Nella tasca

Stazione ferroviaria

Scendendo dal treno, Valentino, non sapeva bene in quale direzione guardare. Infilò distrattamente le mani nelle tasche. Nella tasca destra del suo giaccone cominciò a distinguere: la stagnola del pacchetto di gomme americane a metà, le chiavi di casa con portabadge usato come pertachiavi, le monete ricevute come resto dall’edicolante, un fazzoletto di carta asciutto ma appallottolato e il cavetto degli auricolari che avvolgeva tutto. Tastava alla cieca questo groviglio e gli sembrava di trovarci dentro dell’altro, che ancora non riusciva a identificare. Una inquietudine, una mancanza. Un simbolo forse. Ma no, era più un’inquietudine.

Nella sua tasca non c’era altro che quello che lui c’aveva infilato. In quella tasca c’era tutto quello che gli era servito nelle poche ore trascorse e che gli sarebbe servito nei minuti che lo aspettavano. Riconosceva ogni elemento al tatto, magari da un singolo particolare. Ma sentiva tutto estraneo.
Se qualcuno, lontano da grandi voli filosofici, gli avesse chiesto “Che cosa ti servirebbe adesso? Cosa vorresti avere in tasca?” lui probabilmente avrebbe risposto quello. Le chiavi, la musica, un fazzoletto, le gomme, i soldi. Ma anche di fronte a questo elenco non si sentiva soddisfatto.
Era come se camminando sentisse il peso di una soddisfazione imperfetta. E la cosa che più lo rendeva grigio era il non riuscire a mettere a fuoco cosa gli mancasse.

Camminando velocemente verso l’atrio della stazione prese a fare lo slalom tra i trolley portati a guinzaglio da viaggiatori più lenti di lui. Ma questo non lo distolse da quella sensazione sgradevole che montava. Ormai provava una certa insofferenza per quel grumo di inutilità racchiuse nel suo pugno piantato nella tasca destra.
Arrivato oltre i respingenti si avvicinò al cestino giallo a pochi metri dall’obliteratrice. Estrasse il pugno con tutto il contenuto penzolante della tasca. Fece come per lasciare tutto nel cestino e ripartire.

Poi pensò che senza chiavi non si poteva stare. E anche quelle cuffie erano quasi nuove. Buttare via monete, poi, perché? E le gomme americane e il fazzoletto ormai che senso avrebbe avuto disfarsene. Rimise tutto in tasca. Pugno, oggetti e senso di imperfezione. E uscì dalla stazione con ancora tutto in tasca.

Un solo fiocco di neve

fioccodineve

Lo scooter non lo uso quasi mai. È comodissimo per andare in centro, è la soluzione ideale per andare in quei posti dove non c’è parcheggio, ma non è adatto per andare al lavoro e per portare i bambini a scuola. Quindi è l’ancora di salvezza dei percorsi inusuali.
La conseguenza di questo è che per la maggior parte del tempo resta fermo, legato e col sellino coperto, in attesa che qualcuno si ricordi di lui. Ma questo nostro comportamento sembra non essere tanto compatibile con le logiche da elettrauto. Non usandolo finisce per farci spesso lo stesso scherzo: la batteria si scarica e (quando dobbiamo usarlo) non parte.

Domenica sono stato previdente: visto che in settimana avevo in programma di prendere lo scooter l’ho acceso. E’ partito subito. Tanto che preso dall’ottimismo mi è tornata in mente la frase sentita cinque minuti prima
“Se lo provi, ci sarebbe da prendere il latte”
Sono andato al supermarket più vicino e ho preso il latte. Non uno, ma sei litri. Lo metto nel bauletto, tolgo catene, metto il casco. Nei secondi seguenti ho sentito il motorino di accensione che si schiariva la voce con crescente lentezza e fatica. Ehmehmehm ehm ehm…
“No dai parti! Non adesso…”
Dopo una decina di secondi l’agonia elettrica è finita e la situazione è stata chiara. Ero a piedi, a poco più di un chilometro da casa, con due quintali di motorino e sei litri di latte. In più avevo solo un’ora di luce prima del tramonto e (nonostante il freddo) avevo una gran voglia di andare a correre.

Mi decido: lo spingo fino a casa e lo metto in carica, nel box. Inizio a spingere affrontando con una certa superficialità la pendenza della salita. Sì, quella davanti alla scuola di Luca, sì quella che anche quando sono a piedi mi fa rallentare non poco.
La supero, fermandomi due volte a prendere fiato. A metà strada incontro un amico che mi offre aiuto “Ho i cavi a casa” ma ormai è questione di orgoglio.
Proseguo e ecco che con la coda dell’occhio vedo qualcosa di leggero posarsi sul sellino di fintapelle nera. Scendeva piano, come un petalo. Ma non è stagione. La forma era sferica la dimensione quella di un fiore di mimosa. L’ho guardato, senza smettere di spingere il mio fardello laterale e ho notato che cambiava. Sciogliendosi piano.
“È un fiocco di neve!” ho pensato con lo stupore di un bambino dietro i vetri. Ho subito guardato se ce ne fossero altri, ma no: nessuno. Ho cominciato a pensare alla temperatura, troppo alta per far nevicare. Poi è tornata alla mente la lezione di scienze ripetuta con Luca, quando lui mi spiegava che “per ogni 200 metri di altitudine la temperatura cala di un grado”. Quindi, a occhio e croce, potrebbe essere partito da mille, millecinquecento metri, chi lo sa.
Il bello è che è unico. E questo me lo rende simpatico ancora di più. Non smetto di spingere e, con questa compagnia perdo la nozione del tempo e del modo e arrivo presto.

Attaccando i cavi per ricaricare la batteria, continuavo a pensare a quel fiocco. A quel caso miracoloso che me lo ha fatto atterrare di fianco e al fatto che senza il sellino scuro non lo avrei mai visto…
“Ma è tardi: prima che il sole tramonti voglio andare a correre”.
Magari riflettendo sul fatto che bisogna pensarci prima a certi viaggi e che il cervello è come la batteria dello scooter: va usato costantemente se vuoi che funzioni bene.

Come uno specchio rotto

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Una poesia è uno specchio rotto. Ha tanti frammenti: in uno vedo un pezzo di me, in uno un pezzo di te. Ci vedo tanti colori, tante luci, tante possibili immagini. Se socchiudo un poco gli occhi, facendoli a fessura per cercare di vedere tutto assieme, allora mi sembra di vederci un quadro completo, un’immagine con un messaggio che mi risulta.
Dico che è un bell’insieme, mi consola, ci leggo verità e simboli decrittati.
Ma a essere seri, gli occhi van tenuti aperti. Mi fermo a guardarlo quello specchio. Lui e tutte le immagini che ha dentro. Vedo un pezzo di me. Vedo un segmento di te. Ma dopo poco l’illusione crolla e devo ammettere che quella immagine non sono io. Che quella immagine non sei tu. Che quell’insieme non sta insieme.
E me ne vado, lasciando ad altri la poesia e i simboli. Vado alla prima campana verde del vetro e butto lo specchio, l’immagine e tutta la poesia.

La temibile compagine bielorussa e il bar di Star Wars

Champions League

Luca è appassionato di calcio. Essendo uno sport di massa, il mio snobismo mi ha portato sempre a porre un freno a questa passione. Non voglio che diventi uno dei tanti che parla usando cori da stadio e che sostituisca alla sua opinione quella del Biscardi di turno. Quindi se da un lato l’ho sempre incoraggiato a giocare a pallone (in cortile, in spiaggia, al doposcuola), dall’altro non ho mai sottoscritto abbonamenti a canali di calcio né assecondato le sue richieste di mollare la piscina per il campetto.

La sorte, per compensare questa mia mancanza, mi ha offerto un specie di chance. Unicredit, infatti, ha indetto un concorso che si chiama RefereeMascot con il quale si offre a un bambino la possibilità di accompagnare in campo un componente del team degli arbitri. Si vestono negli spogliatoi, entrano in campo prima del fischio di inizio e poi i bimbi si rivestono e raggiungono i genitori in tribuna per guardare la partita di Champions League.
Sono in ufficio. Mi arriva una telefonata strana “Vuole portare suo figlio a vedere Roma – Bate Borisov? “

Consulto qualche amico con il figlio della taglia giusta, diamo le conferme e dopo un paio di giorni inizia la nostra avventura. A dire il vero la serata è stata una alternanza di momenti di gloria e di panico, nella migliore tradizione della tragedia classica.

Siamo arrivati allo stadio e ci siamo accorti che il punto di ritrovo era dentro, ma noi eravamo fuori e senza i biglietti. Il nostro contatto era una giovchampions2ane donna molto in gamba, Serena di Unicredit. Abbiamo chiesto agli steward di poterla avvisare ma sono stati irremovibili. Quando poi è uscita ci siamo accorti che i nostri biglietti erano in albergo ma i nostri figli dovevano entrare. Allora la povera Serena si è improvvisata mezzofondista e ha percorso i due chilometri verso il suo hotel per permetterci di entrare. Nel frattempo i nostri figli sono stati portati negli spogliatoi e noi genitori siamo restati fuori dai tornelli e dentro le cancellate. Una specie di zona di interdizione che ricordava un po’ Staten Island, ma con più giornalisti e meno sogni.

Dopo un po’ la valente mezzofondista per cui tifavamo è tornata, ha ritirato le liberatorie (che avevamo firmato appoggiandoci sull’auto ufficiale), ci ha dato i biglietti che abbiamo sventolato davanti agli increduli steward (osteggiando la faccia da “hai visto che ce li avevo!”) e siamo entrati.

Quando i bambini sono entrati in campo è stata un’emozione. L’inno della Champions League, la corsetta e lo schieramento in campo. Luca era vestito di bianco con la scritta RESPECT e mi ha confessato che tremava.
“Perché tremavi? Avevi freddo?”
“No, non era quello…” è stato il suo commento emozionato elasciato volutamente in sospeso.

La partita è andata bene, i bambini hanno arricchito il loro repertorio di parolacce, grazie alla simpatica famiglia di nobili inglesi in gita in tribuna Monte Mario. Ma sono abbastanza grandi da riderne senza ripeterle. In realtà il match con la temibile compagine bielorussa è finito zero a zero tra i fischi dei tifosi romanisti arrabbiati con il mister, ma a noi questo importava poco.

Siamo usciti e abbiamo trovato una brutta sorpresa. Il bauletto dello scooter era stato forzato. E il coperchio tolto di netto (costa esattamente come i due biglietti di tribuna). Nel cercare di rimetterlo a posto ho rotto la chiave nella serratura. Il problema è che la chiave era la stessa chiave dell’avviamento. Quindi ci siamo trovati alle undici di sera, lontani da casa e a piedi.

Luca era molto scosso dal tentato furto e stanco per l’orario e continuava a ripetere “Ma se i ladri tornano e ci rubano il motorino?”. Ho cercato di rassicurarlo con parola a vanvera, ma pronunciate con dolcezza. E forse ci sono riuscito. champions3
Stavo cercando un taxi col cellulare e ne ho visto uno passare. Lo abbiamo preso al volo, come nei film. Anche lo slang del tassista ricordava un personaggio alla Taxi Driver, ma un po’ piu der Tufello che della grande mela. Ma l’abitacolo era caldo e siamo arrivati a casa abbastanza in fretta.

L’indomani mattina sono andato a riprendere lo scooter. Ho accompagnato i bambini a scuola e poi a piedi verso la metropolitana. Ho preso al volo un bus sovraffollato con gente che si ripeteva come una litania i discorsi di ogni mattina “Per fortuna che a doveano potenzià, ‘sta linea!”.

Arrivo allo scooter e mi accorgo che il parcheggio sul lungotevere lo ha esposto al freddo e a un’umidità che non avevo considerato. Provo con la chiave di riserva. Entra: è già qualcosa. Provo ad accenderlo ma non parte. Ad ogni giro del motorino di accensione la mia speranza di vederlo partire si allontana di un po’. Alla fine sono fermo. Lancio un uffa che fa rima con imbarazzo e mi fermo un attimo a pensare. Non ho voglia di tornare a casa per ricaricare la batteria e tornare un altro giorno. Trovato! Guardo se c’è un meccanico in zona. Lo trovo, benedicendo i prodigi della rete mobile: è nella terza traversa a destra. Spingo lo scooter fino a lì.

“Buongiorno, mi aiuta a farlo partire?”
“Devi da toglie a batteria”
“Certo. Sa me l’hanno forzato ieri sera vicino allo stadio e adesso non parte…”
“Sei annato a vede’ sta Roma der c…. ?!?”
Sorrido. Non so cosa rispondere. Non ho capito se è un laziale o un romanista critico. Altre ipotesi sono fuori dall’ordine delle cose dell’elettrauto romano.
“Non siamo tifosi, ho portato mio figlio perché doveva entrare in campo con gli arbitri” L’uligano si rasserena.
Io trovo molto azzeccata la mia frase ecumenica da bar di Star Wars. Non mi ha fatto schierare né con la Roma, né contro, né con Garcia, né con Dart Vader.
Alla fine sorrideva e ha signorilmente respinto la mia richiesta del quanto le devo.

Tornando a casa il bauletto si è rotto del tutto ed è stato tumulato in un cassonetto per la plastica. Ho scoperto poi che il suo costo è praticamente pari al valore dei due biglietti della tribuna. Ma non importa.

Riflettevo sulle persone incontrate. Su Serena di Unicredit, che si è presa la briga di correre a recuperare i biglietti con un attaccamento al lavoro che mi piacerebbe che i suoi capi conoscessero. Sui tifosi che passano agli ottavi e fischiano la loro squadra. Sull’elettrauto a suo modo gentile. Sui fratelli di Luca che erano fieri di vederlo in tv, anche se solo per pochi secondi. Sulla gente che sui mezzi pubblici si lamenta senza fantasia. Sul ladro che per frugare in un bauletto mi ha fatto un danno da ridere e che adesso (se le mie preghiere sono esaudite) è seduto su un water in preda a una dissenteria da guinness…

Ma Luca oggi parla di questa esperienza e mostra la sua maglia con scritto “Respect” con l’orgoglio di un veterano. E questo mi fa dire che ne è sicuramente valsa la pena.

(Certo se adesso mi mandassero un bauletto nuovo con dentro un pallone della champions sarebbe proprio perfetto…)

 

Ragazze che non invecchiano

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Ero al ricevimento dei professori. Ci sono arrivato un po’ per caso, visto che di solito questa è un’incombenza che si prende Francesca. Ha orari più strani dei miei e quindi qualche mattina libera riesce a ritagliarsela. Ma stavolta ha confuso le date: ha preso un appuntamento in un giorno in cui poi non era libera. Quindi sono andato io. “Sono le medie, cerchiamo di iniziarle bene”, ho pensato.

Una bidella che sicuramente avrà un titolo molto più lungo e altisonante, mi ha fatto aspettare cinque minuti prima di rispondere al mio “scusi, posso chiederele una informazione?”. Protetta dal suo gabbiotto mi ha messo all’angolo con un “aspetti” sguainato senza guardarmi in faccia e ha cercato di uscire da una lunghissima frase piena di subordinate lasciate miseramente socchiuse. Poi le è squillato il cellulare e con la stessa lentezza ha dato indicazioni ai familiari per la spesa. Alla fine le ho chiesto “Mi sa indicare chi è la professoressa Nomeprof?”
Dopo una serie di vaghissimi “Oggi non c’è” e “Guardi che ho un appuntamento” e “Ah, allora forse sì” si è degnata di alzare lo sguardo e me l’ha indicata in fondo alla sala.

Ho cercato di non irritarmi con questa indolenza e ho atteso il mio turno con calma. C’erano una dozzina di mamme e un paio di papà che come me, aspettavano. Più o meno avevano tutte la mia età, più di quaranta, meno di cento. Ma la cosa che proprio mi sembrava stonata è che si comportavano come vecchie amiche (anche se si stavano presentando, vedendosi per la prima volta) e tra di loro si chiamavano “ragazze”.

“Ragazze a chi tocca dopo?”
“Ragazze chi di voi ha un appuntamento per mercoledi prossimo?”
“Ragazze che tempo: è proprio arrivato l’autunno!”

Io sono di certo un brontolone (ok, la parola che pensavate voi non è brontolone, ma dovendo sceglierla io scelgo brontolone!) ma a un certo punto bisogna fare due conti. Quando si smette di essere ragazze? A venticinque anni, di ritorno da una vacanza a Ibiza a fine agosto, quando si decide che è ora di comportarsi da grandi? Quando si ha un figlio? Quando si ha un mutuo? Quando si inizia a mettere le candeline con le cifre per evitare che la cera sia più del pan di spagna?

Io quando corro mi paragono a quelli della mia età, non a quelli di venti anni più giovani. E non lo trovo disonorevole, è solo senso della realtà. La cosa che tutti abbiamo perso di vista è che c’è una grande dignità nell’invecchiare. Io ho iniziato a farlo e spero di continuare a lungo (sempre che non mi legga nessuna bidella e nessuna ragazza).

Allacciamo le cinture

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Sono confuso. Da quando c’è questa vischiosa crisi, c’è una frase che mi dà particolarmente fastidio. “Ogni crisi è un’occasione”.  Come se tutta questa incertezza fosse una benedizione, come se dopo tutto fosse lo stimolo che ci mancava per fare il salto che da sempre stentavamo a fare.
Certo: ogni situazione di rottura col passato (come questa crisi economica) ci obbliga a ripensare a quello che magari iniziavamo a dare per scontato. A volte questo ci porta a riposizionare i nostri paradigmi su posizioni diverse, magari migliori. Ma da questo a dire che è un’occasione, il passo non è certo facile.

Da una parte è vero che (come diceva un amico autore e attore, durante un suo spettacolo) noi viviamo troppo assicurati. Vogliamo che per ogni aspetto della nostra vita ci sia un’assicurazione. Vogliamo il posto fisso, vogliamo un futuro fisso, vogliamo poter prevedere tutto e scansare ogni incertezza. E poi magari scegliamo le vacanze in barca a vela perché ci sembra che ci possano dare quel brivido di avventura che per tutto il resto della nostra vita ci siamo prodigati a escludere.

Quando ero piccolo, noi bambini facevamo lunghi viaggi in auto seduti per terra, al posto dei piedi, o addirittura in braccio al passeggero sul sedile davanti. Nessun seggiolino, nessuna cintura di sicurezza. Anzi: spesso i miei genitori fumavano anche in macchina! Per fortuna con gli anni abbiamo imparato a superare comportamenti così rischiosi. Usiamo cinture, seggiolini, non si fuma in auto e questo ha diminuito i rischi e migliorato la salute di tutti. Ma in un certo senso ci siamo un po’ neutralizzati. Abbiamo perso intraprendenza. Non accettiamo più l’idea di un dinamismo.

Oggi con la perdita di posti di lavoro molti cercano di seguire quel sogno che avevano sempre tenuto da parte. Una carriera da artista o aprire un negozio o provare a sfruttare quell’idea o quella capacità per mettersi finalmente in proprio. Ma se questo è dovuto alla crisi è un brutto affare. Bisognerebbe voler rischiare perché si crede nella bontà del progetto, non tanto perché spinti dalle circostanze.

“Eh, ma se poi alla fine arrivi a fare le stesse cose, allora anche la crisi è stata positiva”
No, assolutamente no. Un conto è decidere di scendere dalla collina su una mountain bike, prendendosi dei rischi, per cercare di provare un’emozione. Un conto è sbagliare strada e trovarsi proiettati in una discesa che non sappiamo più controllare. Alla fine si è sempre a fondo valle (non so se salvi o con le ossa rotte), ma il modo in cui si parte è molto diverso.

Sono confuso, dicevo. E mi sa che stavolta ho mantenuto le premesse.

È successo un Bataclan (Parigi spiegata ai miei figli)

"Paris" di Paola Patrizi

La mattina dopo i fatti di Parigi è sabato e, dopo la piscina, guardiamo le news con i bambini. Non guardiamo quasi mai i telegiornali, visto che la televisione è spesso spenta e le notizie le assorbiamo dai vari aggeggi collegati a internet. Ma quello che è successo è una cosa grave e importante. E poi oramai loro sono grandicelli e, istintivamente, permettiamo loro di sdraiarsi davanti alla TV a guardare i filmati che arrivano da Parigi. La mia speranza è che vedano e che facciano domande. Magari a casa con calma qualche risposta sensata possiamo cercare di darla. Prima che, inevitabilmente, vengano travolti dal vento della demagogia e dell’odio low-cost che già sento avvicinarsi.
Sono domande sciolte, slegate, che non seguono sempre un filo narrativo, ma si vede che sono il risultato di una riflessione e di una paura.

È successa una cosa brutta, bruttissima, sì. No, non lo so neanche io il perché. So che molte persone pensano che noi occidentali stiamo facendo di tutto per distruggerli. No che non è vero: ma sforziamoci di capire le loro ragioni. Non le ragioni di chi prende un kalashnikov e spara per strada, ma le ragioni di chi non ci sopporta. È  solo invidia o nel nostro vivere da ricchi abbiamo qualche responsabilità?

E adesso cosa ci succede? Non lo so cosa succede. So che i terroristi, tutti i terroristi, vogliono spaventarci. Vogliono terrorizzarci, come dice la parola. La cosa che possiamo fare noi è non avere paura. Non serve il coraggio per reagire militarmente, serve il coraggio di vivere le nostre vite con normalità e farci domande.

Come cambia il mondo adesso? Quando sono venute giù le torri gemelle, voi non eravate ancora nati. Qualcuno ha commentato a caldo “Il mondo da oggi non sarà più lo stesso”. Mi sembrava una frase pomposa, ma mi è rimasta in mente. E tante volte ho pensato che riassumeva bene il senso di svolta, di pagina di calendario strappata per sempre che in quel giorno abbiamo vissuto.
I miei nonni dicevano “è successo un quarantotto” riferendosi ai moti del 1848. Poi hanno detto “è successo un Amba Aradam” per descrivere una situazione confusa con continui capovolgimenti come nella battaglia del 1936. Chissà che in futuro non direte “è successo un altro Bataclan” per sottolineare l’orrore, l’impotenza e lo spavento di questi giorni.

Ma attaccheranno anche noi? Vorrei dirti di no, dirti che siamo al sicuro, piccolo mio. Ma ti dico invece che non lo so. Probabilmente faranno altri gesti orribili come quelli di Parigi. Forse li faranno qui, nella nostra città. Ma cosa possiamo fare? Se ti dicessero che oggi un pazzo andrà fuori casa e sparerà a tre persone cosa faresti? Smetteresti di andare a scuola, di andare a giocare a pallone, di andare a fare la spesa? Così con una minaccia chi vuole farci del male ha già vinto perché ci ha fatto paura e ha cambiato il nostro modo di vivere. Se su una città di tre milioni di persone uno spara a tre persone, che probabilità c’è che colpisca te? Bravo: una su un milione. Ma questo vuol dire che non ha senso starsene chiusi in casa come prigionieri. Anzi dobbiamo uscire di casa e sorridere. E sforzarci di non cadere nel gioco di chi vuole imporci l’odio.

Ma non possiamo bombardarli? Ma se tu vedi un nido di vespe cosa fai: tiri i sassi o stai lontano? Se vuoi essere punto il modo migliore è tirare i sassi. Se invece stai lontano è meglio. Se poi hai il coraggio di avvicinarti con calma e di guardare il loro viavai, magari capisci che ti hanno punto perché si sono sentite minacciate o per un errore, non perché sono cattive.
Noi siamo più forti, ma ogni volta che a un gesto violento abbiamo risposto con più violenza siamo sempre finiti male. Tutti. Dopo una guerra non ci sono vincitori e sconfitti. Ci sono famiglie che hanno perso i loro papà o i loro figli o i loro amici. La guerra è una brutta bestia che morde amici e nemici.

Ma io quelli li odio! Ma sei sicuro che l’odio e la paura non siano due facce della stessa debolezza? Sforziamoci di essere normali e di vivere con coraggio. Sforziamo di distinguere tra quella decina di terroristi (da condannare con fermezza) e tutti il miliardo e passa di musulmani che ci sono al mondo. Il tuo compagno di classe Ahmed somiglia più a loro o somiglia più a te? Spara alle persone o spara le stupidate contro la maestra di matematica, come fai tu? Lui non ha colpe per gli attentati: se sei suo amico aiutalo a non subire le colpe di chi vuole rovesciare con la violenza un mondo di cui anche lui fa parte.

Sarà un’immagine abusata, ma quando vado a Parigi mi piace camminare nel vento, fermarmi a una boulangerie e prendere qualche pezzo di pane. E camminare nel vento, meglio se da solo, con il mio sacchetto di carta da cui esce calore e profumo. Io Parigi la vedo così, con quella voglia di andare avanti. Anche controvento, anche facendo un po’ di fatica in più di ieri.


L’immagine che svetta in testa a questo post è un disegno originale di Paola Patrizi, che ha dentro tutto. L’immagine ha dentro tutto, non Paola, che ha dentro solo tanto tanto talento.

 

Mi accorgo di lasciare tutto a

inconcludente

Capita che si attraversino periodi di merda. A me, a dire il vero, non capita di frequente. E sì che sono bravo, anzi bravissimo a lamentarmi. Se ci fosse un premio per chi si lamenta meglio vorrei arrivare quarto, così da potermi lamentare di non essere arrivato nemmeno sul podio.
Ma in questo momento le cose non vanno proprio bene. Se non entro nei dettagli è per una duplice paura. Non tanto il timore di citare episodi e situazioni di cui dover rendere conto (lavoro, amici, progetti), quanto la paura di doverli guardare negli occhi uno ad uno, questi grumi. Ho paura infatti di aprire tanti tavoli di discussione in cui gli alfieri dell’ottimismo a casa degli altri potrebbero suggerire i loro “ma guarda che non va poi così male” oppure i loro “ci sono passato di recente”, “se ti raccontassi i miei” o peggio di tutti “cosa vuoi che siiiia” (con la i accentata fastidiosamente trascinata per amplificarne l’effetto unghia-sulla-lavagna).
Sono sicuro che, affrontandoli uno per uno, potrebbero svanire. Come quando da ragazzino mi veniva un’idea formidabile per scrivere una canzone indimenticabile e quando poi avevo finito e la riascoltavo mi accorgevo di avere composto una cagata pazzesca. Ecco: io mi voglio tenere il mio divario tra realtà che ho elaborato e realtà coi piedi per terra.
Me lo voglio tenere perché voglio capirla bene questa sensazione di inconcludenza che mi sta opprimendo.

Mi sembra di non riuscire a perdere quei chili di troppo, di non riuscire a migliorare coi miei (ben limitati) obbiettivi nella corsa, di non riuscire a raggiungere progetti di lavoro, di non riuscire a portare avanti i piccoli progetti fuori dal lavoro.
In questi anni si legge (ovunque e a sproposito) che “le crisi servono, perché dalle crisi nascono i cambiamenti”. Una base di logica c’è: se tutto mi va bene mica mi viene in testa di cambiare qualcosa. Ma mi sembra un po’ un ragionamento da voglio trovarci qualcosa di buono, a qualsiasi costo. Mi sembra un mantra ripetuto per evocarne il risultato, più che una osservazione nata da una convizione.

Io oggi però ho iniziato la giornata svuotando lo scatolone che avevo in giro da qualche tempo dopo un trasloco in ufficio. Ho ordinato le cose che mi servivano e con insperata soddisfazione ho buttato le tante cose inutili. Fogli, biglietti, appunti ormai inutilizzabili. Non risolve molto, lo so, ma è un inizio.
Magari poco alla volta esco da questa sensazione di incompiutezza su tutta la linea.
Perché ultimamente, purtroppo, sono uno che lascia tutto a

In zona disco orario

martaspetta

Marta ha un gatto bianco, due cani grossi. Più che cani sembrano degli enormi serbatoi di bava: scuri, a pelo raso, sembrano persino intelligenti, se ci parli lontano dall’ora dei pasti.
Marta è vicina ai quaranta, non ricorda se di qua o di là, e mette in fila le cose che non sono state. Ti parla dei suoi programmi ma finisce senza accorgersi per parlare di storie che ha vissuto. Il suo futuro è saldamente ancorato al passato, tanto che un po’ non ci si crede. Aveva più certezze, Marta, ma ha dovuto fare i conti, reinventarsi, capirsi da zero. Si ripete che vale molto, e glielo dicono anche i suoi amici. Ma oggi si deve accontentare di un lavoro precario, di un amore indeciso, di un posteggio temporaneo. Vive in zona disco orario, Marta. Deve sempre cambiare il disco e mettere altre monete nel parchimetro.

Fuori è autunno e questo a Marta proprio non va giù. Dovrebbe vivere in un posto dove a ottobre ti trovi davanti, in cielo, un grosso tasto skip. Uno di quei tasti che ti portano alla canzone dopo, direttamente al prossimo aprile, per cominciare con la giusta rincorsa un’altra estate. E se quel tasto funziona va bene anche una canzone stupida, di quelle per l’estate. Perché Marta è una donna da mare. Una donna da amare, anche, forse; ma sicuramente una donna da mare.

Adesso con questo buio che arriva presto, le pesa uscire di casa quando non deve. E appena ha mezz’ora si butta sotto le coperte. Chiude le persiane anticipando il buio di un paio d’ore. Cerca nelle coccole di uno di quei serbatoi pelosi un affetto sincero. Nelle coperte invece cerca una protezione. Si fa una tana dove è bello sentirsi al sicuro. Come se fuori ci fosse il freddo, come se fuori ci fosse una minaccia, come se fuori ci fosse qualcosa di più duro dell’indifferenza. E allora su, si tira su le lenzuola col pizzo antico di San Gallo che avvolgono le coperte e, sotto tutto quel peso, lei. I calzini buttati per terra come quei pensieri senza ossigeno. Marta, da dentro, sogna un amore da rincorrere. Un amore che la tiri fuori da quelle coperte per correre nel fango, sopra le foglie, non importa se è autunno. Un amore che magari poi la ributti dentro quelle lenzuola, ma non per nascondersi.

Ma invece per oggi sta lì, senza progetti. Anestetizzandosi con uno schermo che dopo un po’ le fa male agli occhi. Quegli occhi che, a poterli confrontare, avrebbero lo stesso colore del cielo a quest’ora. Ma bisognerebbe essere fuori per accorgersene.
E invece Marta è lì che aspetta. Un amore, un odore, un’estate, un aprile.


photo credit: Paola Blondi www.blondi.info

Un contatto casuale

Chiudere fuori

C’era più gente del previsto, in quella chiesa. Una chiesa prestatasi, non so bene come, a ospitare uno spettacolo teatrale che aveva radunato soprattutto gente che non frequenta le chiese. Ma poi chi può dirlo? Solo che avevano un aspetto strano, non allineato alle mie previsioni. Giacche di velluto a coste autunnali, lane, camosci, sciarpe che facevano giri ampi attorno a colli che non sembravano avere mai sofferto il freddo. Ma di gente ce n’era tanta. E quando alla fine abbiamo preso il coraggio di sederci, ci siamo dovuti persino stringere.

Ricordo che all’inizio ho provato fastidio per quel contatto. Una porzione minima di pelle, sotto strati di vestiti, un polpaccio forse, che doveva sopportare la pressione leggera e speculare del polpaccio di una sconosciuta. Potevo chiudere di più le gambe, certo. Ma quelle panche dure e la prospettiva di un tempo lungo da passare lì, non ne facevano un’ipotesi comoda. Un malessere irrazionale stava prendendo il sopravvento per quella invasione.

Lo spettacolo iniziò e il protagonista fu bravo, nel suo monologo che sembrava un discorso a braccio, a farci sentire tutti sul palco, tutti con lui. Parlava di uomini e di peccati e lo faceva chiudendo fuori i santi da quella chiesa. Quel copione intriso di umanità mi ha fatto un po’ vergognare di quel mio sentimento di repulsione verso gli altri esseri umani, prima fra tutti quella che sedeva vicino, troppo vicino, a me. Ma quel minacciosissimo contatto, dopo poco tempo, aveva cessato di farsi sentire. Senza accorgermene, avevo perso la percezione tattile e il senso di fastidio. Non è che non ci pensassi: era che non lo sentivo più. La pelle è come noi, in fondo: si plasma si adatta si aggiusta: se ne fa fin troppo velocemente una ragione.
In un attimo dai bordi dilatati siamo arrivati alla pausa. Non sapevo bene cosa fare e sono finito per fare come gli altri. Si sono alzati, come un’onda, anche quelli della mia fila. Per fumare una sigaretta, per sgranchirsi le gambe, per sbloccare gli schermi degli smartphone aspettando chissà cosa.

Mi sono accorto, in quel preciso istante, che quel contatto era venuto meno. Me ne sono accorto dal freddo improvviso percepito su quella minima porzione di polpaccio. E che, inspiegabilmente, mi lasciava vulnerabile e mi mancava. Quello che era nato con un fastidio era diventato lentamente una presenza. E solo allora con la solita umana intempestività me ne rendevo conto. Solo allora che ci eravamo allontanati. Solo allora che quel contatto era diventato ostilità, poi quoditianità e alla fine vuoto. Solo allora che da quel freddo non potevo tornare indietro.


photo credit: Paola Blondi www.blondi.info