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Le mani lungo i fianchi

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Pam.
Guardo la radiosveglia e sono quasi le due di notte. Cerco di mettere a fuoco quello che sembra il rumore di un grosso pannello di legno che cade nella notte. Ma chi? Cosa a quest’ora? Non riesco a darmi una spiegazione convincente. Forse era uno scoppio molto lontano.
Pam.
Dopo un po’ un altro. Mi immagino una funambolica azione di ladri che si stanno goffamente creando un passaggio e fanno cadere tavole di legno nel vuoto. Non mi convinco e questa mancanza di definizione mi sveglia. Non sono preoccupato, vado in bagno. Sento sirene che vanno e che indugiano. Non mi sembrano vicine.
Esco dal bagno e ho come la sensazione di un lontano odore. Come di plastica bruciata. Annuso per precauzione gli elettrodomestici che potrebbero surriscaldarsi ma nessuno di essi mi allarma.
Sento un rumore leggero in strada. Un motore acceso. Intanto che alzo le tapparelle vedo il lampeggiante blu a una cinquantina di metri. Sono i pompieri. Intravvedo dietro la chioma dei pini un’auto parcheggiata che brucia. Tutto è tranquillo. Non c’è rumore. Si muovono lenti e sicuri, senza affanni.
La scena mi sembra un po’ surreale, tanto che restare a guardare mi sembra un inutile esercizio. Vado lo stesso sul terrazzo per assicurarmi che non ci sia bisogno di fare qualcosa. Come spostare la mia macchina o come… non so, non saprei cosa. Probabilmente quei pam erano pneumatici che scoppiavano, compressi e indeboliti dal rogo.
Vado a letto. Sono tranquillo ma ci penso. Continuo a pensare a quella scena silenziosa.

Mi immagino la sensazione di chi si trova la macchina ridotta a uno scheletro di lamiera nera e grigia. Scendere in strada e trovarsela così. Sopra la pozzanghera sporca dell’acqua usata per spegnerla.
E restare fermo, a distanza, attonito. Le mani lungo i fianchi. Senza darsi una spiegazione, senza capire che nome dare a quella sensazione di spreco. Magari ripensando ai viaggi o alle chiacchierate che avevano animato quell’abitacolo. Magari pensare alla musica incenerita lì dentro.
O magari solo al problema di doverne comprare un’altra, proprio adesso che non era il momento. O forse avere la grazia di pensare in grande, alla fortuna che solo una macchina sia finita così, di notte, da sola, senza portarsi dietro nessuno.

Mi convinco di non sentire puzza di bruciato e piano piano riprendo sonno.

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Ti riporto a casa

Guido in questa notte. In silenzio. Sono furioso. O forse no: sono più deluso, disperato.
Mica facile per un padre guidare a quest’ora di notte, verso casa. Sul sedile del passeggero c’è la causa di questa uscita notturna.
“Guarda un po’ come ti sei ridotto…” Ma la domanda riesco a tenerla dentro. So che è la cosa giusta.
La voglia di parlare, di sfogare la mia paura è fortissima. Ma la domino, la domino a fatica.
“Quanto hai bevuto? Cosa hai fumato? Ma cosa credi di fare?”
Silenzio, occorre silenzio adesso.
Sento che ho dentro una emulsione strana di rabbia, adrenalina, amore. Vorrei farla venire fuori ma sono sicuro che se provassi a parlare adesso i grumi mi fermerebbero le frasi a metà. Nel punto sbagliato.
Faccio una fatica enorme a non farmi inghiottire in quei “te l’avevo detto” a forma di vortice. In quelle frasi che mi muovono il ventre come un conato.
Guido in silenzio, cerco di concentrarmi sulla strada. Intanto sento che ho le mani che serrano il volante, come lancette inchiodate alle tre e quarantacinque.
Ricaccio giù le frasi che mi sembrano inevitabili, ineludibili.
No, non lo sono. Possono aspettare. Devono aspettare.
Devo fare vedere che ci sono. Io ci sono, sono qui. Anche se non riesco a dire le cose giuste, anche se a tacere riesco a malapena.
Incazzato nero, ma ci sono.

Probabile velocità eccessiva

fulviotestiStavamo scaricando le borse dalla macchina. Era una domenica pomeriggio, sul tardi. Ma c’era luce. Eravamo di ritorno da Pieve, duecento chilometri di statale. Duecento chilometri di curve, paesi, macchine. Di Fiat.
Sento un rumore forte, come di una botta su un bidone. Alzo gli occhi e vedo che sulla via principale, quella a tre corsie, un’utilitaria esce di strada. Un attimo, quasi sospeso. Entra nel fosso poco profondo. Il dislivello le fa da trampolino e la macchina vola. Orizzontale, istantanea, irreale. A un metro da terra. Colpisce in pieno un platano proprio alla nostra altezza, a una ventina di metri da noi. Non abbiamo neanche il tempo di appoggiare per terra le borse piene di frutta autunnale.
Si fermano le altre macchine, qualcuno corre verso l’incidente. Qualcuno trova un estintore che chissà come gli sia venuto in mente di comprarselo.  Non ricordo se lo usa, non ricordo se servisse. “Chiamate un’ambulanza!”. Qualcuno la chiama, dal palazzo di fronte. Non c’erano cellulari in quegli anni. E se anche qualche macchina aveva le cinture, nessuno le metteva.
Andiamo su, dai, non c’è niente da vedere. Ci spostano per risparmiare a noi bambini la vista di una morte che avevano intuito. Fingono di avere fretta di mettere le borse a posto.
La conferma l’abbiamo il giorno dopo, da un articoletto sul Corriere. Un poliziotto fuori servizio sulla sua A112. Parole e locuzioni che suonano ripetute senza passione dall’articolista. Probabile velocità eccessiva la causa. Procedeva in direzione. Schianto fatale. Forse un attimo di distrazione.
Adesso c’è una piccola lapide, messa qualche mese dopo. Lapide dove qualcuno ha portato dei fiori, ma solo per pochi mesi.
E’ in quel momento, subito dopo quel volo leggero, che ho avuto una chiara percezione di come un istante può cambiare la nostra vita.

Sacro monte

Sacro Monte di Varese Avevo una giacca a vento verde. Così brillante che adesso mi sembra quasi impossibile. Ma allora ci stavo bene. Ce l’avevo da tanti anni. Ricordo che quando l’ho sostituita ho pensato che erano più di dieci anni. E ancora non mi spiego come mai avessi fatto i conti e soprattutto come faccia oggi a ricordare quel ragionamento. Ne ho presa una blu scura. Bella, più sobria, opaca.

Di pomeriggio sono uscito a piedi, era freddo. C’erano lavori attorno al sottopasso pedonale e qualche operaio aveva delimitato il cantiere con una specie di recinzione arancione di plastica bucherellata. L’ho sfiorata con la manica e un fil di ferro sporgente mi ha fatto un taglio di un paio di centimetri. E pensare che in quella vecchia niente, per tanti anni.

La sera ci siamo visti. Ricordi? Era qualche settimana che dovevamo parlare. E non trovavamo mai il momento giusto. L’ho capito dopo, il perché.
Mi hai portato al sacro monte. Era un bel posto per parlare e camminare, soprattutto con il buio. Ma quella volta era strano: c’era la neve negli angoli sotto il muretto, dove il sole non arriva da nessun angolo. Era novembre, forse.
Mi hai parlato di lui. Usando aggettivi goffi, infantili. Ma a quel tempo non ci servivano parole perfette, per capirci al volo. Ho intuito tutto in un momento. Ho visto i mesi precedenti, in cui siamo stati così vicini. Li ho visti sparire, messi da parte. Svaniti.
Non ricordo cosa ho detto. Ricordo la consapevolezza e il dispiacere. Che era di tutti e due. Ricordo che non facevo finta di niente. Ricordo che parlavo dell’incidente con la giacca a vento. Lacerata senza accorgermene.
Rincasando tornavo a pensare alla manica della giacca a vento, capisci? Non sapevo darmi una spiegazione di quella lacerazione.
E sapevo che non avrei potuto rattopparla. Poi ho imparato a conviverci. A non farci caso.

Il canto delle sirene di un motore a scoppio

Franco uscì di casa e si mise le chiavi in tasca. “Ma sì. Meglio così” -pensava così forte che gli sembrava di sentirne il suono- “Queste due settimane arrivano proprio al momento giusto. Non si poteva andare avanti così”.
Ester partiva col suo compagno, una vacanza in moto. E non si sarebbero sentiti per un po’.
“Ma cosa ho da pretendere da lei? Mica stiamo assieme, mica ci siamo mai promessi niente”
La cosa strana è che, anche a sbobinarle completamente, non c’era gelosia nelle budella di Franco. Solo un senso cupo di impossibilità.
E dire che le settimane passate, era stato un susseguirsi di messaggi, di email, di contatti. Telefonate mai, ma era una continenza sonora che avevano scelto quasi implicitamente. Quasi come un vezzo.
Adesso Franco andava alla fermata, a inizio settembre, ripentendosi un numero eccessivo di “Ma sì”. Credendoci. E’ questo il bello, lui ci credeva, non si stava ingannando.
Franco non si sentiva in gara. A differenza del compagno di Ester, non era un tipo da due ruote. Non avrebbe abbandonato la finta sicurezza di quattro ruote, di un tettuccio fisso e di un triplo retrovisore.

Ester intanto, viveva bene la sua vacanza. La moto legava bene con il suo passato da ribelle. E lo stare dietro con il suo presente di testa a posto. Ipnotizzata dalla lusinga sonora di un motore a quattro tempi su strade tutto sommato dritte, pensava a Franco. Gli tornava come un pensiero troppo frequente. Immaginava le parole con cui descrivergli quelle spiagge, quelle strade, quegli odori, quei momenti. Momenti da cui Franco era escluso.

Non sapendo tutto questo, in una cosa Franco aveva perfettamente ragione. Nel suo ripetitivo  “Ma sì, meglio così”

Prodigi e meccanici

Cercando le chiavi della cantina, gli tornò in mano quella bottiglia.
Era una bottiglia trasparente di plastica, da un litro. L’etichetta era stampata in casa e riportava una scritta con troppe abbreviazioni e iniziali maiuscole. Santuario del Sasso – B. V. Maria – Acqua Santa Benedetta.
La tenne un attimo in mano dimenticando cosa stesse cercando. Invece di rimetterla a posto, la appoggiò sul ripiano dove di solito svuotava le tasche rientrando a casa. Così, come per lasciarla in sospeso. Come per pensarci dopo. Trovate le chiavi, riprese il binario dei suoi pensieri abituali.

Il giorno dopo quando si mise nel traffico di routine, la caricò in macchina. Voleva riportarla a sua suocera. Ma prima doveva trovare le parole giuste.
Con sua suocera, per dirla tutta, aveva un rapporto molto migliore di quanto si potesse intuire dalle battute in ufficio. Era solo un personaggio, quella usata coi colleghi. Una specie di maschera.
Ma quella bottiglia da un litro, davvero, non si poteva vedere. Cercando le parole, sondò un’analogia forse blasfema, coi cornetti napoletani. Quelli che scacciano il malocchio senza ombra di dubbio. Ecco, tutta la religiosità sembrava degradata a un amuleto.
E poi quell’etichetta! Le righe orizzontali della sagoma della bottiglia davano un aspetto ancora meno autorevole al tutto. Il tappo di plastica, fissato come l’etichetta con nastro adesivo di carta… Doveva essere un imbianchino, il sacro imbottigliatore. O almeno un bricoleur. O probabilmente lo stesso che vendeva i cornetti. Alternando giorni e ricorrenze.
Ma ormai aveva deciso. L’avrebbe riportata alla speranzosa donatrice. Ma prima le parole. Le parole giuste. Quelle le avrebbe dovute calibrare bene. Per non offenderla.

Giacomo non era un maniaco di automobili. E la bottiglia si adagiò indisturbata nel sacchetto polveroso in cui il conducente si illudeva di tenere in ordine (nell’ordine): guide del touring, corde elastiche, lampadine di riserva, tuttocittà con quasi tutte le pagine e altre diavolerie che sfuggono ad ogni elenco e ad ogni logica.

Dopo qualche mese la spia rossa con un simbolo misterioso si mise a fissarlo dal cruscotto. A lui sembrava un ghiacciolo. Ma senza dubbio doveva simboleggiare qualcosa di ben meno rassicurante. Accostò e si fermò alla prima piazzola SOS dell’autostrada. Trovò sotto il sedile del passeggero il libricino Uso e manutenzione e scorse le pagine delle spie luminose, come fosse il libro degli identikit della polizia.
Eccolo, finalmente. “Surriscaldamento del liquido di raffreddamento”. Cosa fare? Ecco: Silvano poteva saperlo. Giacomo, senza dirlo, lo considerava affidabile su questioni di auto e di case. E poi avevano un modo simile di ragionare sulle questioni di buon senso. Lo chiamò sul cellualare.
“Ah, mi è capitato tanti anni fa. Aggiungi acqua, vai piano e fermati assolutamente al primo distributore. Attento a quando apri il radiatore che se bolle ti salta il vapore in faccia. Usa uno straccio. Versala piano che crepi tutto. “ Seguirono altri dettagli credibili, frasi brevi, perentorie, gentili.

Giacomo trovò straccio e tappo del radiatore. E in fondo al baule trovò solo una vecchia bottiglia di Acqua Santa Benedetta. La riconobbe. Ebbe una esitazione. Ma poi pensò che non stava facendo niente di male e la fece colare con lentezza nel radiatore. Guardando il filo di acqua che scendeva e diventava irregolare, qualche remora l’aveva. Ma se ne fece una ragione.

Al primo distributore si fermò. Contento di trovare una poco credibile scritta “Autofficina”. Ma uscì un uomo con la tuta blu ed arancione che si puliva le mani con uno straccio unto. E questo lo tranquillizzò più della insegna. Aprirono il cofano e il meccanico lo fissò alto quasi senza guardare.

Passando ripetutamente dal tu al lei il meccanico emise la sua sentenza.
“Guardi che qui stava per bruciare tutto: non lo so neanche come hai fatto, è un miracolo che c’avevi l’acqua che da metterci. Che se aspettavamo un minuto di più la buttava, la testata. E eran milioni”. Evidentemente i meccanici di quella tratta le esclamazioni non le hanno ancora convertite in euro.
Giacomo non aveva un’idea chiarissima di cosa fosse una testata. Ma quella frase gli si era stampata in testa in testa.
Ringraziò il meccanico, che tra l’altro non volle niente per il consulto.
Riprese il viaggio, portando impressa quella frase.
“…è un miracolo che c’avevi l’acqua”

“…è un miracolo che c’avevi l’acqua”
No, è un caso.
Ma accelerando non riusciva a seminare il suono di quelle parole.

Della vita e del parabrezza

Di automobili non sono mai stato appassionato. Ma visto che ci passo tante ore, cerco di starci un pochino bene. Niente di speciale: un’autoradio che legga anche mp3; un posto di fianco dove appoggiare il cellulare senza che scivoli dappertutto, ad ogni curva. E una piccola mania. Quella di avere i vetri puliti. Che magari sembra un controsenso lavare la macchina una volta l’anno e avere sempre i vetri puliti. Ma è un’altra cosa.

I vetri puliti mi danno una leggera serenità. Per un verso mi permettono di vedere meglio quello che succede fuori e di guidare più tranquillo. Per l’altro non voglio arrivare impreparato a quei momenti speciali. Sì, perché ci sono attimi imprevisti in cui la luce fuori ha qualcosa di inaspettato. Non c’è un momento preciso della giornata. A volte è di mattina. Con la strada che mette la macchina in una direzione tale da prendere la luce in modo perfetto. E visto da dentro sembra che i vetri non ci siano. E sembra di essere fuori. In mezzo a tutta quella luce, in mezzo a tutto quel colore. Oppure dopo un temporale. O d’estate all’imbrunire. O persino certe notti di inverno, che fuori tira un vento che taglia. Ma se in quei momenti i cristalli sono perfettamente puliti, allora quel momento è davvero speciale. Pieno. Completo. Vissuto gustandone interamente quella incredibile limpidità.

Per sodddisfare questa piccola mania, non è che faccia niente di speciale. Solo che quando vado a fare il pieno di metano (perché l’auto io l’ho presa a metano: per il portafogli, per il pianeta, per l’ossido di carbonio e per tutte quelle belle cose là) impiego i minuti di attesa cercando di pulire finestrini, parabrezza e lunotto.

Nella stagione fredda trovo un leggero fastidio quando poi trovo una condensa notturna. E’ venuta di nascosto e trovo che mi ha bagnato tutto il vetro, magari impastandosi la polvere. E so che tanto i tergicristalli non saranno una buona soluzione. Lasceranno le loro righine semicircolari che mi rovineranno la mia maniacale idea di limpido. E allora aspetto la stagione migliore. Quando la temperatura sale e non si forma più la condensa. Ma poi il caldo arriva e mi viene in mente che ho un altro nemico. Gli insetti che prendono di mira la trasparenza del mio parabrezza. E il tergicristalli peggiora ancora le cose. E rimpiango le goccioline autunnali che almeno lasciavano meno tracce. Ieri in macchina pensavo a queste sensazioni. Che ormai sono dentro di me, che orani non devo descrivere ascontaldo il suono delle parole. E pensavo a questo continuo rincorrere. Questa speranza di qualcosa che è sempre dietro l’angolo. E di quanto siamo condannati a una incompleta felicità. Sì: goccioline, falene, righine sul vetro della macchina. E felicità. Mi prendo il lusso di questo accostamento sapendo che tanto queste parole non le deve leggere uno psichiatra. Pensavo a questa vita fatta di rincorsa di cose inutili. Di questa torta a cui manca sempre una fetta. Di questa corsa in ruota di creceto. Ci pensavo questa mattina, intanto che aspettavo di riempire il serbatoio di metano e pulivo i vetri.

E ho sorriso decidendo che oggi mi vanno bene così, questi cristalli. Con le loro righine di acqua sporca, coi loro leggeri aloni. Con questa incompleta felicità, che se ti fermi a guardarla, scuoti la testa e vai avanti. Con un sorriso pieno di voglia di muoverti.