roma

Inaspettata indignazione

feyenoord

Il brutto è che quando sei seduto su un tesoro, sei nella posizione peggiore per vederlo risplendere.

Ieri ero in aeroporto e stavo rincasando. Io leggevo un libro, di fianco c’erano ragazzi che leggevano increduli le notizie sul loro smartphone.
“Ma come? Hanno distrutto la fontana di Piazza di Spagna?”
“Come osano!”
E altri, per conto loro, poco lontano: “È successo un casino, la polizia ha caricato”
Un’altra voce ancora: “Poi atterriamo alle 22:50 e se annamo a fa’ na bella pizza” (Ok, l’ultimo commento non c’entra, ma io stavo leggendo un libro. Non stavo raccogliendo dichiarazioni!).
Dopo un po’ ho capito cosa era successo. Tifosi di calcio, troppo alcool e troppo poche idee, avevano ingannato il tempo andando in giro per Roma. Visto che i deboli hanno coraggio solo in gruppo, hanno trovato molto spiritoso, usare monumenti come cosa loro, pisciare in giro, gridare, sporcare tutto.
Adesso non facciamo le verginelle: non che gli italiani che vanno all’estero siano tanto meglio. Mi è capitato di vergognarmi incontrando a Heatrow tifosi italiani che avevano preso la sala d’aspetto come il loro porcile.
Ma tornando ai fatti di ieri: mi ha fatto piacere il tono usato nelle loro dichiarazioni da sindaco e ministri. “Ho chiesto all’ambasciatore di strappargli in faccia i passaporti!”. E non importa se dall’Olanda si viene in italia anche solo con la carta di identità. Il concetto è la indignazione.
È la stessa indignazione di quei ragazzotti che invece di guardare i marcatori della partita, cercavano le notizie sui disordini.
“Ma come osano, era una cosa del Bernini”. Anche tralasciando il termine “cosa del Bernini” che forse sui libri di storia dell’arte non si trova, mi ha fatto molto piacere vedere questo sentimento sano.
Mi ha fatto credere che forse ce la possiamo fare, a risollevarci.
Mi ha fatto anche pensare che spesso per apprezzare quanto siamo fortunati, dobbiamo rischiare di perdere quello che abbiamo. Ma questo è sempre il solito discorso.

Forse quelle poche decine di cretini ubriachi ci hanno fatto riassaporare un sapore vecchio: quello dell’indignazione che muove verso qualcosa di buono. Forse.

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Spigoli vivi

spigoli vivi

“Guarda che linea: alta, diritta, luminosa…” Queste sono le esatte parole che Goffredo ripete a mente ogni volta che cammina per l’EUR. Si ferma volentieri, un secondo solo, per guardare quelle costruzioni fasciste. Provando anche un certo imbarazzo nel dover ammettere con sé stesso che quello stile gli appartiene. Linee perfette, squadrate, razionali, ordinate. Sequenze di forme prevedibili, pulite e rassicuranti. Prospettive linde da disegni di terza media, su carta A3 fabriano liscia.
Goffredo lavora come impiegato e non se ne intende molto di architettura. Ma qualcosa di quelle linee lo colpisce sempre, lo lascia ammirato, lo coinvolge.
“E pensare che ho sempre sostenuto che l’unica cosa buona portata dal fascismo è la presa di responsabilità della Resistenza e quel capolavoro di bellezza di eguaglianza e di speranza che è la nostra Costituzione” – Borbotta tra sé.
Goffredo ama essere puntuale, anche quando un orario preciso non c’è. Lo aiuta a sentirsi a posto. Come un deodorante, come un pettine.
Oggi deve vedere una scrittrice che viene da un’altra città. È a Roma per una fiera di libri o qualcosa del genere. Anche Goffredo si occupa di libri, insomma: è uno dei tanti che scrive o prova a scrivere o qualcosa del genere.
Le loro parole si sono incontrate in questi ambienti pieni di retorica e di talenti sovrastimati. Ma si sono scoperti vicini e seguiti. Non si sono mai visti prima, ma si sono scritti tanto. Fino a ipotizzare che la distanza non si debba misurare in chilometri ma in possibilità. E quando scrivono tutto sembra loro possibile. Non è un amore, non è una storia di conquiste. Somiglia più a una vicinanza, a una consuetudine, a una familiarità.
Lui l’ha presa in macchina e subito ha sentito una incongruenza strana. Da una parte la voglia di incontrarsi, dall’altra la paura di rovinare questa bella corrispondenza togliendole la sua prospettiva bidimensionale.
Niente di troppo clandestino, solo un caffè in un covo di antipatici impettiti e due chiacchiere tracciando linee rette da punti a caso del quartiere squadrato.
Quando l’ha vista uscire dalla metropolitana, però, Goffredo si è sentito per un attimo estraneo. Ha pensato: “Guarda che linea: alta, diritta, luminosa”. Stavolta coniugando questi aggettivi (scelti con la solita velocità) a una persona e non a palazzi.
Goffredo si sente l’opposto di tutto questo. Basso, tondo, persino opaco.
Camminano sorridendo troppo. Ma piano piano, in mezzo a tutto questo travertino e a questi angoli retti, questo imbarazzo si scioglie. Come una brina sotto il sole di fine dicembre. E lentamente, nel diventare molli, cominciano a somigliarsi. Lei meno alta, meno dritta, meno luminosa. Lui meno goffo, meno impacciato, meno teso.
Si incontrano circa a metà dei loro imbarazzi. Due elementi che diventano arrotondati in queste vie di spigoli vivi. Si sentono vicini, unanimi, quasi coerenti tra loro.
Ma gli impegni letterari di lei li allontanano e nel salutarsi si abbracciano goffamente dandosi una testata. E ridono. Tra l’indifferenza degli spigoli vivi ridono. Ridono.

Indicazioni stradali

navigatore

Sono al distributore, ho fatto il pieno di metano, sto pagando. Arriva una donna di mezza età su una macchina da giovane. Si ferma come per chiedere una indicazione ma resta ferma, non fa niente.
Mi accorgo che nel pensare che fosse di mezza età sono stato avaro: diciamo tre quarti di età.
Abbassa il finestrino e aspetta che qualcuno si avvicini. La ignoro per un po’ ma alla fine mi avvicino.
– Devo andare qui.
– Qui dove?
Mi allunga un foglio A4 stampato. Pieno di scritte e con una foto.
– È sul foglio
Io non prendo il foglio, torno tranquillamente dal benzinaio che sta armeggiando con la carta di credito.
Torna alla carica: – L’ho trovata: via Bogliasco
– Mi spiace, non la conosco
Il benzinaio, che ha molta più esperienza di me ha capito subito il tipo e taglia cortissimo. Gentile e netto gliela indica.
– È quella via là.
Punta l’indice verso la strada che va in alto, subito prima del grande distributore. Dal distributore non si può prendere quella strada senza fare una ventina di metri contromano in una strada a due corsie.
La guidatrice aspetta qualche decina di secondi per rendersi conto che la manovra non è opportuna e, sempre senza scendere dalla macchina, si rivolge a me:
– E io come faccio?
– Guardi, se prosegue fra cinquecento metri può fare inversione di marcia
– Ma a quest’ora c’è troppo traffico.
– …
Mi ricordo di avere la carta punti del distributore e abbandono la matta al suo destino.
Dopo un po’ capisco che mi ha eletto suo navigatore e continua:
– E se parcheggio qui?
– Sì, sì, per me è una buona idea

E va a parcheggiare. L’astuto benzinaio solidarizza con me e mi dice:
Bravo: hai fatto bene a accannalla [ndt: a evitare di dar seguito alle sue reiterate domande]
Io rincaro la dose:  – Magari si aspettava che andassi io a fare l’inversione al suo posto intanto che mi aspettava qui
E sorrido intanto che lui continua a digitare i codici strani e mi chiede la firma con un gesto.

Poi riprende divertito – Po’ esse! Pensa che tutti i matti se fermano qui. Ieri arriva uno e me chiede la toilette. Je dico “Dentro al bar, scendendo le scale”. E quello me fa “Ma proprio dentro?”. E io je dico “No, fajela sur muro fuori e poi vedi cosa te dicono”.

Vado via ridendo.

Come Simon & Garfunkel

Simon and Garfunkel in concertIo Simon & Garfunkel li ho sentiti per la prima volta nominare da un mio allenatore di pallavolo. Erano metà degli anni ’80 e “The concert in Central Park” era già un punto di riferimento per quelli che suonavano la chitarra.
All’inizio non avevo capito bene neanche come si chiamassero. D’accordo, Simon era facile, ma quell’altro, il ricciolino, come diavolo si chiamava?
Mi sono fatto prestare una cassetta da duplicare e sono restato un paio d’anni con solo mezzo concerto. Perché l’altra cassetta, la numero uno-di-due di quell’album Live, l’aveva persa.
Piano piano ho trovato i testi (eh, no: non esisteva internet, se non eri un militare USA). Ma c’erano i canzonieri. Quelli stampati e con gli accordi scritti a penna nera. Con loro ho imparato a suonare, a sognare, ad arpeggiare, a distinguere le due voci. Beh: non sempre, solo qualche volta.
Con loro ho imparato che ci possono essere canzoni bellissime anche se tristi. Ho imparato che la chitarra non è solo per Mare nero mare nero mare neee… ma anche per “Kathy, I’m lost, I said, though I knew she was sleeping“. Ho imparato che si può comunicare anche l’impossibilità di comunicare. Anche cantandola.

Poi nell’estate del 2004 organizzano un concerto a Roma. Sì perché nel frattempo mi sono trasferito a Roma. E per di più è un concerto a luglio e gratuito. Sotto il Colosseo. Ormai sono passati gli anni in cui andavo spesso ai concerti. Ma questo no: questo non me lo posso perdere.
Ci vado con due amici, che condividono la mia stessa nostalgia da falò. Francesca non viene, non ricordo il perché, ma riguardando le date, mi sa che era al nono mese. Siamo lì da prima, sediamo per terra, gambe informicolate. Dopo qualche ora, finalmente, iniziano. Mi accorgo che le so tutte a memoria. Comprese le cover degli Everly Brothers, che portano sul palco. Cioè, portano sul parco persino i fratelli Everly, non sono le loro canzoni.

Ma qualcosa non mi torna. Cantano senza passione. Sembrano altrove. Sembrano mestieranti.
Sui giornali qualche critico attento lo nota e parla di vecchie storie d’amore. Parla della reunion forse spinta più che altro da esigenze di denaro. Di vecchi amici che ormai non si parlano.
Resta una vena di amaro, da quella esibizione.
Tornando a casa penso che forse, i miei Simon & Garfunkel non sono davvero loro. Quelli invecchiati, stempiati, che si evitano con lo sguardo.
I miei, quelli veri, sono quelli che escono dai miei vecchi canzonieri, dalla mia chitarra. Sono i miei quelli che mi fanno sognare.
Poco importa se assomigliano ormai poco a quei due pagliacci sul palco. I miei, sono vivi.