L’uomo grande della montagna

grandefoglia

Camminiamo la mattina presto, per segnare un sentiero facile.
“Vieni con me domattina, ti porto su” mi ha detto l’uomo grande della montagna, e mi è bastato.  Alle mie domande da stupido di città non mi ha risposto. E quello è stato il primo insegnamento.
A che ora partiamo? Cosa devo portare? quanta strada faremo?
Niente. E allora ho dovuto imparare da solo. L’ora giusta, il bagaglio giusto, lo spirito giusto.

Che poi a camminarci non è brusco come sembra. Passa sotto quei faggi senza toccarli, danza in mezzo ai rami che si chinano in basso, segue il sentiero senza troppo rumore. E se pensi che è un vero gigante, alto almeno setto otto palmi più di me, non è mica una cosa da ridere!
Siamo andati su piano, con passi fermi. Mi stupivo di quanto quella piccola impresa quasi piana mi avesse motivato e di quanto riuscissi a stargli dietro. Ad ogni dubbio della strada spennellavamo sicurezze bianche e rosse, facendo attenzione che fossero leggibili a chi scende e a chi sale.
Vorrei chiedergli di lui della sua storia, vorrei chiedergli della montagna e di quella sua faccia che sembra scavata dal mare e di come la sua vita l’abbia portato qui. Ma non trovo nessun appiglio giusto e lo seguo con poche parole che sanno di silenzio. A un certo punto troviamo delle impronte. Sembrano cinghiali, poi si allargano e sembrano cavalli, poi si allargano e sembrano vacche. E ad ogni passaggio verso la realtà quelle tracce perdono fascino.

Ancora due passi e l’uomo grande della montagna si ferma. Guarda una pianta dalle foglie enormi a sinistra del sentiero. Ai miei occhi è solo una pianta come tante, ma dai suoi capisco che deve avere un significato. Strappa la foglia più grande, grande più di un palmo dei suoi. L’accartoccia con una insospettata grazia fino a farne un cono. Come quelli per contenere le castagne dei pomeriggi capricciosi delle vie del centro.
Mi dice di colpo “Mio padre mi ha insegnato a fare così sulle montagne. Con una foglia così ci potevi bere alla fonte.”
Guardo la foglia, guardo lo spettacolo semplice di quell’utensile antico, guardo il fascino di quel gesto. Noto che la foglia è tutta bucherellata da qualche bruco voleva illudersi in fretta di poter diventare altro. Così bucherellata non potrebbe essere il bicchiere di nessuno. Ma ho il pudore di non dire niente. La foglia è già per terra, tornata al suo posto, e noi siamo già ripartiti.

Ma cosa succede? L’uomo grande della montagna è tre metri davanti a me, sul sentiero. La schiena chinata in avanti come di chi deve vomitare. Con un braccio si tiene a una pianta troppo piccola. Respira pesante, pesante ma da dietro non gli vedo la faccia. Penso che abbia un problema di asma o di cuore. Sento il respiro pesante e forte e non so proprio  cosa fare.
“Cosa succede? Tutto bene?” dico temendo la risposta.
Si gira lento stropicciandosi gli occhi. Lo vedo che piange, l’uomo grande della montagna.
“Cazzo, quanto mi è mancato mio padre”
Non dice “quanto mi manca”. La sua non è la fotografia di un momento ma il bilancio di una vita. Quanto mi è mancato racconta due vite, che si sono toccate per troppo poco tempo. Racconta una mancanza lunga anni e anni. Riprende il suo passo e il suo respiro di prima. Nessuno dei due parla. Cammino dietro di lui gustando il silenzio, cercando di appoggiare gli scarponi su foglie poco chiassose e su pensieri poco scivolosi.
Non so perché, ma penso di voler bene a questo uomo grande della montagna.

Imparo a scendere, imparo il silenzio.

L’importante è non bersele tutte

L’altro giorno sono andato in cucina e ho visto uno spettacolo preoccupante. Mio figlio Federico era seduto in penombra, al tavolo della cucina, e guardava con intensità un bicchiere di vetro. Nel bicchiere c’era un liquido rosso scuro, che lo riempiva fino a sopra la metà.

“Federico che cosa tai bevendo?”

“Niente: solo vino rosso.”

Il tono normale e rassicurante della risposta mi ha tranquillizzato per un secondo. Poi ho fatto mente locale e, tenendo conto dei suoi sette anni, ho risposto: “Cooome vino rosso?”
In un attimo mi sono passati davanti gli antenati dell’avvinazzato confesso: dei quattro nonni tre sono nati in Lombardia e in Veneto, dove una tavola non è apparecchiata se non c’è una bottiglia di vino. Mi sono visto Federico in un centro infantile per le dipendenze, lui con la sua bottiglia sempre abbracciata, magari addirittura in un sacchetto di carta, come i barboni newyorkesi…

“Ma no papà, guarda” (con sguardo consumato e un indicibile sorriso da furbo mi avvicina una bottiglia di plastica). La bottiglia di plastica era di un succo di frutta “mix ai frutti blu”. L’ho assaggiato e ho provato un grande sollievo. Fino a quando il millantatore mi ha detto: “Va bene che non è vino, ma non finirmelo!”

La cosa davvero singolare è che il giorno dopo mi hanno segnalato una specie di concorso. Per pubblicizzare i succhi di frutta Santàl si sono inventati una cosa singolare. Se ho capito bene deve essere una cosa del tipo “Mandaci il tuo spot, quello più bello lo usiamo”. Almeno: penso che sia così perché ho visto l’italica fantasia (come direbbero quelli di fascisti su marte) sbizzarrirsi e partorire di tutto.

C’è il video dello studente di lettere che si sente Kubrick. C’è il video dei ragazzi che “con questa idea vinciamo noi per forza”. C’è il video di quella che deve essere stata scartata mezza dozzina di volte alla selezione del grande fratello, la stessa che si trucca da panterona per andare al supermercato sotto casa.

Se vi interessano questi sono i link dei video vincitori del contest creativo, per consentirvi di farvi una idea precisa di quello di cui sto parlando (o almeno di traghettarvi al di là della noia di un pomeriggio estivo).

Primo classificato: Sweetday
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Secondo classificato: Effetto benessere

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Terzo classificato: Resplash – Santàl

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Srebrenica, aku Bogda

  
Io di Srebrenica ho un ricordo personale. Diverso certamente da quello della maggior parte della gente che ha letto, ascoltato, vissuto quegli eventi.

Ai tempi dell’università, un po’ per cercare un senso è un po’ per gioco, mi sono lasciato coinvolgere da amici che facevano volontariato. C’era la guerra nella ex jugoslavia. C’erano i profughi. C’era un’Europa giovane che giocava a fare la grande.

Noi tra un esame e l’altro ci ritagliavamo una settimana di tempo: andavamo in macchina o con qualche camioncino nei campi profughi. Erano in Slovenia e ospitavano, coi soldi europei, la gente che scappava dalle zone di guerra. Erano quasi tutti bosniaci. Di Sarajevo, Gorazde, Gračanica, Bihac, e appunto Srebrenica. Portavamo qualcosa, ma soprattutto portavamo noi stessi. Stavamo con queste persone, parcheggiate li a vedere le loro speranze affievolirsi giorno dopo giorno.

Avevamo imparato la loro lingua. Quelle duecento parole per raccontarsi chi si era e per giocare coi bambini. Per far parlare i vecchi e farci raccontare di come era bello il loro paese. Per dire aku bogda (forse, se Dio vuole) alle donne che cercavano di sperare che fratelli e mariti tornassero.

Ho visto una mamma poi. Una mamma di cui non ricordo il nome. Durante una partita di pallone sul fango ha chiamato Nevzad e gli ha dato una merendina. Nevzad, che avrà avuto sei anni, è corso da suo fratellino Nevzed di sette anni e hanno diviso a metà il piccolo tesoro. Senza che nessuna mamma, volontario o maestro gli dicesse niente. 

La guerra continua e a un certo punto l’ONU dichiara che Srebrenica è un porto franco. Molti tornano nelle loro case. Solo che quando i serbi di Bosnia invadono la città i caschi blu scappano e avviene un massacro. Più di ottomila persone trucidate. Persone che si erano fidate di noi, dell’ONU, della parte civile e pacifica del mondo. 

Nevzed e Nevzad erano di Srebrenica. Non so se hanno fatto in tempo a tornare a casa o qualche caso o qualche dio misericordioso li ha salvati. Sono passati venti anni. Ne avranno quasi trenta oggi. Aku Bogda.

Distanze focali

danza nuziale delle gru

Qualche scellerato sostiene che per amarsi bisogna essere simili. Qualcun altro sostiene che bisogna essere diversi e che proprio nella complementarietà risiede l’attrazione. Ma di solito ha ragione chi osserva e non ha fretta di trarre legge universali.

Claudio e Silvia si amavano da tempo. Solo che, col tempo, erano cambiati. No, no, no: nessuna noiosa considerazione sulla  passione che viene meno o sui giorni che passando stemperano i sentimenti. Loro due nel quotidiano ci abitavano benissimo.  E forse era proprio questo che li aveva tenuti così uniti e così a lungo.
Non amavano ostentare. Per questo motivo nessuno si ricordava di averli mai visti baciarsi platealmente o vestirsi chiassosamente. Neanche da giovani.
Si avvicinavano e si baciavano. Con una naturalezza che li rendeva invisibili. Assecondavano un loro istinto di vedersi bene, vedersi meglio, vedersi da più vicino.
Chi li scorgeva non li notava mai. E questo è un vero peccato, ripensandoci, perché ci sarebbe stato da fermarsi a guardarli, quei due individui gentili e sorridenti. E magari fermarsi a invidiare un po’ quel modo delicato di vivere.

Con il passare del tempo Claudio e Silvia lentamente cambiarono. Le ginocchia non erano più quelle di una volta e anche il fiato in cima a una scalinata. E poi la vista. La miopia di Silvia era un po’ peggiorata, mentre Claudio, che non aveva mai portato occhiali, aveva iniziato a fare i conti con una naturale presbiopia.
Era restata in loro quella spontanea esigenza di guardarsi bene, da vicino. Solo che adesso la loro messa a fuoco era cambiata. Se lei si avvicinava ancora di più, lui aveva bisogno di allontanarle gli occhi per vederla meglio. Quando si cercavano sembravano gru su un lago ghiacciato, che avvicinano la primavera compiendo le loro indecifrabili danze nuziali. Lui si ritraeva e lei si avvicinava.

Adesso non facevano più tanta invidia. Perché al passante distratto potevano sembrare solo l’ennesima coppia con amori sincronizzati male. Ma la loro reciproca ricerca non era mai finita. Solo doveva fare i conti con nuove distanze focali.

Oltre quelle linee

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Prima della corsa appoggio i piedi pesantemente, uno alla volta, sul solito muretto del cancello. Aspetto che il cronometro agganci i satelliti per darmi una misura aggiornata della mia lentezza. Un piede su, un minimo spostamento in avanti per tirare i muscoli dietro la gamba. L’altro piede su, lo stesso minimo spostamento di prima. È in quel momento che mi accorgo di te.

Tagli l’aria calda della sera con le tue dannate traiettorie che sembrano passaggi di bisturi. Precisi, perfetti, affilati, netti. Nessuna sbavatura in quel volo senza quasi muovere le ali. Come mossa da una forza segreta, che a noi con i piedi pesanti non è dato di capire.
Inizio la mia corsa, ho la solita routine, il solito giro da portare a termine. Dopo qualche chilometro arrivo in un punto dove attorno alla pista ciclabile non ci sono case. E ti ritrovo lì.  Le stessa linea perfetta di sempre, gli stessi occhi piccoli e perfetti, la stessa assoluta mancanza di sorriso. E allora ho capito, ho capito chi sei.

Pensavo che sfrecciassi a pochi centimetri da terra e poi alta in cielo fino a perderti per un tuo ruolo non scritto. Pensavo cercassi nutrimento, che compissi il tuo dovere. Invece cerchi altro. Ci leggo un’ansia, ci leggo un amore, ci leggo una speranza da affossare, in quel tuo volo.
E finalmente ti riconosco, oltre quelle piume. Oltre quelle linee la tua linea. Oltre quella tristezza la tua tristezza. Oltre quella bellezza. Oltre.

orgogliosamente

arcobaleno

Domani a Roma c’è una manifestazione. Si chiama pride. Nasce da quella che si chiamava gay pride, ma ha cambiato nome inserendo al posto di gay il nome della città. In effetti il nome era sbagliato in ciascuna delle due componenti. Sembrava quasi volesse sottolineare una differenza. L’orgoglio di essere gay. No: l’orgoglio deve essere di poter essere liberamente quello che si è. E quindi l’orgoglio (di tutti) dovrebbe essere quello di vivere in una società arrivata a un livello di civiltà in cui essere gay o etero o non so/non risponde non fa la differenza.

Coi miei figli (che sono alle elementari) ho affrontato domande sulla omosessualità. In un modo che probabilmente avrebbe dato fastidio sia ai sostenitori a oltranza della libertà totale, sia api paladini delle tradizioni chiuse.
Ho detto che normalmente un uomo ama una donna. Ma ci sono uomini che amano uomini e donne che amano donne. E che se una società è libera non tratta male chi ama una persona del suo stesso sesso. Anzi: il livello di civiltà di vede da come sono tutelate le posizioni più deboli. Ecco: l’ho fatto così, ma senza tralasciare di passare il concetto di normalità. Ho paura infatti che i bambini non sappiano fare la differenza e finiscano per assorbire un concetto confuso.

“Ah siete tutti bravi a parole, ma voglio vedere se tuo figlio ti dice che è gay come ci resti”.
Questa frase me la sono sentita dire tante volte e ci ho riflettuto. A prima vista è vero: sarebbe un dolore per me. Non tanto perché un mio ipotetico figlio non andrebbe a soddisfare ipotetiche aspettative che ho riposto in lui o in lei. Quanto perché sarei seriamente preoccupato che possa subire dei torti maggiori degli altri suoi coetanei e essere meno facilmente felice. Ma poi mi viene voglia di scrollarmi di dosso tutti questi pensieri ammuffiti e di andarci, alla manifestazione, con tutta la mia famiglia. Tutti assieme per vedere da vicino che siamo tutti uguali. Sarebbe il modo giusto per relegare sullo sfondo il solito brusio di chi ha le idee chiare soprattutto sulla vita degli altri.
Sorrido al pensiero, ma poi mi ricordo che questo weekend abbiamo così tanti impegni da togliere alla ipotesi qualsiasi realismo. Pazienza, magari lo faremo un’altra volta:

Amarsi a tratti

equilibristaViste le vite frenetiche che conducevano, quando si conobbero non sapevano proprio come amarsi. Non che le avessero scelte, quelle vite, ma una volta trovaticisi dentro, non era proprio ipotizzabile uscirne.
Nonostante questo, crebbe in loro un sentimento incontrollato. Forte, molto più di quanto avrebbero potuto ipotizzare. Persino più di quanto erano in grado di gestire, infilandolo nelle loro ordinatissime agende di appuntamenti. Viaggi da fare, scadenze da rispettare (o almeno da affrontare con ansie rinnovate), obiettivi da raggiungere, impegni da incastonare.
E poi i passi avanti, i maledetti passi avanti: chi ha il coraggio di rinunciare a quelli, dopo tutto il tempo e la fatica impiegati per cercare di raggiungerli! Le vite sature di entrambi, quindi, non consentivano di aggiungere altro. Eppure non seppero resistere.

Si lasciarono spingere come da un vento improvviso, di quelli che ti aspetti solo un po’, ma quando arriva ti fa perdere il ritmo e per non cadere in avanti devi fare piccoli passi svelti per recuperare l’equilibrio.
Dopo di questo capirono che non c’era spazio e si trovarono, inspiegabilmente, ad amarsi a tratti. Sì, a tratti. Non fu una vera decisione. Fu piuttosto un assecondare una situazione ineludibile. Continuarono a condurre le loro vite piene, ma a tratti si amavano pienamente. In quei tratti si concedevano l’un l’altra senza riserve e senza ipotesi sul futuro. Per poi tornare altrettanto pienamente alla vita precedente. Affrontandolo da un punto di vista teorico, il problema era proprio di sincronizzare quei tratti. Di fare in modo che il tratto pieno non coincidesse con il tratto vuoto dell’altro. Erano come equilibristi sulle linee tratteggiate al centro della carreggiata: in quei giochi di bambini dove vale solo calpestare il bianco e se vai sul nero sei morto. Ma morto davvero, eh; ché nei giochi dei bambini non si scherza!

Saltellavano dentro e fuori da questo amore vivendo lo strano imbarazzo di dover ricondurre a una logica qualsiasi questa completa ma alternata appartenenza. E la cosa paradossale è che non avrebbero mai barattato questo ticchettio sentimentale con nessun rassicurante suono costante.

Stupore

civettaPoi d’improvviso capitano cose che ti lasciano a bocca spalancata. Si dico a te, proprio a te. A te che magari nascondi in una battuta arrogante la paura di essere colto a emozionarti. A te che preferisci parlar male delle persone perché sai che prima o poi un te l’avevo detto lo potrai fieramente brandire. A te che rimbalzi tra un sono tutti così e un se l’è cercata

Capitano esperienze improvvise che non avevi messo in conto. E che ti fanno cadere dal tuo sgabello di certezze.

Trovi una canzone di un cantante che odiavi che all’improvviso parla di te. Vedi una palla di storni nel cielo di un ritorno dal lavoro e d’improvviso vorresti che quella maledetta coda fosse ancora più lenta, ancora più ferma, per poterli guardare senza mollare la frizione. Senti una frase di un bambino che ha dentro tutto e in un attimo ti fa capire quanto sei stato cretino a nasconderti in tante parole complicate. Ti arriva un messaggio di chi ha letto una tua frase travisandola e voleva ridere di questo con te. Ti trovi per un caffè al volo e la voglia di chiacchierare è così tanta che il caffé diventa freddo e non te ne frega niente. In una pioggia torrenziale dopo esserti bagnato fino alle ossa capisci che non ha più senso resistere e che non è poi questa sciagura. Guardi una borsa della spesa da cui spunta una gamba di sedano e ti sembra la cosa più bella del mondo.

E allora come fai? Fingi che vada lo stesso tutto male per non dovere ammettere che la speranza l’hai buttata via troppo presto? Oppure (peggio) fingerai che vada comunque tutto male, fingerai di non provare nessuna emozine, fingerai di poterti rifugiare ancora nel tuo pessimismo di facciata, così comodo così calduccio.

Fingi, fingi pure. Tanto quando chiuderai il portone dietro di te fischiettando quel motivetto scemo, io sarò li. E ti riconoscerò.

Spegni e riaccendi

treniveloci

Dei treni di oggi mi piace il fatto che i posti sono prenotati, almeno su quelli a lunga percorrenza, alta velocità e caro prezzo.
Ma il fatto di arrivare e di sapere che ho il mio posto mi fa iniziare il viaggio con un umore migliore. Meglio ancora sono quei treni che hanno i sedili a due a due, come le corriere di provincia, o come gli aerei.
L’ultimo viaggio, però, mi è capitato un posto dei quattro centrali. “Beh, pazienza. Mi metto i miei auricolari, tiro fuori libri e appunti che tanto non riguardo e mi isolo come si deve”

“…usi… gnere…staluce?”
“Eh?!?” dico io cercando di essere cortese, mettendo in pausa senza togliermi le cuffie… “Come diceva?”
“Chiedevo se lei la sa spegnere questa luce?”
E mi porge un telefono diverso dal mio, con la lucina LED del flash accesa, bloccata.
Prima che io possa dire che non lo conosco, chiudendo l’intrusione con un mi spiace, mi ritrovo già lo smartphone in mano. Deve essere una cosa veloce, penso, e inizio a provare.
Cerco una app con una icona che ricordi una torcia elettrica o una luce d’emergenza, ma niente. Scorro a caso cercando un indizio ma ancora niente. Cerco le impostazioni, ma in questo IOS non so neanche come è fatto.
La padrona del telefono comincia a parlare, io l’ascolto poco. Lo fa con un modo strano, non invadente.
“Sto tornando da Milano, dove abita mia figlia, ha ventitre anni, studia arte…”
Io continuo a cercare di districarmi da quel compito che non ho cercato. Ma quando dice “mia figlia” alzo ancora gli occhi. Non mi torna l’età. Avrà quarant’anni, come fa ad avere una figlia ventenne che vive in  un’altra città? Ok, va bene tutto, ma qualcosa non mi convince. La selva di icone comincia a essermi straniera.
“È lì da poco e adesso aveva bisogno di me. Ho lasciato i due piccoli col padre e mi sono sentita in dovere di partire”

Alzo gli occhi. Questa voglia di raccontarsi mi fa sentire bene. Non so perché ma non sono in imbarazzo se questa sconosciuta mi racconta i fatti suoi. Tengo il suo cellualare in mano ma non lo sto più guardando.
“Eva e il suo ragazzo si sono appena lasciati. Insomma lui l’ha lasciata, l’ho capito dall’angoscia ingiusta che aveva addosso. Da come mi telefonava. Dal bisogno non espresso che aveva di me. Perché una mamma queste cose le capisce sempre. Magari poi non sa come affrontarle, ma le capisce…”
“E cosa si dice in questi casi?”
“Mah non so…” sorride. Come se dovesse darmi la risposta giusta che non conosce.
“Solo che il fatto di essere andata a trovarla, l’ha fatta sentire bene. Ha persino cambiato le lenzuola e fatto finta di non fumare. E poi mi ha portato nella sua vita. A teatro, dove fa qualche lavoretto. E poi coi suoi amici strampalati. E soprattutto mi è stata vicino e ha parlato parlato parlato parlato e parlato. E parlato ancora. Tanto che non sapevo più cosa dirle, davvero!
E infatti ho fatto la cosa più sensata che potessi fare: starla a sentire. Senza correggerla, senza suggerire niente. Senza darle solidarietà o consigli banali. Solo fare vedere che c’ero” Si corregge subito “Che ci sono”. Dice quel ci sono con una bella, invidiabile fierezza.

Io penso ai miei di figli. “Io ne ho tre, ma sono piccoli. Vanno alle elementari. Stavo riflettendo a quando, un futuro, mi troverò anche io nella stessa situazione. Sempre che ai papà qualcuno abbia voglia di raccontare queste cose…”
“Io davvero… non so… ma anche una mamma non sa come affrontarle”
È una donna magra, alta, mani lunghe. Un aspetto molto piacevole, ma del tutto naturale. Forse senza trucco, comunque senza trucchi evidenti. Di strano ha solo un paio di scarpe assurde, a metà tra ballerine e scarpe da tennis. Gradevolmente brutte. Anzi no: decisamente brutte. Leggo sulla copertina della sua agenda che si chiama Anna. Sì, Anna è anche un nome che le somiglia.
Riprendo il mio ruolo di assistenza tecnica  e cerco la soluzione per il suo telefono. Ma è passato del tempo e la tastiera si è bloccata. Glielo devo restituire e un po’ mi spiace.
“Si è bloccata la tastiera. Non ho trovato la soluzione. Magari spegnendolo e riaccendendolo va a posto”. Ok, ho detto una banalità, ma magari funziona. Funziona sempre questa cosa di spegnere e riaccendere. Chissà se anche con i figli, quando sono in crisi, si può fare qualcosa di simile. Chissà se con Eva e Anna funziona questo trucco di spegnere e riaccendere. O forse basta stare vicino, vedere che la tua disperazione sta a cuore a qualcuno. Riprendersi dai baratri, risalire.

“Ah grazie. Funziona. Grazie mille”. Un sorriso pieno di gratitudine.
Cerco un pretesto per fare altre domande, per chiedere, per sapere. Ma non trovo niente e torno a ascoltare la mia musica. In un giorno in cui sento che la mia bossa-nova non è mai stata così noiosa.

Nuova richiesta

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Se potessi prendere un centesimo ogni volta che qualcuno, al mondo, pronuncia un a determinata frase, non avrei tanti dubbi. Sceglierei la frase “in fondo non ci si conosce mai davvero”.
Un po’ perché c’è sempre qualcuno che, dai e dai,  se ne rende conto. Un po’ perché l’ho detta e pensata anche io. Ma abbandonando per un attimo i miei propositi di guadagni facili, oggi c’è una cosa che prima non c’era. La facilità di conoscersi.
Con questi nuovi strumenti siamo tutti più vicini. Nel bene e nel male. Siamo interconnessi, siamo attaccati, vicini sempre. Non dobbiamo più aspettare la metà del pomeriggio per andarci a sedere sul muretto dove forse arriva quella, dove forse passa quello, dove di solito si trovano quelli.

Quando mi arriva una richiesta di amicizia (locuzione irritante, ma che ormai è stata sdoganata) io la guardo come una sorpresa.
Da piccolo, a casa di mia nonna, c’erano scatole in cima agli armadi (o nei cassettoni dei comò) pieni di oggetti poco ingombranti e fondamentalmente inutili. Per me erano un tesoro. Probabilmente erano appartenuti a qualche vecchia zia morta da tempo o a chissà chi. Per me era una meraviglia continua. Bottoni, pezzi di ingranaggi, monete con i profili di re che han perso il referendum con la storia, sostegni di zampironi, santini ingialliti, sfere di cuscinetti, segnalibri, rosari, pennini senza più penne. Io poi non prendevo niente, ma guardare in quelle scatole era una gioia. Sembrava di poter leggere quelle vite lontane.Era un po’ curiosare un po’ scoprire.

Provo un po’ la stessa sensazione quando mi arriva una richiesta di contatto nei social network da uno sconosciuto. Guardo e cerco di farmi un’idea. Guardo quello che scrive, da dove viene, le foto che ha messo. Annuso ciercospetto. Un violoncello, il pane coi semi di papavero, una foto brutta di un bellissimo pupazzo di neve che ha per occhi delle bacche stellate, un papà coi mocassini chinato di fianco a una bimba coi capelli tagliati in casa, una pila ardita di sassi in equilibrio, libri chiusi, libri aperti, librerie, scarpe buttate in un angolo dopo una corsa, raggi di ruote di biciclette da usare di sabato, Clarks’, un piede che punta il soffitto avvolto in calzini a righe, posti che a qualcuno devono aver detto qualcosa.
Poi richiudo la scatola e non prendo niente, ma mi piace questa sensazione.