festa del vernidas

vernidasMi sembra ieri che li facevo io quei bigliettini per la festa del papà. Portacenere di das (quando c’era tempo col vernidas) oppure una cravatta di cartone da mettere attorno alla bottiglia di whisky. Perché i papà degli anni Settanta evidentemente erano tutti delle bestie che fumavano e bevevano in continuazione. Questo almeno nell’immaginario delle maestre e dei pubblicitari degli anni Settanta.
Spariti i portacenere, sparita la pubblicità dei liquori, sparito il das (anche se qualcuno giura di averlo visto in qualche vecchio negozio) restano i papà. Diversi da quelli di allora: con meno autorità, meno basette, meno zampe di elefante. Forse anche con meno speranza di una volta. Perché il mondo non è più quello governato da un indiscriminato aumento del PIL e delle possibilità. Non è più quello per cui ogni nuova generazione sta matematicamente meglio di quella precedente.
Mi guardo allo specchio e, invecchiando, vedo tratti di mio padre. Non so se mi disturba invecchiare o sentirmi uno stampino addosso (bello o brutto che sia). Poi in fondo sono simile anche in certi aspetti del carattere: tipo quando nell’abitacolo della mia macchina sono il più grande rompimaroni dell’emisfero boreale…

Stamattina facendo colazione ho detto che non sono tifoso e Luca mi ha detto “Ma come! Tu tifi per il Mantova”.
“Ma no, non sono tifoso”
“Ma io l’ho scritto sulla scheda per la festa del papà”
Allora non me la sono sentita di insistere e ho detto che sì, che tifo il Mantova. E in quel momento non era una forzatura. Era assolutamente vero. Perché se me lo chiedono loro tifo anche il Mantova. O la Juventus. O persino la Roma (no, be’ non esageriamo).
Voglio che questi regali politically correct siano una soddisfazione, almeno per i miei figli che ci hanno lavorato. Non importa se finiranno nel secondo cassetto del comodino, che ormai non si chiude più.

Unico indagato

cantiere

Scendendo dal diretto nella stazione di S. Cassiano nel Pollino, Cosimo non si guardò nemmeno intorno: prese il vialetto con la ringhiera rossa, a sinistra della stazione e si diresse con decisione nella piazzetta rettangolare. Lì c’era, puntuale e scrupolosa una panda verdina. Anche il rumore rugginoso della porta che si apriva gli sembrò familiare.
“Ciao. Come stai, papà?” – disse intanto che reclinava il sedile del passeggero in avanti per buttare il borsone su quello di dietro.
“Bene, Cosimo. E tu? Novità?”
Più che uno scambio di domande era un rito consueto. Nessuno si aspettava veramente una risposta.
La panda si mise in marcia in un silenzio strano.

Nessuno dei due sapeva come affrontare l’argomento. Si era parlato di lui, con nome e cognome, sulla prima pagina di Calabria Oggi e persino sul TG3 regionale.
Cosimo l’aveva saputo da altri studenti fuori sede, con cui non condivideva molto di più dell’accento e della tratta da pensolare.
“Ma quel Santi Morato è tuo padre, vero?”
“Sì, mi padre si chiama così. Cosa succede?”
“Guarda…” e il capannello di studenti si era alzato dalla carogna smembrata di un quotidiano aperto alla pagina della cronaca locale.
Si parlava di un incendio che aveva praticamente distrutto tutti i macchinari della ProGe2000, unica appaltatrice per la costruzione della strada regionale. Si parlava della natura sicuramente dolosa. Si parlava di interessamento delle cosche nei lavori. Si parlava di questa società piemontese, di come aveva vinto la gara pubblica, ma forse senza fare i conti con la realtà.
Si parlava di Santi Morato, custode del cantiere, unico iscritto sul registro degli indagati per questi fatti di cronaca.

La panda verdina correva con una leggerezza innaturale lungo la strada comunale, tanto che sembrava la sapesse a memoria. Ogni buca, però, faceva ricadere di colpo da quella sospensione. E il rumore di ferraglia inquadrava la vecchia automobile nella dimensione naturale.
“Ma cosa è successo, come hai potuto? Dicevano i giornali che sei indagato. Ti hanno interrogato? Cosa ti hanno chiesto?”
“Le solite cose, Cosimo. Non parliamone. Tua madre ha preparato la pasta al forno perché tornavi”
“Ne parliamo sì. E’ ora di dire basta a queste cose! Non bisogna chinare il capo di fronte a queste merde. Tu li hai visti? Ti hanno minacciato? Tu c’eri? Perché qui si sa tutto, tu lo sai chi sono, vero?”
Santi guidava in silenzio fissando con troppa attenzione la strada.
Avrebbe voluto dire a Cosimo che non gli mancava il coraggio. Ma per pagargli gli studi fuori, per dargli una possibilità fuori, per continuare per lui a sognare una vita fuori, lui doveva rimanerci dentro. Dentro questa merda.
E tanto a un custode, a un umile custode cosa vuoi che facciano? Archivieranno tutto. Probabilmente.
Avrebbe voluto dirglielo che doveva portare rispetto. Non per l’autorità di padre, ma per l’amore di un padre. Per un padre che sogna una vita migliore al figlio che studia all’università.
Avrebbe voluto togliersi quello sguardo giudice di torno. Avrebbe voluto una comprensione che non sapeva chiedere.

Scendendo dalla macchina gli disse solo “Ti porto su io il borsone. Va’ a dare un bacio a tua madre. E lavati le mani che ci sarà pronto. Ti ha fatto la pasta al forno, sai?”

Smontare e rimontare

smontare rimontare

A furia di aggiungere strati di scotch, poi il giocattolo non sta più assieme. A forza di abbozzare, poi ci si dimentica il perché ci si era ficcati in questa situazione. A mano a mano che aggiungiamo toppe, poi le tute da ginnastica dei bambini diventano armature. Continuando ad aggiungere eccezioni, poi perdiamo di vista le regole. Sporgendoci troppo sul futuro, rischiamo di cadere giù dal presente.

Ad un certo punto mi sono accorto che correvo ma invece di migliorare restavo allo stesso punto. Dovevo calare, certo. Era da anni tra le cose da fare. Era il consiglio ricorrente che mi davano i vari medici che, molto casualmente e molto sporadicamente, mi capitava di sentire. Ma calare è faticoso, soprattutto se pensi che c’è tempo, che lo farai, che hai tutte le informazioni che ti servono, che basta iniziare. Così passa il tempo e gli allenamenti per la maratona diventano radi. La schiena comincia a fare male e a perdere elasticità. Vertebre? Muscoli? Ernie?
Fino a quando ho dovuto prendere atto che la direzione presa non mi stava portando da nessuna parte. E allora la soluzione è solo una. Fermarsi. Smontare e rimontare.

Riuscire a capire da quale punto ho sbagliato e ripartire. Anche non subito, anche senza fretta. Magari rinunciando a qualcosa. Smontare e rimontare.

Panni stesi sulla ringhiera

panni sulla righiera Mi è capitato di recente che mi presentassero persone nuove. Incontri fatti un po’ per caso. Amici di amici, come dicono i social network copiando la locuzione dalla mafia. E la cosa che più mi ha colpito è che qualcuno di loro mi ha detto “Ah, ho capito chi sei, sei quello che scrive qui e là!” Dove qui e là non erano posti vaghi ma l’indirizzo esatto degli account e dei siti che uso. La prima reazione è stato sentirmi spiato, radiografato, trafitto dalle loro letture a raggi x. Poi ho sentito immediatamente un calore strano. Forse le guance che arrossivano come mi succedeva alle medie oppure era proprio l’effetto della esposizione a quella radiazione inaspettata. Subito dopo ho ascoltato una immensa soddisfazione. Come se scrivere battute e racconti e qualche storiella avesse un senso. Perché, pensavo, scrivere non è mai un atto compiuto. L’azione dello scrivere si compie quando il messaggio arriva a qualcuno e lo cambia. Non parlo di grandi cambiamenti, parlo semplicemente di generare una riflessione o addirittura (esagero) un’emozione. Il pensiero di essere davanti a un video e a una tastiera e di riuscire a combinare le parole in modo che da qualche altro lato del mondo qualcuno legga e sorrida è qualcosa di sublime. Dice Alessio che “la scrittura è l’atto più privato che possa esserci” e che lui di conseguenza ha molte ritrosie nel farlo. Proprio lui che ragiona in modo conseguente, sceglie le parole giuste e le trova in fretta. È vero, è tutto vero. Ma anche un sorriso o una lacrima o un’incazzatura sono un moto privato. Eppure a volte ci sembra inevitabile mostrarle. Diventano un modo di stare al mondo, un gesto politico. Sono cresciuto in una realtà non omertosa, ma sicuramente riservata. Dove il voto e la busta paga sono cose da non discutere, neanche con gli amici. Una realtà dove i panni sporchi si lavano in casa e magari anche lo stendino va messo all’interno, in ossequio al decoro del condominio. Io non sono certo coraggioso. Ma mi sto prendendo il rischio di metterli a stendere sulla ringhiera che dà sul cortile, quei panni. E di sporgermi di fianco per salutare i vicini che passano.

Illusoria unitarietà

marmellata

Lui si piaceva abbastanza. Non era per eccesso di sicurezza che non si faceva domande. Era più per mancanza di abitudine alla introspezione. Aveva un carattere mansueto, ma asprigno. Spesso decideva di non nascondere quella punta di amarezza che aveva sempre caratterizzato la sua vita. Ma la cosa davvero strana era la sua capacità di coniugare la dolcezza più sfacciata con la sua acidità. Passava con la più grande naturalezza dal sarcasmo più spietato alla lusinga più convincente.

Lei era molto insicura. Aveva un profumo burroso che la precedeva e che la rendeva subito riconoscibile. Anche al buio, anche controvento. Era dolce, tanto dolce, così dolce e convincente che se comincia a gustare il suo sapore, poi non hai scampo: ti resta dentro. Presente, persistente, invitante. Che non ti abbandona anche quando hai preso a pensare ad altro.

Lui un giorno la incontrò. Si guardarono con diffidenza, ma dopo poco si lasciarono andare, vedendo nell’altro l’attrazione di un opposto, il richiamo di una complementarietà che sembrava impossibile.
Si legarono e insieme furono inaspettatamente perfetti. Tutti li amavano dal di fuori, pur non conoscendone le individualità, ma solo la vita ufficiale assieme.

Lui era marmellata di albicocche. Lei era cioccolato.
Ma ormai nessuno ne ricorda le origini distinte. Ormai tutti preferiamo appassionarci al loro essere uno. Socchiudere gli occhi e sognare che un’unione possa essere vera, possa essere per sempre e perfetta. Preferiamo aprire le narici e illuderci che siano una cosa sola, solida, calda, inscindibile. Preferiamo non considerarli come un incontro di opposti. Abbiamo deciso che siano una somma senza addendi.

barra di riempimento

disc fullIl disco è pieno. Strapieno. Quando mi hanno consegnato questo personal computer, il disco aveva solo 50GB occupati e 450GB liberi. Sono numeri che non dicono molto, presentati così. Ma poi io e il mio portatile li conosciamo, quei parametri. E assieme siamo cambiati, giorno dopo giorno, mese dopo mese. Abbiamo imparato cose, abbiamo accumulato, archiviato, accatastato.
Abbiamo imparato persino a fare i conti con i nostri limiti. Io con i suoi, lui con i miei. L’ideale sarebbe stato fare i conti ognuno con i propri limiti, ma a quello non ci siamo ancora arrivati.
A furia di mettere da parte, senza buttare mai nulla, lo spazio libero si è via via ridotto. Un’ansia non ascoltata che risuona come una bottiglia che si sta riempiendo: l’acqua sale di livello e quando arriva al collo il sibilo si fa acuto e il gorgoglio accelera.

Così dopo circa tre anni io e il mio computer ci siamo guardati e ci siamo detti: è ora di fare spazio, di buttare via qualcosa. È ora di decidere cosa serve e cosa non è davvero indispensabile. E allora via. Spostare la musica altrove. Togliere tutti i film che tolgono spazio. Le foto? Le foto sono sicuramente l’elemento più prezioso, quello che non va perso mai. Allora via: doppio back-up su due dischi diversi. Ma per uno strano sortilegio, quello spazio recuperato a fatica finiva per saturarsi lentamente ma inesorabilmente.

Alla fine ho deciso. Dovevo fare qualcosa di drastico. Bisogna ripartire. Tabula rasa. Riportare il fido portatile alla configurazione iniziale. Fare spazio, sfoltire, respirare. Respirare. Finalmente libero.

Ho portato in assistenza il portatile per un giorno ma la sera era di nuovo libero, leggero, pulito.
“Adesso non mi resta che ripristinare i dati e ripartire”, mi sono detto.
Così ho preso a copiare quello che avevo salvato altrove. Piano piano, osservando barre che ri coloravano, contatori che arrivavano a cento.
Tutto utile, necessario, indispensabile. E pensavo che la mia vita somiglia un po’ al destino di questo mio vecchio portatile.
Fare spazio, respirare, provare sollievo. E subito cadere nella saturazione del superfluo a cui non so rinunciare.
Penso questo e non riesco a togliere gli occhi dalla barra di riempimento. Che porta numeri sempre più alti, una saturazione che si avvicina sempre di più…

come la noia

noia2

Perché quando la noia ti circonda e tu sei all’undicesimo piano, hai davanti una gamma molto limitata di opzioni.

Una di queste è guardare la televisione. Tanta televisione, tanta tanta televisione, tanta tanta tanta televisione. Magari dando anche ascolto alla prof di lettere che dice che vanno scelti preferibilmente programmi educativi. E se hai una prof di lettere che usa avverbi come preferibilmente, allora lo capisci subito che tu di chance nella vita ne avrai davvero poche.
Ma i cartoni animati non lenivano il senso di noia. Le loro immagini fisse e ripetitive come la trama di ogni episodio non soddisfacevano nessun desiderio di evasione. E a questo andava aggiunto il senso di colpa che derivava dai proclami disfattisti dei grandi sulla “televisione che rincretinisce” sui “cartoni animati giapponesi che fanno diventare violenti”. La violenza, a dire il vero, la generavano: ma solo perché quando io volevo vedere un programma e mio fratello un altro, spesso finiva che facevamo a botte. Poi il nesso di causalità lo valuteremo in appello.
Guardavo tanta televisione, ma mi interessavano soprattutto i documentari. I bei documentari di Quark con dentro tanti animali e tanta natura e tante leggi del mondo.

Ma quando neanche questo bastava allora c’era la chitarra. Fotocopie di canzonieri scritti in un carattere piccolissimo, con gli accordi (a volte persino corretti) scritti a mano. E poi gli arpeggi, più consoni al decoro del condominio, per  volare via da quella stanza. In avanti, verso amori plausibili in rima, oppure verso palchi, verso storie, verso fantas… “Ehi! Io di qua sto facendo i compiti! Non rompere con quella chitarra! Che tanto fai schifo a suonare.”
Ecco! Poi si atterrava bruscamente.

A volte erano esperimenti scientifici. Tipo prendere un batuffolo di cotone, metterlo nel bidè, sporcarlo di alcool denaturato e dargli fuoco. Pochi secondi di terrore e meraviglia. Vedere la fiamma che diventa blu e arancione e blu. E lascia vapori e sbuffi che poi è un casino mandare via dall’atmosfera viziata del bagno. Passando in pochi secondi dalla scoperta scientifica alla certezza scientifica che saremmo stati scoperti.

A volte era il campetto condominiale. Fondo di terra (molto) battuta, siepi di ligustro e forma triangolare. E quando vincevi a pari o dispari nessuno sceglieva palla, ma tutti campo. E poi Felice che era una schiappa, ma il Tango era suo. Sì, era il Tango di gomma, non quello di cuoio, ma vuoi mettere? Allora ti toccava sceglierlo e in porta fare un po’ per uno. Altrimenti se ne andava, pallone compreso.

Ma alla fine siamo sopravvissuti a tutta questa noia. E siamo persino diventati grandi.