mare

Il veliero

velierovero

Lo vedi questo veliero, piccolo mio?
Mettiti qui di fianco a me e, se la luce è troppo forte, socchiudi appena gli occhi. Ma non perdere di vista il veliero.

Lo vedi come sta fermo nel mare, piccolo mio?
Forse siamo troppo lontani ma quasi mi sembra di vederli i marinai che si godono la terra finalmente così vicina. Dopo mesi di onde e vento e onde, finalmente c’è un approdo vicino, le ancore calate e acqua fresca per riempire i barili.

Li senti i versi allegri di quei marinai, piccolo mio?
Saltano dal ponte in acqua come bambini. Sanno che presto avranno frutta fresca e un letto di lenzuola bianche.

Lo senti il loro arrivo in paese, piccolo mio?
Quella voglia di vita e di felicità che non può aspettare un minuto di più. Ha atteso troppo quando erano al largo.

La senti anche tu la pelle tirare, piccolo mio?
Come la loro dopo questa giornata. Non sai se è il sole o il sale, ma sai che quando scende la sera è una sensazione buona.

La senti questa brezza, piccolo mio?
In questi posti di mare arriva di sera  a sciogliere la pelle, a fare riaprire gli occhi a distendere quella specie di sorriso che la troppa luce ci ha imposto fino ad ora.

La senti questa voglia di pace, piccolo mio?
Se questa ciurma decidesse i nostri destini, questa notte, il mondo sarebbe un posto più bello. Una voglia di ridere, una voglia di frutta, una voglia di pace, una voglia di vino fresco. E nessun risentimento da mettere sul tavolo: li hanno buttati tutti a mare quando stavano al largo, tanto era la fretta di alleggerirsi per tornare a terra.

Ma nonno, che palle. Non lo vedi che sto guardando il mio tablet? Sono troppo grande ormai per seguirti quando ti metti a fissare questa vecchia nave nella bottiglia. E poi scusa ma questo tuo fantasticare mi sembra un po’ da matti. Non offenderti, ma sono storie a cui ormai non credo più. Sono grande ormai. E dai…

La senti questa voglia di pace, piccolo mio?
Volevo solo dirti che questa pace nasce dalla nostra capacità di vedere il piccolo e il grande. Di vedere il vicino e il lontano, il particolare e il tutto. E di accoglierli con un sorriso…

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Il riccio invece

riccio

Devo avere ancora da qualche parte la foto di mia sorella, piccola piccola, con una maglietta blu scuro. Le mani in avanti, infilate in due enormi guanti da lavoro. Teneva in mano un riccio. Eravamo in campeggio vicino a Aquileia. Un campeggio al mare, in agosto, uno senza piazzole, molto bello per noi bambini. Di notte qualche animaletto girava per cercare del cibo. Un riccio veniva spesso a trovarci e alla fine lo abbiamo preso.

Il riccio puzza di selvatico. Se lo prendi in mano si chiude per mostrati gli aculei tutti intorno. Sembra tanto minaccioso all’inizio. Ma poi lo capisci che lo fa per difendersi. La paura la senti quando lo vedi respirare, senti il cuore che batte. E aspetti che si apra, anche se lui, finché lo tieni in mano mica è scemo: resta chiuso. E allora aspetti e piano piano, anche se non fa niente, cambi idea su di lui. È impaurito, non minaccioso. Non punge poi così tanto. E anche la puzza, in fondo, non è insopportabile.
Capisci che dentro è tenero, indifeso forse. Ma vivo. Fuori fa tanto per tenere lontani i rompiscatole ma è bello.

Tu coccoli tanto i tuoi peluche ma vorrei che considerassi il riccio. Il peluche è morbido fuori. È facile, facilissimo. Non ti dice mai di no. Ma dentro ha solo robaccia finta, morta.

Il riccio invece.

Portami dove non si tocca

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Dopo tornanti e sole e riflesso dell’acqua e delle rocce alla fine qualcuno ha avuto l’idea: “Perché non troviamo un posto dove fermarci e ci facciamo un bagno in mare?”

Io non sapevo nuotare, ma non ho detto niente. Quell’estate stavo imparando a scendere a patti con la mia rigidità e con quella benedetta ansia di velocità e precisione che avevo già dentro senza avere ancora l’età della rassegnazione. E su quelle strade piene di autovelox e di poliziotti a caccia di targhe straniere, era un bagaglio pesante.  I limiti di velocità cambiavano a ogni comune con una logica che non abbiamo mai capito. Ti sentivi in gabbia, ti sentivi in difetto, sentivi di sprecare qualcosa. Poi piano piano il piede destro ha imparato ad alzarsi, i finestrini ad abbassarsi e l’ansia è uscita dal finestrino e si è dissolta in cento vortici invisibili. Solo allora siamo riusciti a sentire quell’odore di erba al sole e di polvere e di tranquillità fatta di niente. Un odore che in città mica riesci a sentire.
Eravamo tutti d’accordo per una sosta al mare e ci siamo fermati. Quando la macchina è passata dall’asfalto alla ghiaia io non ho detto ancora niente. Ero sospeso tra il ricordo della mia inettitudine in acqua e quel nuovo volermi mettere alla prova. Volevo testare la mia apertura al nuovo, all’ignoto.
Nelle chiacchiere di quel conoscersi lei mi aveva raccontato che l’acqua era il suo elemento. E quelle spalle dritte e quel collo elegante confermavano questa storia. Io avevo raccontato dei miei patetici corsi di nuoto da bambino e non mi sembrava il caso di ribadirli.
Sono andati tutti in acqua. Nuotando verso chissà dove. Loro davanti, veloci, fluidi.
È stato lì che ho deciso che dovevo farlo. Dovevo provare, non importa come, non importa cosa. Ho cominciato a camminare in quell’acqua più fredda di quanto immaginavo da fuori. Poche onde, sabbia grossa e ghiaia sul fondo. Continuavo a fare passi in avanti aspettando che l’acqua mi rendesse più leggero, cercando il momento in cui mi avrebbe sollevato.

Arrivo vicino al limite e ci provo a nuotare, non importa verso dove. Ci sono poche onde ma per me sono alte: mi scompongono, mi passano sopra, mi fanno perdere il filo. Avanti, avanti ancora, ancora un po’.
Bevo, dalla bocca, dal naso. Cerco di non perdere il coraggio. Mi concentro pensando che quando corro di fiato ne ho molto e allora perché non dovrei adesso, perché dovrei andare in affanno? Per un attimo penso all’abisso freddo sotto di me e sento che questo assaggio di panico potrebbe tirarmi giù. Cerco di recuperare e sento che se riuscissi a tenere la bocca ben fuori dalla superficie avrei il fiatone. Ho paura. Capisco che sono in apnea, che non dura. Mi metto a cagnolino e non cerco il fondo in basso per paura di avere la conferma della profondità. Cosa sto facendo, cosa sto facendo?

Di colpo sento un braccio che mi prende il collo, mi spavento, mi sento tirare indietro. Un braccio che l’acqua rende liscio come una passeggiata in bicicletta. Cerco di concentrarmi sul fatto che mi stanno salvando, che devo fidarmi, che devo lasciarmi andare. Mi attacco con tutta la fiducia al braccio, sento che è il tuo, sento la pelle liscia.
Vorrei dirti che mi fido. Vorrei dirti “Portami dove non si tocca” ma finalmente riesco a respirare. Mi fido, respiro, mi fido.
“Ma che cazzo pensavi di fare?”
Non rispondo, respiro.

Questo è un racconto scritto per GallizioLab

Imparare a vicenda

Edmondo era, per quei tempi, un cantastorie abbastanza conosciuto. Viveva bene di quel mestiere che non lo obbligava a sudare nei campi né a portarsi dietro pesanti arnesi da lavoro. “Amo il violino perché è come me: vuoto dentro e quindi leggero!” Amava ripetere su ogni piazza del mercato prima di iniziare il suo spettacolo.
Faceva stampare le sue storie nell’antica tipigrafia del Mursi, dietro il mercato dei fiori. Le appendeva con una molletta ad un filo che tirava appena arrivato nel punto di ritrovo. E poi, per la gente che passava, recitava questa specie di antico telegiornale.
Storie di omicidi crudelissimi o di giudici spietati. Di impiccati e di cornuti. Di vescovi che conoscevano più la contabilità della castità. Di contadini sciocchi e di commercianti che restavano fregati.
Si aiutava con qualche cappello che, agli occhi del suo pubblico sepre nuovo, lo facevano entrare in storie e personaggi sempre diversi. Alla fine un cappello diventava la cassetta per le offerte e le storie stampate venivano vendute per un soldo.
Non era ricco, no. Ma non si poteva certo lamentare, se dovessimo confrontare la sua vita di artista a quella faceva prima.
Ma ogni giorno in cui, per quaresime o lunari, non si esibiva, non mancava di uscire presto di casa.
Andava in silenzio in riva al mare. Prima che la notte finisse. Lasciava la bicicletta in un fosso, perché non la vedesse nessuno, e cominciava a camminare.
Marciava senza parlare per ore. All’altezza esatta in cui il mare, col suo andirivieni, rendeva la sabbia della giusta consistenza. Era come se il mare, davanti a lui, gli disegnasse la strada da seguire.
E camminava, camminava, camminava. A volte usava questo tempo per pensare alle sue storie. A volte solo per lasciarle fuori dalla sua mente, e riempirla solo del rumore del mare. Sempre cercava di tornare a quel momento in cui la notte si fa chiarore e piano piano si convince che non è tempo. In cui la notte si incrina, si crepa e si dissolve. Edmondo amava quel momento di indefinita consapevolezza di notte che si scioglie, ma aveva sempre avuto il pudore di non cercare le parole per definirlo.
Quindi camminava, camminava, camminava. Spesso si chinava a prendere una conchiglia e poi un’altra, senza capire cosa farne. Ma raccoglierle nel lembo della camicia girata era già il suo tesoro.
Camminando una mattina vide una figura lontana, nella spiaggia deserta. All’inizio gli era sembrata una vela bianca, rimasta incastrata chissà come sulla spiaggia. Forse era un prestito che il mare aveva restituito alla riva quella notte. Avvicinandosi cercava di ricondurla a una forma nota, ma no: non poteva essere una vela. Si avvicinò ancora, senza deviare dalla sua corsia di sabbia. Il triangolo bianco cominciava a prendere forma, la forma di una donna.
Sedeva in quella lunga veste senza maniche su un tronco spezzato. La mareggiata del giorno prima aveva portato sulla battigia quella specie di sedile. L’aveva lasciato così, con poca cura, parallelo al mare.
Edmondo non amava incontrare persone nella sua liturgia mattutina. Ma quella volta si fece rapire dalla scoperta di quella che sembrava una vela e poi sembrava una donna sola. Non aveva intenzione di parlarle ma lei fece “Cosa ci fate qui? Sapete che è pericoloso?”
E lui “Se è pericoloso per me lo è anche per voi”
“Le guardie del Re mi conoscono. Non hanno motivo di impiccare me, per avermi trovato sulla spiaggia della tenuta di Capo Ventoso”
La mareggiata del giorno prima doveva aver rovinato la staccionata del confine. Edmondo si trovava dove non poteva, ma senza capire bene come ci fosse arrivato. Fu preso da un lampo di pensieri contrastanti. Proseguire, tornare sui suoi passi, scappare. Invece si fermò.
Si mise a sedere sul lato libero del tronco, svuotando sulla sabbia il suo prezioso carico di conciglie quasi bianche.
“Ma io vi conosco: siete il poeta, il cantastorie” disse la donna. “Oh quanto vorrei che mi raccontaste della vita, e di come la si vive”.
Lui rispose con un mezzo sorriso. “E voi mi sapreste insegnare il mare?”
“Il mare è lì. Lì davanti: eccolo”
E lui “Avrei detto la stessa cosa della vita. Ma non so se avrei saputo solo parlare o anche ascoltarmi”
Restarono così senza parole. Sguardi paralleli verso il mare infinito che con un’onda li chiamava e con quella dopo li respingeva. Non cercavano le parole giuste per piacersi. Erano completi così. Con questa vicinanza casuale. Così vicini che a tratti il vento prendeva a sberle i piedi di lui con un lembo della gonna di lei. Così vicini che nel fischio continuo del vento lei aveva il dubbio di averci sentito un sospiro di lui, ma poi no, mi sarò sbagliata.
Non si sa quanto restarono lì. Forse un solo minuto. Forse solo il tempo infinito che serve per capire il mare.

Zen-zero

mattinamareArrivo in spiaggia presto, prima di tutti gli altri e lo vedo. Non c’è ancora nessuno, nessun altro. Solo qualcuno col cane, ma è così lontano che non capisco se è un uomo o una donna. Invece lui è lì, fermo. È rivolto verso il mare, seduto per terra, la schiena dritta.
Mi fermo molto indietro, mi sembra quasi di disturbare avvicinandomi troppo. Le distanze giuste dipendono molto dall’ora e l’alba è l’ora della solitudine.
Faccio il mio stretching e cerco di non guardarlo di non pensarci. Ma mi colpisce quella figura. Fa fresco e ha il collo del golfino alzato. Forse sta meditando. Yoga? Dovrei vedere se ha le gambe intrecciate. Ma poi conosco troppo poco quella disciplina che se anche vedessi come ha intrecciato le gambe non saprei decifrare la posizione.
Forse è un qualche rito del risveglio, del sole. Forse è un maestro Zen. Forse. Che pensiero strano.
Intanto conto a mente i venti secondi del mio stretching e mi  sento piccolo. Come se quello che faccio io avesse perduto di colpo importanza. Continuo a pensare con uno strano rispetto a quanto deve essere interessante alzarsi presto, andare in riva al mare e meditare. Io invece mi alzo per correre. Mi immagino al suo posto. Un po’ mi viene da ridere, ma smetto subito. Mi affascina questo pensiero. Quanta ansia messa da parte. Quanto equilibrio. Quanta consapevolezza, forse. Di cosa poi non conta. Consapevolezza. Questo mi ispira quello sconosciuto in riva al mare.
Continuo il mio stretching quando vedo che si muove. Si alza. Non aveva le gambe intrecciate, era solo seduto. Prende il quotidiano che stava leggendo. Si alza e se ne va, accendendosi una sigaretta.
Come sono interessanti le vite degli altri, quando non le conosciamo.

Alessia fuori dalla finestra

imposte scuri finestraAlessia si sveglia. Non lascia passare minuti. Allunga a memoria la mano verso l’interruttore, accende la luce. Senza scatti sposta il baricentro del suo corpo e si mette seduta sul letto. Cerca meccanicamente la ciabatta col piede. E poi la seconda, quella che chissà perché va sempre a nascondersi. Si pettina i capelli con la mano e va verso il bagno, lasciando uno sbadiglio così lungo che sembra una scia. Alessia cerca di mettere in ordine nella sua testa gli impegni del giorno, lo fa intanto che muove senza pensarci lo spazzolino in bocca.

Allora: c’è da passare al forno, era per oggi che avevo promesso di ritirare la torta che la zia ha ordinato. Con la macchina vado io, così almeno stavolta arriva intera!
C’è quel lavoro in ufficio che da qualche giorno resta lì, ma oggi devo dare una risposta a Marchini, così me lo tolgo di torno.
C’è da chiamare Roma, per sentire se hanno novità per la richiesta dell’altro mese.
Se resta tempo ci sarebbe da pagare il bollettino in posta.

Alessia ripensa poi alle parole dette e scritte la notte prima. A quella discussione nata tra una mezza dozzina di persone. Quello scambio che si è inacidito in fretta e che è diventato subito un diverbio.
Pensa alle parole che sono volate, a quella sensazione di “non volevo questo”. Pensa a quanto sia precario l’equilibrio di una amicizia, di un gruppo.

E’ quasi pronta Alessia, sta per vestirsi. Ma ancora una volta compirà quel gesto di tutti i giorni. Non uscirà di casa con la faccia da funerale o peggio con una espressione da lunedi mattina a vita. Uscirà indossando il sorriso timido di sempre.
Alessia apre il chiavistello e allunga le due mani in parallelo. Apre le braccia per spalancare le imposte. Entra aria, entra il sole.
Oggi non sarà una giornata cattiva. Anche oggi Alessia, fuori dalla finestra, ha il mare.

Deriva

Probabilmente non si erano mai rivolti la parola, nei nove giorni di navigazione che precedettero il naufragio. E adesso si trovavano così. Ognuno su una zattera di fortuna. Ognuno a fare i conti con questa disperazione, con questo panico da tenere giù, sopito. Ognuno con questa voglia di immaginarselo un salvataggio. Con la necessità di figurarselo probabile. Possibile, almeno.

Pablo faceva parte dell’equipaggio. Non aveva grande esperienza di navigazione. Neanche una grande passione per il mare. Per lui le navi erano diventate solo un utile mestiere.
Manuel stava andando in Argentina, a cercare fortuna. Abbandonati gli studi classici in Spagna, la sua terra. Messa nella valigia un libro, un vestito. Pochi mezzi, poca cultura. Ripartire da zero, era il suo scopo.

Adesso erano lì. Infreddoliti. I vestiti bagnati che il sole non riusciva ad asciugare.
In questa bonaccia che aveva preso il posto, con sorprendente velocità, di quella tempesta che non aveva dato scampo alla Isabela II.
Ci sarebbe voluto un bel coraggio a chiamare zattere questi galleggianti di fortuna. Ma era tutto quello che li teneva a galla e ci si erano attaccati con tutta la forza che avevano. Ognuno con il suo rottame, unico detrito che il mare aveva concesso loro. Quanti altri erano nelle stesse condizioni oltre la loro vista? Un dubbio che li abbandona rapidamente. Lasciando il posto alla paura di non farcela.
Istintivamente ognuno dei due si ritrovò ad agganciare con la mano, il relitto dell’altro naufrago. Per cercare una improbabile stabilità.
Lo sforzo, la situazione nuova, la maledetta paura di questa situazione inaspettata toglieva loro lucidità. I pochi movimenti, di quei due corpi e delle loro menti, seguiva traiettorie istintive.
Si tenevano l’un l’altro come se dovessero farlo per sempre. Senza calcolare lo sforzo. Senza dirsi quanto avrebbero resistito.
Arrivò la notte. Il freddo. Il sonno.
Quei mezzi di fortuna non permettevano loro di addormentarsi, di abbandonare la paura della morte, per riprenderla la mattina dopo.
Malgrado la calma innaturale di quel mare, dovevano restare svegli.
Sentivano che i loro destini erano così legati da sentirsi quasi amici. Quasi fratelli.
Non so a che punto della notte non riuscirono. La presa si fece lenta.
Si abbandonarono. I loro destini divisi. Chissà.
Ognuno solo. Alla deriva.