scuola

Quella luce fuori dalla scuola

luce mattutina

Nella massa artificiosamente sorridente dei genitori che aspettano la quotidiana apertura della scuola ci sono anche loro.

Lui in giacca e cravatta, uno scooterone di chi deve saperla lunga e i capelli più in ordine di quanto il casco appoggiato sul sellino potrebbe far supporre. Parla con calma con suo figlio e si vede che il figlio è abituato a quella serenità.

Lei porta con eleganza un paio di pantaloni con una pieghina che sulla maggior parte delle altre donne starebbe malissimo. Ha lineamenti delicati e un naso sottile. Due occhi scuri e dritti come un orizzonte. Ha il cellulare in mano, assieme alle chiavi della sua utilitaria di moda, ma non lo guarda. Non lo guarda mai quando parla con suo figlio. Mai: neanche quando arriva una notifica. Ha persino scelto il livello più basso di vibrazione e nessun tono. E questo dice molto di lei.

C’è una luce strana stamattina e qualcosa succede. Un raggio che nessuno ha calcolato colpisce lui e i fotoni che rimbalzano arrivano agli occhi di lei. Lo aveva visto anche nelle settimane precedenti, certo. Ma mai guardato. Ma quel raggio quasi parallelo all’asfalto del parcheggio e quest’aria che ricorda un altrove evocativo le suggeriscono un ricordo. “Eppure io l’ho già visto” comincia a pensare distogliendo gli occhi, ma continuando a guardarlo a mente.
Anche lui la nota: come avrebbe potuto non accorgersi di quello sguardo appuntito. Un attimo di disagio, passando in rassegna il comportamento degli ultimi minuti, il parcheggio del ciclomotore, i contributi volontari pagati. Poi, escludendo ogni possibile colpa, il disagio prende la forma di una lusinga. “Chissà perché mi guarda.” E senza accorgersene si mette in posa.

Le rivolge un’occhiata, fingendo di incrociarla solo allora e la saluta accennando un sorriso.
Lei risponde con lo stesso gesto speculare, intanto che il tarlo lavora dentro “Ma sì, ne sono sicura. Al lavoro? Un vecchio compagno delle medie. In coda dal pediatra? Dove l’ho conosciuto?” Ma niente. File not found.
Presa da questi pensieri non si accorge che lui si è girato e le sta rivolgendo la parola.
“Certo che non aprono neanche un minuto prima della campanella!”
“Come?”
“I bidelli, dico. Aspettano la campanella per aprire. Neanche un secondo prima”. Si rende conto della stupidità della frase. Quasi vorrebbe non averla detta. Ma lei, che ha un ottimo pretesto, dopo che lui ha rotto il ghiaccio, riprende: “Chissà che consegne hanno. Protocolli, responsablità, circolari…” . E subito riflette “Che scema sono. Davvero ho detto consegne? Ma che razza di parole…
Ma lui sorride, rassicurato dal salvataggio inaspettato. Adesso anche lui è sicuro di averla vista e cerca di capire dove. Certo che è proprio bella lei. Già a quest’ora ha un qualcosa che…

“Ma noi non ci siamo già visti?” Taglia corto lei.
“Sì mi sembra di sì…” risponde lui perplesso
“Forse al nido la pentola d’oro…” azzarda lei.
“No, non lo conosco. Ma forse ci siamo visti a una riunione di condominio”

Lei cerca di scorrere l’elenco dei condomini delle ultime case che ha abitato, ma non gli sembra che somigli a nessuno dei vicini. Poi d’improvviso una traccia. Lui era il nuovo amministratore che prendeva il posto di Pillozzi. E lei aveva la delega dei suoi genitori che avevano contestato fermamente il passaggio al riscaldamento centralizzato. Per ripicca avevano smesso di pagare i lavori. Quell’assemblea aveva preso una pessima piega e l’amministratore aveva prospettato azioni legali. Lei allora aveva risposto offesissima, come se le si desse della pezzente. Lo aveva odiato. E quanto. Da quella volta non si era mai più fatta incastrare da una riunione di condominio. Quanto lo aveva odiato! Quanto!

E adesso sente il divario assurdo tra questa suggestione mattutina e quell’odio passato. Si vergogna di essere lì e di tutto, anche dei pensieri che non ha fatto in tempo a fare. La situazione si fa gelida. Si salutano con un sorriso ingessato e un “Buona giornata” che sa di uscita di sicurezza.
Ognuno dei due resta sollevato da quel distacco. E parallelamente ragionano su come è strana la vita. Sul fatto che certe persone, prese in altri contesti, sono davvero altro.

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Una misera questione di soldi

bonificoonline

Io penso che mia moglie mi abbia mentito. Per una piccola antipatica questione di soldi. Non ne ho la certezza, ma più passa il tempo più mi convinco di avere ragione. Brutto sintomo, questo.

Lei insegna in una scuola elementare. Un quartiere dove ci sono case di un certo pregio; qualche isolato di palazzine nuove e costose abitate da giovani famiglie con più ambizioni che metri quadri; e infine c’è qualche situazione di disagio.
Una di queste è un vecchio residence trasformato dal comune in case popolari. A dire il vero poi è stato occupato abusivamente in barba a ogni graduatoria e adesso è una specie di bronx al centro di pleasant ville.

La scuola impone agli studenti una assicurazione obbligatoria. Coperture ridicole, ma il premio è basso: solo 5 euro l’anno per ogni bambino. E chi non è assicurato non può andare in gita e fare nessuna delle attività extrascolastiche.
Francesca mi spiega la storia e mi dice che (a metà anno scolastico) tre bambini del residence hanno portato i soldi per non essere esclusi dalla gita.  Ma la segreteria, baluardo borbonico di rigidità, non accetta soldi in contanti. Bisogna fare un bollettino postale o un bonifico sul conto (postale, certo) della scuola. Si è prestata per fare il bonifico e colmare lei la mancanza di elasticità della scuola. Solo che ha il PC nuovo e non ha ancora ripristinato password e programmi. Faccio qualche domanda, mi faccio scrivere la causale su un post-it e poi faccio io.

Intanto che lo faccio via via mi convinco che quei 15 euro ce li ha messi lei. Poi deve aver pensato che,  visto che io sono un grandissimo rompiballe che brontola le sue ineccepibili ragioni, era più semplice inventarsi una piccola scusa.

Per non sentire i miei “le tasse le devono pagare tutti” e “magari c’hanno anche l’iphone” o anche “facile fare così: se ne sbattono poi qualcuno ci pensa“.
Lei è andata a letto e io ho fatto il bonifico. E un po’ mi sento cretino per tutti i miei borbottii che questa volta (per una volta!) non le ho fatto sentire.

Non so se i soldi li ha messi lei, penso che tutto sommato non sia importante.
Penso che sono davvero fortunato e che devo ricordarmi di portarle un mazzo di fiori, uno di questi giorni.

Io non ero cattivo

liquiriziaIo non ero cattivo. No, davvero. Io se cerco di visualizzarmi da bambino non ero cattivo. Ero magro, con un caschetto di capelli liscissimi color castano scuro, timido, intelligente. Ma non ero cattivo, no.
Sarà che sono nato alla fine dell’anno, ma quando in palestra ci mettevano in ordine di altezza io ero il quarto. Partendo dal più basso, certo.

C’era Enrico. Un tipo poco intelligente con gli occhiali. Di cui non saprei dire molto di più se non che aveva gli occhiali e che era poco intelligente.
Poi c’era Piero. Un brutto tipo, che avrebbe voluto fare il bullo, ma era un pistolino e non lo ascoltava nessuno. Era l’ennesimo di tanti figli ed era stato dato in adozione informale (una specie di comodato d’uso) agli zii che non avevano figli. Dicono che da grande sia finito dentro per furto d’auto: il padre aveva un losco garage nel quartiere che, secondo lo svogliato articolista di cronaca locale, si occupava sopratutto di furti d’auto. Insomma alla fine si è trovato a dover portare avanti l’impresa di famiglia.
Poi c’era Barbara. Un maschiaccio coi capelli corti e la salopette. Simpatica, sì, simpatica.
In quarta posizione, con le spalle contro il muro di vernice giallo ocra della palestra, c’ero io.
Non ricordo chi fosse il quinto o il sesto. Ricordo che quel sentirmi piccolo mi faceva riflettere molto su come sarei stato da grande. Ecco: quello era un po’ il mio modo di essere. Tante domande, tanti pensieri.

Enrico e Piero, separatamente, volevano sfogare le loro distinte frustrazioni su qualcuno. E spesso finivamo per picchiarci. Enrico era litigioso e capriccioso. E quando sputava poi per forza si finiva per terra aggrovigliati.
Piero invece era invidioso e diceva che la mia bravura a scuola era dovuta solo al fatto che avessi la mamma insegnante. Certo, lui esprimeva tutto ciò sostituendo ai congiuntivi qualche errore grammaticale. Ma la provocazione era continua. E anche con lui spesso finiva in rissa.
A dire il vero mi sembra davvero strano che dessi retta agli attaccabrighe, ma ricordo che con quei due succedeva spesso.
Io non ero cattivo. No. Però quando ho avuto la varicella ho pensato a come attaccarla a quei due.
Ho pensato di mettere i virus della varicella su una liquerizia. L’ho cucciata. L’ho rimessa nella confezione. E l’ho tenuta lì.
I dubbi etici cominciavano a montare e li ho nascosti nello stesso cassetto di quella liquirizia. Al buio. Per non sentirne troppo l’odore.
Poi è finita che non gliel’ho mai portata. Probabilmente perché l’ho dimenticata e ritrovata solo settimane dopo. Lo so, non sarebbe servito a niente. Un virus umano non resiste più di qualche ora fuori dal corpo. Ma non è questo il punto. Mi sono accorto che in quel preciso momento ero sceso a patti con la mia cattiveria, una cattiveria premeditata.
Io non ero cattivo. No, davvero. Poi un giorno mi sono accorto di esserlo diventato.

Ma lui trema

alluminioPrima una breve telefonata. “Ciao. Quanti anni sono passati? Non possono essere così tanti. So che ti sei trasferito lì. Ci devo passare per lavoro. Dai che facciamo quattro chiacchiere, magari andiamo a cena assieme”.
Poi quando un appuntamento viene incastrato a martellate in due agende, finisce per prendere una forma strana.
Alla fine è diventato un caffè, in uno dei tanti bar che nella stagione giusta accolgono i turisti che si allontanano dalla stazione cominciando a cercare l’odore del sale.
Ma il nostro mare non ha acqua salata, ma è pieno di ricordi. Di anni passati a scuola insieme e di storie vecchie che, se fossimo così stupidi da raccontarle a qualcuno che non c’era, sembrerebbero insignificanti.
Ci squadriamo reciprocamente, senza badare troppo se si nota. Cerchiamo di valutare nell’altro come il tempo ha segnato il suo passaggio. Chili in più, capelli in meno, cose così.
Il tavolino di alluminio è stabile e pulito. Ci accomodiamo e lo noto quasi subito.
Lui trema. Si tiene le mani e non capisco se sia per nasconderlo o per cercare di controllarsi.
Ma lui trema.
Io fingo di non vedere, ma lui trema.
No, non può essere. Non tu, amico mio. Mentre parliamo di niente cerco di farmi strada tra quelle malattie coi nomi degli scienziati.
Parkinson, Alzheimer, chi era? Qual era quello più grave?
Vorrei scappare, vigliacco che sono. Vorrei avere le parole giuste.
Ma che cazzo gli dico a un vecchio amico che ha la mia età e che trema?
Siamo irrimediabilmente soli. Io con le mie parole che non ascolto e lui con il suo tremore. Comincio a coniugare la sua sorte alla prima persona singolare. E se fossi io? E se fosse toccato a me? E se toccasse a me?
Poi cerco di scappare in un comodo “Ma no forse è un’impressione, cosa ne so?”. Ma questo non convince neanche me.
Il nostro incontro dura poco, ma ben di più di quanto ci sia rimasto da dirci.
Riprendo il treno controllando il posto sulla prenotazione.
Mi metto le cuffie cercando una playlist che mi faccia dormire. Dormire e non pensare.
Ma lui trema.

La maledizione del saggio di fine anno

Io posso sopportare i panettoni accatastati all’entrata del supermercato già prima della fine di ottobre. E posso sopportare di vedere i sorrisi soddisfatti di chi li prende in mano come una primizia dicendo con un sorriso iperglicemico “Guarda cara, è già Natale!”. Posso anche fingere di non vedere che chi pronuncia quella frase è ancora in t-shirt e infradito.
Posso chiudere un occhio sui regalini di Natale in ufficio. Anche se il giorno che nel bar sotto l’ufficio c’era il cartello Cioccolatini in saldo (per forza: stavano scadendo!) tutti hanno fatto incetta. E su ogni scrivania trovavi un gianduiotto agonizzante sul filo dell‘entro e non oltre che in confronto McGyver era uno che faceva la partenza intelligente.
Posso persino fingere di non vedere i Babbi Natale made in China appesi fuori dalle finestre, che con la crisi che c’è sembrano sgargianti topi d’appartamento sovrappeso.
Posso farmi andare bene gli amici che mandano  spiritosossimi SMS di auguri in stile-ciclostile, la stessa frase a tutti, in blocco. Perché hanno preso incautamente la Christamas Card e non sanno bene come sfruttarla.

Ma se c’è una cosa che proprio non sopporto di questo periodo, sono i saggi di fine anno a scuola. Che una volta, almeno, erano alla fine dell’anno scolastico. I primi di giugno ti toccava sorbirti quello spettacolino pietoso. Ma ti consolava il pensiero “Se poi non ci vado, tanto l’anno è finito, la maestra a settembre si sarà dimenticata chi c’era e chi non c’era…”. E con un po’ di destrezza si riusciva a saltare.
Ma adesso, secondo una estensione crudele del concetto di anno (e fine anno), vengono organizzati anche per la fine dell’anno solare.

Maestre che fino alla settimana prima si erano comportate come persone equilibrate, si ricordano delle velleità artistiche giovanili. Di quando sognavano di suonare, cantare e ballare in costumi luccicanti e attillatissimi. Di debuttare a Broadway, forse e di avere il nome sulla locandina, sotto la scritta CATS fatta di file di lampadine intermittenti.
Poi le cose sono andate diversamente. Il concorso pubblico invece del teatro, il precariato invece dei provini, i libri invece della sbarra. E questo andrebbe anche bene. Se non fosse che la parola “saggio di fine anno” risveglia questi sogni lasciati a fermentare in una scatola di scarpe, in cima a un armadio.
La infausta moda dei leggins, scelti rigorosamente di tonalità aggressivamente feline, contribuisce a fare riemergere tutta la mancanza di Cats (in senso buono, ovviamente).

Saggio di Natale!

I nostri figli vengono istruiti per settimane a recitare in rigoroso fuori sync poesie con rima baciata male. Vengono presi per interpretare Re Magi che arrivano prima del bambinello e non si capisce bene a fare cosa, visto che non c’erano le ecografie a quel tempo.
La musica è fastidiosamente troppo alta o fastidiosamente troppo bassa. Trovate voi la parola chiave.
Appena inizia lo spettacolo vengono sguainati una serie di dispositivi progettati per fare altro. Telefoni, tablet, citofoni, portachiavi. Tutto viene usato per fare foto. La cosa più odiosa è che tutti questi genitori esaltati alzano le braccia con un iPad come se fossero tanti piccoli Mosè che scendono dal Sinai brandendo le tavole della Legge. E a nessuno sembra importare del fatto che stanno riprendendo solo le mani degli altri genitori con altri tablet e altri telefonini.
Le nonne sono state ritirare dalla casa di riposo, vestite di fretta e portate al supplizio. Tanto sono sorde e non si accorgono se i nipotini stonano. In compenso, quelle risparmiate dalla cataratta, possono godersi lo spettacolo offerto dalla selva di arti superiori di novelli genitori che impalla la scena principale.

Se non siete lesti a trovare un posto defilato, vi capiterà di dover rispondere agli altri simpatici genitori. Quelli che sono lì come voi, ma che ci tenevano tanto a essere presenti.
Quelli che dicono “Come è bravo mio figlio, è quello lì. E il tuo qual è?”
(E io conto per non rispondere “Il mio è quello un po’ dietro, gli ho insegnato il valore della vergogna”)

O ancora: “Io il mio gli ho fatto fare i provini per fare la comparsa a Don Matteo 2, si vede vero?”
(“Non guardo gli sceneggiati in TV, ma io proverei per il cast del commissario Rex”)

O i superboni pieni di soldi “Gli ho pagato uno stage di improvvisazione allo Stabile, non capisco perché adesso è lì che piange!”
(“Non si preoccupi è il metodo Stanislavskij, si sta immedesimando in Pietro Maso”)

Le maestre più subdole hanno iniziato a cambiare nome ai saggi di fine anno, per depistare quelli come me. Le chiamano “Lezioni aperte” o “Open Lesson”. Non fatevi intenerire. Non è una lezione, non è aperta, non è facoltativa. E’ tutto maledettamente obbligatorio e coercitivo.

Alla fine, con un po’ di fortuna, cala il sipario. Chiudendo il palco e le vostre residue speranze di essere genitori di un artista.
Ma proprio quando vi illudete di poter dimenticare questo trauma suonano alla porta. E’ passata solo una settimana. E’ il solerte genitore del compagnuccio di classe sfigato del vostro erede. “Ho visto che sei arrivato in ritardo e ho pensato di farti una copia del DVD con la recita di Natale!”
“Grazie, buon Natale anche a te! (stronzo)”


Non per tirarmela troppo, ma il disegno originale è di Sabrina, sì quella di BuraBacio!
www.burabacio.it

Un no

gitaUna prima superiore in periferia. Una 1G che, dopo gli scrutini è stata decimata, come tutte quelle prime. Tanto che una sezione è saltata.
E noi, che eravamo ultimi per l’alfabeto, siamo stati smistati in altre classi.
Era una scuola di periferia. C’era qualcuno che girava con un coltello in tasca. Qualcuno che rubava i motorini.
Mariotti che durante un litigio fuori dalla scuola, ha parato una coltellata di Alfonso, della 1F con la mano aperta. E girava con un fazzoletto tra pollice e indice. Poi sono diventati amici, in uno strano codice d’onore tra coraggiosi. Codice che non ho mai capito. Né mi interessava.
Con quello smistamento di alunni, siamo finiti in dieci. Proprio in quella sezione F.
Era passato qualche mese e si trattava di organizzare la gita. A Firenze.
I rappresentanti della classe, inattivi per tutto il resto, si facevano in quattro perché la gita ci fosse.
A quei tempi ero il migliore della classe e questo non mi attirava immediate simpatie. Ma ero cresciuto in quella periferia e sapevo come fmuovermi per non essere preso di mira.
Non cercavo lo scontro, ma non facevo vedere di avere paura.
I rappresentanti di classe fanno un giro per vedere se ci sono i numeri. Quasi tutti “sì”, ma in automatico, senza passione. Tranne “non vengo per i soldi” e un “verrei ma non ho i soldi”.
Solo io, interpellato rispondo con un “Non vengo, non mi interessa”. “Perché?” “Perché non siamo amici e non mi interessa andare in gita con voi”.
Silenzio. Sono uscito dalla mia riservatezza e avevo gli occhi addosso.
Io, quello silenzioso, avevo evidenziato una frattura. Mi guardavano stupiti, ma tutti si chiedevano “E se avesse ragione lui? (chiamandomi a mente per cognome)”
Poi un inaspettato endorsement da Patrizia, che forse era la rappresentante di classe per gli studenti. Una frase prestampata, piena di anni ottanta. Del tipo “Apprezzo il coraggio delle tue opinioni, bravo.”
E poi di Alfonso, quello del coltello: “No, comunque hai ragione. Se la vedi così hai ragione a non venire”.
Nonostante la gita mancata, da quel giorno la mia reputazione è cresciuta. Gli ho detto un no. Non ero il pecorone che diceva un “vengo” per non disturbare.
Saper dire di no, al momento giusto, conta. Ogni tanto dovrei ripetermelo.
Anche adesso che in gita ci andrei di corsa, ad avere quei sedici anni. Adesso mi prenderei la leggerezza di quelle gite senza aspettative.
Patrizia poi non ha finito la scuola. Si è messa a fare la cantante. Non ha sfondato. Cercandola su internet l’ho trovata nei cori di un artista altrettanto sconosciuto.
Alfonso è morto pochi anni dopo. Una coltellata in discoteca e una sottovalutazione del medico del pronto soccorso. Morto dissanguato, senza ragione. Collasso cardiocircolatorio. E non importa se poi quel medico è stato condannato.

Nuovi romantici

cuoreLuca scende dall’auto e mi dà la mano. Da un paio di settimane, da quando ha cambiato scuola, lo accompagno io. Lo porto fino a dentro, visto che è in prima elementare.
“Da quando sono in questa scuola, vado più volentieri in mensa.”
“Ah, bene! Si mangia meglio?”
“Ma no, cosa dici: il cibo è lo stesso!”
Non capisco, si vede dalla pausa.
“Ma allora perché è migliore questa mensa?”
“C’è una bambina.”
“Ah bravo: hai appena cambiato classe e hai già fatto amicizia.”
“No, la conoscevo da prima. Era alla materna con me”.
“E l’hai salutata?”
“No, mi vergogno. Però mi piace andare in questa scuola. Perché a mensa il suo tavolo è vicino al mio”

Io alla sua età mai e poi mai mi sarei confidato con mio padre.
Ma il fatto che abbia deciso di farlo mi ha riempito di gioia.
Dal punto di vista dei suoi sei anni deve essere una cosa bellissima, andare a scuola e pensare di vederla.

Magari passa tutto il suo tempo libero a giocare con mostri inventati, a fare gare interminabili tra bolidi rumorosi, a decidere quale sia l’animale più veloce o il più spietato o il più vorace.

Ma in fondo è un grande romantico.

io

Non facevo tanti errori. Ma che noia! I miei temi a scuola mi assomigliavano. Erano un bel resoconto, in cui cercavo di essere oggettivo. Inattaccabile. Ineccepibile. Asettico. Fino a quando un mio professore di Italiano, mi ha insegnato a scrivere. Ha ricamato il mio tema di “Sì, ma tu cosa pensi?”. Uno shock!

La mia barriera protettiva, il mio guscio ha fatto criiick. Un suono sottile, sinistro, inequivocabile. Mi sono sentito scoperto: stanato. Il mio nascondiglio ormai compromesso. E ho reagito.

Ho iniziato a scrivere un’inflazione di io.

Non per vantarmi di qualcosa, ma per provarmi addosso (come dicevo allora) tutto quello di cui parlavo. Mi ha fatto sentire diverso da prima. E questa sensazione mi è piaciuta così tanto che è diventata un modo di essere. Da cronista a protagonista.

Adesso ancora mi rinfacciano questo modo di pormi, come se fosse un tic. Ma sopporto facilmente l’insofferenza che mi dimostra la gente modesta. Compresa quella che la modestia la indossa davanti allo specchio dell’accettabilità sociale.

Contributi involontari

Poi capita che la scuola elementare e materna distribuisca un foglio. Uno per ogni figlio. Un foglio anche scritto benino, se paragonato al linguaggio burocratico standard che non riescono a togliersi di dosso. Vanno subito al punto. Dicono che la scuola non ha soldi e che chiedono un contributo volontario di 30 euro per ogni bambino. E’ una scuola pubblica, che sosteniamo con le nostre imposte, a scanso di equivoci. Ma probabilmente questo è superfluo precisarlo.

Ma i soldi che arrivano dalle nostre tasse non bastano, non ne arrivano più. Dieci euro andranno alla classe, gli altri venti alla scuola. Spiegano a voce: non abbiamo toner, niente carta, finita la cancelleria.

Mi nasce un senso di ribellione: “Eh no: per la classe dei miei figli, li verso volentieri, per pagare la cancelleria della scuola no”. Ma poi penso alla impotenza di chi in quella scuola ci lavora. E ci mette passione. E non ha neanche la possibilità di fare fotocopie per i propri alunni. E tutto l’entusiasmo si spegne sul tasto verde di una fotocopiatrice.

E allora il mio senso di ingiustizia avara si sgretola. Non di colpo: un po’ alla volta. E tutte le altre obiezioni le brontolo lo stesso, ma più per seguire un rituale che per ceracare seguaci.  “Che cosa succede a chi non vuole pagare e a chi si dimentica? Qualcuno glieli chiede o va tutto in cavalleria”.  Ok ok, nessuno glieli chiederà. E non è giusto. Ma mi si para davanti quel senso di impotenza. E il mio senso di rivalsa cambia direzione. E non lo punto contro chi chiede i soldi, ma contro chi ha ridotto la scuola così. Perchè io ci credo che sia fondamentale dare una buona scuola ai bambini. A quei bambini. Ai nostri figli.

E non mi sembra giusto, che alla fine una Scuola sia ridotta ad elemosinare 30 euro. E allora sono persino grato a chi si prende la briga di chiedermeli, quei 30 euro. Come un questuante qualsiasi…