Illusoria unitarietà

marmellata

Lui si piaceva abbastanza. Non era per eccesso di sicurezza che non si faceva domande. Era più per mancanza di abitudine alla introspezione. Aveva un carattere mansueto, ma asprigno. Spesso decideva di non nascondere quella punta di amarezza che aveva sempre caratterizzato la sua vita. Ma la cosa davvero strana era la sua capacità di coniugare la dolcezza più sfacciata con la sua acidità. Passava con la più grande naturalezza dal sarcasmo più spietato alla lusinga più convincente.

Lei era molto insicura. Aveva un profumo burroso che la precedeva e che la rendeva subito riconoscibile. Anche al buio, anche controvento. Era dolce, tanto dolce, così dolce e convincente che se comincia a gustare il suo sapore, poi non hai scampo: ti resta dentro. Presente, persistente, invitante. Che non ti abbandona anche quando hai preso a pensare ad altro.

Lui un giorno la incontrò. Si guardarono con diffidenza, ma dopo poco si lasciarono andare, vedendo nell’altro l’attrazione di un opposto, il richiamo di una complementarietà che sembrava impossibile.
Si legarono e insieme furono inaspettatamente perfetti. Tutti li amavano dal di fuori, pur non conoscendone le indivudalità, ma solo la vita ufficiale assieme.

Lui era marmellata di albicocche. Lei era cioccolato.
Ma ormai nessuno ne ricorda le origini distinte. Ormai tutti preferiamo appassionarci al loro essere uno. Socchiudere gli occhi e sognare che un’unione possa essere vera, possa essere per sempre e perfetta. Preferiamo aprire le narici e illuderci che siano una cosa sola, solida, calda, inscindibile. Preferiamo non considerarli come un incontro di opposti. Abbiamo deciso che siano una somma senza addendi.

barra di riempimento

disc fullIl disco è pieno. Strapieno. Quando mi hanno consegnato questo personal computer, il disco aveva solo 50GB occupati e 450GB liberi. Sono numeri che non dicono molto, presentati così. Ma poi io e il mio portatile li conosciamo, quei parametri. E assieme siamo cambiati, giorno dopo giorno, mese dopo mese. Abbiamo imparato cose, abbiamo accumulato, archiviato, accatastato.
Abbiamo imparato persino a fare i conti con i nostri limiti. Io con i suoi, lui con i miei. L’ideale sarebbe stato fare i conti ognuno con i propri limiti, ma a quello non ci siamo ancora arrivati.
A furia di mettere da parte, senza buttare mai nulla, lo spazio libero si è via via ridotto. Un’ansia non ascoltata che risuona come una bottiglia che si sta riempiendo: l’acqua sale di livello e quando arriva al collo il sibilo si fa acuto e il gorgoglio accelera.

Così dopo circa tre anni io e il mio computer ci siamo guardati e ci siamo detti: è ora di fare spazio, di buttare via qualcosa. È ora di decidere cosa serve e cosa non è davvero indispensabile. E allora via. Spostare la musica altrove. Togliere tutti i film che tolgono spazio. Le foto? Le foto sono sicuramente l’elemento più prezioso, quello che non va perso mai. Allora via: doppio back-up su due dischi diversi. Ma per uno strano sortilegio, quello spazio recuperato a fatica finiva per saturarsi lentamente ma inesorabilmente.

Alla fine ho deciso. Dovevo fare qualcosa di drastico. Bisogna ripartire. Tabula rasa. Riportare il fido portatile alla configurazione iniziale. Fare spazio, sfoltire, respirare. Respirare. Finalmente libero.

Ho portato in assistenza il portatile per un giorno ma la sera era di nuovo libero, leggero, pulito.
“Adesso non mi resta che ripristinare i dati e ripartire”, mi sono detto.
Così ho preso a copiare quello che avevo salvato altrove. Piano piano, osservando barre che ri coloravano, contatori che arrivavano a cento.
Tutto utile, necessario, indispensabile. E pensavo che la mia vita somiglia un po’ al destino di questo mio vecchio portatile.
Fare spazio, respirare, provare sollievo. E subito cadere nella saturazione del superfluo a cui non so rinunciare.
Penso questo e non riesco a togliere gli occhi dalla barra di riempimento. Che porta numeri sempre più alti, una saturazione che si avvicina sempre di più…

come la noia

noia2

Perché quando la noia ti circonda e tu sei all’undicesimo piano, hai davanti una gamma molto limitata di opzioni.

Una di queste è guardare la televisione. Tanta televisione, tanta tanta televisione, tanta tanta tanta televisione. Magari dando anche ascolto alla prof di lettere che dice che vanno scelti preferibilmente programmi educativi. E se hai una prof di lettere che usa avverbi come preferibilmente, allora lo capisci subito che tu di chance nella vita ne avrai davvero poche.
Ma i cartoni animati non lenivano il senso di noia. Le loro immagini fisse e ripetitive come la trama di ogni episodio non soddisfacevano nessun desiderio di evasione. E a questo andava aggiunto il senso di colpa che derivava dai proclami disfattisti dei grandi sulla “televisione che rincretinisce” sui “cartoni animati giapponesi che fanno diventare violenti”. La violenza, a dire il vero, la generavano: ma solo perché quando io volevo vedere un programma e mio fratello un altro, spesso finiva che facevamo a botte. Poi il nesso di causalità lo valuteremo in appello.
Guardavo tanta televisione, ma mi interessavano soprattutto i documentari. I bei documentari di Quark con dentro tanti animali e tanta natura e tante leggi del mondo.

Ma quando neanche questo bastava allora c’era la chitarra. Fotocopie di canzonieri scritti in un carattere piccolissimo, con gli accordi (a volte persino corretti) scritti a mano. E poi gli arpeggi, più consoni al decoro del condominio, per  volare via da quella stanza. In avanti, verso amori plausibili in rima, oppure verso palchi, verso storie, verso fantas… “Ehi! Io di qua sto facendo i compiti! Non rompere con quella chitarra! Che tanto fai schifo a suonare.”
Ecco! Poi si atterrava bruscamente.

A volte erano esperimenti scientifici. Tipo prendere un batuffolo di cotone, metterlo nel bidè, sporcarlo di alcool denaturato e dargli fuoco. Pochi secondi di terrore e meraviglia. Vedere la fiamma che diventa blu e arancione e blu. E lascia vapori e sbuffi che poi è un casino mandare via dall’atmosfera viziata del bagno. Passando in pochi secondi dalla scoperta scientifica alla certezza scientifica che saremmo stati scoperti.

A volte era il campetto condominiale. Fondo di terra (molto) battuta, siepi di ligustro e forma triangolare. E quando vincevi a pari o dispari nessuno sceglieva palla, ma tutti campo. E poi Felice che era una schiappa, ma il Tango era suo. Sì, era il Tango di gomma, non quello di cuoio, ma vuoi mettere? Allora ti toccava sceglierlo e in porta fare un po’ per uno. Altrimenti se ne andava, pallone compreso.

Ma alla fine siamo sopravvissuti a tutta questa noia. E siamo persino diventati grandi.

Inaspettata indignazione

feyenoord

Il brutto è che quando sei seduto su un tesoro, sei nella posizione peggiore per vederlo risplendere.

Ieri ero in aeroporto e stavo rincasando. Io leggevo un libro, di fianco c’erano ragazzi che leggevano increduli le notizie sul loro smartphone.
“Ma come? Hanno distrutto la fontana di Piazza di Spagna?”
“Come osano!”
E altri, per conto loro, poco lontano: “È successo un casino, la polizia ha caricato”
Un’altra voce ancora: “Poi atterriamo alle 22:50 e se annamo a fa’ na bella pizza” (Ok, l’ultimo commento non c’entra, ma io stavo leggendo un libro. Non stavo raccogliendo dichiarazioni!).
Dopo un po’ ho capito cosa era successo. Tifosi di calcio, troppo alcool e troppo poche idee, avevano ingannato il tempo andando in giro per Roma. Visto che i deboli hanno coraggio solo in gruppo, hanno trovato molto spiritoso, usare monumenti come cosa loro, pisciare in giro, gridare, sporcare tutto.
Adesso non facciamo le verginelle: non che gli italiani che vanno all’estero siano tanto meglio. Mi è capitato di vergognarmi incontrando a Heatrow tifosi italiani che avevano preso la sala d’aspetto come il loro porcile.
Ma tornando ai fatti di ieri: mi ha fatto piacere il tono usato nelle loro dichiarazioni da sindaco e ministri. “Ho chiesto all’ambasciatore di strappargli in faccia i passaporti!”. E non importa se dall’Olanda si viene in italia anche solo con la carta di identità. Il concetto è la indignazione.
È la stessa indignazione di quei ragazzotti che invece di guardare i marcatori della partita, cercavano le notizie sui disordini.
“Ma come osano, era una cosa del Bernini”. Anche tralasciando il termine “cosa del Bernini” che forse sui libri di storia dell’arte non si trova, mi ha fatto molto piacere vedere questo sentimento sano.
Mi ha fatto credere che forse ce la possiamo fare, a risollevarci.
Mi ha fatto anche pensare che spesso per apprezzare quanto siamo fortunati, dobbiamo rischiare di perdere quello che abbiamo. Ma questo è sempre il solito discorso.

Forse quelle poche decine di cretini ubriachi ci hanno fatto riassaporare un sapore vecchio: quello dell’indignazione che muove verso qualcosa di buono. Forse.

Se solo avessi tempo

tempo che fugge

“Mi ci vorrebbero giornate di ottantaquattro ore!” ripeteva Silvano. Io non capivo perché proprio di ottantaquattro. Nella mia logica di fogli piegati a metà per raddoppiare le pagine, mi aspettavo più un quarantotto o un numero così. Ma ottantaquattro proprio non me lo spiegavo.
Intanto che mi perdevo in questi ragionamenti permeati da una logica solo esteriore, ho visto Silvano fermarsi qualche passo indietro sul marciapiede della nostra passeggiata. Parlava con un uomo particolare. La stranezza stava in una specie di sopracciglio appuntito verso l’esterno, come se fossero disegnate. E il colorito? Una abbronzatura luminosa omogenea che sembrava finta, ma senza che riuscissi a capire il perché.
“È fatta. Se quel pazzo ha ragione, ho trovato la soluzione” – Ha accennato Silvano, dopo avermi raggiunto in pochi saltelli scoordinati. Silvano poi mi ha spiegato che quello sconosciuto aveva captato un frammento del nostro discorso, sul tempo
che non basta mai. E gli aveva fatto una proposta.
“A me il tempo avanza, prendi un po’ di ore mie, ma fattele bastare”.
Silvano, appassionato di paradossi, aveva accettato senza pensarci troppo. “Va bene, mi prendo le tue, ma cosa vuoi in cambio?”
“Io? Niente! Solo la soddisfazione di esaudire un desiderio”
Un sorriso veloce è rimbalzato contro il suo opposto e si sono allontanati.

Qualche giorno dopo Silvano mi ha chiamato in piena notte. Dopo aver pronunciato frasi che (sarà stata l’ora) mi sono sembrate incomprensibili, alla fine è giunto al dunque: “Me l’ha data veramente quell’ora in più. Me l’ha data veramente”
“Sì sì va bene. Ma se non ti dispiace sono le due di notte. Ti chiamo domani, in mattinata”
Il mattino dopo, naturalmente, mi sono dimenticato di chiamarlo. Anche perché se avessi avuto in mente quella chiamata notturna, lo avrei chiamato solo per insultarlo e per dargli del pazzo.
Questa storia mi è tornata in mente solo dopo, quando mi hanno chiesto di lui. Sì perché Silvano per qualche tempo è sparito. Lo hanno cercato ovunque. Ospedali, stazioni, aeroporti, persino obitori. Ma niente.

Quando finalmente lo trovarono non sembrava più lo stesso. Parlava poco volentieri del tempo della sua assenza e aveva uno sguardo triste e sofferente. Un giorno, fattosi coraggio con un maraschino ad un orario decisamente sbagliato, iniziò.

“Poi non ho mai capito chi fosse veramente quell’uomo. Fatto sta che quella promessa di regalarmi le sue ore, non so come, ma l’ha mantenuta. Le mie giornate passarono subito da ventiquattro a venticinque ore. Non ti voglio raccontare come ho vissuto male i primi giorni. Un terrore come se vedessi un asteroide cadermi addosso a ogni minuto dell’orologio oltre i canonici 1440. Ero paralizzato a riflettere sul tempo, su cosa stesse succedendo, su come si fosse modificato tutto quello che ho sempre dato per scontato.
Poi per contro sono riuscito a incanalare questo prodigio verso una prospettiva nuova. Ho sempre sperato di avere più tempo. Finalmente ce l’ho. Vediamo di sfruttarlo meglio. E mi sono messo a lavorare con più impegno, vedere amici, partecipare a quegli appuntamenti che avevo sempre evitato per mancanza di incastri. Ma più facevo, più il tempo mi mancava.
Allora ho pregato, implorato, sperato, bestemmiato. Volevo ancora più tempo, un’ora in più. E l’ho anche avuta, sai? Ma niente.  Più avevo posto, più lo riempivo. E la mia frustrazione cresceva invece che calare.
Io sempre a chiedere, sempre a ottenere, per poi ritrovarmi sempre daccapo. Con la stessa ansia di avere più tempo. Avere ancora più tempo.
Non dovrei dirtelo, ma ho desiderato persino farla finita. Mi sembrava di impazzire. Mi ha salvato, forse, l’avere rinunciato. Arrivare ad ammettere con me stesso che non è una questione di tempo. È tutto nel fare i conti con la propria imperfezione e accettarla. Solo allora sono tornato.
Adesso spreco il mio tempo, come prima. A volte sono allegro e a volta infelice, come prima. Faccio qualche cosa, ne rimando altre. Ma sono tornato ad abitare nelle mie giornate di ventiquattro ore.” Qui poi ha accennato un sorriso. Il mio, di risposta era molto meno sincero.

Andandomene pensavo che mi è dispiaciuto vederlo così. Esaurimento nervoso, dicono. Io invece mi sforzo inutilmente di credere alla sua storia. E mi ripeto che mi è dispiaciuto vederlo così. Penso le solite cose “Vorrei fare qualcosa, vorrei essere presente, vorrei trovare il modo di aiutarlo… Sì, ma il tempo dove lo trovo?”

Una misera questione di soldi

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Io penso che mia moglie mi abbia mentito. Per una piccola antipatica questione di soldi. Non ne ho la certezza, ma più passa il tempo più mi convinco di avere ragione. Brutto sintomo, questo.

Lei insegna in una scuola elementare. Un quartiere dove ci sono case di un certo pregio; qualche isolato di palazzine nuove e costose abitate da giovani famiglie con più ambizioni che metri quadri; e infine c’è qualche situazione di disagio.
Una di queste è un vecchio residence trasformato dal comune in case popolari. A dire il vero poi è stato occupato abusivamente in barba a ogni graduatoria e adesso è una specie di bronx al centro di pleasant ville.

La scuola impone agli studenti una assicurazione obbligatoria. Coperture ridicole, ma il premio è basso: solo 5 euro l’anno per ogni bambino. E chi non è assicurato non può andare in gita e fare nessuna delle attività extrascolastiche.
Francesca mi spiega la storia e mi dice che (a metà anno scolastico) tre bambini del residence hanno portato i soldi per non essere esclusi dalla gita.  Ma la segreteria, baluardo borbonico di rigidità, non accetta soldi in contanti. Bisogna fare un bollettino postale o un bonifico sul conto (postale, certo) della scuola. Si è prestata per fare il bonifico e colmare lei la mancanza di elasticità della scuola. Solo che ha il PC nuovo e non ha ancora ripristinato password e programmi. Faccio qualche domanda, mi faccio scrivere la causale su un post-it e poi faccio io.

Intanto che lo faccio via via mi convinco che quei 15 euro ce li ha messi lei. Poi deve aver pensato che,  visto che io sono un grandissimo rompiballe che brontola le sue ineccepibili ragioni, era più semplice inventarsi una piccola scusa.

Per non sentire i miei “le tasse le devono pagare tutti” e “magari c’hanno anche l’iphone” o anche “facile fare così: se ne sbattono poi qualcuno ci pensa“.
Lei è andata a letto e io ho fatto il bonifico. E un po’ mi sento cretino per tutti i miei borbottii che questa volta (per una volta!) non le ho fatto sentire.

Non so se i soldi li ha messi lei, penso che tutto sommato non sia importante.
Penso che sono davvero fortunato e che devo ricordarmi di portarle un mazzo di fiori, uno di questi giorni.

Centocinque

ortodi noci

Se mio nonno fosse ancora vivo oggi mi sarei segnato di chiamarlo per fargli gli auguri. Cercando di indovinare l’orario giusto, quello in cui è più facile trovarlo vicino al telefono. Magari poco prima di mezzogiorno: quando lui era già pronto a tavola prima ancora che fosse pronto in tavola. E allora sì che lo sentivi brontolare.

Gli direi qualche frase stupida tipo “Certo che centocinque anni sono proprio tanti!”. Certo: è del dieci.
Gli direi che è un peccato che Francesca l’abbia solo intravista e che non abbia conosciuto i bambini. Gli piacerebbero tanto, ne sono sicuro. Non gli darebbero soddisfazioni, quello no. Perché anche passandolo a trovare, le raccomandazioni si dimenticano in fretta: due saluti al volo, due risposte su come va la scuola e poi fuori. Perché il richiamo del bosco di noci è irresistibile. E via a raccogliere uova e a tagliare angurie difettose con il badile, per darle alle anatre.
Ma di una cosa saresti fiero, nonno Duilio, di vedere come sono svegli e spiritosi. Sempre con la battuta pronta. E magari diremmo che è una cosa ereditaria, come essere testardi e avere buona memoria. Ah no: non guardare me. Io parlavo di te.
E poi mi racconteresti le tue storie (sempre quelle) e io starei ad ascoltarle una volta ancora. Ma sai che rinfacciano anche a me di raccontare sempre le stesse storie?
Chiuderei promettendo di venirti a trovare, come ho sempre fatto. Senza avere un’idea precisa di quando sarà. Certo che centocinque sono proprio tanti.