scarpe

Cellulosa gentile

cellulosa

Anche tralasciando la deriva cacofonica, sono davvero strani i differenti destini che aspettano ogni singola cellula di cellulosa.

A volte la cellula nasce come parte di un filo d’erba. E dura il tempo di una stagione.

Altre volte nasce albero e finisce per restare imprigionata decenni nello stesso posto. Poi l’albero cade nel bosco e ogni sua molecola torna a liberare sulla terra i suoi componenti. Oppure no, viene tagliato dal boscaiolo. Allora l’albero diventa trave di una chiesetta e la cellulosa guarda per due secoli i fedeli che cercando un dio col naso all’insù.
Oppure diventa cassetta per la frutta. Assemblata, spedita, accatastata, riempita, consegnata, smaltita.
O può diventare legna da ardere. Il calore aumenta e con gioia la molecola viene divorata in un calore ipnotico di un caminetto.

Altre volte la cellulosa diventa pasta di carta e finisce in imballaggi, quotidiani, libri o quaderni.

Non so cosa pensino di preciso le singole particelle di cellulosa di questa riflessione. Ma so per certo che alcune di loro possono essere molto fiere del loro ruolo.
Alcune di loro sono diventate carta di block notes, su cui ho scritto una lettera anni fa, dal mezzo di una vacanza. A una lei che tornava in autobus, mentre il mio tempo continuava. Una nuova amica che non era una conquista. Era una amica destinata a restare amica a lungo. E quei sorrisini sono fuori luogo, davvero. Una sintonia fatta di stupidità e ragione, di divertimento e impegno, di sorrisi e rutti.
Non c’era innamoramento, no. E quello non è arrivato neanche dopo. Ma c’era una lettera che parlava di questa amicizia nuova.

Quelle particelle di cellulosa hanno resistito agli anni e alla noia, finendo in fondo a una scatola di scarpe. E poi, d’improvviso hanno rivisto la luce e hanno riportato a lei i ricordi e il calore di quell’agosto.
Tanto che ha sentito la voglia di mandarmene una foto, di quelle parole.

Ecco: io sono grato a quella cellulosa che è stata così delicata nei miei confronti per tutto questo tempo.

Colpa del vento

striscioneScivolano i mocassini di Mario, mentre si arrampica su quei due metri di prato in forte pendenza.
Si arrampica cercando di raggiungere la recinzione per legare quel cartello laconico. Tutto stampatello maiuscolo. “No ai licenziamenti”. E l’umidità della mattina rendono scivoloso quei due metri di erba.
Le auto aziendali passano davanti con la solita ostentata indifferenza. Andando a occupare ordinatamente i posti macchina, in un rigidissimo ordine di scomodità crescente.
Scivolano i mocassini di Mario. Le suole liscissime non hanno mai calcato un prato. E non è facile tenere l’equilibrio quando il peso di uno striscione e dell’imbarazzo ti tirano verso il basso.
Nel legare quello striscione Mario è come distratto. Ripensa a quando ha visto quel comunicato sindacale, quello che lo riguarda da vicino. Il suo reparto bla bla bla a partire dalla data bla bla bla misure bla bla bla. Parole che adesso gli tornano in mente a pezzi. Come fossero lampi. Parole staccate dal testo. Mobilità. Scorporo. Esternalizzazione. Riduzione.
Ripensa alla vergogna che lo ha fatto arrossire, a casa, parlandone con sua moglie. Rileggendo quella fotocopia, senza riuscire a darle una vera spiegazione. Senza riuscire a darla a sé stesso.
Perché Mario, lo conoscono tutti, è sempre stato una brava persona. Uno di quelli che non devi chiedergliele due volte, le cose. Uno che non si è mai tirato indietro quando c’è da far tardi in ufficio. Uno che non ha sabati e domeniche, né agosti, quando serve la sua presenza.
Perché Mario si sentiva utile. Insostituibile. Uno che però sapeva cosa rispondere a sua moglie, quando brontolava appena. Sapeva parlare di responsabilità, di impegno, di soddisfazione di fare un buon lavoro. Con una calma consapevole che la convinceva sempre.
E adesso è lì appeso in quel modo così goffo che non si capisce se è lui a reggere lo striscione o viceversa. E’ lì quasi distratto. E pensa a tutti quegli anni, a quei figli grandi non ancora fuori casa, a quel fondo scivoloso.
Ed è quasi contento che le macchine dei colleghi passino con indifferenza.
Perché non capirebbero che quegli occhi lucidi sono colpa del vento. Colpa del vento.

Le scarpe fuori

lescarpefuoriSamira è nata a Sarajevo, ma adesso vive a Torino. L’ho conosciuta quando io facevo volontariato e lei era stata reclutata per fare da interprete per un progetto della Regione. Erano gli anni dell’università e d’estate preferivo spendere il mio tempo così, piuttosto che frequentare riviere piene di discoteche piene di gente piena di gel. Tutta questa pienezza mi dava un senso di vuoto. O forse era solo la mia inettitudine, chissà. Samira, senza che glielo chiedessi, mi ha preso come fratello minore. Dall’alto dei due o tre anni più di me, continuava a darmi consigli e a brontolare in quell’italiano senza articoli.

Mi spostavo con i mezzi pubblici allora. E all’occorrenza usavo la Citroen AX di casa. Quell’utilitaria era usata mia mamma e da noi figli. La mamma metteva la benzina, noi litigavamo per usarla la sera. Nessuno la puliva. Mai. Non che ci fossero i cartoni di pizza e i bicchieri di carta come nei telefilm americani, ma non era per niente pulita. Snobbavamo la cura dell’auto. Più che per pigrizia, era per un malinteso senso di superiorità verso quegli omini medi che passavano il sabato mattina con la cera arexons e la pelle di daino.
Ma alla fine i volantini messi sotto i tergicristalli, gli scontrini, la polvere, finivano per stratificarsi sul cruscotto e nei vani portaoggetti pericolosamente capienti.
Simone: guarda come è questa macchina!”
“No, ma guarda, la macchina non è mia… la usiamo tutti… è uno strumento, non una cosa importante…

Ma poi se ci porti ragazze cosa pensano? Che sei sporco anche tu, come qui”
Io sorridevo di questo punto di vista, ma questa attenzione (a un aspetto lontanissimo dal mio sentire) mi è sempre rimasto in mente.

Qualche anno dopo con Francesca siamo andati a trovarla. Visitando Torino ci siamo fermati a dormire da Samira e Marco. Si erano sposato da poco e abitavano in centro, a Torino.Lui ci è nato. Lei ci viveva da qualche anno, e la guerra aveva reso definitiva la provvisorietà di questa residenza. Quando siamo arrivati in casa ci ha fatto lasciare le scarpe fuori. Una tradizione bosniaca, arrivata probabilmente dai riferimenti islamici di quella terra.
All’inizio questa richiesta mi ha imbarazzato. E se i piedi puzzassero, dopo una giornata passata in giro da turista? E se le calze fossero bucate?
Ma più di tutto mi mancava la barriera, la protezione che danno le scarpe. Ci ha dato un paio di ciabatte di pezza a testa, dicendo che non eravamo obbligati. Ma come facevi a dire di no?
Questo gesto tradizionale, semplice, per qualche aspetto intimo, ci ha colpito molto. Tanto che il giorno dopo ci siamo detti “quando avremo una casa anche noi facciamo lasciare le scarpe all’ingresso e diamo le ciabatte ai nostri ospiti”. Un proposito che spesso abbiamo mantenuto.
Un modo di accogliere che fa sentire a casa propria. Distingue chi è di passaggio da chi è amico. E’ caldo, accogliente, pulito.

L’ho rivista un paio di anni fa, Samira. Passavo per Torino ed è venuta a prendere un caffè alla stazione. Ha un bambino bellissimo, che magari è troppo grande per sentirsi chiamare bambino. Un bambino con gli occhi verdi e un accento sabaudo che un po’ mi fa ridere. Un bambino che lascia le scarpe all’ingresso e che brontolerà quando la mamma gli dirà di tenere pulito il cruscotto della sua macchina.

Si riparano scarpe

riparazione delle scarpe di un bimboMi sono chinato con Federico e ho preso tutti gli strumenti. Gli stessi che anni prima prendeva mio padre e quello chinato con gli occhi aperti ero io. (Mi sembra davvero strano dover ammettere che stavolta il grande sono io). Ma non mi distraggo e andiamo avanti.

Abbiamo tutto. Scarpa da aggiustare, carta di giornale, nastro di carta e colla.
Colla è certo un termine troppo vago per una équipe di specialisti che sta affrontando una delicatissima operazione a tomaia aperta. Ma serve per farci intendere dal grande pubblico.
Luca, che ha due anni scarsi più di Federico, gli passa le scarpe, quando non gli stanno più. Federico le mette volentieri perché sono “le scarpe dei grandi”. Finché dura questa interpretazione facciamo volentieri qualche economia.
Solo che, questo meccanismo perfetto, è intralciato dal fatto che Luca le “apre” in punta. Forse un passo sbagliato di quando calcia il pallone. O forse mette troppa foga nella corsa e nel tuffo finale. A cinque anni e mezzo non puoi permetterti il lusso di arrivare secondo. No di certo!
Ma io e Federico adesso siamo chinati sulla scarpa. Lui mi passa la carta e io didascalico: “Guarda: facciamo una pallina di carta e la ficchiamo dentro la scarpa. Così tiene la forma”. Mi passa il Bostik-adesivo superchiaro. Che ha lo stesso odore di solvente e di sogni di quando l’assitente-primario ero io. Due punti di colla. Chiudiamo. Suturiamo con un nastro di carta per permettere alla colla di cicatrizzare nella giusta posizione.
Certo i tre anni e mezzo di Federico non gli permettono di aspettare che la colla si asciughi. Lo vedo che è una fatica immane. Ma disciplinatamente aspetta.

Quando poi il lavoro è fatto e dobbiamo guardare il risultato, lo faccio fare a lui.  E lui è così fiero di raccontare ai suoi fratelli tutto il procedimento. Come se svelasse una ricetta segreta. Tramandata di padre in figlio. I fratelli maggiori non alzano neanche gli occhi dal cartone che stanno guardando, ma non importa.
Il valore di quella scarpa per me è così grande, che nessun cartellino del prezzo è in grado di esprimere.

Scarpe

Quando ero piccolo avevo una fissazione per le scarpe. Non che ne volessi molte. O che le volessi belle. O costose. Solo che mi ero convinto che dalle scarpe si poteva capire molto della persona che le portava. Avevo elaborato la Teoria Generale delle Scarpe.

Chi portava scarpe brutte non aveva gusto. Ma spesso anche non dava importanza alle cose secondarie perché era sicuro di sé. Brutte secondo il mio gusto, ovviamente. Ma le Teorie Generali elaborate dai bambini di 8 anni qualche difettuccio rischiano di averlo.

Chi portava scarpe “troppo alla moda” erano da una parte coraggiosi. Ma dall’altra non avevano abbastanza senso del ridicolo e del pudore. Se da una parte mi affascinavano, mai avrei voluto assomigliare a loro. Almeno: non a costo di mettermi quelle scarpe!

Chi portava i sandali lo vedevo come una specie di Asceta. Uno che non ha bisogno di approvazione. Uno stabile, insomma. E che sa quello che vuole. Che sta così bene con sé stesso che non ha paura di mostrare i piedi.

Uno che mette scarpe costose (non le mie Canguro o TepaSport di allora) vuol dire che è uno che ha i soldi. E chi ha i soldi magari è più felice. Ma magari sa meno guadagnarsi le cose e se le gode meno. Un giorno avrei chiamato questo meccanismo razionalizzazione. Ma a otto anni no. Lo chiamavo scarpe dell’Adidas.

Gli uomini che mettono i mocassini erano grigi. Anche se i mocassini erano marron. Perché allora dicevo “marron” e non “marrone”. Vedevo i portatori di mocassini com uomini piegati tra il dovere quotidiano del lavoro in ufficio e la sacra esigenza di essere comodi. Quindi persone fin troppo inclini al compromesso. E se da un lato provavo un po’ di pena, dall’altro ne ammiravo la umiltà.

Quelli che mettevano gli stivali poi erano un altro pianeta. Non dico gli utilitaristici stivali di gomma nera. Dico proprio gli stivali stivali. Quelli di pelle. Che univano la scomodità evidente ad un costo sproporzionato ad una calzatura. Pur con ragioni opposte li vedevo ai margini della mia teoria. Come gli accaniti indossatori di zoccoli di legno.

Ma poi sono cresciuto e questo tic mi è passato. E adesso sì che sono felice, che posso comprarmi le scarpe che voglio!