nostalgia

Bungee jumping

bungee jumping

Dicono che quando stai per morire ti passa tutta la vita davanti, ma io non vedo niente. Vuoi vedere che il mio cervello è così fottutamente razionale da considerare persino che ho indossato una strana imbragatura e che alle caviglie sono fissate le estremità di corde elastiche calibrate sul mio peso?

O forse deve ancora arrivare il filmato. Forse è questo. Sono della generazione che si è formata con la televisione al pomeriggio e piano piano mi sono autoimmunizzato alla pubblicità. Non mi fa più paura: metto il cervello in pausa e non ascolto gli ineludibili consigli per gli acquisti. Forse è questo: è che il film della mia vita non ha ancora iniziato a scorrere. Per adesso è solo pubblicità. Che non sento, che non vedo neanche…
Ma il pensiero di trovarmi presto davanti a questa pellicola mentale mi terrorizza. Mi spaventa pensare che il trailer possa risultarmi insopportabile, scontato. Noioso. Ma adesso sono troppo poco concentrato sui particolari per immaginarmi le sequenze di quel documentario autoprodotto. Sono su questo ponte altissimo, in mezzo a gente che grida frasi in una lingua che non capisco. Ma forse è solo la lingua dell’esaltazione: quella che non ho mai capito.

Il salto invece non mi fa paura. Ho la certezza che maledirò con tutti i muscoli della pancia contratti questa decisione, ma per ora non sento questo terrore. Adesso sento più una specie di disgusto. Perché mi ci sono messo, in questa situazione?
Quando ne parlavamo mi è sembrata una buona idea buttarsi da un ponte. Legato, certo. E chi si è mai sciolto, di noi due? Mi sembrava, non so, un modo di farmi notare da te. Un modo di cercare una emozione forte, di quelle che il tempo ha smussato. E questa volta non ho calcolato tutti i pro e tutti i contro. Non ho calcolato che forse anche questo salto è inutile. Che l’adrenalina circola nel sangue solo per pochi minuti e dopo riusciamo a smaltire anche quella.

Pensavo di provare una esaltazione gloriosa a stare qui con il mondo sotto, con la morte e la vita divise da un elastico. Invece provo solo una specie di nostalgia. Forse è questa la morte: una specie di nostalgia per quello che non siamo riusciti a essere. Sono qui, ai piedi di questo parapetto di acciaio inox e ho il voltastomaco. Ma forse il gioco è questo: è gridare, gridare forte, gridare più forte della paura e della nausea. Per fare finta che non ci sia.
Chissà se adesso stai cercando di immaginare cosa provo o stai solo cercando l’inquadratura giusta per postare il salto col cellulare. O magari stai rispondendo a un messaggio e sei altrove.

Dicono che quando stai per morire ti passa tutta la vita davanti, ma io non vedo niente.

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Riflessioni nebbiose di un altropolide

nebbiosa

Quando abitavo a Cinisello Balsamo mi sentivo mantovano. Erano anni strani, classi molto miste, di gente nata sulla coda del baby boom. I nostri genitori erano nati in posti molto lontani e parlavano quasi lingue diverse. E noi bambini creavamo la nostra lingua: a metà tra quella dove siamo cresciuti e la loro. Ma a chi mi chiedeva, io dicevo di essere mantovano. Volevo crederci, mi piaceva vederla così.
Quando andavo nel mantovano mi chiamavano milanese. All’inizio pensavo fosse una presa in giro, ma poi ho capito che ero diverso, ero un cittadino. Anche se preferisco la definizione di mia nonna Rina: “siete polli d’allevamento”.
Quando mi sono trasferito a Roma ho mediato le origini e ho preso a definirmi lombardo. A dire il vero ho provato a dire padano, ma poi si sono inventati la Padania e allora sembrava che volessi aderire a quella fantageografia.

Il fatto è che io mi sono sempre sentito di un altro posto. Non un apolide, un posto dove disfare le valige al rientro ce l’ho. Piuttosto la mia definizione è altropolide. La mia casa c’è ma è altrove, dovunque io mi trovi è altrove.
Nella mia testa di persona fin troppo cauta, questo mi ha tolto un po’ di remore nello spostarmi. E questo è solo un bene.

Ma ci sono cose che mi mancano molto. Come la nebbia. Sì, la nebbia: quella che nei cori ignoranti dei tifosi da stadio viene identificata come l’emblema di Milano. In realtà la nebbia era molto più fitta e frequente quando ero bambino. E in realtà più che a Milano l’ho vista lungo il Po.

Ecco la nebbia mi manca. Mi manca quel senso di torpore freddo. Quell’ottundere dentro e fuori. Quella concretezza assoluta. Perché se devi contare i lampioni sulla tua strada (o i pioppi in golena) per capire quanto è densa, allora non hai testa per le balle; non vaneggi, non credi alle cazzate. Non hai l’illusione di volare. Vedi solo quello che è così vicino da essere alla tua portata. Lo tocchi, lo misuri, lo raggiungi se vuoi. E hai tutta la tua responsabilità in mano. Anche a costo di fare un altro passo senza i sogni di un orizzonte alpino, senza le filosofie ingannevoli di un orizzonte di spiaggia.
Sei lì, sei tu, c’è quello: e poi tocca solo a te.

In momenti come questo

nostalgia parallelaE’ proprio in momenti come questo che avrei voglia di riassaggiare quella intimità. Quella di quando discutevamo fitti fitti. Perdendoci in pensieri identici e paralleli. Di quando raccontandoci vicendevolmente non facevamo altro che cercare di capirci qualcosa. Non era un tentativo di avvicinarci, no non era quello. Era una disperata esigenza di capire dove stessimo andando. Ognuno di noi due. Consapevoli della predestinazione di una scelta geometrica che richiede che le parallele, per quanto vicine, non si incontrano mai. Tranne all’infinito: ma quella parola ci faceva ridere sarcastici. Quella parola che non ci riusciva di declinare in nessuna delle sue tante, finite, connotazioni.
Ma avremmo il coraggio, adesso di avere la stessa onestà verso il nostro presente? O non cercheremmo di ricreare l’alchimia di quel tempo. Versando dagli alambicchi liquidi già svaporati.
Magari rischieremmo di smitizzare la distanza in una battuta di troppo.
Allora ti sorrido in silenzio, da lontano. Con una nuova serenità. So che questo sorriso senza rimpianti e con poche nostalgie ti può arrivare anche senza digitare numeri o chiocciole.
Come a volte mi arrivano i tuoi.

Pulmino Volkswagen

Sento una notizia di fondo al giornale radio.  Dice che dopo tanti tanti anni, chiuderà la fabbrica del pulmino Volkswagen.
Gli impianti delle case automobilistiche, quando da noi sono considerati vecchi, vengono spostati nei paesi emergenti. Continuano a seguire i mercati. Prolungando la vita di alcuni modelli oltre i gusti dell’occidente smanioso di novità.
Quindi il mitico pulmino Volkswagen, quello degli anni sessanta e settanta, quello degli hippy e dei campeggiatori cappelloni, quello dei giovani con la chitarra, non si fabbricherà più.
La notizia resta sospesa, in un angolo della mente. Non mi colpisce forte.

Ma quando l’indomani, mi fermo a un semaforo rosso dietro a uno di questi, mi prende una strana nostalgia.
La nostalgia è una strana alchimia formata da un dolore e da un allontamanento. Ecco, nel mio caso manca un allontanamento perché uno di questi aggeggi  rugginosi e affascinanti, nella mia vita non c’è mai stato.
C’è stato il campeggio, negli anni settanta. Ma i miei ci portavano con coloratissime 128 Fiat, con carrellino a seguito. C’è stata la chitarra. Capelli lunghi, quelli no.

Mi viene voglia di comprarlo, prima che sia tardi, prima che sparisca. Penso a quegli ideali, conosciuti fuori tempo limite tramite film e canzoni. Quella ricerca di libertà, quella voglia di cambiare il mondo, di farsi sentire, di musica, di colori.
Penso come sarebbe adesso andare su uno di quelli. Penso al vecchio motore, a quanto sia inefficiente, inquinante e rumoroso per i parametri di questo millennio. Penso che magari, un modello più nuovo, sarebbe meglio. Sarebbe un buon compromesso.
Passa un vecchio Ducato.
Mi dico, no: i vecchi simboli non vanno interpolati. Le mediazioni non sono accettabili. O tutto o niente.

Scatta il verde. Partiamo.
Mi dico che no, non sarebbe giusto portarmi a casa uno di quei vecchi furgoni. Non considero neanche i soldi e il posto dove tenerlo. Sono problemi pratici che vanno oltre questi pensieri da traffico poco scorrevole.
Alla fine mi convinco che ogni generazione è giusto che abbia i suoi, di miti. Non servono simboli usati. Neanche se tenuti bene e con pochi chilometri.

C’è nostalgia e nostalgia

Ci sono nostalgie che vanno bene solo per i poeti tristi. Robaccia.
Inutili scatole da tenere nell’armadio solo per la paura di buttarle vie. Perché magari un giorno ci serviranno e avremo il rimpianto di non averle tenute. Tanto poi lo sappiamo che prenderanno solo posto. Lo sappiamo da adesso. Ma non abbiamo il coraggio di liberarcene.

Invece ci sono nostalgie belle. Sì, lo so: nella nostalgia c’è il dolore. Persino nel suo etimo non è difficile da individuare. Ma ci sono davvero nostalgie belle.
Si sente il dolore, ma si sente lontano. E si viene sopraffatti da uno stupore sognante, che lenisce questa mancanza.

Quando avevo una decina di anni siamo andati al mare in giornata. Ai lidi ferraresi, distanti (chissa?) un paio d’ore da dove ci trovavamo. Ci siamo andati con la mia famiglia e quella di un cugino di mio padre. Famiglia che aveva ritmi e figli paragonabili a noi. Il mare non dev’essere stato niente di speciale, perché l’ho dimenticato subito.
Ma a un chiosco abbiamo preso dei cosi fritti. Ce li hanno dati in una carta di quotidiano, che a vederlo così non sembrava tanto pulito.C’è da dire che prima dell’era del colesterolo, il pesce si mangiava poco. (Capita quando nasci in una regione senza mare.)

Ma quei pesciolini, quei gamberetti, quei calamaretti, quei qualunquecosafossero erano davvero buonissimi.
Tanto buoni da avermi lasciato una nostalgia per quel posto, quel momento, quel cartoccio.

Ecco: queste sono le nostalgie buone. Quelle che ti lasciano un sapore in bocca e nella testa. E non ti impegnano spazio negli armadi e nel cuore.