sogni

Un centimetro scarso sopra il naso

fuori dalla grotta

Non è una brutta giornata, non la aspetta niente di particolarmente terribile. Ma Clara oggi non ha proprio voglia di uscire. Si prepara con cura davanti allo specchio del bagno.
Un filo di trucco ci vuole sempre per una signorina. E quanto le manca la nonna che diceva così. E quando lo diceva, Clara sorrideva di nascosto. Ma quel ricordo la scalda in un modo strano: un po’ la consola, un po’ accentua il disagio per quel freddo fuori.

Clara vorrebbe restare nella sua grotta oggi. Non andare al lavoro, non vedere nessuno, passare la giornata a fare un mare di niente. Magari a disfare gli scatoloni, che il trasloco è fatto da poco. Magari prendersi il lusso di vederla scivolare piano, tenendo in mano di volta in volta una tazza cilindrica, un buon libro, un telecomando, un rimpianto lasciato a metà. Senza un ordine preciso.
Ma oggi c’è da andare e si va. Pensa questo Clara, per farsi coraggio; per rimuovere quel masso davanti alla entrata della grotta e andare fuori. Dentro la nuova giornata, in quel sole bio di febbraio che sembra aver disimparato a scaldare.

Il rosso è un bel colore, pensa indossando un rossetto con la mano ferma di un chirurgo. E intanto che lo pensa, nello specchio si vede verdastra. Colpa di questa lampada a risparmio energentico, meno indulgente di quelle a incandescenza che aveva da bambina, a casa. Sarà che fuori dalla finestra non c’è quella fila di montagne disordinate che lei chiamava per nome. Sarà che anche questa vita è un po’ a risparmio energetico.

Cerca pensieri positivi e nel farlo va a scavare in fondo a un respiro abissale. Quando riemerge pensa alla musica. Pensa alle vibrazioni di quell’ottone. Si ripromette di impararlo meglio quel brano: di trovare nella testa il giusto tono. Proprio lì al centro della fronte, un centimetro scarso sopra il naso.
Proprio lì è dove sente l’istinto di rintanarsi, di restare coperta, di non prendere rischi. Lo stesso impeto che invece, quando suona, sembra trasformarla. Socchiude gli occhi e vola. E in certe sere speciali, le sembra che anche chi l’ascolta sia trascinato. Le sembra di avere un potere immenso, simile a quello dei suoi sogni di bambina: quando si vedeva su un palco e studiava quell’inchino leggero, quello da fare quando tutti le applaudivano un grazie finale. Quando tutti sembravano parlare la stessa musica.

Forse è questo che le manca. L’occasione di fare quell’inchino. La speranza di vedere qualcuno alzare gli occhi e guardarla nei suoi. Proprio lì: un centimetro scarso sopra il naso. Dove vibra, dove esce, dove c’è la musica.

Che non serve perdere tempo coi sogni

crederealpoTi ho portato qui. Sull’argine del Po. Per farti vedere una cosa importante.
Cosa vedi? Non dici niente. Non avere fretta di rispondere. Non avere fretta di capire.
Vedi solo i campi a righe sotto, eh? Vedi solo la griglia dei pioppeti in golena, verso il letto del fiume? Vedi solo la strada in cresta all’argine, che lo trasforma in una figura geometrica strana?
Ma quello che non vedi è il tramonto. Certo: mancano ore.
Ma quello che non vedi è quel vecchio pioppo lasciato crescere oltre ogni logica da mediatori di legname.
Quando ero piccolo mia zia, una ragazzina di neanche venti anni, ci portava qui a vedere il tramonto. Andiamo a trovare Pippo, diceva. Pippo era il soprannome che aveva dato a questo pioppo. Aspettavamo il tramonto, d’estate, dopo cena.
La casa dove abitava è a poche centinaia di metri dal grande fiume. E mentre ci avvicinavamo lei ci spiegava cosa fosse questo tramonto.
“È un momento bellissimo, quando il sole va a dormire all’orizzonte, tutto si colora di rosso, un momento magico e bellissimo, andiamo a vederlo vicino a Pippo…”
La nostra fantasia si gonfiava di aspettative senza cautele.
E qualche giorno facevamo bene i conti e arrivavamo all’ora giusta per il tramonto. Non sempre eh, non sempre.
Ma mi ascolti? Ti interessa questa storia?
Il sole calava, ma non era mai come l’avevamo immaginato. Non andava a inzupparsi nell’acqua, ma finiva dietro una fila di salici e pioppi, verso la sponda opposta. Il cielo umido della pianura non era mai limpido come l’avevamo disegnato. La incapacità di attendere non ci permetteva di godere la magia di quel momento. Le zanzare, poi, davano alla nostra insofferenza di bambini un motivo in più.
Vedi, se non credo ai tramonti, se non credo alla poesia, se mi dici che sono duro con me stesso è anche per questo.
È che i miei tramonti non avevano il Tirreno e un mare in controluce su cui poggiarsi. Avevano la bellezza imperfetta di quella terra, sì, ma io non la sapevo riconoscere. Una bellezza storta che ti insegna che non puoi credere alla perfezione. Che non serve perdere tempo coi sogni. Che è tutto qui. Che tanto anche il tramonto si accartoccia goffamente sui rami verde scuro. Che tanto…
Che tanto.
Ma mi ascolti? Ti interessa questa storia?
Andiamo dai.

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Questo l’ho scritto e messo anche su Galliziolab

Filastorta

C’era una volta un principe azzurro,
tutto il contrario di un uomo buzzurro,
era cresciuto a pane e romanzi,
“Salva una bella che poi ti fidanzi”.

Questo la mamma gli aveva insegnato
“La donna è indifesa, tu sei corazzato,
la donna è in balìa di mostri e grifoni,
tu sei cavaliere e ai draghi le suoni”.

C’era una volta una bella regina
Che crebbe sua figlia da crocerossina,
“Gli uomini, cara, non san quel che fanno,
tu devi aiutarli a non far troppo danno.

Più sembrano forti, più vanno salvati,
amati, vestiti, stirati e lavati.
ti guardano duri, ti parlano bruschi
ma sotto quel guscio son tanti molluschi”.

filastronza4s

Un giorno i due salvatori in potenza,
andarono a un party di beneficenza.
Lei vide un ragazzo spaurito e sperduto,
lui vide una donna in cerca di aiuto.

E prima che i tocchi dicessero “E’ tardi”,
scoccò la scintilla all’incrocio di sguardi.
Lei disse: “Ho capito il dolore che hai dentro…”
Lui: “Portami il drago, che in fronte lo centro”.

Lei: “…tu sei un bambino con occhi d’adulto…”
Lui: “… dai fatevi sotto o streghe d’occulto…”
Lei: “… il grande nemico è dentro te stesso…”
Lui: “… maghi e mannari venuti a congresso”.

Continuarono a lungo a salvarsi a vicenda
su ferite fantasma mettevan la benda.
Se lei riposava lui correva a baciarla
ché al sonno d’eterno doveva sottrarla.

E se lui si faceva di vino un bicchiere
lei già lo curava dal vizio del bere.
Poi giorno su giorno nel quotidiano
svanisce l’afflato, subentra l’umano.

Così quell’azzurro si stinge d’amore
arriva la rabbia più sorda, il livore
e dopo una vita passata a salvare,
capiscon che ha senso, a volte, sbagliare.

Scritta e riscritta, pur senza motivo,  con Enrica Tesio di tiasmo, a cui si deve l’idea originale. L’immagine invece è di una incauta torta nuziale, saggiamente manipolata.

Baby Box: cosa ci metteresti?

scatolafinlandeseOggi il corriere raccontava una bella storia tutta finlandese.
A tutti i nuovi nati spetta uno scatolone di cartone con una serie di oggetti utili per il neonato. Vestitini, accessori, copertine. E soprattutto la scatola di cartone di qualità che la maggior parte delle famiglie usa come culla. Non si parla di famiglie che non hanno la possibilità di comprare una culla vera, ma di un regalo dello stato che è diventato un bellissimo rito di passaggio e di legame con le nuove famiglie.
Accetto il gioco che ha lanciato Enrica nel suo blog e lo propongo a voi. Cosa ci metterei in quella scatola (o di fianco) per aiutare mio figlio a crescere come vorrei?
E’ un gioco e lo propongo a tutti voi, genitori e non genitori. E’ un bel modo di riflettere su quello che riteniamo divertente e importante.
Io di bimbi ne ho tre: Chiara, Luca e Federico. Non ho fatto tre scatoloni, ma una lista che poi potranno dividersi nei soliti modi cruenti.
Ecco la lista, così, come mi viene in mente:

  • Una scatola di pastelli a cera perché ok photoshop, ma sporcarsi un po’ le mani è diverso.
  • Un adesivo “Yes we can” per ricordarci di quando ci abbiamo creduto.
  • Una bandiera della pace e una dell’Italia, da sventolare assieme a un sorriso.
  • Un cd dove ho registrato, proprio stanotte, la fiaba dei tre pesciolini nel grande fiume, che abbiamo inventato assieme, notte dopo notte. Quella fiaba che ti piaceva tanto da bambino. Perché magari un giorno ce la saremo dimenticata o perché un giorno non potrò ripetertela.
  • Una copertina di quando il papà era piccolo e non importa se è un po’ ingiallita.
  • Un dizionario inglese-cinese perché ormai è tardi per tradurre tutto in italiano, bisogna uscire
  • Un elenco dei libri che in qualche modo mi hanno cambiato. (Poi sta a te decidere se cercarli di carta, in formato elettronico o dimenticarla e farti la tua di lista). Di certo con le lezioni americane di Calvino, le favole al telefono di Rodari, la boutique del mistero di Buzzati e le formiche di Gino e Michele.
  • Il cubo di Rubik provaci almeno tu che io mi sono rotto i maroni.
  • Una cartina Compass, di montagna. Per andarci a camminare con gli amici, partendo il sabato mattina presto e mangiare in cima un pezzo di formaggio che avevi avvolto in un tovagliolo di tela (accessorio non incluso).
  • Qualche dvd come Train de vie, Radiofreccia, Impiegati, Harry ti presento Sally, Guerre stellari, Non ci resta che piangere, Marrakesh Express, Frankenstein Junior, poi basta dai, che non c’è più posto.
  • La foto di Abebe Bikila che corre scalzo non importa quanto tempo ha. E il mio pettorale della prima maratona. Non importa con quale tempo.
  • Un 45 giri dei beatles anche se non saprei proprio dove procurarmelo.
    Un bicchierone di vetro trasparente, come augurio di trovare sempre acqua pulita
  • Il supertele, non il supersantos che è da ricchi, proprio il supertele
  • Il disegno di un aquilone da montare, non di quelli perfetti di adesso. Uno che devi fare da solo per imparare la speranza di trovare anche il vento.
  • Una piuma. Che non serve a niente, ma una carezza per quando ne avrai bisogno non sapevo come incartarla.
  • Il mio numero di telefono e quello di tua mamma, anche se ce li hai, anche se non li userai così spesso come vorremmo.
  • Un paio di forbicine, per fare un buco nel cartone e poter guardare sempre fuori.

E tu: cosa ci metteresti di tuo nella scatola di tuo figlio?

Poliuretano

Fiore in realtà si chiama Florian. Ma da quando è in poliuretanoItalia si è abituato a farsi chiamare così. Per semplicità. Ormai si è abituato a tante cose.
Si è abituato a non pensare al futuro.
Si è abituato a chiamare casa un posto in cui si vergognerebbe di ospitare vecchi amici.Si è abituato a uno sguardo freddo, quando il suo accento tradisce il suo non essere italiano.
Si è persino dimenticato il diploma quasi a pieni voti che ha preso da ragazzo. Non gli serve, qui. Gli serviva un lavoro e ne ha trovati tanti. Tanti lavori che tutti assieme non ne fanno uno vero. Ma bastano per prendere una macchina per tornare a casa d’estate e sembrare un vincitore, uno che ce l’ha fatta.
Florian si è abituato a farsi andare bene le domeniche con la sigaretta in bocca e la tv satellitare. Così senza pensare troppo.
Da qualche tempo gli hanno presentato una donna Anna. Tra di loro parlano un italiano buffo. Ma è una delle poche cose che hanno in comune. A parte la solitudine.
Intanto che installa una parete di cartongesso, a casa di italiani normali che vogliono risparmiare l’IVA sui lavori, pensa a lei. Cerca di capire cosa prova per lei.
Intanto liscia, coibenta, isola. Perché Florian è bravo davvero in questo lavoro.
Usa il poliuretano spray. Lo vede uscire come schiuma quasi liquida dalla bomboletta. Sente il solvente evaporare presto e la schiuma indurirsi. Solidificarsi. Fare il suo lavoro. Riguarda quel lavoro perfetto e sorride, sovrapponendo il pensiero sull’amore a quello sul poliuretano.
Va a espandersi dove trova un buco, una crepa, un vuoto. Va lì e si solidifica e sembra perfetto. Sembra sia nato per stare lì.
Poi, segretamente orgoglioso di questa poesia va avanti. E si dice che sì, che bisogna crederci davvero. Che lui ci crede davvero a questa cosa. Florian crede davvero al potere universale del poliuretano.

Un piano perfetto

picnicC’era uno strano nervosismo quando Sandro, Melissa e Anselmo si trovarono nel parcheggio del Centro Commerciale “La Sorgente”.
Cercarono di lasciare le due macchine vicine, caricarono quei loro bagagli improvvisati sulla terza, quella di Anselmo. Si misero in marcia scherzando un po’ forzatamente.
Il piano era semplice e, quando l’avevano ideato, sembrava perfetto: ritagliarsi una giornata fuori dal mondo.
Non una fuga, non un tradimento delle loro famiglie, non un’evasione da chissà quale cayenna quotidiana. Semplicemente concedersi il lusso di passare del tempo insieme. Proprio loro, tre amici con una sintonia digitale nata tra le tastiere dei loro tanti dispositivi connessi.
Ma oggi era il giorno in cui i social network sarebbero restati fuori. O per lo meno sullo sfondo, visto che poi Melissa non ci sarebbe mai riuscita a spegnere quell’accidente di smartphone.
Il manifesto di quell’improvvisato gruppo di zingari per un giorno era semplice, anche se aveva delle lacune. Troviamo un prato, uno qualsiasi. Tiriamo fuori la chitarra. (La coperta, visti i loro stati di famiglia con prole, era sempre nel baule). Tiriamo fuori la bottiglia di bianco. Ognuno ci aveva messo un pezzo di sogno, un capriccio, una tassello: “I bicchieri li porto di vetro, se portate quelli di plastica non vengo”. “Chissà in fondo a quale cassetto ho messo l’armonica”. “Ma mica andiamo a fare un concerto. Poi io sono stonata, porto un libro e piego le orecchie delle pagine che voglio leggervi”.
Adesso è facile parlarne, trarne  conclusioni. Adesso ne esce un ritratto persino tenero di quei tre. A vederli in questa esatta fase dei loro progetti perfetti, sarebbero addirittura da invidiare.
Il loro problema fu che poi ci riuscirono a partire e a realizzare quel sogno perfetto.

Sandro tirò fuori la chitarra dalla custodia in similpelle marrone. Nessuno dei tre fece caso alla scritta in bianco “Sarpi Strumenti Musicali”. Pubblicizzava il  negozio in cui era stata comprata. Negozio che si era anche fatto una discreta reputazione, prima di cedere il posto, quasi venti anni fa, a un punto di una catena di cellulari.  Sandro accordò lo strumento. Cercò a tastoni l’antica confidenza con quelle sei corde. Istintivamente ripercorse nel suo repertorio quelle canzoni che una volta riuscivano a rompere il ghiaccio, a coinvolgere gli amici distratti in un coro. Ma niente. Cantava con voce troppo incerta e da solo.

Anselmo, che aveva profetizzato una serenità fisica e di pensiero fuori dal normale, si ritrovò a fare i conti con quel terreno di campagna. Sì un’ombra decente l’avevano trovata. Ma quel pioppo cipressino la proiettava sull’inizio di quella stadina di campagna. E il passaggio ripetuto di mezzi agricoli poco sensibili all’estetica dei campi elisi, aveva solcato pesantemente il suolo. Anche cercando il punto migliore, il fondo risultava comunque scomodo. I bicchieri (di vetro certo!) e il vino bianco furono comunque apprezzati. E l’interesse di Sandro e Melissa per la storia di quella vigna dove Anselmo era andato apposta a cercare quel valdobbiadene non era ipocrita. Ma, come ammise subito il sommelier improvvisato, la temperatura era eccessiva. E la imperfetta verticalità di quei tre calici poggiati sulla coperta, dava l’idea di spade piantate sui vinti, dopo una battaglia tragica.

Melissa aveva i suoi libri perfetti. Orecchie ripiegate ad arte e storie collaudate. Le stesse storie che aveva letto con la sua bella voce a ogni uomo nuovo, quando cercava di innamorarsene. Era una specie di rito che adesso, raro privilegio, rivolgeva ai suoi due amici. Era bello sentire quella voce. Sentire quei sentimenti che venivano distillati dalle righe di quel libro. L’attenzione di Sandro e Anselmo somigliava a una devozione sincera verso Melissa (che dicevano entrambi di adorare, con enfasi sovrabbondante). E se Sandro ancora si sforzava di tirare fuori qualche emozione che doveva per forza essere rimasta in impigliata alla sua chitarra, questo non leniva la sua attenzione alle parole declamate dalla sognatice col libro aperto in mano. Per essere del tutto onesti, bisogna precisare che quello che sperava di trasmettere Melissa, non arrivò a destinazione. Non del tutto. Tre pagine, anche le più emblematiche, estratte così di forza da un’opera organica, non potevano non causare un’emorragia di sostanza e di sentimenti. Qualche passaggio fu apprezzato, ma la bellezza del messaggio del libro fu percepito dagli ascoltatori più come atto di fiducia verso Melissa, che come folgorazione per quelle parole.

Imboccarono la strada verso le loro vite quotidiane prima che fosse tardi. E quando si dissero che era stato bello, che andava rifatto, che, che, che… ognuno sentiva di essere sincero ma al contempo di non riuscire a rappresentare davvero quella strana sensazione.
Misura di questo leggero disagio, fu che per un po’ di tempo non si cercarono. Ognuno di loro, nei giorni a seguire, scrisse sui social network frasi sibilline e lapidarie.
Frasi come: I sogni sono battaglie che vanno combattute in solitaria.

Troppa carta

gracchiAntonella quando scrive usa troppa carta. Pensa veloce e mette, senza farci caso, la matita tra i denti. Fino a quando sente il sapore della grafite e si riprende. La toglie dalla bocca, riprende il filo, si mette più composta. Raddrizza persino la schiena. E’ segretamente contenta di non averla mordicchiata. Ormai è grande, non si fa. Non più.
Da piccola, quando camminava sulle sue prealpi, parlava tanto. Ma tanto tanto. Anche se il suo momento preferito era quando la pendenza la costringeva a tacere. E la sua mente cominciava a parlare. Ed era un silenzio pieno di parole. E di erba, di sole, di aria di crinale, di tempo a venire. Di futuro tutto ancora da costruire.
Aveva facile il sorriso, Antonella. Le prealpi ti mettono la testa a posto. Ti fanno sentire lo sforzo, quello giusto. Ma non ti svendono l’idea di essere un grande scalatore. Sei uno che cammina, che suda, che fa fatica. Che spesso poi arriva. Ma che (sempre!) ci deve mettere voglia e energia. Non sei come quelli di Milano, a cui bastano un paio di costosi pantaloni a quadri per sentirsi Compagnoni.
Quando era in cima a quel poco da scalare, ogni tanto vedeva i gracchi. Piume nere di catrame liquido. Zampette rosse. Becchi gialli come quel granturco nascosto giù, nei rettangoli di verde scuro a fondo valle. Ma in quegli uccelletti, più di tutto, leggeva la capacità di trasformare quegli spintoni del vento in sospensione. In sogno, in volo, in viaggio. E non si spiegava come quei pennuti spettinati riuscissero a restare aggrappati al vento della cima come panni stesi. Veleggiavano a pochi metri da lei. Così vicini che anche lei iniziava a veleggiare, con la mente a molti anni da loro. In avanti. Pensava a quanto sarebbe stato bello, un giorno, imparare a volare. Imparare il vento, le correnti, l’aria.
Antonella quando scrive usa troppa carta. Ma con gli anni e la pazienza ha imparato a tracciare le righe. A disegnare rotte.
Si è persino iscritta ad un corso per guidare gli alianti. Dove cercare quel silenzio, quelle righe, quel vento, quelle parole.
Antonella quando scrive usa troppa carta. Ma Antonella, oggi, sa volare.

Storia minima e fastidiosa di due gocce di pioggia

Due gocce di pioggia - Storia minima e fastidiosa di due gocce di pioggiaErano proprio due gocce d’acqua. Certo, si assomigliavano. Ma non voglio dire che erano “come due gocce d’acqua”. Com’è difficile uscire senza danni dalle frasi fatte! Dai, ricominciamo.
Ma prima spegnete tutti i recettori di metafore, allegorie, similitudini. Perché questa è una storia vera! Una storia minima, inutile.

Avete presente una goccia d’acqua? Ecco!
In quel temporale estivo ce n’erano tante. Scendevano pigramente, quasi parallele. Cadevano verso alberi, prati, sassi, strade, polvere, tetti, biciclettine rosse lasciate sbadatamente in cortile.

Due di quelle gocce si conobbero nel breve tragitto tra nuvola e suolo. La loro leggerezza rendeva la caduta alquanto lenta.
La poca convinzione del vento poi, fece in modo da farle restare vicine per tutto il viaggio.
Come tutte le giovani gocce appena nate, avevano gli occhi pieni di sogni e di progetti.
“Io voglio trovare il modo di arrivare al mare. Seguirò le altre. Diventeremo pozzanghera. Poi rivolo, ruscello. Con un po’ di fortuna torrente.”
La portata del corso d’acqua cresceva di pari passo al crescere del suo entusiasmo.
“Oh sì, certo! Ce la faremo. Diventeremo fiume, ne sono certa! E quando saremo fiume, va da sé che da affluente arriveremo giù, giù, giù, dove il corso è lento e tutti gli affluenti donano al grande fiume la loro liquida ricchezza. E da lì arrivare al mare sarà quasi cosa fatta!”.
Senza rendersene conto aveva smesso di guardarsi attorno o di guardare in faccia la goccia che aveva vicino. Sognava. E quel futuro lo vedeva davvero. Con gli occhi. Riusciva a vederlo, tanto lo voleva.

La seconda goccia trovava terribile questa perdita di identità, questa omologazione. Questo essere qualcuno solo assieme agli altri.
“Invece io voglio trovare un’altra strada. Non voglio seguire le altre. Voglio rischiare. Anzi: voglio poter rischiare”. Sul suo volto lo stesso sguardo sognante. Solo declinato su sogni diversi.
Adesso sì che si somigliavano come due gocce d’acqua.
Caddero vicine. E ognuna, casualmente, ebbe davvero il destino che sognava.

La prima, alla fine, arrivò a essere mare.
La seconda cercò nuovi percorsi. Al mare non ci arrivò mai. Evaporò qualche ora più tardi.

E’ un vero peccato che questa storia sia così stupida e corta, da non suggerirmi chi aveva ragione. La trovo davvero fastidiosa!

Un sogno con la tovaglia a fiori

locanda casa costaQuando era il mio turno, passavo a prenderla per andare alla riunione. Facevamo volontariato assieme. Lei aveva due occhi di un azzurro così chiaro che la notavano tutti. (Se ci fosse quel cretino di Andrea Zago, qui, a leggere queste righe, direbbe che lui si è fermato una spanna e mezzo sotto gli occhi, e che non saprebbe dire di che colore sono. Ma Andrea era irresistibile proprio perché non perdeva occasione di fare il cretino. Ma questa è un’altra storia).
Cinzia non era mai puntuale. Ma arrivava colorata e trafelata, tanto che alla fine giravo il fastidio in benevolenza.
Nel tratto di strada da Cinisello al centro di Milano, parlavamo. Parlavamo tanto: di solito dell’università. O di progetti per il futuro immediato. Qualche volta addirittura di sogni per il futuro. Cose che vedevamo lontanissime e a cui non sapevamo dare una probabilità. Anche se eravamo molto diversi, facevamo volentieri quei tratti di strada. Andata e ritorno.
Cinzia sognava la campagna, la tranquillità di un posto suo. Ma senza rinunciare a quello che offre la città. Bella contraddizione questa frase. Ma è perfetta: questa era la Cinzia di quegli anni.

Poi passano gli anni e ci si perde di vista, anche se ho fatto in tempo a vedere un paio di volte Antonio (che sorprendentemente ha gli stessi occhi chiarissimi). Le bimbe invece solo in foto. Ma ormai sono passati anni. Una volta un matrimonio mi ha portato là vicino e non ci siamo incontrati per poco.

Mi è arrivata un’email qualche settimana fa. Mi chiede come sto e altre frasi di rito.
Poi la scrittura diventa di colpo luminosa. Dice che l’hanno fatta, lei e Antonio, quella pazzia. Hanno preso un vecchio casale in Piemonte e l’hanno trasformato in un locale. Non hanno abbandonato il vecchio lavoro, se ho capito bene, ma dalle foto è un posto magnifico.
Mi viene voglia di andarci, subito, con la mia famiglia. Sopportando ore di auto.
Non tanto per vedere il posto o per vedere Cinzia, Antonio e le bimbe con gli occhi azzurri.
Per vedere un sogno che gente sorridente ha avuto il coraggio di trasformare in muri, tavoli, fiori e aria.

(Non ci sono mai stato quindi come testimonial non sarei molto credibile: ma se il posto è come le foto del sito www.locandacasacosta.it dico che vale la pena farci un giro)

A piedi nudi nel parco

a piedi nudi nel parcoNon so individuare il momento esatto. Non riesco a risalire alla suggestione o al libro o al film che mi ha condizionato. Ma so che da sempre ho pensato al parco come un nido di pace e serenità. Pochi gli ingredienti: un parco, una coperta a quadri (a quadri larghi), i piedi nudi, un libro da leggere. E poi immergersi nella lettura, nella natura, nel fluire dei pensieri.

Sì, ma poi arriva un momento in cui si ha la possibilità di provare tutto questo. E l’erba non è soffice come nei racconti di Guy de Maupassant. Camminarci non è quella esperienza da canzone di Battisti. E quella che hai di fianco non ricorda Ali MacGraw. La coperta ha sotto la terra, che è dura e magari umida.
E ci sono i moscerini, che ti impediscono di abbandonarti nei tuoi pensieri. I passanti non sono sfumati, lontani e silenziosi sullo sfondo. Passano. Passano proprio lì, proprio vicino. Nella tua bolla di pace che si comprime e si scompone. A questo punto anche il libro, qualsiasi libro, diventa un fastidio inutile.

È che i sogni non vanno realizzati. Vanno tenuti là, sospesi. Bisogna avere il coraggio del poeta, che sa fermarsi un attimo prima.