acqua

Come acqua che scorre

Le nostre vite fluiscono lentamente. Spesso non ci rendiamo conto di quanto tutto scorra ordinatamente fino a quando un ostacolo improvviso si mette di traverso e fa da diga ai nostri piani. Un progetto che non dà il risultato sperato, un amore non corrisposto, una ambizione che dobbiamo ridimensionare.
A volte è anche una malattia che ci fa ripensare a quanto siamo piccoli e vulnerabili. Noi che nel traffico quotidiano ci sentiamo invulnerabili nelle auto di latta delle nostre abitudini. E se qualcosa ci disturba siamo allenati a inveire o ad alzare il volume e cantare più forte.

Se invece ci fermiamo, anche solo per un attimo, anche solo uno, a guardare l’acqua di un torrente alpino, abbiamo subito la misura della nostra piccolezza. Gocce d’acqua portate in alto come vapore, ma che adesso corrono contorte, senza sapere bene la direzione del mare. Ma a tastoni la trovano e scendono spostando sassi, grattando salici, scavando buche.

E provaci tu a costruire una diga di sassi, per giocare coi bambini. Ti rendi subito conto che non la contieni. L’acqua era lì da prima e sarà lì dopo di te. E scava il suo letto con una passione e costanza tale che non ti basterebbe tutta una vita per riuscire a concepirla.

Allora non ci resta che sederci di lato. E ringraziarla, quest’acqua, per l’ennesima lezione che ha voluto darci e che noi, studenti svogliati, probabilmente finiremo per dimenticare in fretta.  Per tornare a sentirci grandi, potenti, sufficienti.

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scivolando piano

fluido

Gianluca aveva vinto quasi del tutto quel senso di disagio che provava nella sfilata obbligatoria da spogliatoio, doccia e vasca.

Aveva pensieri che somigliavano a una lettera per la quale non serviva affrancatura o codice di avviamento postale.

Pensava a mente alta: “Chi lo avrebbe detto che mi sarei trovato ancora in una piscina, io che con l’acqua ho un rapporto così difficile. Non mi sono tuffato dal bordo, come quando c’eri tu. Mi sono seduto, i piedi dentro, a cercare sul fondo il mio coraggio.
Qui mi sa che tocco persino, ma il mio pensiero è un altro. Penso a quando c’eri tu, che era un miracolo vederti scivolare sul fondo, quando davi prova di acquaticità. Ti davi una spinta forte sul bordo e andavi in apnea a poche spanne dal fondo e ogni movimento sembrava la cosa più facile. Andavi così, fino al muro in fondo. Scivolavi piano.
Io cercavo di seguirti, di imitarti, di plasmarmi. Ma quell’acqua per me aveva un sapore diverso. Palato naso bronchi muscoli tesi. Poi piano piano ci siamo allontanati, ognuno per dar retta ai propri egoismi, ai piccoli capricci di cui ci prendiamo il lusso. Sono aumentate le pause tra una parola e l’altra. Ripensamenti silenzi. Distanze che si allargano, messaggeri sempre più affanati tra gli avamposti dei nostri sogni. E sei andata via, scivolata piano.”

“Che fai non ti butti? Aspetti che si riscaldi?” L’istruttore in ciabatte ripesca Gianluca dalla sua missiva.

Gianluca allora si decide, pianta i palmi a fianco del sedere, sposta il peso del corpo in avanti e si cala piano. Fa entrare l’acqua negli occhialini per togliere vapore e ultime remore e piega le gambe per immergersi. Cerca una posizione il più possibile idrodinamica e si spinge con tutto l’amore che ha. Piante dei piedi contro il muro a piastrelline, contro le distanze, contro il passato.

“Eccomi, ti raggiungo, non so come ma scivolo piano verso di te. In apnea scivolo piano. Piano”

Acqua benedetta

acquabenedetta
La signorina Caterina ha cinquantatré anni ed è signorina. Lei preferisce dire così, piuttosto che usare quel volgarissimo nubile che gli ufficiali di anagrafe le sbattono in faccia costringendola a farci i conti.
A ottobre sono tre anni che vive da sola: da quando sua mamma (santa donna!) è venuta a mancare.
Nel cercare il mazzo di chiavi della cantina condominiale ha preso la sedia e si è avventurata nell’anta superiore della vetrinetta in noce del soggiorno. Doveva essere lì, nel portafrutta di Murano, con tutti gli altri mazzi di chiavi che si usano molto di rado. Doveva avere un portachiavi giallo, di quelli con l’etichetta da compilare, che viene sempre lasciata in bianco. A parte la facile acrobazia sulla sedia non è stato difficile trovare le chiavi. Ma un oggetto ha attirato l’attenzione della signorina Caterina.
Nella stessa vetrinetta, in fondo, c’era una bottiglia di plastica trasparente da un litro. E’ piena d’acqua e sul davanti ha un’etichetta fotocopiata “Acqua Santa. Santuario della Madonna della Misericordia”. La bottiglia è di plastica del latte e porta una scadenza di sette anni prima.
La guarda con la stessa tenerezza con cui guarda ogni oggetto di sua mamma che le si ripresenta in mano.

La tiene un po’ in mano. Cercando di capire da quale gita parrocchiale della mamma arrivasse. Inizia a fare i conti sul tempo passato da quando è stata messa in quel mobile per non uscirne più. La signorina Caterina è una donna pratica. Capisce che non ha senso tenerla ma non sa come disfarsene. Ricorda che una volta, raccogliendo un vecchio santino ammuffito lo aveva buttato nella spazzatura. La mamma inorridita le aveva detto “Ma cosa fai? Non sai che non si buttano nell’immondizia queste cose? Sono benedette! Andrebbero bruciate, andrebbero”.
Lei non fece obiezioni, si fidò della dogmatica indicazione materna e riprese santino e rimbrotto. Una volta lisciato lo infilò tra le pagine della Bibbia e la rimise nella biblioteca. “Deve essere ancora lì”, pensò. Ma il problema era un altro: per liberarmi di questa bottiglia di acqua benedetta come devo fare? ”
Certo la mamma chissà dov’è e chissà se mi vede” pensò “ma non posso liberarmene in un modo che le sarebbe sgradito”.
Pensò di portarla in Chiesa. Versarla nell’acquasantiera, chiudere la questione con un segno della croce e andarsene. Mise chiavi e bottiglia nella borsa e si incamminò. Ma ad ogni passo pensava che forse non era una bella idea. Forse avrebbe dovuto chiedere. Sembrava più un blitz da ecoterrorista, di quelli che avvelenano i pozzi. E poi chissà da quanto è qui, se è ancora pulita, se la carica batterica…
Le balenarono tanti brutti pensieri che alla fine tornò sui suoi passi e rincasò.
Posata la bottiglia sul tavolo della cucina, si sedette di fronte guardandola. E se la regalassi a una sua amica? Una che sa cosa farsene. Potrei dire che è un caro ricordo di lei… Ma si presenta così male in questa bottiglia di plastica invecchiata… no, no, ci farei una brutta figura…
Pensò allora di usarla. Ma come si usa? Come un profumo, uscendo di casa, poche gocce sui polsi a benedire tutta la giornata davanti? Ma questa pratica è orribile: sembra un rito di chissà quale sciamano. Superstizione, superstizione pura. No, no, non si può fare.
La signorina Caterina è triste. Non sa come uscirne. E quando si sente in questa condizione senza scampo tira fuori la bottiglia del Cynar e beve un bicchierino. La bottiglia è sempre lì davanti a lei. Cosa fare? Cosa farne?
Un altro bicchierino fa sentire la testa più leggera e comincia a fantasticare sulle soluzioni più fantasiose.
Il giorno cala piano senza che la signorina Caterina si preoccupi di una cena, di un programma. Ha davanti il suo problema e lo vuole affrontare.
Ad un certo punto prende la bottiglia, svita il tappo verde e la beve. Tutta, sorso dopo sorso. Non è fresca, non ha un buon sapore, ma la beve. Non capisce se l’amaro in bocca è dovuto al Cynar o all’acqua benedetta ma contina, fino alla fine.

Va a letto senza cena e senza un’idea precisa dell’ora che si è fatta. Un po’ la stupisce il buio così fitto quando abbassa le tapparelle.

Di notte le tocca alzarsi per andare di corsa al gabinetto. Una corsa davvero. Un mal di pancia che libera le sue fitte in una seduta scomodissima.
Sarà l’alcol, sarà la tensione, ma adesso è lì la signorina Caterina, coi pantaloni del pigiama alle caviglie che ringrazia il Cielo di questa benedizione. Lei che è sempre così problematica nel liberarsi. In quella manifestazione non ci legge l’effetto di colonie batteriche ma l’aiuto dell’acqua benedetta.
Torna a letto che sta quasi bene. Si sente fortunata, la signorina Caterina.
Vorrebbe raccontarla a qualcuno, questa grazia, ma come si fa!

Portami dove non si tocca

dovenonsitocca

Dopo tornanti e sole e riflesso dell’acqua e delle rocce alla fine qualcuno ha avuto l’idea: “Perché non troviamo un posto dove fermarci e ci facciamo un bagno in mare?”

Io non sapevo nuotare, ma non ho detto niente. Quell’estate stavo imparando a scendere a patti con la mia rigidità e con quella benedetta ansia di velocità e precisione che avevo già dentro senza avere ancora l’età della rassegnazione. E su quelle strade piene di autovelox e di poliziotti a caccia di targhe straniere, era un bagaglio pesante.  I limiti di velocità cambiavano a ogni comune con una logica che non abbiamo mai capito. Ti sentivi in gabbia, ti sentivi in difetto, sentivi di sprecare qualcosa. Poi piano piano il piede destro ha imparato ad alzarsi, i finestrini ad abbassarsi e l’ansia è uscita dal finestrino e si è dissolta in cento vortici invisibili. Solo allora siamo riusciti a sentire quell’odore di erba al sole e di polvere e di tranquillità fatta di niente. Un odore che in città mica riesci a sentire.
Eravamo tutti d’accordo per una sosta al mare e ci siamo fermati. Quando la macchina è passata dall’asfalto alla ghiaia io non ho detto ancora niente. Ero sospeso tra il ricordo della mia inettitudine in acqua e quel nuovo volermi mettere alla prova. Volevo testare la mia apertura al nuovo, all’ignoto.
Nelle chiacchiere di quel conoscersi lei mi aveva raccontato che l’acqua era il suo elemento. E quelle spalle dritte e quel collo elegante confermavano questa storia. Io avevo raccontato dei miei patetici corsi di nuoto da bambino e non mi sembrava il caso di ribadirli.
Sono andati tutti in acqua. Nuotando verso chissà dove. Loro davanti, veloci, fluidi.
È stato lì che ho deciso che dovevo farlo. Dovevo provare, non importa come, non importa cosa. Ho cominciato a camminare in quell’acqua più fredda di quanto immaginavo da fuori. Poche onde, sabbia grossa e ghiaia sul fondo. Continuavo a fare passi in avanti aspettando che l’acqua mi rendesse più leggero, cercando il momento in cui mi avrebbe sollevato.

Arrivo vicino al limite e ci provo a nuotare, non importa verso dove. Ci sono poche onde ma per me sono alte: mi scompongono, mi passano sopra, mi fanno perdere il filo. Avanti, avanti ancora, ancora un po’.
Bevo, dalla bocca, dal naso. Cerco di non perdere il coraggio. Mi concentro pensando che quando corro di fiato ne ho molto e allora perché non dovrei adesso, perché dovrei andare in affanno? Per un attimo penso all’abisso freddo sotto di me e sento che questo assaggio di panico potrebbe tirarmi giù. Cerco di recuperare e sento che se riuscissi a tenere la bocca ben fuori dalla superficie avrei il fiatone. Ho paura. Capisco che sono in apnea, che non dura. Mi metto a cagnolino e non cerco il fondo in basso per paura di avere la conferma della profondità. Cosa sto facendo, cosa sto facendo?

Di colpo sento un braccio che mi prende il collo, mi spavento, mi sento tirare indietro. Un braccio che l’acqua rende liscio come una passeggiata in bicicletta. Cerco di concentrarmi sul fatto che mi stanno salvando, che devo fidarmi, che devo lasciarmi andare. Mi attacco con tutta la fiducia al braccio, sento che è il tuo, sento la pelle liscia.
Vorrei dirti che mi fido. Vorrei dirti “Portami dove non si tocca” ma finalmente riesco a respirare. Mi fido, respiro, mi fido.
“Ma che cazzo pensavi di fare?”
Non rispondo, respiro.

Questo è un racconto scritto per GallizioLab

oggetti volanti non dimenticati

ufoAvevo forse tredici o quattordici anni. Ero in campeggio con la parrocchia, col turno dei ragazzi.
Funzionava così: affittavano un prato, montavano una dozzina di tende a casetta da cinque o sei posti ciascuna, più un tendone con il fondo di legno come refettorio e un piccolo prefabbricato da cantiere come cucina. Una tenda ottagonale per la messa, e due coppie di cabine di lamiera per doccia e wc.
Erano tempi senza cellulari e senza tante balle. Era un bel clima dove imparavamo a gestirci in autonomia, a fare i conti con le vesciche negli scarponi e le prime cotte per la ragazzina di turno.
C’era poco tempo per la pigrizia. Ogni tenda, ogni giorno, era di turno per fare qualcosa. Apparecchiare, sparecchiare,  lavare i piatti. Tra colazione, pranzo e cena qualcosa da fare c’era sempre. Alternavamo giorni in cui facevamo grandi camminate lunghe tutto il giorno a giorni in cui le uscite erano più brevi.

Ma la prima cosa che facevamo tornando alla base era una specie di gara olimpica per mettersi in fila per le docce. Le docce erano due. Ma una aveva lo scaldabagno a gas sempre fuori uso e i temerari erano pochi. Visto che eravamo una sessantina di ragazzi, la fila è immaginabile.
Ci distendevamo in una specie di coda irrequieta che dalle docce proseguiva sul prato. Con costume e accappatoio.

Sono uno dei primi, sono sempre stato velocissimo a mollare zaino e scarponi e a correre con le ciabatte senza troppi fronzoli. Entro. Essendo in un box di lamiera aperto sopra è normale sentire tutto quello che succede fuori. Dopo un po’ sento armeggiare qualcuno. Non do troppo peso. Sono in costume dopo tutto. D’improvviso dal di sopra spunta una bacinella che mi rovescia addosso una decina di litri di acqua gelida.
Io accetto gli scherzi, ma sono così poco acquatico che reagisco come un felino. Di più: la bravata mi aveva bagnato l’accappatoio e asciugarlo a 1400 metri non è così facile. Sono uscito o ho visto Enrico che faceva da scala a Maria.
Quando ho finito di mandarli dove è necessario andare per concludere il processo digestivo, Enrico era già lontano.

Maria invece, dopo che il pavido supporto si era dileguato, era restata appesa alla doccia, penzolando come un panno steso.
A dire il vero non ho mai capito come mai fosse lì e non si lasciasse cadere da 50 centimetri, ma la scena era abbastanza
ridicola. Ho lanciato l’ultimo insulto insieme al catino che ha preso un volo così perfetto da sembrare un frisbee.
Maria è stata colpita alla testa da quell’UFO di plastica ed è caduta sul prato regalando un secondo tempo di rara bellezza
al pubblico che si era gustato tutta la scena.
Non si è fatta niente, ma non ha osato fiatare di fronte alle mie precisissime rimostranze balistiche.
Adesso li ho persi di vista sia Enrico, sia Maria. Io ho cambiato città e vivo lontano da loro.
Ma se li incontrassi parlerei di quei giorni con molto affetto. E continuerei a frignare per l’accappatoio bagnato, certo!

Prodigi e meccanici

Cercando le chiavi della cantina, gli tornò in mano quella bottiglia.
Era una bottiglia trasparente di plastica, da un litro. L’etichetta era stampata in casa e riportava una scritta con troppe abbreviazioni e iniziali maiuscole. Santuario del Sasso – B. V. Maria – Acqua Santa Benedetta.
La tenne un attimo in mano dimenticando cosa stesse cercando. Invece di rimetterla a posto, la appoggiò sul ripiano dove di solito svuotava le tasche rientrando a casa. Così, come per lasciarla in sospeso. Come per pensarci dopo. Trovate le chiavi, riprese il binario dei suoi pensieri abituali.

Il giorno dopo quando si mise nel traffico di routine, la caricò in macchina. Voleva riportarla a sua suocera. Ma prima doveva trovare le parole giuste.
Con sua suocera, per dirla tutta, aveva un rapporto molto migliore di quanto si potesse intuire dalle battute in ufficio. Era solo un personaggio, quella usata coi colleghi. Una specie di maschera.
Ma quella bottiglia da un litro, davvero, non si poteva vedere. Cercando le parole, sondò un’analogia forse blasfema, coi cornetti napoletani. Quelli che scacciano il malocchio senza ombra di dubbio. Ecco, tutta la religiosità sembrava degradata a un amuleto.
E poi quell’etichetta! Le righe orizzontali della sagoma della bottiglia davano un aspetto ancora meno autorevole al tutto. Il tappo di plastica, fissato come l’etichetta con nastro adesivo di carta… Doveva essere un imbianchino, il sacro imbottigliatore. O almeno un bricoleur. O probabilmente lo stesso che vendeva i cornetti. Alternando giorni e ricorrenze.
Ma ormai aveva deciso. L’avrebbe riportata alla speranzosa donatrice. Ma prima le parole. Le parole giuste. Quelle le avrebbe dovute calibrare bene. Per non offenderla.

Giacomo non era un maniaco di automobili. E la bottiglia si adagiò indisturbata nel sacchetto polveroso in cui il conducente si illudeva di tenere in ordine (nell’ordine): guide del touring, corde elastiche, lampadine di riserva, tuttocittà con quasi tutte le pagine e altre diavolerie che sfuggono ad ogni elenco e ad ogni logica.

Dopo qualche mese la spia rossa con un simbolo misterioso si mise a fissarlo dal cruscotto. A lui sembrava un ghiacciolo. Ma senza dubbio doveva simboleggiare qualcosa di ben meno rassicurante. Accostò e si fermò alla prima piazzola SOS dell’autostrada. Trovò sotto il sedile del passeggero il libricino Uso e manutenzione e scorse le pagine delle spie luminose, come fosse il libro degli identikit della polizia.
Eccolo, finalmente. “Surriscaldamento del liquido di raffreddamento”. Cosa fare? Ecco: Silvano poteva saperlo. Giacomo, senza dirlo, lo considerava affidabile su questioni di auto e di case. E poi avevano un modo simile di ragionare sulle questioni di buon senso. Lo chiamò sul cellualare.
“Ah, mi è capitato tanti anni fa. Aggiungi acqua, vai piano e fermati assolutamente al primo distributore. Attento a quando apri il radiatore che se bolle ti salta il vapore in faccia. Usa uno straccio. Versala piano che crepi tutto. “ Seguirono altri dettagli credibili, frasi brevi, perentorie, gentili.

Giacomo trovò straccio e tappo del radiatore. E in fondo al baule trovò solo una vecchia bottiglia di Acqua Santa Benedetta. La riconobbe. Ebbe una esitazione. Ma poi pensò che non stava facendo niente di male e la fece colare con lentezza nel radiatore. Guardando il filo di acqua che scendeva e diventava irregolare, qualche remora l’aveva. Ma se ne fece una ragione.

Al primo distributore si fermò. Contento di trovare una poco credibile scritta “Autofficina”. Ma uscì un uomo con la tuta blu ed arancione che si puliva le mani con uno straccio unto. E questo lo tranquillizzò più della insegna. Aprirono il cofano e il meccanico lo fissò alto quasi senza guardare.

Passando ripetutamente dal tu al lei il meccanico emise la sua sentenza.
“Guardi che qui stava per bruciare tutto: non lo so neanche come hai fatto, è un miracolo che c’avevi l’acqua che da metterci. Che se aspettavamo un minuto di più la buttava, la testata. E eran milioni”. Evidentemente i meccanici di quella tratta le esclamazioni non le hanno ancora convertite in euro.
Giacomo non aveva un’idea chiarissima di cosa fosse una testata. Ma quella frase gli si era stampata in testa in testa.
Ringraziò il meccanico, che tra l’altro non volle niente per il consulto.
Riprese il viaggio, portando impressa quella frase.
“…è un miracolo che c’avevi l’acqua”

“…è un miracolo che c’avevi l’acqua”
No, è un caso.
Ma accelerando non riusciva a seminare il suono di quelle parole.