Dal Garmin a Strava (saltando Garmin Connect)

garmin9Visto che un fastidiosissimo attacco a Garmin ha messo fuori uso i servizi online, stiamo sperimentando la impossibilità di caricare le nostre corse e le nostre pedalate tramite Garmin Express e Garmin Connect. Inoltre non riusciamo a caricare i nostri dati su Strava e altri servizi, perché il punto di accesso (in casa Garmin) è fuori uso.

Mi è venuto in mente che tempo fa avevo curiosato nella memoria del mio Garmin Forerunner 230 e ho visto che ogni attività genera un file abbastanza facilmente riconoscibile. Ho provato a caricarli direttamente su Strava e ho visto che è una operazione abbastanza semplice e veloce. Se ti interessa, ti spiego come fare.

PREMESSA:

Questa non è una guida ufficiale ma il racconto di come ho fatto. Se vuoi provare fallo pure, ma sappi che lo fai a tuo rischio. Io sto semplicemente condividendo una esperienza.
Per questa operazione ti servono:  il dispositivo Garmin (io ho un Garmin Forerunner 230), il cavo di alimentazione, un PC dotato di porta USB e di collegamento a internet, 5 minuti di tempo.

 

PASSO 1

Collega il Garmin al cavo di ricarica/dati e inserisci il cavo USB nel PC.

PASSO 2

Apri Windows explorer (WIN+E) e tra le unità disponibili cerca il tuo dispositivo.
I dati che cerchiamo sono nella cartella:
Garmin > Activity
Se invece hai un dispositivo con musica dovresti trovarli in:
Primary  > Garmin > Activity

A questo punto, per evitare di fare errori, copia (ho detto COPIA, non ho detto TAGLIA!) la cartella “Activity” sul tuo PC.

PASSO 3

A questo punto puoi vedere che nella cartella Garmin > Activity ci sono piccolissimi file con estensione .FIT che abbiamo generato quando abbiamo salvato una corsa.

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PASSO 4

Non ti resta che andare sulla pagina web di Strava e caricare a mano la attività:

Fai il login con le tue credenziali su:
www.strava.com

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Clicca sul simbolo “+” in alto a destra e scegliere Carica attività.

Si arriva alla pagina:

https://www.strava.com/upload/select

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  • Clicca su Sfoglia, scegli il percorso dove hai i file attività (Desktop > Garmin > Activity)
  • Scegli la attività da caricare (meglio se le ordini per data di creazione, così hai subito in evidenza le più nuove)
  • Clicca su apri
  • Aspetta qualche secondo che l’attività sia pronta per essere caricata
  • Clicca su Salva e visualizza (in basso a destra)

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Fatto! Dovresti vedere questa attività tra le attività su Strava.
Quando il portale Garmin Connect ricomincerà a funzionare ricordati di verificare se la sincronizzazione ha creato file duplicati (in questo caso eliminane uno dei due).

 

Nelle nuvole

nuvole

Quando apri quella pagina del libro di terza ci sono i disegni belli chiari, con colori definiti. Anche il titolo è colorato: PASSAGGI DI STATO DELLA MATERIA. Che in terza elementare sembrano paroloni così grandi che per salirci sopra devi avvicinare la sedia al tavolo della cucina!
C’è lo stato solido, lo stato liquido e lo stato gassoso. C’è il disegno del cubetto di ghiaccio che si scioglie, per far capire bene come si passa da solido a liquido. C’è il pentolino sul fuoco, con tutto il vapore che va su, oltre quella cappa inox solo immaginata. E poi c’è lei, la nuvola bianca. Da dove a volte, a seconda della creatività del grafico, partono gocce che tracciano traiettorie sempre parallele e perfette.

Quando apri quella pagina del libro di terza, però, hai come la sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato. Troppo schematico, troppo semplice e lineare a vederlo così.
E allora mi vengono in mente le mie, di nuvole. Quelle che ho passato ore a guardare stando coricato (o almeno seduto) su un prato. Su quell’erba così aggrappata al suolo in un modo così ostinato e miope che quasi faceva tenerezza. Perché non c’era suolo, non c’era terra, non c’era appoggio, in quel momento.Solo il sopra esisteva.
E in quel cielo turchese passavano fiocchi di cotone, passavano draghi, passavano frammenti di lineamenti di donna, passavano cos’è quello? Non riesco a capirlo! Passavano ippopotami e passavano persino tante, tantissime teste di cane. Ma dove? Lì! Più a destra? Come fai a non vederlo! Lo vedi quello che sembra una faccia di profilo? Che quando finalmente sono arrivato a farti capire quale, un vento sileziosissimo di quota aveva già trasformato tutto in albero o in chissà che cosa. Ma quelle immagini non erano, ne sono sicuro, goccioline di vapore acqueo spinte in alto dall’energia immessa nel sistema. Davvero erano draghi, volti di donna, ippopotami, fiocchi, cani. Tanti cani.

Una volta, molto prima che esistessero i libri di terza, quando ancora per studiare bisognava inseguire un saggio con la barba che camminava attorno a un tempio, quelle nuvole erano piene di dei. Ma piene piene. Che a volte erano così affollate che qualcuno cadeva persino sulla terra e combinava disastri o fortune. A seconda di come e dove cadeva.

Adesso invece gli dei se ne sono andati. Deve essere stato più o meno quando siamo saliti noi, con gli aerei e i finestrini pressurizzati. Siamo andati su pieni di attese per vederli da vicino. Ma gli dei, ultimo supremo dispetto, se ne sono andati qualche minuto prima. Probabilmente quando noi eravamo già oltre il controllo bagagli. E ci hanno lasciato credere, abbandonandoci in quel deserto bianco di nuvole stropicciate, che davvero siano solo goccioline di vapore.

Ma a noi basta chiudere un attimo gli occhi e la verità ci appare subito chiara. Noi che siamo stati su quei prati lo sappiamo fin troppo bene che le nuvole sono draghi, volti di donna, ippopotami, fiocchi, cani. Tanti cani.

Cenere ritornerai

urna cineraria

Silvia, nel suo ingombrante pudore da primogenita osservò: “Ma… in una scatola di latta?”
Tommaso, il secondo: “Beh, certo. Già che ci tocca fare questa roba. Almeno non farci proprio beccare…”
Agnese, come se fosse lì per caso: “Perché? Dite che è illegale?”
“Certo, Agnese, sveglia. Pensi che sia normale spargere le ceneri in un incrocio?”
Invece di rispondere, la piccola di casa, oramai cinquantenne, prese il foglio che le aveva consegnato il notaio. E rilesse per l’ennesima volta quelle grottesche istruzioni. Ma più che un rito postumo, sembrava la parodia di una caccia al tesoro.

“Chiedo che i miei figli Silvia, Tommaso e Agnese si presentino alle nove di una mattina entro due mesi dalla mia morte nell’incrocio di viale Unità d’Italia, all’incrocio di via Martiri di Belfiore. Non voglio altri invitati, non voglio riti particolari (le preghiere, a questo punto, le avranno già sprecate nei funerali ufficiali in chiesa). Chiedo che i miei tre figli portino con loro le mie ceneri, in quanto chiederò di spargerle, indicando il luogo esatto. Voglio però che siano presenti tutti e tre e che aprano la busta sigillata che ho consegnato allo studio del notaio Ferrara. In quel plico spiegherò le modalità e le motivazioni di questa mia richiesta. Pongo questo adempimento come condizione necessaria per avere pieno accesso alla mia eredità.”
Quante volte Agnese e Silvia avevano letto questa lettera: una la copia su carta, l’altra la copia inviatale via e-mail. A Tommaso era bastata una volta sola per liquidarla come l’ennesima sceneggiata di un egoista.

Tommaso tolse tutti d’impaccio e allungò il palmo verso Silvia, che teneva in mano la lettera sigillata dal notaio aspettando chissà che cosa. La aprì e, senza rendersene neanche conto, diede un’occhiata di insieme per valutarne la lunghezza. Immediatamente, senza chiedere permessi, iniziò a leggere.

“Eravate piccoli voi tre. Eravamo a metà degli anni sessanta, se ricordo bene. Io e vostra mamma era un po’ che avevamo sogni che puntavano in direzioni diverse. Mi è capitato di incontrare in ufficio una giovane impiegata. Era sposata e aveva un bambino piccolo. Un bambino con gli occhiali dalla montatura spessa e di cui lei mostrava sempre una foto che teneva nel portafogli. La prima volta che ci siamo dati appuntamento è stato qui, in questo incrocio in cui vi ho portato adesso che leggete questa lettera. Adesso che è troppo tardi perché possa provare vergogna o sensi di colpa che non ho mai provato. Ma sarei ancora in tempo per provare il riflesso del vostro imbarazzo. Lei era molto magra, anche più di quanto fosse di moda allora. Aveva una polo bianca, o forse di un azzurrino così chiaro da sembrare detersivo in polvere. C’era tanta luce e lei mi aveva raggiunto perché sapeva che sarei dovuto andare all’ufficio del comune per quella pratica inutilmente lunga che era allora il rinnovo della carta di identità. Le avevo detto del mio impegno al comune e le avevo chiesto se poi ci saremmo potuti vedere per un caffè. Non ricordo neanche bene come. Ricordo che non mi ha risposto, come mi aspettavo. Mi ha sorpreso invece vederla là. Aveva preso il numero dall’usciere e aveva cominciato per me la fila. A metà tra crocerossina e angelo custode.
No, non è stata la storia di un tradimento. È la storia di un amore mai sbocciato. E di un incrocio.
Dopo aver fatto la carta di identità siamo andati in quel bar dall’altra parte dell’incrocio. Qui c’è stata per decenni l’insegna “bar ristorante da Marinella”. Magari ve la ricordate anche voi.
Dopo il caffè abbiamo passato i pochi minuti ritagliati alle rispettive giornate parlando fitti fitti senza guardarci in faccia. Tanto che adesso non saprei neanche dire il colore di quella polo. Ma ricordo che era chiara, come erano chiari quei pantaloni larghi sopra e stretti in fondo. Aveva occhiali da sole con lenti larghissime, ma se li toglieva per parlare. Non voleva usarli per nascondere dietro quelle lenti sfumate la sua timidezza. Era coraggiosa, a modo suo. Siamo stati seduti così vicini da sentire sul fianco della mia gamba la cucitura dei suo pantaloni. Tutti e due facendo finta che fosse casuale.
Ci siamo sentiti per qualche mese, chiamandoci dalle cabine con molta, moltissima prudenza. Fino a quando la paura e i suoi sensi di colpa che non avevano avuto il tempo di crearsi motivi più solidi, ci hanno fatto dire basta.
Non ho mai capito se quel basta è stato perché si aspettasse di più da me o perché eravamo andati oltre.
Tenete conto che erano altri tempi, ma a dirlo mi sembra di essere vecchissimo. Così vecchio che tanto adesso che leggete queste righe sarò addirittura morto.
Per tutta la vita ho portato in me il segno di quell’incontro e di quel distacco. Ogni volta che mi fermavo al semaforo sempre rosso di questo incrocio giravo gli occhi verso l’insegna del bar e sorridevo. Quasi sempre dentro di me, poche volte fuori. Ma per tutta la vita ho custodito gelosamente questo sentimento. L’ho nutrito, l’ho annaffiato, l’ho rispettato. L’ho imbrogliato ricordandolo enorme, ma è stata una truffa piccola piccola, in confronto.
Vi chiedo scusa se vi ho costretto ad essere qui, oggi. Ma volevo raccontarvi questa storia. E volevo che su questo incrocio voi spargeste le mie ceneri. Non sulla tomba di vostra madre, che se ne avesse possibilità le vedrebbe come un fastidio.
Volevo andarmene raccontandovi questo che per me è stato importante. Scusatemi.

Agnese in silenzio prese la scatola di latta dal sacchetto di tela.

Tommaso sorrise ironico “Ma cazzo: l’hai messo nella scatola dei biscotti di Frozen?”
Agnese non rispose e tolse il coperchio. Alzò leggermente la scatola e la ribaltò con gesto plastico giù dal marciapiede, come se si trovasse su un bastimento al tramonto o sulla cima di una montagna scalata con fatica e silenzio. Invece era solo un incrocio che puzzava di carta bagnata e di gas di scarico.
La cenere, per la quale totale mancanza di vento, si ammucchiò disordinatamente per terra. Agnese diede un colpo alla scatola, come se avesse un qualche senso essere precisi nell’eseguire quel compito assurdo. Aggiunse solo un “Che stronzo”.
Tommaso fece una smorfia di assenso, risparmiando alle sorelle il suo prevedibile “l’ho sempre detto”.
Silvia invece non disse niente. Prese con dolcezza la scatola dalle mani di Agnese. La richiuse e la mise nel cestino a due passi dal semaforo.

Mise in modo inedito le mani sulle spalle dei fratelli mentre i tre si incamminavano verso le macchine lasciate nell’autosilo.

Evidenziatore giallo e tisana

Era un po’ che progettava di farlo e stamattina Gabriella, rientrando dall’asilo dove aveva lasciato Gabriele, si è fermata in edicola. Ha chiesto il giornale con gli annunci di lavoro e una rivista, quasi per nascondercelo dentro.
Nel cassetto delle cose per cucire ha trovato il suo astuccio, parcheggiato lì da quando il contratto da supplente le è scaduto. Ha controllato che l’evidenziatore giallo non fosse del tutto scarico, ha messo il tappo dietro e si è avvicinata la tazza di tisana.
Se l’era immaginato proprio così questo momento, Gabriella. Solo che adesso, con questa pancia che cresce le sembra di vivere una realtà un pochino meno comoda.
Allontanandosi senza fretta dai trenta e senza un lavoro si sono detti quel now or never che si è trasformato in qualche mese in una doppia linea colorata su un aggeggio comprato in farmacia.
Come se fare un altro figlio fosse più facile di trovare un altro lavoro. Ma di questi tempi senza parametri è così difficile fare paragoni convincenti.

Avvicina la tazza cilindrica alla bocca e assapora il calore e il profumo. Il sapore non è niente di speciale, senza zucchero, ma lo sapeva già. Da quando il buon senso le ha tolto le sigarette e qualche birra si è buttata sulle tisane. Più per il gesto che per il conforto. E adesso è lì che volta le pagine cercando quelle degli annunci. Tutto è pronto. L’evidenziatore, la tisana, la speranza.

Ma chi glielo ha fatto fare, a Gabriella, di fermarsi in edicola stamattina? Ma chi vuoi mai che la consideri, una come lei? Una che sorride piano e butta quel po’ di speranza ben oltre l’orizzonte di quelle righe.
“Certo che fa proprio schifo quest’acqua calda” pensa così forte che quasi riesce a sentire la sua stessa voce.
E sorride. Non sa di cosa, ma sorride.

Monstera Deliciosa

Capisco che negli studi il ritardo accumulato dalle prime persone che entrano al cospetto del professionista si ripercuotano sugli appuntamenti seguenti, ma se appena entro mi si dice “Vada pure a prendersi un caffé, che qui siamo sull’oretta di ritardo” non partiamo proprio col piede giusto. Già fare le corse per essere puntualmente in anticipo è faticoso, sentire poi lo svilimento di ora in oretta è davvero insopportabile. Ma non voglio polemizzare, non oggi, non ancora. Ho bisogno di far vedere le mie pratiche e di chiudere tutto prima della maledetta scadenza. Non voglio ritornarci alla prima casella di quel calvario fatto di linea da prendere, responsabile fuori ufficio, responsabile che adesso glielo passo e data da trovare e cosa deve fare di preciso. No: sono qui adesso e devo fare tutto quello che serve per non tornarci. Aspettando anche un’ora. Un’oretta, persino. Forse questo pensiero ha qualche efficacia nell’incanalare il mio ottuso livore verso altri obbiettivi. Mi sto rasserenando.

Suona il campanello, il segretario muove la mano verso il citofono e apre senza guardare. Il muro attorno al pulsante è ingiallito: ci deve avere messo un bel po’ per rendere meccanico e preciso questo movimento del dito verso il pulsante.
Entra una ragazza. È vestita più per fronteggiare questo caldo, che gli sguardi che ha attorno. Ha una canotta grande, larga, larghissima. Una gonna incidentalmente corta e ai piedi porta la sintesi estrema di un paio di sandali. Solo due suole legate ai piedi da stringhe di cuoio e perline.
Mi guardo attorno. Ho poca batteria e non la voglio sprecare con un giochino scemo. Le pareti bianche sono state ritinteggiare da poco. Le sedie di plastica sono meno dozzinali di quanto potevo aspettarmi. Le piastrelle di cotto forte sono terribili. Un colore che avrà sicuramente dei pregi nascosti dal punto di vista della facilità di tenerlo pulito, perché come bellezza proprio siamo messi male. Alle pareti stampe che non suggeriscono nessuna emozione. Solo dei colori abbinati bene e niente di più.
La ragazza mi si siede di fronte e fruga nel borsone elegante per estrarre un iPad. Riceve una telefonata prima di riuscire a sbloccarlo.
“Sì, te lo stavo facendo proprio adesso il bonifico. Certo, lo so. Tu controlla domani mattina. Ma cosa ne so? Non so che valuta piglia, devi saperlo tu. Domani dall’ufficio ti mando la conferma.”
Ha un tono di voce fermo e non fastidioso. Non sembra uno di quelli che per fare una telefonata si mettono al centro del palcoscenico, a voce insensatamente alta. Come per affermare “io sono uno che fa le cose che contano: guardami”. Lei fa la telefonata in modo spontaneo, senza attriti.

Rifletto su questo e vedo, incidentalmente, i violenti tatuaggi che le spuntano su gambe e braccia. Li porta con una naturalezza tale che non li avevo neanche notati. Eppure sono forti, decisi, netti.
Ha sul braccio le linee di una faccia che sembra disegnata su un foglio di plastica dilatato dal calore. Un disegno davvero ispirato. Bello, esplicito e riassuntivo come la locandina di una serie tv su Netflix. Dice tutto, lo dice bene, in pochi tratti. Lei continua a spostare i polpastrelli sul suo tablet e io continuo a ingannare il tempo leggendo l’inchiostro che ha addosso senza farmi notare.
Dalla coscia destra spuntano una serie di linee spesse, ondulate e parallele. Potrebbe essere il fumo stilizzato di una tazza di tisana copiata da una infografica. Mi stupisce lo spessore di ogni singola spira di fumo. Un centimetro intervallato da un centimetro di spazio per poi ripetersi e ripetersi.
Su un fianco ha invece una pianta tropicale. Non si capisce bene da dove parta ma dalle finestre nei vestiti sembra che parta dalla gamba e arrivi fino alla spalla. Mi ricorda una pianta che aveva mia mamma in appartamento. Anche questa disegnata con grande maestria. Sembra una di quelle piante con le foglie grandi e lobate come le foglie di fico. Come si chiamava?!?

All’improvviso sbuffa. La vedo che cerca una connessione che non trova e non riesce a entrare nell’home banking.
Ho la cattiva idea di suggerire una soluzione tecnica. Non la capirò mai che il mondo è fatto di persone che non vogliono essere salvate, soprattutto da supereroi part-time.
“Non si connette? Ha provato a togliere il wi-fi?”
Non risponde, intenta com’è a cercare di cavarsela da sola.
Dopo venti secondi mi dice. “Grazie era proprio quello. Ma non dovrebbe. Quando sono a casa prende il wi-fi. Fuori va con la schedina…”
“Magari c’è qui attorno qualche rete wi-fi aperta che gli dà quel poco di connettività per fargli credere di essre dentro. E poi non va”
“Infatti. Adesso va” dice continuando a fare tutti i passaggi per portare a buon fine il bonifico che ha promesso troppo presto.
“Sei un tecnico?”
Mi viene da dare la solita risposta. Che no, non sono un tecnico, ma ho lavorato tanti anni coi tecnici e bla bla bla.
Questa idea di risposta precisa annoia persino me. E me la tengo. Invece rispondo “Quando qualcosa mi interessa, mi piace guardarci dentro”. Io pensavo agli ingranaggi. Lei probabilmente fraintende perché risponde “Monstera deliciosa”.
“Cosa?”
“Monstera deliciosa! La foglia che ho tatuata sul fianco è di una pianta tropicale.”
Mi viene in mente come la chiamava mia mamma e azzardo “Pensavo fosse un filodendro”.
“Sì, si chiama anche così. È una pianta che cerca di arrivare in alto alla volta della foresta. Ma alla luce diretta muore. E non sopporta neanche il ristagno d’acqua. Ha radici aeree, come per illudersi di poter volare. E i tagli sulle foglie la rendono forte. Non ha paura che il vento la butti giù”. Non capisco più se sta parlando del disegno, della pianta o direttamente di sé stessa.
Ricordo che i miei ne avevano una in casa. Ricordo un vaso di plastica bianco, rettangolare e dai bordi arrotondati. Non capisco come ci sia entrato un vaso così di design in un appartamento arredato con gusto molto classico. Continuo per la mia strada “Io non capisco i tatuaggi, ma quello sembra disegnato molto bene”
Lei sorride. Ma è perché il bonifico è andato a buon fine. “Si vede che non ti piace. Ma nella vita non puoi mangiare panna e cioccolato. Ci vogliono contrasti”
Sorrido io. Ma cosa vuole insegnarmi questa lavagnetta ambulante che avrà la metà dei miei anni? Ma la sua metafora confusa mi arriva diretta. “Io da piccolo sceglievo sempre fragola e limone. Poi ho cambiato, cercando gli abbinamenti migliori. Sto tornando ad apprezzare il contrasto del dolce e dell’acido”.
“Vedi?” dice convinta di esserne uscita vincitrice, di essere stata lei a convincermi. Come se la fragola e limone fosse una scusa.
Io continuo convinto a darle del lei, se solo la costruzione della frase me ne desse occasione. Alza gli occhi dall’iPad e vedo che ha un occhio verde pezzato di marrone. Mi ricorda la montagna. Una prato di montagna con una grossa boazza di mucca. Che poi chissà come si dice boazza in italiano, certamente non letame o stallatico. Boazza è di più: è la materia, ma anche la forma. È la natura che chiude il suo ciclo restituendo scarti vegetali ruminati facendoli regalmente cadere dall’altezza di circa un metro. È lo splaf che suggella un ritorno. Cioè: quello che mi ispira questa immagine è senz’altro lusinghiero; ma non saprei spiegarglielo. E sorrido in silenzio, perso nei miei pensieri di montagne verdi con screzi di marrone fluido.  Chissà se anche l’altro occhio, coperto dal ciuffo castano, è dello stesso colore. Mi sa che è un architetto. Non saprei dire perché. Forse per lo stile deciso, per la cura di quelle linee. Ma no: prima ha detto ufficio e non studio. Gli architetti dicono studio. Quasi quasi glielo chiedo, come se questo mi cambiasse qualcosa.

Esce la persona che era prima di me in fila. Tocca a me. Dove è finita tutta quella fretta che avevo un’oretta fa?
Faccio in tempo a vedere che fa fronte alla mia uscita di scena mettendosi degli auricolari costosi e seleziona Chemistry, degli Arcade Fire. Avrebbe preferito non interrompere questo dialogo improvvisato con me. Mi piace pensarla così.
Riordino le fotocopie e lancio un rassicurante “Eccomi, arrivo” per non perdere il posto.
Quando esco non c’è più. Mi fermo a prendere una cono da due euro. Fragola e limone. Senza panna, grazie.

Sciogliersi


– Ma allora? Non mi dici niente della seduta di pranoterapia che ti ho consigliato? Hai sentito qualcosa di potente?

– Sai… all’inizio il coso, il trattatore (non farmelo chiamare terapeuta, ti prego!) mi ha fatto sdraiare e visualizzare tutta una serie di immagini del mio passato. Scene che rappresentavano un attrito, un conflitto, un qualcosa di non risolto…

– E…

– Ah ma io con l’immaginazione e con la memoria visiva vado benone. Non ci ho messo tanto a vedermi seduto in macchina, nel posto del passeggero, attaccato con la mano destra. E tutti intorno a me vivevano ogni tratta da semaforo a semaforo, ogni maledetta linea d’arresto, come un qualcosa di personale. Un oltraggio, una sfida, un affronto. Tutti agguerriti, tutti mostrarsi i denti, a comprimere i muscoli delle spalle, a gridare parole che i cristalli riflettevano verso l’interno. E io che cercavo di intervenire e di ricondurre a una logica, ma niente. Poi mi sono visto anche io alla guida, qualche anno dopo. Non so se le strade erano le stesse, ma l’atteggiamento sì. Stavolta rivolgevo le mie inutili proteste verso me stesso e mi dicevo che non volevo, che non dovevo diventare così. Eppure lo ero già. 

Quando poi il coso, l’operatore…mi ha messo le mani a pochi centimetri dalla pancia (non le ho viste, ma immagino che fossero sospese lì) ho sentito un calore. E, senza che mi suggerisse nulla, ho visto quei fotogrammi grigio scuro che prendevano forma. Come se fossero parti di una pellicola bloccata nel proiettore che si fonde. E bollendo crea spruzzi  colorati. E in quei colori c’era come uno sforzo di semplificazione. Poi in quella immagine creata dalla mia mente è successo qualcosa di strano. Piano piano i pigmenti blu andavano coi blu, i rossi coi rossi, i gialli coi gialli e così via. Con un certo ordine si sono formati come dei vermicelli ognuno di un colore, tutti intrecciati. Ho sentito un bel sollievo quando il nodo che formavano si è sciolto e ognuno è andato lentamente in una direzione diversa. Mi sentivo rilassato. Sentivo che potevo cambiare.

– Oh che bella cosa. Sono proprio contenta che tu abbia finalmente accettato la potenza e la validità della pranoterapia. Che questa esperienza ti abbia cambiato.

– No, aspetta. Continuo a pensare che queste discipline orientali siano tutte boiate. Ho solo detto che ho visualizzato una immagine. E che ho provato un senso di sollievo. E ho visto la mia voglia di cambiare. Poi nel traffico ero quello di prima. La stessa bestia…

– Ne sei davvero sicuro?
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disegnino di Mumaclo

Come acqua che scorre

Le nostre vite fluiscono lentamente. Spesso non ci rendiamo conto di quanto tutto scorra ordinatamente fino a quando un ostacolo improvviso si mette di traverso e fa da diga ai nostri piani. Un progetto che non dà il risultato sperato, un amore non corrisposto, una ambizione che dobbiamo ridimensionare.
A volte è anche una malattia che ci fa ripensare a quanto siamo piccoli e vulnerabili. Noi che nel traffico quotidiano ci sentiamo invulnerabili nelle auto di latta delle nostre abitudini. E se qualcosa ci disturba siamo allenati a inveire o ad alzare il volume e cantare più forte.

Se invece ci fermiamo, anche solo per un attimo, anche solo uno, a guardare l’acqua di un torrente alpino, abbiamo subito la misura della nostra piccolezza. Gocce d’acqua portate in alto come vapore, ma che adesso corrono contorte, senza sapere bene la direzione del mare. Ma a tastoni la trovano e scendono spostando sassi, grattando salici, scavando buche.

E provaci tu a costruire una diga di sassi, per giocare coi bambini. Ti rendi subito conto che non la contieni. L’acqua era lì da prima e sarà lì dopo di te. E scava il suo letto con una passione e costanza tale che non ti basterebbe tutta una vita per riuscire a concepirla.

Allora non ci resta che sederci di lato. E ringraziarla, quest’acqua, per l’ennesima lezione che ha voluto darci e che noi, studenti svogliati, probabilmente finiremo per dimenticare in fretta.  Per tornare a sentirci grandi, potenti, sufficienti.

Hanno detto che Massimo

Hanno detto che Massimo è tornato in città. Lo hanno visto passare per le vie di questo quartiere, dove ha abitato per tanti e tanti anni. Lo hanno visto con una sacca di tela scura, un po’ impolverata. Ne parlano piano, senza aria di scandalo, senza l’accento frizzante del pettegolezzo. Dicono solo che è tornato in città.

Qualcuno dice che è stato al fronte, partito volontario senza nessuna precisa volontà, tranne quella di fare un lavoro con uno stipendio sicuro a fine mese. Qualcun altro dice che no, che non è vero niente. Che è stato a Londra, un lavoro di fatica per imparare la lingua. Ma ce lo vedete Massimo che si mette a discutere in una lingua che non è la sua? Proprio lui che preferiva stare in disparte anche quando aveva la risposta giusta per mettere a tacere i cretini che nelle discussioni ripetono a voce troppo alta opinioni non loro.

Qualcuno dice che lo ha visto poco lontano da qui. Scriveva frasi su bigliettini gialli. Per una donna, dissero. Ma forse era solo una loro proiezione. Forse erano davvero solo numeri di telefono e appunti per la spesa.

Qualcuno non si concentra sul posto dove è stato ma, chissà perché, su come è tornato. Si augura che Massimo non si perda nel cercare, al ritorno, il posto che ha lasciato. Finirebbe per arrendersi e dover ammettere che il posto non è più lo stesso. Senza considerare che i primi a cambiare sono gli occhi di chi guardano. E mentre gli augurano questo, non si rendono conto che stanno parlando ad uno specchio.

Qualcuno, Massimo, dice di averlo visto in un parco, all’ora in cui il sole d’estate inizia ad abbassarsi. A guardare le ombre lunghe e dorate dei fili d’erba. Sembrava che cercasse qualcosa. Forse cercava solo l’inquadratura giusta per fissare nella memoria quella luce tragica e perfetta.

Qualcuno dice che è ripartito, che qui non poteva starci più.

Qualcuno dice solo che Massimo è tornato in città. Ed è solo questo che conta.

La borsa con scritto saldi.

pastocaldo

Il pomeriggio di domenica avevo un appuntamento con un’amica che non vedevo da tempo e a cui volevo chiedere qualche consiglio su come proporre un libro bellissimo che sto cercando di fare conoscere.
Ma c’era troppo freddo per andare in scooter, allora ho preso la metropolitana studiando prima il percorso più veloce. L’altoparlante della metropolitana, a un certo punto,  ha annunciato rallentamenti su una parte della tratta per guasti non meglio precisati. Non capisco come un guasto possa rallentare (e non bloccare) un treno sotterraneo. Ma cambio percorso e scendo alla fermata Repubblica. Noto, con un po’ di fastidio, che quasi tutti hanno le loro belle borse di carta con scritto saldi o con il logo di un negozio. Il mio senso di superiorità svanisce velocemente quando realizzo che la mattina stesso avevo anche io le mie belle borse di carta con dentro scarpe e pantaloni di cui da troppo tempo rimandavo l’acquisto.
Ma con l’imprevisto dei guasto alla linea esco pensando che devo cercare il percorso a piedi. Più o meno so la direzione ma devo trovare la strada esatta.

Una ragazza si muove leggera qualche metro davanti a me sulle scale che portano fuori dalla metropolitana, nella piazza rotonda Anche lei ha la sua borsa di carta. Esce all’aria aperta e d’improvviso cambia direzione. Va verso il portico, dove ci sono due grumi di coperte che non si capisce bene se siano portate dal vento gelato o ci sia dentro qualcuno.
La ragazza si avvicina e dice qualcosa. La coperta si apre e si trasforma in un uomo con barba e capelli sporchi. Lei tira fuori con cura qualcosa di caldo dalla borsa. Incartato con precisione, presentato con calma e (c’è da scommettere) preparato con la stessa cura.
Senza accorgermene rallento nel guardare questa scena. Lei non si limita a lasciare il cibo di fianco e andarsene frettolosamente, come probabilmente avrei fatto io. Glielo presenta, parla con lui, lo tratta da essere umano. Una ragazzina che non avrà avuto neanche venti anni.

Io che ho una certa antipatia per la superficialità della maggior parte dei teenager che incontro me ne vado riflettendo sui miei limiti. L’avevo catalogata immediatamente come l’ennesima appassionata di shopping compulsivo. Invece mi ha insegnato qualcosa. Mi viene voglia di copiarla, di fare lo stesso. O meglio ancora: di portare Chiara a fare la stessa esperienza (proprio Chiara che nel weekend ha voluto testare fino al limite la pazienza di entrambi i genitori).
Trovo la mia strada copiandola da quella disegnata sul display dello smartphone e mi accorgo che, invece della borsa di carta con scritto saldi ho anche io un bagaglio nuovo: mi è restato addosso un sorriso di cui non mi vergogno. U nsorriso pieno di voglia di fare cose belle.

Non voglio darla vinta a una stufetta

dyson

Qualche settimana fa mi hanno dato da provare una specie di avveniristica stufetta. Almeno questo è quello che credevo che fosse quando mi hanno chiesto il consenso di spedirmi l’aggeggio in cambio del mio impegno a descrivere (liberamente) le mie impressioni.
“Ma sei sicuro che posso parlare davvero liberamente? Guarda che quando mia moglie accende la stufetta in bagno, io sono quello che brontola perché in bagno (lo sanno tutti!) non serve scaldare se ci stai cinque minuti!”
“Tu provala. Ma non credere sia una stufetta…”. Ho risposto che per me andava bene, anche se nel mio intimo avevo accolto questa risposta con un furbesco “Sì, vabbé… Una stufetta è una stufetta”.

L’esperienza sin dall’inizio è stata disastrosa. Il corriere mi chiama e mi chiede dove sia il numero civico 23 (l’ho fatto spedire dai miei suoceri, visto che sono a casa più di noi). Ho risposto cercando di non ridere “Tra il 21 e il 25… controlli deve esserci anche il 23… La via è in discesa, scendendo se la trova a sinistra…”. Ma si vede che questo fattorino della terza repubblica non era tanto avvezzo coi concetti di destra e sinistra. Dopo cinque minuti mi ha chiamato per chiedermi di ripetere le indicazioni. Pensavo fosse uno scherzo ma poi mi ha detto che lo aveva trovato e ha riagganciato (senza salutare). Cominciamo bene con questa stufetta!

Una volta recuperato lo scatolone, lo abbiamo aperto cercando sul libretto di istruzioni la parte in italiano. Abbiamo scoperto funziona in due modalità: riscalda l’aria oppure la fa solo circolare. Ma soprattutto che la filtra. A parte i calzini che Luca lascia sempre in giro, non avevo la consapevolezza di dover filtrare l’aria di casa. Non entro nel dettaglio della grandezza delle particelle che riesce a catturare, visto che non ho neanche una vaga idea di quanto sia grande un micron. Ma a parte questo una cosa mi ha colpito davvero: l’eleganza del design. Ok, sarà bella ma è una stufetta.

Andando avanti nella lettura del manualetto ho visto che poteva essere impostata in modalità statica o in movimento. Ah bello. Inoltre dal telecomandino poteva essere programmato per raggiungere una certa temperatura. Mmm… interessante. Questo mi eviterebbe l’effetto Amazzonia, entrando in bagno la mattina.

Ma poi la mia curiosità nerd è stata attratta dalla possibilità di metterlo in rete (Sì: Wi-Fi) per gestirlo remotamente via app. Questo vuol dire poterlo programmare per accendersi cinque minuti prima della sveglia, impostandolo su una temperatura predefinita (e negoziata in anticipo con la magra e freddolosa consorte). Vuol dire anche accedere a un sacco di altre funzioni, che secondo me sono state inserite solo per indebolire le resistenza dei partner brontoloni. Un po’ come le matitine IKEA che noi mariti deportati nella cayenna del mobile di betulla ci illudiamo di poter fregare impunemente come gesto di ribellione contro il sistema. In realtà mi sto convincendo che quelle matitine non sono altro che un’esca per noi stolti accompagnatori.
Ma quelli della stufetta, oltre all’irresistibile effetto esca esercitato dalle tante funzioni tecnologiche, sembra proprio che abbiamo fatto le cose per bene. Il controllo è preciso e completo. Beh, bravi.

Ci sarebbe da aggiungere che adesso i figli si contendono il termogiocattolino nuovo: la primogenita per studiare in cameretta (dice di avere un po’ di freddo ma secondo me vuole testare l’effetto arietta sui lunghi capelli lisci…)
I due ribelli, invece la usano per creare nuove difficoltà e turbolenze al piccolo drone (deve essere il livello 3 del loro corso di piloti acrobatici).
Mia moglie la imposta nelle giornate più fredde per preparare il bagno cinque minuti prima del risveglio. Io invece non la uso mai mai e poi mai! Almeno: non quando mi possono vedere! (Ho una reputazione da difendere io: mica la posso dar vinta a una stufetta!).

 

(Delle matitine Ikea ho già detto tutto.) Ma se  invece vuoi approfondire le caratteristiche di Dyson Pure Link dal sito di Your Brand Camp, clicca qui.
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