mostro senza faccia che anche se si fa vedere da qualche anno, sembra esserci da una vita. Fosse almeno un drago o un grifone o un’altra pagina qualsiasi di un bestiario medievale, almeno uno potrebbe cercare di affrontarla. Invece è fatta di polvere, di numeri, di ruggine. Di cancelli che chiudono e l’indomani mattina non aprono.
Carlo viene chiamato in una improvvisata sala riunioni da quel capo improvvisato che ha tanti anni meno di lui. Quando la porta si chiude il discorso è subito chiaro. C’è una lettera di licenziamento. Non serve neanche trovare una scusa. Carlo è dirigente.
Carlo torna alla sua scrivania e cerca le parole giuste per dirlo ai colleghi. Nelle prossime ore, nei prossimi giorni dovrà trovarle per la moglie, per i figli, per i vicini, per tutti. Oltre all’incertezza sul futuro, pesa questa ombra di colpevolezza. E non basta invocare la crisi e le logiche globali per spazzarla via.
Carlo mette senza fretta le sue cose in una scatola di cartone recuperata nel corridoio. Cose inutili, cose che non gli serviranno. Sembra la scena di un film americano, ma questa non è Holliwood. Certo che no.
Stacca due foto dal muro. Come erano piccoli i figli, qui. Stacca il badge dei congressi con il suo nome, il logo dell’azienda e delle convention per best performer.  Lo fa senza odio, senza sarcasmo. Non ha la mente abbastanza libera per trovarli grotteschi.
Si sforza di non pensare ai momenti belli vissuti in tanti anni di azienda. I successi, i colleghi, il mondo che cambia in fretta e anche il suo lavoro che sta al passo. Si sforza di non pensare a quando, fresco di laurea in ingegneria, si sentiva arrivato nel posto giusto.
Saluta i colleghi sforzandosi di sorridere. Capisce il loro imbarazzo fatto di frasi che cercano di essere rassicuranti. Stacca il suo biglietto da visita dalla cassettiera. L’aveva messo come targhetta. Non vuole lasciare traccia. Coerente per l’ultima volta con questa sua azienda che non vuole tracce.

salvifico

salvagenteHo voglia di andare fuori. Non importa se piove. Non importa se non ho un appuntamento un impegno, una meta. Voglio solo andare fuori e camminare. Facendo i conti con questa nuova consapevolezza.
Ho sempre pensato che la parola giusta, detta al momento giusto potesse cambiare qualcosa. Come se ci fosse quella frase perfetta. Quella che riesce a rimettere in linea quell’ingranaggio che è andato fuori asse. Come se fossi quell’eroe dei fumetti che non ha super poteri, se non la parola. Se non la parola. Parola che allora non lesini. Parola che poi non ti chiedi neanche quanto sia opportuna, sensata, utile.

Ma adesso no. Ho capito che il silenzio ha una sua migliore dignità. Che le persone hanno il diritto di cadere e non è detto che vogliano essere salvate.
E allora esco. E guardo chi è per terra in una pozzanghera. Non lancio canotti, non gonfio salvagente. Al massimo mi fermo, cerco una mentina, alzo il bavero. Guardo con le labbra sigillate e riparto.
Quel mio atteggiamento salvifico risultava insopportabile agli aspiranti naufraghi, figurati a me.

Ho voglia di andare fuori. Ho voglia di imparare a non avere nessuno da salvare.

Ma lui trema

alluminioPrima una breve telefonata. “Ciao. Quanti anni sono passati? Non possono essere così tanti. So che ti sei trasferito lì. Ci devo passare per lavoro. Dai che facciamo quattro chiacchiere, magari andiamo a cena assieme”.
Poi quando un appuntamento viene incastrato a martellate in due agende, finisce per prendere una forma strana.
Alla fine è diventato un caffè, in uno dei tanti bar che nella stagione giusta accolgono i turisti che si allontanano dalla stazione cominciando a cercare l’odore del sale.
Ma il nostro mare non ha acqua salata, ma è pieno di ricordi. Di anni passati a scuola insieme e di storie vecchie che, se fossimo così stupidi da raccontarle a qualcuno che non c’era, sembrerebbero insignificanti.
Ci squadriamo reciprocamente, senza badare troppo se si nota. Cerchiamo di valutare nell’altro come il tempo ha segnato il suo passaggio. Chili in più, capelli in meno, cose così.
Il tavolino di alluminio è stabile e pulito. Ci accomodiamo e lo noto quasi subito.
Lui trema. Si tiene le mani e non capisco se sia per nasconderlo o per cercare di controllarsi.
Ma lui trema.
Io fingo di non vedere, ma lui trema.
No, non può essere. Non tu, amico mio. Mentre parliamo di niente cerco di farmi strada tra quelle malattie coi nomi degli scienziati.
Parkinson, Alzheimer, chi era? Qual era quello più grave?
Vorrei scappare, vigliacco che sono. Vorrei avere le parole giuste.
Ma che cazzo gli dico a un vecchio amico che ha la mia età e che trema?
Siamo irrimediabilmente soli. Io con le mie parole che non ascolto e lui con il suo tremore. Comincio a coniugare la sua sorte alla prima persona singolare. E se fossi io? E se fosse toccato a me? E se toccasse a me?
Poi cerco di scappare in un comodo “Ma no forse è un’impressione, cosa ne so?”. Ma questo non convince neanche me.
Il nostro incontro dura poco, ma ben di più di quanto ci sia rimasto da dirci.
Riprendo il treno controllando il posto sulla prenotazione.
Mi metto le cuffie cercando una playlist che mi faccia dormire. Dormire e non pensare.
Ma lui trema.

La maledizione del saggio di fine anno

Io posso sopportare i panettoni accatastati all’entrata del supermercato già prima della fine di ottobre. E posso sopportare di vedere i sorrisi soddisfatti di chi li prende in mano come una primizia dicendo con un sorriso iperglicemico “Guarda cara, è già Natale!”. Posso anche fingere di non vedere che chi pronuncia quella frase è ancora in t-shirt e infradito.
Posso chiudere un occhio sui regalini di Natale in ufficio. Anche se il giorno che nel bar sotto l’ufficio c’era il cartello Cioccolatini in saldo (per forza: stavano scadendo!) tutti hanno fatto incetta. E su ogni scrivania trovavi un gianduiotto agonizzante sul filo dell‘entro e non oltre che in confronto McGyver era uno che faceva la partenza intelligente.
Posso persino fingere di non vedere i Babbi Natale made in China appesi fuori dalle finestre, che con la crisi che c’è sembrano sgargianti topi d’appartamento sovrappeso.
Posso farmi andare bene gli amici che mandano  spiritosossimi SMS di auguri in stile-ciclostile, la stessa frase a tutti, in blocco. Perché hanno preso incautamente la Christamas Card e non sanno bene come sfruttarla.

Ma se c’è una cosa che proprio non sopporto di questo periodo, sono i saggi di fine anno a scuola. Che una volta, almeno, erano alla fine dell’anno scolastico. I primi di giugno ti toccava sorbirti quello spettacolino pietoso. Ma ti consolava il pensiero “Se poi non ci vado, tanto l’anno è finito, la maestra a settembre si sarà dimenticata chi c’era e chi non c’era…”. E con un po’ di destrezza si riusciva a saltare.
Ma adesso, secondo una estensione crudele del concetto di anno (e fine anno), vengono organizzati anche per la fine dell’anno solare.

Maestre che fino alla settimana prima si erano comportate come persone equilibrate, si ricordano delle velleità artistiche giovanili. Di quando sognavano di suonare, cantare e ballare in costumi luccicanti e attillatissimi. Di debuttare a Broadway, forse e di avere il nome sulla locandina, sotto la scritta CATS fatta di file di lampadine intermittenti.
Poi le cose sono andate diversamente. Il concorso pubblico invece del teatro, il precariato invece dei provini, i libri invece della sbarra. E questo andrebbe anche bene. Se non fosse che la parola “saggio di fine anno” risveglia questi sogni lasciati a fermentare in una scatola di scarpe, in cima a un armadio.
La infausta moda dei leggins, scelti rigorosamente di tonalità aggressivamente feline, contribuisce a fare riemergere tutta la mancanza di Cats (in senso buono, ovviamente).

Saggio di Natale!

I nostri figli vengono istruiti per settimane a recitare in rigoroso fuori sync poesie con rima baciata male. Vengono presi per interpretare Re Magi che arrivano prima del bambinello e non si capisce bene a fare cosa, visto che non c’erano le ecografie a quel tempo.
La musica è fastidiosamente troppo alta o fastidiosamente troppo bassa. Trovate voi la parola chiave.
Appena inizia lo spettacolo vengono sguainati una serie di dispositivi progettati per fare altro. Telefoni, tablet, citofoni, portachiavi. Tutto viene usato per fare foto. La cosa più odiosa è che tutti questi genitori esaltati alzano le braccia con un iPad come se fossero tanti piccoli Mosè che scendono dal Sinai brandendo le tavole della Legge. E a nessuno sembra importare del fatto che stanno riprendendo solo le mani degli altri genitori con altri tablet e altri telefonini.
Le nonne sono state ritirare dalla casa di riposo, vestite di fretta e portate al supplizio. Tanto sono sorde e non si accorgono se i nipotini stonano. In compenso, quelle risparmiate dalla cataratta, possono godersi lo spettacolo offerto dalla selva di arti superiori di novelli genitori che impalla la scena principale.

Se non siete lesti a trovare un posto defilato, vi capiterà di dover rispondere agli altri simpatici genitori. Quelli che sono lì come voi, ma che ci tenevano tanto a essere presenti.
Quelli che dicono “Come è bravo mio figlio, è quello lì. E il tuo qual è?”
(E io conto per non rispondere “Il mio è quello un po’ dietro, gli ho insegnato il valore della vergogna”)

O ancora: “Io il mio gli ho fatto fare i provini per fare la comparsa a Don Matteo 2, si vede vero?”
(“Non guardo gli sceneggiati in TV, ma io proverei per il cast del commissario Rex”)

O i superboni pieni di soldi “Gli ho pagato uno stage di improvvisazione allo Stabile, non capisco perché adesso è lì che piange!”
(“Non si preoccupi è il metodo Stanislavskij, si sta immedesimando in Pietro Maso”)

Le maestre più subdole hanno iniziato a cambiare nome ai saggi di fine anno, per depistare quelli come me. Le chiamano “Lezioni aperte” o “Open Lesson”. Non fatevi intenerire. Non è una lezione, non è aperta, non è facoltativa. E’ tutto maledettamente obbligatorio e coercitivo.

Alla fine, con un po’ di fortuna, cala il sipario. Chiudendo il palco e le vostre residue speranze di essere genitori di un artista.
Ma proprio quando vi illudete di poter dimenticare questo trauma suonano alla porta. E’ passata solo una settimana. E’ il solerte genitore del compagnuccio di classe sfigato del vostro erede. “Ho visto che sei arrivato in ritardo e ho pensato di farti una copia del DVD con la recita di Natale!”
“Grazie, buon Natale anche a te! (stronzo)”


Non per tirarmela troppo, ma il disegno originale è di Sabrina, sì quella di BuraBacio!
www.burabacio.it

L’avevo dimentica quella figura di m

guidareEravamo un bellissimo gruppo di giovani laureati. Tutti con un destino chiarissimo, anche se forse non era ben chiaro come arrivarci.
Come prima cosa, la multinazionale che ci aveva assunto, ci ha mandato in un suo centro di istruzione per un corso residenziale di un mese. Tipo un soggiorno obbligato, ma senza capi d’accusa.
Eravamo belli, motivati, e  un po’ miopi, se penso a come percepivamo quel futuro e quella avvenenza.
Un corso dopo l’altro, mattina e pomeriggio. Capire l’organizzazione, i prodotti, i clienti.
E ci mettevano alla prova di continuio. Un po’ per allenarci, un po’ per conoscerci.
Discutevamo, preparavamo e presentavamo dei casi di studio. Un po’ all’americana.
Un giorno ci è stato chiesto di scrivere il nostro nome su un cartoncino segnaposto (di quelli da conferenza) e di presentarci in poche parole.
Io avevo scritto il mio nome proprio per benino (complice la noia di quel giro di presentazioni tutte uguali). Un po’ come quando si fanno i disegnini al telefono perché la morosa dice sempre le stesse cose. Non mi andava molto di cadere nello stesso solco di noia di chi mi aveva preceduto, allora ho detto qualcosa di originale. Mostrando il mio cartellino ho detto: “Io mi chiamo Simone e sono bravissimo a scrivere il mio nome”.
Questa battuta un po’ casuale si è rivelata efficace perché ho rotto il ghiaccio facendo ridere tutti e ha colpito gli esaminatori.
La sera poi siamo usciti dividendoci tra le poche macchine. Al ritorno da una tristissima birreria ci siamo trovati a ripercorrere le scene peggiori di quelle giornate.
Alessia esce con “Ah sì…e poi c’era quello sfigato che ha detto  Sono bravissimo a scrivere il mio nome. Ma chi cazzo era?”
Io dal sedile dietro di lei: “Veramente sono stato io”. Assaporando divertito il gusto cinico di metterla in crisi.
Lei imbarazzatissima. Tutti gli altri, in quella macchina, piegati dal ridere per quella colossale figura di merda. Io per primo.
Ad un certo punto Paolo, il guidatore ha dovuto inchiodare in mezzo a quella strada deserta, perché non riusciva più a ridere e guidare assieme.
Io e Alessia ci siamo sentiti di recente. Ci siamo ritrovati per caso, da zero, in questo nuovo mondo di scritti nella rete.
Me l’ha ricordata lei questa storia, rimettendo le lancette indietro di qualche anno e di tante risate.
E ho riso ancora. Sono ancora bravo a scrivere il mio nome. E a ridere di me.

Come difendersi dai regali. Guida sintetica.

regaliSi avvicinano i tempi dei regali e comincio a sbuffare pensando a come dovrò aderire a questo rito. La cosa strana è che anche quando sbuffo a mente, poi dal di fuori si vede, non so se è lo sguardo o il vapore che esce dai pori. Di fronte ai regali non possiamo nasconderci. Abbiamo un doppio ruolo: attivo e passivo. I regali dobbiamo farli e i regali dobbiamo riceverli. Dobbiamo, sì. E non valgono i patti di non belligeranza. Non vengono mai rispettati. Qualche anno fa ne avevo fatto uno. “Continiuamo a ripeterci che siamo circondati da un consumismo acritico. Perché non facciamo un viaggio invece di farci degli stupidi regali per natale?” “Sì, sono d’accordo. Volevo proportelo io”. Bellissimo, indovinato, perfetto. Salvo poi sentirsi dire “Ma io in fondo speravo che almeno qualcosina, un pensierino… un simbolo…”. E di fronte a queste cariche di tritolo innescate non c’è nessun “Ma come!” nessuna logica, nessuna ricostruzine dei fatti che possa funzionare.

Rifletto però sui regali peggiori che ho ricevuto. Riflettendo sulle circostanze in cui sono stati fatti. Magari qualcuno un giorno potrà trarne un’ispirazione per evitare gli stessi errori. Ma questo eccesso di spirito salvifico è solo l’ennesimo regalo sgradito.
Ci sono i soprammobili carini della categoria non sapevo cosa scegliere, ma volevo farti un pensierino. La carineria e l’attrattività del coso ha una persistenza media di un minuto, un minuto e mezzo nei casi migliori. Ma chi li ha ideati e commercializzati sa che questo minimo lasso di tempo è sufficiente al compratore in ritardo coi regali inutili per metterli nel censtino e andare verso la cassa. Non importa se chi li riceve avrà voglia di buttarli già dal sessantunesimo secondo di convivenza (novantunesimo nei casi migliori).

I regali palesemente riciclati. Un mio amico mi ha regalato a un anno e mezzo dal suo matrimonio, un set per la fonduta “ma lo puoi usare anche per il cioccolato”. Certo se fossi Willy Wonka forse un paio di volte l’avrei usato e avrei considerato che quel mezzo metro cubo di ingombro era tutto sommato accettabile.

I regali che poi magari me lo presti. Funziona così: ti regalo un qualcosa che vorrei comprare per me, con la dichiarata speranza di poterne trarre un beneficio. In questo mia sorella è stata per anni in lotta per il titolo di campione regionale. Ma da quando io ho cambiato regione di residenza, ormai non ha più avversari degni. Regalava cd che le interessavano per poi poterseli duplicare. Una specie di parassitismo informale molto evoluto. Una cosa a cui gli etologi arriveranno fara due o tre decenni.

Poi ci sono i regali l’ho fatto con le mie mani. E’ una categoria multiforme. Di solito le materie prime sono lana dei colori sbagliati, cartoncino dei colori giusti, vinavil. Si buttano centinaia di ore-uomo nella realizzazione di maglioni che nascono già sformati che potrebbero andare bene al parigino Quasimodo. A patto di avere quel minimo di buona sorte ci permette di fare combaciare le gibbosità dell’indumento con quelle del campanaro di Notre Dame. La particolarità di questi regali è che poi vengono messi, esclusivamente nei giorni di festa, indipendentemente da ogni esigenza estetica e di termoregolazione. All’interno di questa categoria merita una menzione uno studio dell’Università di Stoccarda incentrata sulle inevitabilità della taglia sbagliata. Persino per le sciarpe.

Ci sono poi i regali della categoria lacinquantamila. Funziona con una elargizione di denaro contante, che va nominato con immotivati diminutivi e allungato con sguardo colpevole. La nonna che dice “Non sapevo cosa regalarti, ti do i soldini [diminutivo!] e ti compri quello che vuoi. Ti compri una cosa che è il pensierino che ti fa la nonna”. Nonna: non è un pensiero. E’ money transfer, è una specie di WesternUnion autarchico: che razza di pensiero se neanche ci hai pensato. Ok, i soldi sono soldi: ma perché me li dai di nascosto? Di chi hai paura? Puoi essere più precisa sulla provenienza di questo denaro?

I regali inaspettati di chi volevo comunque fare qualcosa. A parte che quel comunque andrebbe indagato a fondo. Comunque cosa? Ti sto sulle balle e volevi farmi comunque un regalo? Non ci tenevi ma ti sei sentita comunque in dovere di farlo? Ti hanno regalato una porcheria che comunque hai deciso di rifilarmi per liberartene?

Il primo pensiero di fronte alla maggior parte dei regali va al calendario. Scorriamo i mesi alla ricerca della data esatta della festa patronale, quella in cui chiedono se abbiamo preziosi oggetti da devolvere per la pesca di beneficenza. No, fermatevi! Questi oggetti non vanno riciclati. Così si rialimenta il racket delle porcherie in circolazione.
Dobbiamo avere il coraggio di smontarli, disassemblarli, dividerli per componente e (una volta mischiati i pezzi) smaltirli nei cassonetti di comuni distanti almeno cinque miglia l’uno dall’altro. Forse solo così avremo qualche speranza di averli eliminati per sempre.

Colpa del vento

striscioneScivolano i mocassini di Mario, mentre si arrampica su quei due metri di prato in forte pendenza.
Si arrampica cercando di raggiungere la recinzione per legare quel cartello laconico. Tutto stampatello maiuscolo. “No ai licenziamenti”. E l’umidità della mattina rendono scivoloso quei due metri di erba.
Le auto aziendali passano davanti con la solita ostentata indifferenza. Andando a occupare ordinatamente i posti macchina, in un rigidissimo ordine di scomodità crescente.
Scivolano i mocassini di Mario. Le suole liscissime non hanno mai calcato un prato. E non è facile tenere l’equilibrio quando il peso di uno striscione e dell’imbarazzo ti tirano verso il basso.
Nel legare quello striscione Mario è come distratto. Ripensa a quando ha visto quel comunicato sindacale, quello che lo riguarda da vicino. Il suo reparto bla bla bla a partire dalla data bla bla bla misure bla bla bla. Parole che adesso gli tornano in mente a pezzi. Come fossero lampi. Parole staccate dal testo. Mobilità. Scorporo. Esternalizzazione. Riduzione.
Ripensa alla vergogna che lo ha fatto arrossire, a casa, parlandone con sua moglie. Rileggendo quella fotocopia, senza riuscire a darle una vera spiegazione. Senza riuscire a darla a sé stesso.
Perché Mario, lo conoscono tutti, è sempre stato una brava persona. Uno di quelli che non devi chiedergliele due volte, le cose. Uno che non si è mai tirato indietro quando c’è da far tardi in ufficio. Uno che non ha sabati e domeniche, né agosti, quando serve la sua presenza.
Perché Mario si sentiva utile. Insostituibile. Uno che però sapeva cosa rispondere a sua moglie, quando brontolava appena. Sapeva parlare di responsabilità, di impegno, di soddisfazione di fare un buon lavoro. Con una calma consapevole che la convinceva sempre.
E adesso è lì appeso in quel modo così goffo che non si capisce se è lui a reggere lo striscione o viceversa. E’ lì quasi distratto. E pensa a tutti quegli anni, a quei figli grandi non ancora fuori casa, a quel fondo scivoloso.
Ed è quasi contento che le macchine dei colleghi passino con indifferenza.
Perché non capirebbero che quegli occhi lucidi sono colpa del vento. Colpa del vento.

Incapace di ricevere regali

revisioneFossi, che ne so… un Lucarelli qualsiasi, mi spiegherei questo slancio. Certo: sarei uno scrittore affermato, uno di quelli che hanno pubblicato tanto. Hanno acceso notti di lettori e intessuto trame e fantasie. Allora sì che me lo spiegherei.
Ma anche se fossi in una situazione differente. Per esempio se fossi uno che si mette a scrivere, ma era famoso da prima. Con una simpatia naturale che gli ha permesso di farsi un nome. Un Fabio Volo, per dire un nome a caso. Allora me lo spiegherei con il fascino sornione. Piaccio, allora porto a slanci di questo tipo.
Persino se fossi un professorone che scrive libri noiosi e pedanti, me ne farei una ragione. Non sarebbe l’opera, non sarebbe la persona, ma sarebbe il prestigio che deriva dalla posizione.
Se fossi uno sconosciuto, non per forza simpatico, per nulla influente, però con il vanto di avere scritto qualcosina di apprezzato e nuovo, allora andrei a cercarle lì le ragioni. Mi ha letto e butta il suo tempo per dare il suo contributo al mio progetto: vuole esserci, vuole essere un mattone di questa costruzione, vuole partecipare.

Invece no.
Non sono uno scrittore affermato, non sono un personaggio noto, non sono un professorone, non sono l’ideologo di un movimento.
Eppure con garbo e timidezza mi ha contattato una lettrice del mio blog. E dopo qualche scambio è finita che lei, da una terra lontanissima, legge i miei racconti vecchi e si è impegnata a darmi un parere.
La mia idea (e questa è la prima volta che ne parlo qui) è di uscire con un libro, magari un ebook. Nella mia testa sarei soddisfatto di riuscire a raccogliere qualche soldino per beneficenza. Non ho prospettive di vendita tali da potermi permettere di pagare i miei revisori e consiglieri.
“…quindi Francesca” – le ho detto – “sarei davvero contento se tu volessi leggere e commentare. Ma anche se il tuo è un lavoro e i lavori vanno pagati, io non potrò darti niente.”
Ma lei niente. Continua a leggere i miei pezzi. Notte dopo notte legge, appunta, suggerisce. Come se fossero racconti di Buzzati o Calvino. Con la stessa ammirata passione. La immagino da quella sua Scozia con il portatile acceso davanti. Ma è come se avesse fogli e penna rossa. Magari una tisana calda di fianco. Aggiungerei addirittura un plaid sulle gambe, ma mi accorgo che questo sarebbe troppo. Persino per me.
E mi immagino il percorso che le mie parole magicamente si trovano a vivere. Scritte da me, vanno in un canestro, sono lette. Creano pensieri, ricordi, collegamenti. Magari persino emozioni o piccoli sogni che distraggono. E si condensano in appunti.
Questo è troppo corto. Questo è bello ma mi lascia triste. Questo è bellissimo: devi includerlo per forza nella selezione. Questo no, dai. Questi dovresti legarli.
E se da una parte questa lusinga mi fa sentire capace, dall’altra sento di avere una gratitudine pesante da sopportare. Perché ero preparato a fare qualcosa per gli altri, ma ricevere i regali è una cosa che non ho mai imparato.
Vorrei solo reagire da questo stato di imbarazzo. Trovare il modo di scrollarmi di dosso questo senso di debito. Magari trovando a mia volta uno scemo a caso a cui fare un regalo inatteso.