figli

Testa di nuvola

chiomadinuvola

Passa un tipo con i capelli bianchi, bianchissimi. Non è vecchio, avrà cinquant’anni. Lo trascina un rassegnato cane da cacca urbano, che tra gli antenati di razza probabilmente ha avuto cani da caccia capaci di una ferma al fagiano, ma che ormai ha perso ogni istinto assieme alla i dell’ultima sillaba. Ma noi guardiamo dall’altro lato del guinzaglio, l’umano coi capelli bianchi e vaporosi. Una chioma curatissima e lunga. Mi ricorda un po’ il logo della sorbetteria di Ranieri. Luca dice che sembra Mozart. Federico ride e basta. Chiara mi fa una domanda strana: ma tu se potessi avere tutti i capelli a condizione di tenerli così, accetteresti?
Ecco, questa è una bella domanda. Una di quelle a cui non so rispondere con un sì o con un no. Da anni mi sono abituato a tenere i capelli cortissimi. Questo look, nato come una risposta frontale ad un’inesorabile avanzata della pelataggine, è diventato una abitudine che mi allevia il caldo (ma come fate d’estate con quelle chiome che sembrano berretti di lana?) e mi fa risparmiare molto tempo (esco dalla doccia e mi asciugo in un attimo).
“Vedi Chiara” – le dico – “sono pelato ma non ho il complesso di essere brutto perché sono pelato. Ma se potessi avere i capelli sarei più contento.”
“Non hai risposto” (Se mai dovesse essere una giornalista, sarà una grande giornalista!)
“Sì in effetti non so se accetterei, se il prezzo fosse tenerli così: lunghi, curati, vaporosi”
Poi ci mettiamo a parlare di quelli che (quando io avevo la loro età) vivevano la calvizie come una menomazione. E si sacrificavano sull’altare di artifizi ancora peggiori. Come il riporto. Farsi crescere capelli da una parte e incollarseli sulle zone diradate, come se non si vedesse che quel tappetino è artificiale e ridicolo. Come se chi ti guarda potesse credere, per un attimo, che tu sei ancora giovane e ancora bello e capelluto.
E un po’ la logica del riporto ha fatto scuola. Mi avanza un numero, non so dove metterlo e lo vado a mettere in testa alle decine (che già avevano i loro problemi).
La logica del riporto (tricologico) ci ha insegnato che ci sono due modi di gestire un problema: affrontarlo oppure nasconderlo. E di persone che vivono con l’etica sublime del riporto ne ho incontrate tante. Quelli che sul lavoro cercano di incastrare gli altri per le cose più noiose. Quelli che rimandano una decisione per la paura delle conseguenze. Quelli che sanno dire i no ma non si sono mai messi a cercare i propri sì.
Lo so che sono fuori tempo massimo, ma ho una risposta per Chiara. Mi va benissimo la mia pelata. Senza boccoli argentati. Senza riporti. Senza sospesi.

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Omofobia e altre mie paure

omofobia

Oggi al giornale radio ho sentito che è la giornata internazionale contro l’omofobia. L’omofobia. Omofobia. Che termine strano: fobia (paura) messa assieme a omo (uguale). Viene da pensare paura dell’uguale.  Ma in realtà è “paura di chi ama una persona del suo stesso sesso”. Paura? Perché paura poi! Non è paura. È repulsione, schifo, mancata accettazione, intolleranza. La paura di chi è omofobo è quella di vedere scardinare il suo sistema vacillante di valori fondati su regole e scale tradizionali. O forse la vera paura è che guardando in faccia un gay, possa specchiarcisi e trovare nei suoi occhi il proprio stesso sguardo. Fatto di orgogli, paure, vittorie, schiaffoni, conquiste, rassegnazioni, piccolezze e amore.
Amore? Ma che cacchio di diritto hanno di amare questi, che hanno deciso di amare in modo così provocatorio?

Io devo dire che di fobie ne ho altre. Poche a dire il vero. Non che sia coraggioso: il mio problema è che sono lineare e prevedibile persino nelle paure. (Ma si può essere più noiosi di così?)
Quindi non ho paura dei ragni, del buio, dei temporali, dei fantasmi, dei serpenti…

Ho paura di chi guida come se fosse l’unico per strada, senza mettere la freccia e l’attenzione e il rispetto.
Ho paura di non essere all’altezza della vita che mi trovo a dover affrontare.
Ho paura di confondere la giustizia con il mio interesse.
Ho paura di entrare nella schiera di chi chiama tradizione la incapacità di confrontarsi col presente.
Ho paura, correndo, di trovare un cane o una buca che mi costringano a restare fermo sul divano fino a diventare insopportabile.
Ho paura di trovarmi a iniziare discorsi bifidi premettendo che ho anche amici gay.
Ho paura di impigrirmi sempre di più e di trovare più comodo tornare in posti già conosciuti. Ho paura di non volermi abbastanza bene a tavola.
Ho paura di finire per cucirmi addosso una verità su misura.
Ho paura di trattare un gay stronzo con maggiore rispetto di uno stronzo eterosessuale.
Ho paura di essere indifferente.
Ho paura che nonostante questa trave io continui a vedere quelle enormi pagliuzze nei vostri occhi.
Ho paura di sentirmi più povero se dovessi aiutare qualcuno.
Ho paura di sentirmi più unito nell’odio verso qualcuno, che non nell’amore.
Ho paura che se un giorno dovesse succedere che i miei figli (facendo la più grande delle fatiche) dovessero dirmi “Papà sono gay”, io potrei rinfacciarmi di non aver fatto tutto il possibile per permetter loro di essere felici.

È successo un Bataclan (Parigi spiegata ai miei figli)

"Paris" di Paola Patrizi

La mattina dopo i fatti di Parigi è sabato e, dopo la piscina, guardiamo le news con i bambini. Non guardiamo quasi mai i telegiornali, visto che la televisione è spesso spenta e le notizie le assorbiamo dai vari aggeggi collegati a internet. Ma quello che è successo è una cosa grave e importante. E poi oramai loro sono grandicelli e, istintivamente, permettiamo loro di sdraiarsi davanti alla TV a guardare i filmati che arrivano da Parigi. La mia speranza è che vedano e che facciano domande. Magari a casa con calma qualche risposta sensata possiamo cercare di darla. Prima che, inevitabilmente, vengano travolti dal vento della demagogia e dell’odio low-cost che già sento avvicinarsi.
Sono domande sciolte, slegate, che non seguono sempre un filo narrativo, ma si vede che sono il risultato di una riflessione e di una paura.

È successa una cosa brutta, bruttissima, sì. No, non lo so neanche io il perché. So che molte persone pensano che noi occidentali stiamo facendo di tutto per distruggerli. No che non è vero: ma sforziamoci di capire le loro ragioni. Non le ragioni di chi prende un kalashnikov e spara per strada, ma le ragioni di chi non ci sopporta. È  solo invidia o nel nostro vivere da ricchi abbiamo qualche responsabilità?

E adesso cosa ci succede? Non lo so cosa succede. So che i terroristi, tutti i terroristi, vogliono spaventarci. Vogliono terrorizzarci, come dice la parola. La cosa che possiamo fare noi è non avere paura. Non serve il coraggio per reagire militarmente, serve il coraggio di vivere le nostre vite con normalità e farci domande.

Come cambia il mondo adesso? Quando sono venute giù le torri gemelle, voi non eravate ancora nati. Qualcuno ha commentato a caldo “Il mondo da oggi non sarà più lo stesso”. Mi sembrava una frase pomposa, ma mi è rimasta in mente. E tante volte ho pensato che riassumeva bene il senso di svolta, di pagina di calendario strappata per sempre che in quel giorno abbiamo vissuto.
I miei nonni dicevano “è successo un quarantotto” riferendosi ai moti del 1848. Poi hanno detto “è successo un Amba Aradam” per descrivere una situazione confusa con continui capovolgimenti come nella battaglia del 1936. Chissà che in futuro non direte “è successo un altro Bataclan” per sottolineare l’orrore, l’impotenza e lo spavento di questi giorni.

Ma attaccheranno anche noi? Vorrei dirti di no, dirti che siamo al sicuro, piccolo mio. Ma ti dico invece che non lo so. Probabilmente faranno altri gesti orribili come quelli di Parigi. Forse li faranno qui, nella nostra città. Ma cosa possiamo fare? Se ti dicessero che oggi un pazzo andrà fuori casa e sparerà a tre persone cosa faresti? Smetteresti di andare a scuola, di andare a giocare a pallone, di andare a fare la spesa? Così con una minaccia chi vuole farci del male ha già vinto perché ci ha fatto paura e ha cambiato il nostro modo di vivere. Se su una città di tre milioni di persone uno spara a tre persone, che probabilità c’è che colpisca te? Bravo: una su un milione. Ma questo vuol dire che non ha senso starsene chiusi in casa come prigionieri. Anzi dobbiamo uscire di casa e sorridere. E sforzarci di non cadere nel gioco di chi vuole imporci l’odio.

Ma non possiamo bombardarli? Ma se tu vedi un nido di vespe cosa fai: tiri i sassi o stai lontano? Se vuoi essere punto il modo migliore è tirare i sassi. Se invece stai lontano è meglio. Se poi hai il coraggio di avvicinarti con calma e di guardare il loro viavai, magari capisci che ti hanno punto perché si sono sentite minacciate o per un errore, non perché sono cattive.
Noi siamo più forti, ma ogni volta che a un gesto violento abbiamo risposto con più violenza siamo sempre finiti male. Tutti. Dopo una guerra non ci sono vincitori e sconfitti. Ci sono famiglie che hanno perso i loro papà o i loro figli o i loro amici. La guerra è una brutta bestia che morde amici e nemici.

Ma io quelli li odio! Ma sei sicuro che l’odio e la paura non siano due facce della stessa debolezza? Sforziamoci di essere normali e di vivere con coraggio. Sforziamo di distinguere tra quella decina di terroristi (da condannare con fermezza) e tutti il miliardo e passa di musulmani che ci sono al mondo. Il tuo compagno di classe Ahmed somiglia più a loro o somiglia più a te? Spara alle persone o spara le stupidate contro la maestra di matematica, come fai tu? Lui non ha colpe per gli attentati: se sei suo amico aiutalo a non subire le colpe di chi vuole rovesciare con la violenza un mondo di cui anche lui fa parte.

Sarà un’immagine abusata, ma quando vado a Parigi mi piace camminare nel vento, fermarmi a una boulangerie e prendere qualche pezzo di pane. E camminare nel vento, meglio se da solo, con il mio sacchetto di carta da cui esce calore e profumo. Io Parigi la vedo così, con quella voglia di andare avanti. Anche controvento, anche facendo un po’ di fatica in più di ieri.


L’immagine che svetta in testa a questo post è un disegno originale di Paola Patrizi, che ha dentro tutto. L’immagine ha dentro tutto, non Paola, che ha dentro solo tanto tanto talento.

 

Spegni e riaccendi

treniveloci

Dei treni di oggi mi piace il fatto che i posti sono prenotati, almeno su quelli a lunga percorrenza, alta velocità e caro prezzo.
Ma il fatto di arrivare e di sapere che ho il mio posto mi fa iniziare il viaggio con un umore migliore. Meglio ancora sono quei treni che hanno i sedili a due a due, come le corriere di provincia, o come gli aerei.
L’ultimo viaggio, però, mi è capitato un posto dei quattro centrali. “Beh, pazienza. Mi metto i miei auricolari, tiro fuori libri e appunti che tanto non riguardo e mi isolo come si deve”

“…usi… gnere…staluce?”
“Eh?!?” dico io cercando di essere cortese, mettendo in pausa senza togliermi le cuffie… “Come diceva?”
“Chiedevo se lei la sa spegnere questa luce?”
E mi porge un telefono diverso dal mio, con la lucina LED del flash accesa, bloccata.
Prima che io possa dire che non lo conosco, chiudendo l’intrusione con un mi spiace, mi ritrovo già lo smartphone in mano. Deve essere una cosa veloce, penso, e inizio a provare.
Cerco una app con una icona che ricordi una torcia elettrica o una luce d’emergenza, ma niente. Scorro a caso cercando un indizio ma ancora niente. Cerco le impostazioni, ma in questo IOS non so neanche come è fatto.
La padrona del telefono comincia a parlare, io l’ascolto poco. Lo fa con un modo strano, non invadente.
“Sto tornando da Milano, dove abita mia figlia, ha ventitre anni, studia arte…”
Io continuo a cercare di districarmi da quel compito che non ho cercato. Ma quando dice “mia figlia” alzo ancora gli occhi. Non mi torna l’età. Avrà quarant’anni, come fa ad avere una figlia ventenne che vive in  un’altra città? Ok, va bene tutto, ma qualcosa non mi convince. La selva di icone comincia a essermi straniera.
“È lì da poco e adesso aveva bisogno di me. Ho lasciato i due piccoli col padre e mi sono sentita in dovere di partire”

Alzo gli occhi. Questa voglia di raccontarsi mi fa sentire bene. Non so perché ma non sono in imbarazzo se questa sconosciuta mi racconta i fatti suoi. Tengo il suo cellualare in mano ma non lo sto più guardando.
“Eva e il suo ragazzo si sono appena lasciati. Insomma lui l’ha lasciata, l’ho capito dall’angoscia ingiusta che aveva addosso. Da come mi telefonava. Dal bisogno non espresso che aveva di me. Perché una mamma queste cose le capisce sempre. Magari poi non sa come affrontarle, ma le capisce…”
“E cosa si dice in questi casi?”
“Mah non so…” sorride. Come se dovesse darmi la risposta giusta che non conosce.
“Solo che il fatto di essere andata a trovarla, l’ha fatta sentire bene. Ha persino cambiato le lenzuola e fatto finta di non fumare. E poi mi ha portato nella sua vita. A teatro, dove fa qualche lavoretto. E poi coi suoi amici strampalati. E soprattutto mi è stata vicino e ha parlato parlato parlato parlato e parlato. E parlato ancora. Tanto che non sapevo più cosa dirle, davvero!
E infatti ho fatto la cosa più sensata che potessi fare: starla a sentire. Senza correggerla, senza suggerire niente. Senza darle solidarietà o consigli banali. Solo fare vedere che c’ero” Si corregge subito “Che ci sono”. Dice quel ci sono con una bella, invidiabile fierezza.

Io penso ai miei di figli. “Io ne ho tre, ma sono piccoli. Vanno alle elementari. Stavo riflettendo a quando, un futuro, mi troverò anche io nella stessa situazione. Sempre che ai papà qualcuno abbia voglia di raccontare queste cose…”
“Io davvero… non so… ma anche una mamma non sa come affrontarle”
È una donna magra, alta, mani lunghe. Un aspetto molto piacevole, ma del tutto naturale. Forse senza trucco, comunque senza trucchi evidenti. Di strano ha solo un paio di scarpe assurde, a metà tra ballerine e scarpe da tennis. Gradevolmente brutte. Anzi no: decisamente brutte. Leggo sulla copertina della sua agenda che si chiama Anna. Sì, Anna è anche un nome che le somiglia.
Riprendo il mio ruolo di assistenza tecnica  e cerco la soluzione per il suo telefono. Ma è passato del tempo e la tastiera si è bloccata. Glielo devo restituire e un po’ mi spiace.
“Si è bloccata la tastiera. Non ho trovato la soluzione. Magari spegnendolo e riaccendendolo va a posto”. Ok, ho detto una banalità, ma magari funziona. Funziona sempre questa cosa di spegnere e riaccendere. Chissà se anche con i figli, quando sono in crisi, si può fare qualcosa di simile. Chissà se con Eva e Anna funziona questo trucco di spegnere e riaccendere. O forse basta stare vicino, vedere che la tua disperazione sta a cuore a qualcuno. Riprendersi dai baratri, risalire.

“Ah grazie. Funziona. Grazie mille”. Un sorriso pieno di gratitudine.
Cerco un pretesto per fare altre domande, per chiedere, per sapere. Ma non trovo niente e torno a ascoltare la mia musica. In un giorno in cui sento che la mia bossa-nova non è mai stata così noiosa.

Volare basso volare alto

takeoff

Spesso noi genitori ci troviamo la mattina in mutande a urlare “Vèstiti e non fare casino a quest’ora”. Che a pensarci bene non è proprio il massimo della coerenza. Ma alle sette e dieci di mattino la FIFA ha vietato le partite condominiali tra giocatori di sette e otto anni. E soprattutto le risse in campo e le rovesciate.
Quindi mentre mi faccio la barba mi capita di intervenire e di squalificare campi, espellere giocatori, comminare giornate di squalifica.

Visto che i vari DASPO contano poco, viene il sospetto che i piccoli giocatori-hooligan non vengano su nel modo migliore. Sembra che inizino a “rispondere” in modo maleducato e soprattutto a dover essere controllati perché cercano sempre di fregarti. Le partite infatti sono a porte chiuse, nel senso più stretto del termine. Sapendo di fare qualcosa di sbagliato si chiudono in camera e comincia l’incontro.
Magari con lo spazzolino in bocca, magari con il grembiulino blu, magari più che segnare lo scopo è fare a botte.
Ma quello che li accomuna è che, quando arrivano le ispezioni sono tutti angioletti. La palla è sparita in pochi millisecondi, le braccia sono aperte coi palmi in su (per dichiarare innocenza) e soprattutto gli occhi sono sgranati e increduli, che neanche il miglior Totò Schillaci!

Sbuffiamo, sgridiamo, andiamo avanti e un dubbio di non essere abbastanza bravi come genitori ci viene.
Poi capita che andiamo qualche giorno a Barcellona per le vacanze di Pasqua. Durante la preparazione per il decollo Federico si mette a disegnare, facendosi richiamare per il tavolino aperto. Chiara si mette a leggere. Luca invece è silenzioso. Si gira verso di me (che sono dall’altro lato del corridoio) e ammette mal volentieri “Non sono tanto tranquillo”.
Capisco che, imprevedibilmente, ha paura del decollo e sta chiedendo aiuto. Faccio un cenno con gli occhi a Chiara che, meravigliosamente, capisce al volo. Protettiva e sorella maggiore come non mai gli dice “Non preoccuparti” e gli sorride. L’aereo prende velocità e decolla e io guardo le due manine, una sull’altra, appoggiate sul bracciolo della fila 33. Luca è meno preoccupato. Chiara è silenziosamente fiera del suo ruolo.

E io penso che forse sì, forse stiamo facendo un buon lavoro.

festa del vernidas

vernidasMi sembra ieri che li facevo io quei bigliettini per la festa del papà. Portacenere di das (quando c’era tempo col vernidas) oppure una cravatta di cartone da mettere attorno alla bottiglia di whisky. Perché i papà degli anni Settanta evidentemente erano tutti delle bestie che fumavano e bevevano in continuazione. Questo almeno nell’immaginario delle maestre e dei pubblicitari degli anni Settanta.
Spariti i portacenere, sparita la pubblicità dei liquori, sparito il das (anche se qualcuno giura di averlo visto in qualche vecchio negozio) restano i papà. Diversi da quelli di allora: con meno autorità, meno basette, meno zampe di elefante. Forse anche con meno speranza di una volta. Perché il mondo non è più quello governato da un indiscriminato aumento del PIL e delle possibilità. Non è più quello per cui ogni nuova generazione sta matematicamente meglio di quella precedente.
Mi guardo allo specchio e, invecchiando, vedo tratti di mio padre. Non so se mi disturba invecchiare o sentirmi uno stampino addosso (bello o brutto che sia). Poi in fondo sono simile anche in certi aspetti del carattere: tipo quando nell’abitacolo della mia macchina sono il più grande rompimaroni dell’emisfero boreale…

Stamattina facendo colazione ho detto che non sono tifoso e Luca mi ha detto “Ma come! Tu tifi per il Mantova”.
“Ma no, non sono tifoso”
“Ma io l’ho scritto sulla scheda per la festa del papà”
Allora non me la sono sentita di insistere e ho detto che sì, che tifo il Mantova. E in quel momento non era una forzatura. Era assolutamente vero. Perché se me lo chiedono loro tifo anche il Mantova. O la Juventus. O persino la Roma (no, be’ non esageriamo).
Voglio che questi regali politically correct siano una soddisfazione, almeno per i miei figli che ci hanno lavorato. Non importa se finiranno nel secondo cassetto del comodino, che ormai non si chiude più.

Due precisi motivi per non regalarti il cellulare

smartphone

“Ma perché i miei compagni di classe possono avere il cellulare e io no?”
Una domanda impostata bene, anzi benissimo. Un’ottima tecnica di persuasione. Per qualche secondo la seguo persino in questo ragionamento pericoloso e scivolo verso il fondo del suo tranello.
“Ma scusa, Chiara, chi ha il cellulare?”
“Tutti tranne [segue un lucidissimo e brevissimo elenco di compagni di classe per lo più sfigatini]. E poi tra gli Scout tutti quelli dalla mia età in su, addirittura tanti di quelli più piccoli”
Capisco che sto sbagliando tutto e riprendo il filo:
“Il cellulare, per adesso, non lo puoi avere. Per due precisi motivi:
– Hai dieci anni, io il mio primo l’ho avuto a ventinove anni. E sono cresciuto lo stesso.
– È un costo, un costo molto alto. Pensa che fra qualche anno lo chiederanno anche i tuoi fratelli
– È pericoloso, perché taglia fuori i genitori da un ruolo di controllo e di protezione che devono avere, verso ragazzi della tua età
– Io e la mamma abbiamo paura che ti porti via tanto tempo e ti lasci meno voglia di esperienze più reali. Di giocare, di leggere, di frequentare i tuoi amici.
– Non ti serve. Se devi chiamare qualche amico o compagno di classe puoi usare il telefono di casa o ti prestiamo i nostri
– Se vuoi navigare su internet lo facciamo assieme con il tablet o con il PC, ma noi dobbiamo insegnarvi e vigilare
– Non voglio spaventarti, ma ci sono anche malintenzionati in giro. Un malintenzionato non chiamerebbe mai a casa, ma ti chiamerebbe senz’altro sul tuo numero.
E poi…”

Mi interrompe con lucidità e logica. Non sembra delusa, tanto non ci sperava in un facile sì.
“Ma non avevi detto che sono due motivi per il no?”
“In effetti elencandoli me ne sono venuti altri…”

Non glielo dico, non posso certo darle uno spunto per incrinare la mia strategia di arrocco. Ma il punto è che io non sono ancora pronto alla sua adolescenza. Non sarò un padre geloso. Protettivo sì, brontolone sì. Ma geloso no. Solo che non sono ancora pronto e trovo scuse. E il cellulare è un salto in avanti troppo lungo per me. Ma è questione di anni (pochi) o forse solo di mesi.
Ripenso quando Chiara era nel pancione, in agosto, oltre il termine previsto per la sua nascita. Io cercavo di buttarla sul ridere come sempre e arrotolavo un foglio di carta a cono, come se fosse un megafono. Lo puntavo verso la pancia enorme di Francesca e dicevo con voce nasale “Lo sappiamo che sei lì dentro! Non fare scherzi! Esci disarmata e con la testa in avanti e non ti succederà niente!”
Ecco: lei poi è uscita, senza fare scherzi. A me sembra ieri ma sono passati più di dieci anni. E io ogni giorno mi rendo conto che sono sempre troppo lento ad adattarmi ai cambiamenti.

Pidocchi e patto atlantico

pediculosi

Io non capisco come faccia Francesca a portare gli occhiali da miope e a vedere i pidocchi sulla testa dei nostri figli. Anche in penombra. Anche in condizioni estreme. Deve essere qualche strano gene nel cromosoma X, perché io non ce l’ho mica quella cosa lì.
Se lasciamo perdere l’ultimo anno, in cui l’età mi ha regalato un po’ di presbiopia, io ci ho sempre visto perfettamente. E per me i pidocchi sono invisibili. Cioè, se poi li troviamo col pettinino e li mettiamo su una superficie liscia, avvicino il naso dico “Aaaahhh: quello!”. Ma come esploratore sono incapace.

Ieri sera abbiamo fronteggiato un altro attacco di pidocchi. Non è il primo. Con tre figli tra elementari e materna non sarà neanche l’ultimo.
Le prime volte ci ha preso una specie di panico. Abbiamo denudato i bambini e li abbiamo lasciati nudi nella vasca. A prendere freddo rannicchiati, in una specie di isolamento, intanto che li controllavamo con ansia e cura. Una posizione a metà tra Minority Report e Staten Island, per capirci.
Tutti i vestiti, le lenzuola, le federe, i copri divani, i cuscini del salone. Tutto buttato sul terrazzo per essere messo in lavatrice in una simulacro di falò rituale.
Poi le teste dei bambini venivano passate e ripassate per ore. Spesso poi venivano rapati (almeno i maschi) e trattati con prodotti potentissimi che uccidono le uova e sarebbero in grado di disboscare mezza giungla vietnamita. Andavamo avanti ore con lozione, shampoo, lozione e insulti ai parassiti e alla sorte malevola.
Il tutto veniva somministrato in una emulsione strana di fastidio e sensi di colpa. Come se questi figli contaminati li avessimo lavati poco, li avessimo curati male, li avessimo abbandonati. In una spirale colpevole che cresce come il prurito nervoso che prende chi parla di pidocchi. (Sono sicuro che un po’ di prurito lo stia provando anche chi adesso sta leggendo)
Adesso no. Siamo cambiati, abbiamo imparato. Abbiamo fatto pace con questi intrusi. Abbiamo capito, non solo a parole, che stando in mezzo agli altri bambini i pidocchi si possono prendere. Da altri bambini come loro, non per forza peggiori di loro su qualche discutibile scala delle nostre ansie. Non per forza da bambini più sporchi, più poveri, più immigrati dei nostri figli.
Abbiamo capito che l’unico modo veramente sicuro di non farli entrare in contatto coi pidocchi sarebbe chiuderli in un vaso sottovuoto. I bimbi, intendo. Allora no. Che li prendano pure, questi pidocchi. Ma che non perdano nessuna occasione di giocare con gli altri, di stare con gli altri.
Ieri sera abbiamo avuto un approccio più sereno. Abbiamo svestito i bimbi e controllato le teste. Li aveva solo Federico. Senza uova, meno male. Abbiamo colto l’occasione per tagliare i capelli a Luca. Usato cura e sorrisi (e l’agente arancio che avevamo pronto nel mobiletto del bagno).
Pensavo che questa cura e precisione e pazienza nel fronteggiare gli attacchi esterni è una bella lezione.
Pensavo che io vorrei abolire le spese per gli armamenti e affidare la difesa non a soldati pigri e impreparati, ma a mamme che hanno avuto a che fare coi pidocchi. E lo hanno fatto con cura e decisione.

Qualcosa con la M

mollettadilegno

Ieri sera Federico non stava nella pelle, combattuto tra la voglia di raccontare e l’implicito patto del silenzio che regola gli arcani meccanismi dei lavoretti scolastici. Chiara e Luca lo guardavano di traverso, senza parlare. Loro sì che sanno tenere segreti i progetti dei loro lavoretti. Non come quelli della materna, che ci ricascano sempre!

“Indovina cosa ti sto preparando”. Io faccio due conti e capisco che è per la festa del papà.
Faccio ipotesi volutamente assurde, per non rovinargli la sorpresa: “Un portacenere, un portatovaglioli, un portalettere…” Sbagliato sbagliato sbagliato. Quando ero io il figlio, i miei regali erano sempre dei portaqualcosa.
“Inizia almeno con porta?”
“No”
“Allora una finestra”. Faccio lo scemo per portare il discorso altrove.
Ma Federico non molla: “No dai: una cosa che inizia con la M”
Con la M non mi viene niente. Cerco di assecondarlo “Mulo? Macchina? No dai, facciamo che mi tengo la sorpresa e lo vedo domani”
Ma lui è un po’ deluso e il gioco continua fino a quando si distrae e il discorso va altrove.

Qualche giorno fa ho aperto il cassetto del mio comodino. Non ricordo di preciso cosa stessi cercando. Ricordo che quasi non si chiudeva con tutti quegli strati di biglietti e lavoretti accumulati negli anni.
Riprendo in mano quelle opere di rara bruttezza fatte di cartoncino, brillantini, mollette di legno e colla. Sì perché, adesso lo posso dire, la festa del papà è gestita dalla lobby mondiale dei fabbricanti di mollette di legno. Ormai le mollette di legno non trovano più spazio sui fili del bucato. Servono solo per legarsi al vinavil in un abbraccio eterno tipo quello del soldatino di piombo con la ballerina. Ma le mollette resistono alla storia dei polimeri e vivono nei cassetti dei nostri comodini.
Ormai quelle mollette sono lavoretti. Magari lavoretti iniziati con l’entusiasmo infinito dei loro pochi anni. Quello spendere tutto subito che un po’ vorrei imparare. E non importa se poi questo artigianato scolastico viene lasciato a metà dalla ricreazione o se mancano dei pezzi, persi ancora prima della solenne consegna.
Non si possono buttare, anche se davvero non saprei dove metterli. Malgrado la loro intrinseca inutilità e bruttezza, hanno dentro una storia. Vanno guardati in fila. Osservando come anno dopo anno la maestria di questi bimbi aumenta. La capacità, la cura, l’attenzione, il gusto. Certo sono sempre lavoretti brutti, ma ci raccontano quanto questi bimbi crescano in fretta.

E allora viene la tentazione di amarli, quei lavoretti. Come si ama una fotografia mossa perché ha dentro un ricordo perfettamente a fuoco. Un ricordo che non si vuole perdere.
Forse quella cosa con la M era un po’ di malinconia. Anche quella si può costruire assemblando mollette, in fondo.

La scatola di Carlo

scatolone2Carlo se l’aspettava da un po’. Queste nuove leggi, questa riscoperta insicurezza, questi bilanci aziendali scritti in grigio. E poi lei, certo: questa crisi. Questo mostro senza faccia che anche se si fa vedere da qualche anno, sembra esserci da una vita. Fosse almeno un drago o un grifone o un’altra pagina qualsiasi di un bestiario medievale, almeno uno potrebbe cercare di affrontarla. Invece è fatta di polvere, di numeri, di ruggine. Di cancelli che chiudono e l’indomani mattina non aprono.
Carlo viene chiamato in una improvvisata sala riunioni da quel capo improvvisato che ha tanti anni meno di lui. Quando la porta si chiude il discorso è subito chiaro. C’è una lettera di licenziamento. Non serve neanche trovare una scusa. Carlo è dirigente.
Carlo torna alla sua scrivania e cerca le parole giuste per dirlo ai colleghi. Nelle prossime ore, nei prossimi giorni dovrà trovarle per la moglie, per i figli, per i vicini, per tutti. Oltre all’incertezza sul futuro, pesa questa ombra di colpevolezza. E non basta invocare la crisi e le logiche globali per spazzarla via.
Carlo mette senza fretta le sue cose in una scatola di cartone recuperata nel corridoio. Cose inutili, cose che non gli serviranno. Sembra la scena di un film americano, ma questa non è Holliwood. Certo che no.
Stacca due foto dal muro. Come erano piccoli i figli, qui. Stacca il badge dei congressi con il suo nome, il logo dell’azienda e delle convention per best performer.  Lo fa senza odio, senza sarcasmo. Non ha la mente abbastanza libera per trovarli grotteschi.
Si sforza di non pensare ai momenti belli vissuti in tanti anni di azienda. I successi, i colleghi, il mondo che cambia in fretta e anche il suo lavoro che sta al passo. Si sforza di non pensare a quando, fresco di laurea in ingegneria, si sentiva arrivato nel posto giusto.
Saluta i colleghi sforzandosi di sorridere. Capisce il loro imbarazzo fatto di frasi che cercano di essere rassicuranti. Stacca il suo biglietto da visita dalla cassettiera. L’aveva messo come targhetta. Non vuole lasciare traccia. Coerente per l’ultima volta con questa sua azienda che non vuole tracce.