Oltre quelle linee

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Prima della corsa appoggio i piedi pesantemente, uno alla volta, sul solito muretto del cancello. Aspetto che il cronometro agganci i satelliti per darmi una misura aggiornata della mia lentezza. Un piede su, un minimo spostamento in avanti per tirare i muscoli dietro la gamba. L’altro piede su, lo stesso minimo spostamento di prima. È in quel momento che mi accorgo di te.

Tagli l’aria calda della sera con le tue dannate traiettorie che sembrano passaggi di bisturi. Precisi, perfetti, affilati, netti. Nessuna sbavatura in quel volo senza quasi muovere le ali. Come mossa da una forza segreta, che a noi con i piedi pesanti non è dato di capire.
Inizio la mia corsa, ho la solita routine, il solito giro da portare a termine. Dopo qualche chilometro arrivo in un punto dove attorno alla pista ciclabile non ci sono case. E ti ritrovo lì.  Le stessa linea perfetta di sempre, gli stessi occhi piccoli e perfetti, la stessa assoluta mancanza di sorriso. E allora ho capito, ho capito chi sei.

Pensavo che sfrecciassi a pochi centimetri da terra e poi alta in cielo fino a perderti per un tuo ruolo non scritto. Pensavo cercassi nutrimento, che compissi il tuo dovere. Invece cerchi altro. Ci leggo un’ansia, ci leggo un amore, ci leggo una speranza da affossare, in quel tuo volo.
E finalmente ti riconosco, oltre quelle piume. Oltre quelle linee la tua linea. Oltre quella tristezza la tua tristezza. Oltre quella bellezza. Oltre.

orgogliosamente

arcobaleno

Domani a Roma c’è una manifestazione. Si chiama pride. Nasce da quella che si chiamava gay pride, ma ha cambiato nome inserendo al posto di gay il nome della città. In effetti il nome era sbagliato in ciascuna delle due componenti. Sembrava quasi volesse sottolineare una differenza. L’orgoglio di essere gay. No: l’orgoglio deve essere di poter essere liberamente quello che si è. E quindi l’orgoglio (di tutti) dovrebbe essere quello di vivere in una società arrivata a un livello di civiltà in cui essere gay o etero o non so/non risponde non fa la differenza.

Coi miei figli (che sono alle elementari) ho affrontato domande sulla omosessualità. In un modo che probabilmente avrebbe dato fastidio sia ai sostenitori a oltranza della libertà totale, sia api paladini delle tradizioni chiuse.
Ho detto che normalmente un uomo ama una donna. Ma ci sono uomini che amano uomini e donne che amano donne. E che se una società è libera non tratta male chi ama una persona del suo stesso sesso. Anzi: il livello di civiltà di vede da come sono tutelate le posizioni più deboli. Ecco: l’ho fatto così, ma senza tralasciare di passare il concetto di normalità. Ho paura infatti che i bambini non sappiano fare la differenza e finiscano per assorbire un concetto confuso.

“Ah siete tutti bravi a parole, ma voglio vedere se tuo figlio ti dice che è gay come ci resti”.
Questa frase me la sono sentita dire tante volte e ci ho riflettuto. A prima vista è vero: sarebbe un dolore per me. Non tanto perché un mio ipotetico figlio non andrebbe a soddisfare ipotetiche aspettative che ho riposto in lui o in lei. Quanto perché sarei seriamente preoccupato che possa subire dei torti maggiori degli altri suoi coetanei e essere meno facilmente felice. Ma poi mi viene voglia di scrollarmi di dosso tutti questi pensieri ammuffiti e di andarci, alla manifestazione, con tutta la mia famiglia. Tutti assieme per vedere da vicino che siamo tutti uguali. Sarebbe il modo giusto per relegare sullo sfondo il solito brusio di chi ha le idee chiare soprattutto sulla vita degli altri.
Sorrido al pensiero, ma poi mi ricordo che questo weekend abbiamo così tanti impegni da togliere alla ipotesi qualsiasi realismo. Pazienza, magari lo faremo un’altra volta:

Amarsi a tratti

equilibristaViste le vite frenetiche che conducevano, quando si conobbero non sapevano proprio come amarsi. Non che le avessero scelte, quelle vite, ma una volta trovaticisi dentro, non era proprio ipotizzabile uscirne.
Nonostante questo, crebbe in loro un sentimento incontrollato. Forte, molto più di quanto avrebbero potuto ipotizzare. Persino più di quanto erano in grado di gestire, infilandolo nelle loro ordinatissime agende di appuntamenti. Viaggi da fare, scadenze da rispettare (o almeno da affrontare con ansie rinnovate), obiettivi da raggiungere, impegni da incastonare.
E poi i passi avanti, i maledetti passi avanti: chi ha il coraggio di rinunciare a quelli, dopo tutto il tempo e la fatica impiegati per cercare di raggiungerli! Le vite sature di entrambi, quindi, non consentivano di aggiungere altro. Eppure non seppero resistere.

Si lasciarono spingere come da un vento improvviso, di quelli che ti aspetti solo un po’, ma quando arriva ti fa perdere il ritmo e per non cadere in avanti devi fare piccoli passi svelti per recuperare l’equilibrio.
Dopo di questo capirono che non c’era spazio e si trovarono, inspiegabilmente, ad amarsi a tratti. Sì, a tratti. Non fu una vera decisione. Fu piuttosto un assecondare una situazione ineludibile. Continuarono a condurre le loro vite piene, ma a tratti si amavano pienamente. In quei tratti si concedevano l’un l’altra senza riserve e senza ipotesi sul futuro. Per poi tornare altrettanto pienamente alla vita precedente. Affrontandolo da un punto di vista teorico, il problema era proprio di sincronizzare quei tratti. Di fare in modo che il tratto pieno non coincidesse con il tratto vuoto dell’altro. Erano come equilibristi sulle linee tratteggiate al centro della carreggiata: in quei giochi di bambini dove vale solo calpestare il bianco e se vai sul nero sei morto. Ma morto davvero, eh; ché nei giochi dei bambini non si scherza!

Saltellavano dentro e fuori da questo amore vivendo lo strano imbarazzo di dover ricondurre a una logica qualsiasi questa completa ma alternata appartenenza. E la cosa paradossale è che non avrebbero mai barattato questo ticchettio sentimentale con nessun rassicurante suono costante.

Stupore

civettaPoi d’improvviso capitano cose che ti lasciano a bocca spalancata. Si dico a te, proprio a te. A te che magari nascondi in una battuta arrogante la paura di essere colto a emozionarti. A te che preferisci parlar male delle persone perché sai che prima o poi un te l’avevo detto lo potrai fieramente brandire. A te che rimbalzi tra un sono tutti così e un se l’è cercata

Capitano esperienze improvvise che non avevi messo in conto. E che ti fanno cadere dal tuo sgabello di certezze.

Trovi una canzone di un cantante che odiavi che all’improvviso parla di te. Vedi una palla di storni nel cielo di un ritorno dal lavoro e d’improvviso vorresti che quella maledetta coda fosse ancora più lenta, ancora più ferma, per poterli guardare senza mollare la frizione. Senti una frase di un bambino che ha dentro tutto e in un attimo ti fa capire quanto sei stato cretino a nasconderti in tante parole complicate. Ti arriva un messaggio di chi ha letto una tua frase travisandola e voleva ridere di questo con te. Ti trovi per un caffè al volo e la voglia di chiacchierare è così tanta che il caffé diventa freddo e non te ne frega niente. In una pioggia torrenziale dopo esserti bagnato fino alle ossa capisci che non ha più senso resistere e che non è poi questa sciagura. Guardi una borsa della spesa da cui spunta una gamba di sedano e ti sembra la cosa più bella del mondo.

E allora come fai? Fingi che vada lo stesso tutto male per non dovere ammettere che la speranza l’hai buttata via troppo presto? Oppure (peggio) fingerai che vada comunque tutto male, fingerai di non provare nessuna emozine, fingerai di poterti rifugiare ancora nel tuo pessimismo di facciata, così comodo così calduccio.

Fingi, fingi pure. Tanto quando chiuderai il portone dietro di te fischiettando quel motivetto scemo, io sarò li. E ti riconoscerò.

Spegni e riaccendi

treniveloci

Dei treni di oggi mi piace il fatto che i posti sono prenotati, almeno su quelli a lunga percorrenza, alta velocità e caro prezzo.
Ma il fatto di arrivare e di sapere che ho il mio posto mi fa iniziare il viaggio con un umore migliore. Meglio ancora sono quei treni che hanno i sedili a due a due, come le corriere di provincia, o come gli aerei.
L’ultimo viaggio, però, mi è capitato un posto dei quattro centrali. “Beh, pazienza. Mi metto i miei auricolari, tiro fuori libri e appunti che tanto non riguardo e mi isolo come si deve”

“…usi… gnere…staluce?”
“Eh?!?” dico io cercando di essere cortese, mettendo in pausa senza togliermi le cuffie… “Come diceva?”
“Chiedevo se lei la sa spegnere questa luce?”
E mi porge un telefono diverso dal mio, con la lucina LED del flash accesa, bloccata.
Prima che io possa dire che non lo conosco, chiudendo l’intrusione con un mi spiace, mi ritrovo già lo smartphone in mano. Deve essere una cosa veloce, penso, e inizio a provare.
Cerco una app con una icona che ricordi una torcia elettrica o una luce d’emergenza, ma niente. Scorro a caso cercando un indizio ma ancora niente. Cerco le impostazioni, ma in questo IOS non so neanche come è fatto.
La padrona del telefono comincia a parlare, io l’ascolto poco. Lo fa con un modo strano, non invadente.
“Sto tornando da Milano, dove abita mia figlia, ha ventitre anni, studia arte…”
Io continuo a cercare di districarmi da quel compito che non ho cercato. Ma quando dice “mia figlia” alzo ancora gli occhi. Non mi torna l’età. Avrà quarant’anni, come fa ad avere una figlia ventenne che vive in  un’altra città? Ok, va bene tutto, ma qualcosa non mi convince. La selva di icone comincia a essermi straniera.
“È lì da poco e adesso aveva bisogno di me. Ho lasciato i due piccoli col padre e mi sono sentita in dovere di partire”

Alzo gli occhi. Questa voglia di raccontarsi mi fa sentire bene. Non so perché ma non sono in imbarazzo se questa sconosciuta mi racconta i fatti suoi. Tengo il suo cellualare in mano ma non lo sto più guardando.
“Eva e il suo ragazzo si sono appena lasciati. Insomma lui l’ha lasciata, l’ho capito dall’angoscia ingiusta che aveva addosso. Da come mi telefonava. Dal bisogno non espresso che aveva di me. Perché una mamma queste cose le capisce sempre. Magari poi non sa come affrontarle, ma le capisce…”
“E cosa si dice in questi casi?”
“Mah non so…” sorride. Come se dovesse darmi la risposta giusta che non conosce.
“Solo che il fatto di essere andata a trovarla, l’ha fatta sentire bene. Ha persino cambiato le lenzuola e fatto finta di non fumare. E poi mi ha portato nella sua vita. A teatro, dove fa qualche lavoretto. E poi coi suoi amici strampalati. E soprattutto mi è stata vicino e ha parlato parlato parlato parlato e parlato. E parlato ancora. Tanto che non sapevo più cosa dirle, davvero!
E infatti ho fatto la cosa più sensata che potessi fare: starla a sentire. Senza correggerla, senza suggerire niente. Senza darle solidarietà o consigli banali. Solo fare vedere che c’ero” Si corregge subito “Che ci sono”. Dice quel ci sono con una bella, invidiabile fierezza.

Io penso ai miei di figli. “Io ne ho tre, ma sono piccoli. Vanno alle elementari. Stavo riflettendo a quando, un futuro, mi troverò anche io nella stessa situazione. Sempre che ai papà qualcuno abbia voglia di raccontare queste cose…”
“Io davvero… non so… ma anche una mamma non sa come affrontarle”
È una donna magra, alta, mani lunghe. Un aspetto molto piacevole, ma del tutto naturale. Forse senza trucco, comunque senza trucchi evidenti. Di strano ha solo un paio di scarpe assurde, a metà tra ballerine e scarpe da tennis. Gradevolmente brutte. Anzi no: decisamente brutte. Leggo sulla copertina della sua agenda che si chiama Anna. Sì, Anna è anche un nome che le somiglia.
Riprendo il mio ruolo di assistenza tecnica  e cerco la soluzione per il suo telefono. Ma è passato del tempo e la tastiera si è bloccata. Glielo devo restituire e un po’ mi spiace.
“Si è bloccata la tastiera. Non ho trovato la soluzione. Magari spegnendolo e riaccendendolo va a posto”. Ok, ho detto una banalità, ma magari funziona. Funziona sempre questa cosa di spegnere e riaccendere. Chissà se anche con i figli, quando sono in crisi, si può fare qualcosa di simile. Chissà se con Eva e Anna funziona questo trucco di spegnere e riaccendere. O forse basta stare vicino, vedere che la tua disperazione sta a cuore a qualcuno. Riprendersi dai baratri, risalire.

“Ah grazie. Funziona. Grazie mille”. Un sorriso pieno di gratitudine.
Cerco un pretesto per fare altre domande, per chiedere, per sapere. Ma non trovo niente e torno a ascoltare la mia musica. In un giorno in cui sento che la mia bossa-nova non è mai stata così noiosa.

Nuova richiesta

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Se potessi prendere un centesimo ogni volta che qualcuno, al mondo, pronuncia un a determinata frase, non avrei tanti dubbi. Sceglierei la frase “in fondo non ci si conosce mai davvero”.
Un po’ perché c’è sempre qualcuno che, dai e dai,  se ne rende conto. Un po’ perché l’ho detta e pensata anche io. Ma abbandonando per un attimo i miei propositi di guadagni facili, oggi c’è una cosa che prima non c’era. La facilità di conoscersi.
Con questi nuovi strumenti siamo tutti più vicini. Nel bene e nel male. Siamo interconnessi, siamo attaccati, vicini sempre. Non dobbiamo più aspettare la metà del pomeriggio per andarci a sedere sul muretto dove forse arriva quella, dove forse passa quello, dove di solito si trovano quelli.

Quando mi arriva una richiesta di amicizia (locuzione irritante, ma che ormai è stata sdoganata) io la guardo come una sorpresa.
Da piccolo, a casa di mia nonna, c’erano scatole in cima agli armadi (o nei cassettoni dei comò) pieni di oggetti poco ingombranti e fondamentalmente inutili. Per me erano un tesoro. Probabilmente erano appartenuti a qualche vecchia zia morta da tempo o a chissà chi. Per me era una meraviglia continua. Bottoni, pezzi di ingranaggi, monete con i profili di re che han perso il referendum con la storia, sostegni di zampironi, santini ingialliti, sfere di cuscinetti, segnalibri, rosari, pennini senza più penne. Io poi non prendevo niente, ma guardare in quelle scatole era una gioia. Sembrava di poter leggere quelle vite lontane.Era un po’ curiosare un po’ scoprire.

Provo un po’ la stessa sensazione quando mi arriva una richiesta di contatto nei social network da uno sconosciuto. Guardo e cerco di farmi un’idea. Guardo quello che scrive, da dove viene, le foto che ha messo. Annuso ciercospetto. Un violoncello, il pane coi semi di papavero, una foto brutta di un bellissimo pupazzo di neve che ha per occhi delle bacche stellate, un papà coi mocassini chinato di fianco a una bimba coi capelli tagliati in casa, una pila ardita di sassi in equilibrio, libri chiusi, libri aperti, librerie, scarpe buttate in un angolo dopo una corsa, raggi di ruote di biciclette da usare di sabato, Clarks’, un piede che punta il soffitto avvolto in calzini a righe, posti che a qualcuno devono aver detto qualcosa.
Poi richiudo la scatola e non prendo niente, ma mi piace questa sensazione.

Effetto Doppler

doppler

Mi avvicino a questo passaggio a livello (con barriera) e la sbarra sta scendendo. La vedo da lontano. Più veloce di quanto pensassi. Io che vivo in città mica ci sono abituato a queste scene. A dire la verità non sono neanche sicuro che sia la strada giusta. Da quando abbiamo i navigatori in auto abbiamo perso la consapevolezza dell’itinerario. Siamo solo preparatissimi a quello che avviene dopo la prossima curva. E di solito è uno svoltare a destra, tenersi sulla sinistra, proseguire per via qualcosa…

Mi aspetto il treno che non arriva, c’è un sole che non si è ancora arreso alla fine del pomeriggio. Ma forse ha ragione lui, sono io che ragiono col calendario invernale. Il treno non arriva e inizio a pensare a te a cosa ti direi, a come te ne sei andata. Che quando era il momento ti avvicinavi a me e ti sentivo squillante, fresca, affascinante. Poi quando sei andata via hai cambiato tono. Tutto mi sembrava cupo, come se fosse sempre stato cupo, cupo fin dall’inizio, tutto filtrato su tinte sbiadite e poco contrastato. E ancora non mi spiego come è stato, come abbiamo fatto, come?

Ma tu non ci sei e queste cose me le racconto da solo. Aspettando un treno che ancora non arriva, una sbarra che ancora non mi libera la via. Tanto non saprei neanche come dirtele, tanto non sarei libero: continuerei a pensare a come prenderai quello che ti sto dicendo. Finirei per dirlo male

Finalmente arriva il treno e per qualche strano rito suona la sua sirena, accivinandosi al passaggio a livello. FI FI FI FI FI FOO FOO FOO FOO. Sì, proprio così dei colpi di sirena, tutti uguali che prima suonano alti. FI FI FI FI squillanti, freschi. In un certo senso vivi e affascinanti.

Poi scivola veloce davanti e il suono si fa cupo FOO FOO FOO.

È l’effetto Doppler, dicono. Il cambio di tonalità è colpa del fatto che la sorgente del suono si muove rispetto a chi lo ascolta e questo cambia la lunghezza d’onda percepita e il suono cambia e bla bla bla.

Passa il treno ma tu non ci sei. Anche questa sirena del locomotore è un po’ come te. Allegra e squillante quando si avvicinava e cupa dopo. Ma queste cose, se fossi qui, non te le racconterei. Cosa vuoi che te ne freghi dell’effetto Doppler!

 

 

scivolando piano

fluido

Gianluca aveva vinto quasi del tutto quel senso di disagio che provava nella sfilata obbligatoria da spogliatoio, doccia e vasca.

Aveva pensieri che somigliavano a una lettera per la quale non serviva affrancatura o codice di avviamento postale.

Pensava a mente alta: “Chi lo avrebbe detto che mi sarei trovato ancora in una piscina, io che con l’acqua ho un rapporto così difficile. Non mi sono tuffato dal bordo, come quando c’eri tu. Mi sono seduto, i piedi dentro, a cercare sul fondo il mio coraggio.
Qui mi sa che tocco persino, ma il mio pensiero è un altro. Penso a quando c’eri tu, che era un miracolo vederti scivolare sul fondo, quando davi prova di acquaticità. Ti davi una spinta forte sul bordo e andavi in apnea a poche spanne dal fondo e ogni movimento sembrava la cosa più facile. Andavi così, fino al muro in fondo. Scivolavi piano.
Io cercavo di seguirti, di imitarti, di plasmarmi. Ma quell’acqua per me aveva un sapore diverso. Palato naso bronchi muscoli tesi. Poi piano piano ci siamo allontanati, ognuno per dar retta ai propri egoismi, ai piccoli capricci di cui ci prendiamo il lusso. Sono aumentate le pause tra una parola e l’altra. Ripensamenti silenzi. Distanze che si allargano, messaggeri sempre più affanati tra gli avamposti dei nostri sogni. E sei andata via, scivolata piano.”

“Che fai non ti butti? Aspetti che si riscaldi?” L’istruttore in ciabatte ripesca Gianluca dalla sua missiva.

Gianluca allora si decide, pianta i palmi a fianco del sedere, sposta il peso del corpo in avanti e si cala piano. Fa entrare l’acqua negli occhialini per togliere vapore e ultime remore e piega le gambe per immergersi. Cerca una posizione il più possibile idrodinamica e si spinge con tutto l’amore che ha. Piante dei piedi contro il muro a piastrelline, contro le distanze, contro il passato.

“Eccomi, ti raggiungo, non so come ma scivolo piano verso di te. In apnea scivolo piano. Piano”

Il gioco degli avanzi

murettodelmare

Ti ricordi quel banchiere disonesto (come si chiamava? Dai, sì che lo ricordi!) Quello che tra le tante fantasiose porcate per arricchirsi sempre di più aveva individuato i conti dormienti. Conti che nessuno toccava da tanti anni. Probabilmente conti dimenticati di suoi correntisti troppo distratti o troppo morti per ritirare i soldi. E aveva trasferito quei contanti polverosi sui suoi conti. E poi, non sazio, aveva cambiato le regole di arrotondamento per cui sulle operazioni non si prendevano il numero giusto di decimali ma quelli che gli convenivano di più. Certo, sono centesimi, per qualche centesimo chi protesta? Per qualche centesimo chi si indigna? Ma centesimo dopo centesimo dopo centesimo aveva messo via una bella somma.

Ecco: non voglio trovare un altro modo truffaldino per fare soldi. Mangio tutti i giorni, cosa me ne faccio dei soldi?
Vorrei che usassimo questa furbizia da criminale da quattro soldi per stare meglio.

Hai un’idea di tutte le occasioni, tutte le speranze, tutto l’amore lasciato in giro? Ecco: ho capito che è tutto un grande spreco.
Allora andiamo, improvvisiamoci cercatori, fungaioli di sentimenti, pescatori di residui di emozioni.

Andiamo sui muretti del mare, abbandonati dopo il secondo colpo di clacson di un padre impaziente alla guida di una macchina già carica. Soffiamo via un po’ di sabbia fine e mettiamo nel cesto quel residuo di speranza abbandonato lì, aspettando il momento di tornare a metterlo a posto. Momento che poi non è stato.

Andiamo fuori dai cancelli della scuola. Tra gli sguardi dei ragazzi che vogliono capire se la sua classe è giù uscita, ma senza farsi vedere. E quante ansie, quanti se poi mi vede, quanta tensione da risintonizzare con un movimento minimo.

Andiamo nelle corde di una chitarra suonata da soli. Piena di parole che si trasformano in storie. E da lì tanto amore vibrato tra il nylon e l’acciaio fatto vibrare senza maestria, ma con grandi proiezioni.

Andiamo tra le righe di un libro che ormai chissà dov’è finito. Ripeschiamo quei sogni, grattiamoli via di frase in frase. Miniera d’oro prodigiosa, dove più estrai più continua a brillare.

Andiamo sulle montagne e raccogliamo dalle cime tutti i rimorsi, tutti i se tu adesso fossi qui, tutte le felicità incomplete. Stappiamole, apriamole, liberiamole.

E poi torniamo a valle, coi polmoni pieni di aria così nuova da farci sentire nuovi. Persino noi. Nuovi davvero.

Volare fino al cielo

volare bambino aereo

Samuele parlava sempre di aerei. Amava gli aerei, giocava con gli aerei, costruiva aerei.
Ad ogni compleanno non c’era bisogno di chiedergli cosa desiderasse, ma solamente cercare varianti accettabili. Aerei di latta, di balsa, di plastica. E se proprio deve essere un libro allora che sia un manuale sugli aerei di carta.
In fondo è una passione simpatica, conosce tutti i nomi, tutti i modelli. È un vero spettacolo perdersi nel suo sguardo quando parla di aerei tracciando rotte limitate al raggio delle sue giovani braccia.

Oggi è un giorno speciale per Samuele. Si è svegliato presto, molto prima del necessario. Quando suona il campanello sa già chi è.
Apre dicendo “Ciao nonno, sono pronto, andiamo!”
Salendo in macchina il nonno cerca di spostare l’attenzione verso la natura. Flebile tentativo di farlo distrarre da quell’attrazione tecnologica.
“Guarda le rondini, non sono perfette? Guarda le traiettorie… Quando ero bambino la sera mi sedevo sul gradino davanti a casa e le guardavo fino a quando c’era luce. Filavano a una spanna da terra e sembravano legate a un filo. Quelle ali sottili, quella magia, quelle…”
“Nonno, facciamo tardi…”
Il nonno non prese come un’offesa quell’interruzione. Capiva benissimo l’impazienza che nasceva da una grande passione.

Il motorshow proponeva attrazioni di tutti i tipi. Moto, auto da rally, nuove soluzioni tecnologiche. Ma il vero motivo per cui erano lì era la sfilata di vecchi aerei. Samuele non stava più nella pelle quando iniziarono a passare i biplani.
“Li immaginavo più grandi, sai?”
Poi gli aerei della pattuglia acrobatica. Cabrate, picchiate, figure nel cielo fino a quasi scomparire per poi avvicinarsi tanto al suolo da far temere per la loro sorte.

Quel sorriso così ampio di colpo si fa meno convinto. Sono passati gli aerei della pattuglia che lasciava scie bianche nel cielo.
La scia adesso si dissolve a poco a poco accompagnando il suono sempre più lontano dei loro motori a pieni giri.
“Nonno tu muori?”
“Ma no, cosa dici? Sto bene…”
“No, non dico adesso. Tu sei vecchio: tu muori? Gli aerei sono bellissimi, sono passati e adesso non ci sono più.”
Il nonno non rispose subito con le parole. Preferì appoggiare la sua risposta su un solidissimo sorriso.
“La scia degli aerei che è passata è bellissima. Ma dura poco. Ma se non fossimo venuti qui non l’avremmo vista sparire, ma non l’avremmo neanche vista e non ci saremmo stupiti della sua bellezza. Valeva la pena venire. Anche se poi è finita.”
“Dice la nonna che poi quelli che muoiono vanno in paradiso…”
“Non lo so Samuele. Io al paradiso non so se ci credo. Vedi: prima abbiamo fatto tante fotografie agli aerei e persino alle loro scie. Io quando ero pilota ci sono stato tante volte sopra le nuvole e un paradiso non l’ho mai trovato. Non ci ho visto nessuno.
Vedi Samuele, io penso che i bei momenti assieme sono delle belle fotografie. Magari le nostre vite sono come quelle scie bianche, che piano piano si sciolgono per lasciare spazio alle altre. Ma i bei momenti assieme sono fotografie che tengono per sempre un ricordo bello. Anche quando la scia se ne è andata. Penso che il paradiso non sia un posto, ma sia la bellezza di lasciare un bel ricordo.”

Samuele non sapeva se aveva capito proprio tutto. Ma era felice di avere passato quella giornata indimenticabile e era contento di avere quelle fotografie da tenere da conto.