Acqua da portare su

Martina secondo @ninnosa

Un po’ per risparmiare candele, un po’ per risparmiare gli occhi, la scrivania di Gregorio era vicino ai finestroni dei magazzini generali di cui era da tempo il contabile. Gli piaceva, tra un totale e l’altro, guardare fuori e perdersi nella vita della strada. Una bicicletta che passava, un conoscente che sembrava avere un aspetto stanco, un passero che si fermava sullo steccato di fronte, una vecchina che faceva sempre più soste per tornare a casa con le sporte della sua spesa. Li conosceva bene, i personaggi delle sue distrazioni visive. Li conosceva ed era affezionato a loro, all’attimo di novità che gli portavano colla loro apparizione.

Quell’anno passava spesso una ragazzina che portava sulla collina un grande secchio zincato pieno d’acqua. Martina era la terza di quattro figli. Abitava in cima alla collina che sovrastava il paese. Il posto era un incanto: una collina di faggi che regalavano un’ombra convinta e fresca d’estate e che d’inverno diventavano un quadro di città. Dalla collina si dominava con la vista la strada verso Vallontana e di notte, in uno squarcio tra le fronde, c’erano stelle tanto vicine che sembrava di poterle prendere e mettere in un paniere. Nonostante la bellezza, quella collina non era diventata un vero borgo perché aveva un grande difetto: non aveva una sorgente d’acqua. Per questo Martina e molti prima e dopo di lei, dovevano portare su l’acqua ogni giorno.

Martina aveva capelli ricci e lo sguardo acerbo e pieno di sogni indefiniti di una ragazzina della sua età. Nel teatrino del contabile Gregorio era diventata una presenza tra le più gradevoli. Faceva tenerezza il suo aspetto esile che contrastava con la pesantezza di quel carico. Tanto che un giorno il contabile si sentì tanto coinvolto da uscire dai magazzini e rivolgerle la parola.

“Deve pesare molto vero?”

Martina rispose spalancando gli occhi, con gentilezza e senza capire bene la domanda.

“Ti dico un segreto, anzi due. Se invece di un secchio da venti litri ne porti due da dieci, riesci a portarli su meglio. E soprattutto se li porti su sorridendo, vedrai diverranno leggeri!”

Dopo qualche giorno, probabilmente dopo essersi organizzata, Martina ricomparve con due secchi. E ogni volta che passava volgeva lo sguardo verso il finestrone dei magazzini. Non si vedeva bene dentro, guardando dalla strada, ma lei pensava di vederci dentro il suo strano amico.
Quando Gregorio si accorse dei due secchi, fu pervaso da una specie di sollievo. Un sentimento di vicinanza che somigliava a una incomprensibile gratitudine

Nelle settimane seguenti il loro saluto era diventato una liturgia quasi incomprensibile. Il contabile Gregorio diceva “Sorridi Martina, ricordati di sorridere!”. E lei, senza una parola sorrideva. E quando sorrideva non era la giornata di Gregorio a migliorare: era proprio la giornata di tutto il paese. Quegli occhi marroncini e spalancati su tutto, quei ricci che si ribellavano ai capelli legati dietro, quella vita tutta da vivere, regalavano a tutto il paese una speranza piena.

Solo una cosa non tornava. Anche sorridendo i secchi mica sembravano più leggeri! Lo sapeva Gregorio, che aveva voluto regalarle un po’ di ottimismo, senza crederci proprio. Lo sapeva Martina che non ci aveva mica creduto tanto all’illusione del sorriso. Ma aveva voluto provarci lo stesso. E ogni giorno rinnovava quella fiducia in un gesto semplice e che non costava fatica. Distendeva i muscoli del volto, scioglieva la fronte e si abbandonava in un sorriso convinto.

Passarono gli anni, tanti anni. Gregorio era morto da tempo, senza lasciare debiti e senza lasciare ricordi precisi di lui.
Martina era diventata mamma e si era trasferita in una bella casa vicino alla città. Aveva un lavoro che le permetteva di vedere come un ricordo formativo la vita di fatiche che aveva conosciuto nella sua infanzia di montagna.

Le restavano negli occhi le stelle del suo borgo, le foglie dei suoi faggi.
Le restava in mente la gentilezza del contabile Gregorio.
Le restava spesso sul viso quel sorriso che aveva imparato a regalare senza calcoli a chi la incontrava.

Improbabile come amarsi

  
Vivevano nella stessa città e i loro nomi, tutto sommato, non importano. Quando era stato il momento di decidere per le loro vite un po’ per infondate convinzioni e un po’ per caso, si erano trovati a fare scelte opposte.

Ma non dissimili o poco vicine. Proprio opposte. Opposte.

Lui amava alzarsi la mattina presto anche se non aveva niente di urgente da fare. Gli sembrava di perdere il meglio della giornata, restando a letto quando è fresco e quando, d’inverno, la notte ci mette di più a sciogliersi in giorni poco luminosi.

Lei diceva che le coperte erano il suo sport estremo. E stava attenta a non dire lenzuola, per non essere fraintesa. Perché non disdegnava la compagnia, ma stare a letto le piaceva come un bicchiere di Porto davanti al camino. Una gioia da assaporare. Meglio da soli, se nessuno riesce a leggerla con gli stessi occhi.

Lui la sera leggeva poco. Gli occhi gli si chiudevano e andava a letto presto. Indefinitamente soddisfatto di quel torpore senza troppi esami di coscenza. Ci si calava dentro come una rincorsa verso la mattina dopo.

Lei la sera aveva sempre mille cose da fare. Spettacoli, concerti, vedere uno. Ma anche quando aveva un compagno quel “vedere uno” era restato un gesto indeterminativo e non si era mai legata a nessun uomo degno di un articolo determinativo. Andava sempre a letto tardi, a volte per finire un libro, anche quando non lo sopportava più.

Un mezzogiorno si incontrarono a casa di amici comuni, nel campo neutro dei loro orari. Parlarono con garbo e si guardarono piano, come se ci fosse una discrepanza. Istintivamente si riconoscevano. Razionalmente erano due perfetti estranei. Non una circostanza, un luogo, un appuntamento, un episodio.

Ma il loro istinto suggeriva ad ognuno di loro che quella totale distanza era come l’amore. Una improbabile E magica combinazione di tutto-perfettamente-indovinato. Come tirare la moneta e puntare su croce. E vedere uscire per dieci volte di fila croce, in uno stupore che sale di un respiro ogni lancio. Solo che nel loro caso era come fare dieci volte testa, avendo puntato su croce. Come amarsi totalmente per una serie di occasioni perse, ma perse con perfezione matematica.

Distolsero quello sguardo dopo un numero infinito di istanti e non ci pensarono più. Quasi più.
| Il disegno è un regalo di @ninnosa | https://Instagram.com/ninnosa/ |

Ricostruire ogni volta

ricostruireQuando suo padre morì, i beni da dividere erano meno dei fratelli e le sorelle di Anchise. Alle ragazze venne costituita una specie di dote. O almeno una serie di lenzuoli, asciugamani, camicie da notte da ricamare e stoviglie per prepararle alla vita che avrebbero potuto sperare. I maschi si divisero il mulino di Vallonga, il carro con i due buoi, la mucca da latte, il cavallo da tiro, ognuno corredato da qualche tavola di terreno. Anchise, che era poco battagliero e poco considerato in famiglia, ottenne il terreno in località Fossa.

Non era adatto a essere coltivato, troppa ombra. E non era neanche un buon posto per una casa. Periodicamente, infatti, veniva allagato dalla piena del Grande Fiume. Ma era tutto quello che Anchise aveva. Per questo, non appena il suo lavoro di bracciante gli dava tregua, correva lì a costruire la sua casa.
Dopo meno di due anni la casa fu terminata. La sensazione che ebbe entrandoci era diversa da come se la era immaginata. Era un gesto meno epico e meno simbolico e meno soddisfacente. Ma entrò nella casa e l’abitò.
Verso l’inizio di novembre il grande fiume si ingrossò e pioggia dopo pioggia il livello dell’acqua salì. Ben presto il destino della casa fu chiaro. Anchise si sedette sull’argine e la guardò sparire piano piano sotto la forza dell’acqua impaziente.
Qualcuno gli offrì una minestra, una mano, un piccolo lavoretto. Ma Anchise aveva capito cosa voleva: ricostruire la sua casa.
Era la prima cosa completamente sua che aveva posseduto e l’idea di staccarsene per sempre non gli dava pace. Calata l’acqua cominciò i lavoro e la riedificò quasi da zero. Ci mise la stessa calma, la stessa passione e un occhio un poco più esperto di prima. La casa pietra dopo pietra.
Ma il terreno era sempre nello stesso punto. Il rischio era sempre quello. E col tempo ogni rischio diventa realtà. Dopo pochi anni, quindi, dovette fare i conti con la stessa piena che gli aveva portato via tutto. La corrente limacciosa saliva e i bastoncini piantati sulla riva come sentinelle della piena venivano sommersi nel giro di poche ore. Non sembrava fermarsi. Anchise non era disperato: era solo silenzioso. Guardava ripetersi la catastrofe e l’aspettava senza una smorfia.

Arrivate le giornate di sole, il livello dell’acqua cominciò a scendere. E Anchise a ricostruire la casa. Ormai era diventato la barzelletta del paese “Deve essere impazzito! La sta ricostruendo lì, alla Fossa! Ancora una volta!”
Ma pietra dopo pietra la ricostruì. Un po’ diversa, un po’ più simile alle proprie esigenze. Ma mese dopo mese prendeva la forma di una vera casa.
Il Grande Fiume però aveva le sue liturgie, e dopo qualche anno ancora gliela demolì. Ancora una volta Anchise non si scoraggiò e si rimise all’opera.
Ricostruzione dopo ricostruzione, piena dopo piena, gli anni passavano. Ormai in paese lo consideravano un vecchio pazzo che aveva perso la ragione. Ma la sua casa, tra una piena e l’altra, era davvero ben fatta. Gli assomigliava proprio: ogni angolo si adattava perfettamente a un aspetto del suo carattere. Qualcuno, stranamente, gli invidiava persino questa casa perfetta costruita nel posto sbagliato.
Il sindaco, nei meandri di un piano regolatore che prevedeva la messa in sicurezza di talune aree, arrivò ad offrirgli un terreno sano in cambio del suo. Ma Anchise rispose no, grazie con un sorriso. Ormai era quella la sua vita.
Ricostruire. Ma non solo ricostruire: costruire e aspettare la piena. Per ricostruire ancora, per avere un rinnovato coraggio di calce e pietre.
E trovarcisi dentro ancora una volta.

L’uomo grande della montagna

grandefoglia

Camminiamo la mattina presto, per segnare un sentiero facile.
“Vieni con me domattina, ti porto su” mi ha detto l’uomo grande della montagna, e mi è bastato.  Alle mie domande da stupido di città non mi ha risposto. E quello è stato il primo insegnamento.
A che ora partiamo? Cosa devo portare? quanta strada faremo?
Niente. E allora ho dovuto imparare da solo. L’ora giusta, il bagaglio giusto, lo spirito giusto.

Che poi a camminarci non è brusco come sembra. Passa sotto quei faggi senza toccarli, danza in mezzo ai rami che si chinano in basso, segue il sentiero senza troppo rumore. E se pensi che è un vero gigante, alto almeno setto otto palmi più di me, non è mica una cosa da ridere!
Siamo andati su piano, con passi fermi. Mi stupivo di quanto quella piccola impresa quasi piana mi avesse motivato e di quanto riuscissi a stargli dietro. Ad ogni dubbio della strada spennellavamo sicurezze bianche e rosse, facendo attenzione che fossero leggibili a chi scende e a chi sale.
Vorrei chiedergli di lui della sua storia, vorrei chiedergli della montagna e di quella sua faccia che sembra scavata dal mare e di come la sua vita l’abbia portato qui. Ma non trovo nessun appiglio giusto e lo seguo con poche parole che sanno di silenzio. A un certo punto troviamo delle impronte. Sembrano cinghiali, poi si allargano e sembrano cavalli, poi si allargano e sembrano vacche. E ad ogni passaggio verso la realtà quelle tracce perdono fascino.

Ancora due passi e l’uomo grande della montagna si ferma. Guarda una pianta dalle foglie enormi a sinistra del sentiero. Ai miei occhi è solo una pianta come tante, ma dai suoi capisco che deve avere un significato. Strappa la foglia più grande, grande più di un palmo dei suoi. L’accartoccia con una insospettata grazia fino a farne un cono. Come quelli per contenere le castagne dei pomeriggi capricciosi delle vie del centro.
Mi dice di colpo “Mio padre mi ha insegnato a fare così sulle montagne. Con una foglia così ci potevi bere alla fonte.”
Guardo la foglia, guardo lo spettacolo semplice di quell’utensile antico, guardo il fascino di quel gesto. Noto che la foglia è tutta bucherellata da qualche bruco voleva illudersi in fretta di poter diventare altro. Così bucherellata non potrebbe essere il bicchiere di nessuno. Ma ho il pudore di non dire niente. La foglia è già per terra, tornata al suo posto, e noi siamo già ripartiti.

Ma cosa succede? L’uomo grande della montagna è tre metri davanti a me, sul sentiero. La schiena chinata in avanti come di chi deve vomitare. Con un braccio si tiene a una pianta troppo piccola. Respira pesante, pesante ma da dietro non gli vedo la faccia. Penso che abbia un problema di asma o di cuore. Sento il respiro pesante e forte e non so proprio  cosa fare.
“Cosa succede? Tutto bene?” dico temendo la risposta.
Si gira lento stropicciandosi gli occhi. Lo vedo che piange, l’uomo grande della montagna.
“Cazzo, quanto mi è mancato mio padre”
Non dice “quanto mi manca”. La sua non è la fotografia di un momento ma il bilancio di una vita. Quanto mi è mancato racconta due vite, che si sono toccate per troppo poco tempo. Racconta una mancanza lunga anni e anni. Riprende il suo passo e il suo respiro di prima. Nessuno dei due parla. Cammino dietro di lui gustando il silenzio, cercando di appoggiare gli scarponi su foglie poco chiassose e su pensieri poco scivolosi.
Non so perché, ma penso di voler bene a questo uomo grande della montagna.

Imparo a scendere, imparo il silenzio.

L’importante è non bersele tutte

L’altro giorno sono andato in cucina e ho visto uno spettacolo preoccupante. Mio figlio Federico era seduto in penombra, al tavolo della cucina, e guardava con intensità un bicchiere di vetro. Nel bicchiere c’era un liquido rosso scuro, che lo riempiva fino a sopra la metà.

“Federico che cosa tai bevendo?”

“Niente: solo vino rosso.”

Il tono normale e rassicurante della risposta mi ha tranquillizzato per un secondo. Poi ho fatto mente locale e, tenendo conto dei suoi sette anni, ho risposto: “Cooome vino rosso?”
In un attimo mi sono passati davanti gli antenati dell’avvinazzato confesso: dei quattro nonni tre sono nati in Lombardia e in Veneto, dove una tavola non è apparecchiata se non c’è una bottiglia di vino. Mi sono visto Federico in un centro infantile per le dipendenze, lui con la sua bottiglia sempre abbracciata, magari addirittura in un sacchetto di carta, come i barboni newyorkesi…

“Ma no papà, guarda” (con sguardo consumato e un indicibile sorriso da furbo mi avvicina una bottiglia di plastica). La bottiglia di plastica era di un succo di frutta “mix ai frutti blu”. L’ho assaggiato e ho provato un grande sollievo. Fino a quando il millantatore mi ha detto: “Va bene che non è vino, ma non finirmelo!”

La cosa davvero singolare è che il giorno dopo mi hanno segnalato una specie di concorso. Per pubblicizzare i succhi di frutta Santàl si sono inventati una cosa singolare. Se ho capito bene deve essere una cosa del tipo “Mandaci il tuo spot, quello più bello lo usiamo”. Almeno: penso che sia così perché ho visto l’italica fantasia (come direbbero quelli di fascisti su marte) sbizzarrirsi e partorire di tutto.

C’è il video dello studente di lettere che si sente Kubrick. C’è il video dei ragazzi che “con questa idea vinciamo noi per forza”. C’è il video di quella che deve essere stata scartata mezza dozzina di volte alla selezione del grande fratello, la stessa che si trucca da panterona per andare al supermercato sotto casa.

Se vi interessano questi sono i link dei video vincitori del contest creativo, per consentirvi di farvi una idea precisa di quello di cui sto parlando (o almeno di traghettarvi al di là della noia di un pomeriggio estivo).

Primo classificato: Sweetday
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Secondo classificato: Effetto benessere

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Terzo classificato: Resplash – Santàl

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Srebrenica, aku Bogda

  
Io di Srebrenica ho un ricordo personale. Diverso certamente da quello della maggior parte della gente che ha letto, ascoltato, vissuto quegli eventi.

Ai tempi dell’università, un po’ per cercare un senso è un po’ per gioco, mi sono lasciato coinvolgere da amici che facevano volontariato. C’era la guerra nella ex jugoslavia. C’erano i profughi. C’era un’Europa giovane che giocava a fare la grande.

Noi tra un esame e l’altro ci ritagliavamo una settimana di tempo: andavamo in macchina o con qualche camioncino nei campi profughi. Erano in Slovenia e ospitavano, coi soldi europei, la gente che scappava dalle zone di guerra. Erano quasi tutti bosniaci. Di Sarajevo, Gorazde, Gračanica, Bihac, e appunto Srebrenica. Portavamo qualcosa, ma soprattutto portavamo noi stessi. Stavamo con queste persone, parcheggiate li a vedere le loro speranze affievolirsi giorno dopo giorno.

Avevamo imparato la loro lingua. Quelle duecento parole per raccontarsi chi si era e per giocare coi bambini. Per far parlare i vecchi e farci raccontare di come era bello il loro paese. Per dire aku bogda (forse, se Dio vuole) alle donne che cercavano di sperare che fratelli e mariti tornassero.

Ho visto una mamma poi. Una mamma di cui non ricordo il nome. Durante una partita di pallone sul fango ha chiamato Nevzad e gli ha dato una merendina. Nevzad, che avrà avuto sei anni, è corso da suo fratellino Nevzed di sette anni e hanno diviso a metà il piccolo tesoro. Senza che nessuna mamma, volontario o maestro gli dicesse niente. 

La guerra continua e a un certo punto l’ONU dichiara che Srebrenica è un porto franco. Molti tornano nelle loro case. Solo che quando i serbi di Bosnia invadono la città i caschi blu scappano e avviene un massacro. Più di ottomila persone trucidate. Persone che si erano fidate di noi, dell’ONU, della parte civile e pacifica del mondo. 

Nevzed e Nevzad erano di Srebrenica. Non so se hanno fatto in tempo a tornare a casa o qualche caso o qualche dio misericordioso li ha salvati. Sono passati venti anni. Ne avranno quasi trenta oggi. Aku Bogda.

Distanze focali

danza nuziale delle gru

Qualche scellerato sostiene che per amarsi bisogna essere simili. Qualcun altro sostiene che bisogna essere diversi e che proprio nella complementarietà risiede l’attrazione. Ma di solito ha ragione chi osserva e non ha fretta di trarre legge universali.

Claudio e Silvia si amavano da tempo. Solo che, col tempo, erano cambiati. No, no, no: nessuna noiosa considerazione sulla  passione che viene meno o sui giorni che passando stemperano i sentimenti. Loro due nel quotidiano ci abitavano benissimo.  E forse era proprio questo che li aveva tenuti così uniti e così a lungo.
Non amavano ostentare. Per questo motivo nessuno si ricordava di averli mai visti baciarsi platealmente o vestirsi chiassosamente. Neanche da giovani.
Si avvicinavano e si baciavano. Con una naturalezza che li rendeva invisibili. Assecondavano un loro istinto di vedersi bene, vedersi meglio, vedersi da più vicino.
Chi li scorgeva non li notava mai. E questo è un vero peccato, ripensandoci, perché ci sarebbe stato da fermarsi a guardarli, quei due individui gentili e sorridenti. E magari fermarsi a invidiare un po’ quel modo delicato di vivere.

Con il passare del tempo Claudio e Silvia lentamente cambiarono. Le ginocchia non erano più quelle di una volta e anche il fiato in cima a una scalinata. E poi la vista. La miopia di Silvia era un po’ peggiorata, mentre Claudio, che non aveva mai portato occhiali, aveva iniziato a fare i conti con una naturale presbiopia.
Era restata in loro quella spontanea esigenza di guardarsi bene, da vicino. Solo che adesso la loro messa a fuoco era cambiata. Se lei si avvicinava ancora di più, lui aveva bisogno di allontanarle gli occhi per vederla meglio. Quando si cercavano sembravano gru su un lago ghiacciato, che avvicinano la primavera compiendo le loro indecifrabili danze nuziali. Lui si ritraeva e lei si avvicinava.

Adesso non facevano più tanta invidia. Perché al passante distratto potevano sembrare solo l’ennesima coppia con amori sincronizzati male. Ma la loro reciproca ricerca non era mai finita. Solo doveva fare i conti con nuove distanze focali.

Oltre quelle linee

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Prima della corsa appoggio i piedi pesantemente, uno alla volta, sul solito muretto del cancello. Aspetto che il cronometro agganci i satelliti per darmi una misura aggiornata della mia lentezza. Un piede su, un minimo spostamento in avanti per tirare i muscoli dietro la gamba. L’altro piede su, lo stesso minimo spostamento di prima. È in quel momento che mi accorgo di te.

Tagli l’aria calda della sera con le tue dannate traiettorie che sembrano passaggi di bisturi. Precisi, perfetti, affilati, netti. Nessuna sbavatura in quel volo senza quasi muovere le ali. Come mossa da una forza segreta, che a noi con i piedi pesanti non è dato di capire.
Inizio la mia corsa, ho la solita routine, il solito giro da portare a termine. Dopo qualche chilometro arrivo in un punto dove attorno alla pista ciclabile non ci sono case. E ti ritrovo lì.  Le stessa linea perfetta di sempre, gli stessi occhi piccoli e perfetti, la stessa assoluta mancanza di sorriso. E allora ho capito, ho capito chi sei.

Pensavo che sfrecciassi a pochi centimetri da terra e poi alta in cielo fino a perderti per un tuo ruolo non scritto. Pensavo cercassi nutrimento, che compissi il tuo dovere. Invece cerchi altro. Ci leggo un’ansia, ci leggo un amore, ci leggo una speranza da affossare, in quel tuo volo.
E finalmente ti riconosco, oltre quelle piume. Oltre quelle linee la tua linea. Oltre quella tristezza la tua tristezza. Oltre quella bellezza. Oltre.

orgogliosamente

arcobaleno

Domani a Roma c’è una manifestazione. Si chiama pride. Nasce da quella che si chiamava gay pride, ma ha cambiato nome inserendo al posto di gay il nome della città. In effetti il nome era sbagliato in ciascuna delle due componenti. Sembrava quasi volesse sottolineare una differenza. L’orgoglio di essere gay. No: l’orgoglio deve essere di poter essere liberamente quello che si è. E quindi l’orgoglio (di tutti) dovrebbe essere quello di vivere in una società arrivata a un livello di civiltà in cui essere gay o etero o non so/non risponde non fa la differenza.

Coi miei figli (che sono alle elementari) ho affrontato domande sulla omosessualità. In un modo che probabilmente avrebbe dato fastidio sia ai sostenitori a oltranza della libertà totale, sia api paladini delle tradizioni chiuse.
Ho detto che normalmente un uomo ama una donna. Ma ci sono uomini che amano uomini e donne che amano donne. E che se una società è libera non tratta male chi ama una persona del suo stesso sesso. Anzi: il livello di civiltà di vede da come sono tutelate le posizioni più deboli. Ecco: l’ho fatto così, ma senza tralasciare di passare il concetto di normalità. Ho paura infatti che i bambini non sappiano fare la differenza e finiscano per assorbire un concetto confuso.

“Ah siete tutti bravi a parole, ma voglio vedere se tuo figlio ti dice che è gay come ci resti”.
Questa frase me la sono sentita dire tante volte e ci ho riflettuto. A prima vista è vero: sarebbe un dolore per me. Non tanto perché un mio ipotetico figlio non andrebbe a soddisfare ipotetiche aspettative che ho riposto in lui o in lei. Quanto perché sarei seriamente preoccupato che possa subire dei torti maggiori degli altri suoi coetanei e essere meno facilmente felice. Ma poi mi viene voglia di scrollarmi di dosso tutti questi pensieri ammuffiti e di andarci, alla manifestazione, con tutta la mia famiglia. Tutti assieme per vedere da vicino che siamo tutti uguali. Sarebbe il modo giusto per relegare sullo sfondo il solito brusio di chi ha le idee chiare soprattutto sulla vita degli altri.
Sorrido al pensiero, ma poi mi ricordo che questo weekend abbiamo così tanti impegni da togliere alla ipotesi qualsiasi realismo. Pazienza, magari lo faremo un’altra volta:

Amarsi a tratti

equilibristaViste le vite frenetiche che conducevano, quando si conobbero non sapevano proprio come amarsi. Non che le avessero scelte, quelle vite, ma una volta trovaticisi dentro, non era proprio ipotizzabile uscirne.
Nonostante questo, crebbe in loro un sentimento incontrollato. Forte, molto più di quanto avrebbero potuto ipotizzare. Persino più di quanto erano in grado di gestire, infilandolo nelle loro ordinatissime agende di appuntamenti. Viaggi da fare, scadenze da rispettare (o almeno da affrontare con ansie rinnovate), obiettivi da raggiungere, impegni da incastonare.
E poi i passi avanti, i maledetti passi avanti: chi ha il coraggio di rinunciare a quelli, dopo tutto il tempo e la fatica impiegati per cercare di raggiungerli! Le vite sature di entrambi, quindi, non consentivano di aggiungere altro. Eppure non seppero resistere.

Si lasciarono spingere come da un vento improvviso, di quelli che ti aspetti solo un po’, ma quando arriva ti fa perdere il ritmo e per non cadere in avanti devi fare piccoli passi svelti per recuperare l’equilibrio.
Dopo di questo capirono che non c’era spazio e si trovarono, inspiegabilmente, ad amarsi a tratti. Sì, a tratti. Non fu una vera decisione. Fu piuttosto un assecondare una situazione ineludibile. Continuarono a condurre le loro vite piene, ma a tratti si amavano pienamente. In quei tratti si concedevano l’un l’altra senza riserve e senza ipotesi sul futuro. Per poi tornare altrettanto pienamente alla vita precedente. Affrontandolo da un punto di vista teorico, il problema era proprio di sincronizzare quei tratti. Di fare in modo che il tratto pieno non coincidesse con il tratto vuoto dell’altro. Erano come equilibristi sulle linee tratteggiate al centro della carreggiata: in quei giochi di bambini dove vale solo calpestare il bianco e se vai sul nero sei morto. Ma morto davvero, eh; ché nei giochi dei bambini non si scherza!

Saltellavano dentro e fuori da questo amore vivendo lo strano imbarazzo di dover ricondurre a una logica qualsiasi questa completa ma alternata appartenenza. E la cosa paradossale è che non avrebbero mai barattato questo ticchettio sentimentale con nessun rassicurante suono costante.