Bungee jumping

bungee jumping

Dicono che quando stai per morire ti passa tutta la vita davanti, ma io non vedo niente. Vuoi vedere che il mio cervello è così fottutamente razionale da considerare persino che ho indossato una strana imbragatura e che alle caviglie sono fissate le estremità di corde elastiche calibrate sul mio peso?

O forse deve ancora arrivare il filmato. Forse è questo. Sono della generazione che si è formata con la televisione al pomeriggio e piano piano mi sono autoimmunizzato alla pubblicità. Non mi fa più paura: metto il cervello in pausa e non ascolto gli ineludibili consigli per gli acquisti. Forse è questo: è che il film della mia vita non ha ancora iniziato a scorrere. Per adesso è solo pubblicità. Che non sento, che non vedo neanche…
Ma il pensiero di trovarmi presto davanti a questa pellicola mentale mi terrorizza. Mi spaventa pensare che il trailer possa risultarmi insopportabile, scontato. Noioso. Ma adesso sono troppo poco concentrato sui particolari per immaginarmi le sequenze di quel documentario autoprodotto. Sono su questo ponte altissimo, in mezzo a gente che grida frasi in una lingua che non capisco. Ma forse è solo la lingua dell’esaltazione: quella che non ho mai capito.

Il salto invece non mi fa paura. Ho la certezza che maledirò con tutti i muscoli della pancia contratti questa decisione, ma per ora non sento questo terrore. Adesso sento più una specie di disgusto. Perché mi ci sono messo, in questa situazione?
Quando ne parlavamo mi è sembrata una buona idea buttarsi da un ponte. Legato, certo. E chi si è mai sciolto, di noi due? Mi sembrava, non so, un modo di farmi notare da te. Un modo di cercare una emozione forte, di quelle che il tempo ha smussato. E questa volta non ho calcolato tutti i pro e tutti i contro. Non ho calcolato che forse anche questo salto è inutile. Che l’adrenalina circola nel sangue solo per pochi minuti e dopo riusciamo a smaltire anche quella.

Pensavo di provare una esaltazione gloriosa a stare qui con il mondo sotto, con la morte e la vita divise da un elastico. Invece provo solo una specie di nostalgia. Forse è questa la morte: una specie di nostalgia per quello che non siamo riusciti a essere. Sono qui, ai piedi di questo parapetto di acciaio inox e ho il voltastomaco. Ma forse il gioco è questo: è gridare, gridare forte, gridare più forte della paura e della nausea. Per fare finta che non ci sia.
Chissà se adesso stai cercando di immaginare cosa provo o stai solo cercando l’inquadratura giusta per postare il salto col cellulare. O magari stai rispondendo a un messaggio e sei altrove.

Dicono che quando stai per morire ti passa tutta la vita davanti, ma io non vedo niente.

Con la noia

noia

Con la noia non fai molta strada. Ti si infila nei sandali, tra pelle e cuoio, s’aggiusta da sola, cerca il suo posto e provoca abrasioni. Si posa sullo zaino che fino a quel momento ti sembrava sopportabile e lo rende di un etto più pesante del tuo limite.
Con la noia quel libro lo apri anche. Ma il tuo occhio non lo imbrogli: non segue la riga. Rimbalza avanti e indietro come una pallina del flipper alla fine della stagione del mare, quando resta solo il vecchio bagnino con l’ultima moneta da cento lire e  nessuna tasca dove metterla. Allora ding ding ding fino a quando, senza passione, vede la biglia di acciaio andare dietro a tutte le altre.
Con la noia quei progetti che dovevano traghettarti sulla felicità ti lasciano a metà del guado, dove l’acqua è bassa e sotto c’è tanto di quel fango da incollare scarpe e piedi.
Con la noia finiamo a cambiare la data a quell’unico quotidiano proposito del lo faccio dopo.
Con la noia ci giriamo indietro e la troviamo lì: che segue il nostro traghetto a una distanza così perfetta che sembra legata da una cima invisibile. Mai che si avvicini, mai che si allontani, mai che ci tocchi. Sempre lì.

Ma a volte nella noia si trova la spinta per alzarsi dai divani della vita. Quando cominciano a diventare polverosi e troppo caldi. Per uscire da quella presa troviamo quella forza che somiglia più a un rimbalzo casuale che a uno slancio. E in un attimo siamo fuori. Magari vestiti in modo inopportuno, ma fuori. E non importa se qualcuno chiamerà coraggio quel moto centripeto, non importa davvero.
Importa che siamo fuori. dove c’è ossigeno, paura, novità, pensiero difforme. E quella noia l’abbiamo lasciata indietro. Almeno per oggi lasciata indietro.

 

Meglio essere prudente


Sono seduto al tavolo del salone, do le spalle alla finestra. Sto riordinando senza tanta voglia documenti che ormai sono diventati vecchi documenti. Scontrini, fatture, garanzie.

Ad un tratto sento un leggerissimo toc sul vetro. Ma non ci faccio troppo caso.
Devo trovare un metodo, voglio uscirne presto da questo compito asfittico. Toc. Stavolta mi fermo un attimo ma il suono non si ripete e lascio perdere. Cerco di concentrarmi. Perché se continuo a perdere il filo io lo so come va a finire. Che poi raduno controvoglia tutti i documenti e cerco di dare al plico una forma che ricordi vagamente un parallelepipedo, per poi rimetterli nello sgabuzzino. No, no, stavolta devo finire e togliermi di torno questi arretrati. Invece: toc.

Mi giro e con la coda dell’occhio vedo un moscone disorientato dall’ennesima botta contro la finestra. Ma da dove è entrato che abbiamo le zanzariere? Dalla porta principale forse o da quella del terrazzo: uffa la lasciate sempre aperta, poi ecco il risultato!
Insensibile alle mie giustissime lamentele pronunciate solo a mente il moscone ci riprova. Non prende la rincorsa, non vedendo nessuna barriera da sfondare. Semplicemente vola, verso la luce. Vuole andare fuori, cambiare vita. Va dove ha voglia di andare, si butta a testa bassa, senza calcoli. Senza troppi calcoli. L’ennesima musata lo tramortisce. Stavolta ronza scompostamente sul mobile.

Si strofina il paio di zampette più vicine alla testa. Come chi si prepara a un banchetto. Forse si sta solo curando le ferite. Forse, addirittura, pensa. Resta appoggiato su un mobile e pensa. Mi immagino la sua riflessione. Di fronte all’invisibile e all’impossibile si chiede dove ho sbagliato? Volevo solo essere felice. Ma se questo mi porta a spaccarmi la testa allora meglio stare fermo qui. Stare fermo qui. Meglio essere prudente. Meglio stare fermo qui.

Mi alzo dalla sedia e spalanco la porta di vetro del terrazzo e poi la grata con la zanzariera. Lui è fermo: devo andare io a smuoverlo da quel mobile dove si era appoggiato. Svolazza un po’ e poi prende la via verso la luce.
Io mi siedo pensieroso con quelle parole in testa. Meglio essere prudente. Meglio stare fermo qui.

Ah ma invece quest’anno

foto di Maddalena Pisani - Studio Madesign

Sono stato al FreelanceCamp nel settembre 2017. Per me era la seconda volta. Un anno fa ci sono capitato un po’ per caso: c’era gente che conoscevo in rete e con cui volevo entrare in contatto di persona, c’era la combinazione di un periodo dell’anno non proprio scomodissimo, c’era la coincidenza un po’ cercata del “Ma perché non prepari un intervento anche tu?”. E senza farmi troppe domande sono andato.
L’anno scorso non ho scritto niente per il mio blog perché non sono abbastanza bravo a caldo e i resoconti a troppa distanza da un evento mi lasciano sempre quel senso di approssimazione che hanno i compiti delle vacanze fatti l’ultimo pomeriggio d’estate.

Rispetto all’anno scorso mi sono imposto di non parlare troppo di me (anche se quello resta il mio argomento preferito) ma di mettermi nei panni di chi ascolta.
Alla prima edizione avevo visto, in mezzo a interventi utilissimi e illuminanti, anche qualche racconto simpatico ma inutile. Io, mi sono detto, voglio mettere qualcosa nel trolley di ognuno.
Oh, anche risultare simpatico, certo. Quello è il mio pallino. Ma magari chi riparte ama di più una frase che possa risuonare nella sua mente e innescare qualcosa, piuttosto che una battuta scema che lo abbia fatto ridere.
Questa volta non ho fatto l’errore di stampare il programma e di evidenziare in giallo gli speaker e gli argomenti da non perdere. Tanto io quando vado poi frequento anche se non prendono le firme.

Perché poi, questo lo avevo intuito da subito, il vero valore di questi incontri non è riassumibile in nessun powerpoint. È nella possibilità di guardarsi in faccia e dirsi tutti gli “invece secondo me”, tutti gli “spiegami meglio” persino qualche “oh, ma quella cosa è una figata!” magari seduti svaccati al cambio dell’ora. E questo fare networking (la definizione è delle acute organizzatrici) è la chiave di tutto. E Silvia e Alessandra sono state così brave da esserci e non esserci. Non avevano verità da propinare (sai che palle!) avevano cose da far succedere. A rileggerla così quelle due mi fanno un po’ paura, ma io mica mi spavento per queste cose, sai! (Ok, non mi spavento ma lascia la luce accesa, grazie).

Mi sono organizzato meglio il viaggio, offrendo e cercando passaggi per fare il viaggio assieme, convinto che anche un po’ di coda possa essere utile a fare rete. E a guardarla bene, la E45 è un po’ come la Route66: ne conosci grossomodo il percorso, ma non puoi prevedere cosa ti insegnerà oggi. Sì, lo so, sembra una frase di On the road di Jack Kerouc, ma credetemi: mi ispiro più a Saetta McQueen di Cars.

Stavolta ho fatto bene a portare la chitarra (poi ti spiego) e a non lasciarla nel baule della macchina (quando la porto resta sempre lì, chiusa dentro i miei “ma poi…”). Ho fatto bene anche ad alzarmi presto e a fare qualche chilometro di corsa, peccato non aver trovato altri compagni in queste mie imprese inutilmente epiche.
Poi per fortuna non avevo quel fastidioso taglio sotto il piede che l’anno scorso mi ha impedito di andare in giro in ciabatte (voi che siete chic magari le chiamate sabot o le chiudete in espressioni eleganti tipo dresscode: infradito). E il fatto di non avere il cerotto mi avrebbe anche permesso di mettermi in mezzo, mischiandomi a quei fricchettoni che facevano “tipo” ginnastica sulla spiaggia. Tipo saluto al sole, ma visto che era sera forse era un arrivederci. Una cosa che somigliava a Karate Kid, ma senza i gabbiani e i piloni del molo. Erano bellissimi da vedere in quella luce gialla: coi loro movimenti lenti e armoniosi che chissà quanto equilibrio e respiri c’hanno dentro, quelli lì. L’anno scorso ho dato la colpa al taglio sotto il piede, quest’anno invece la responsablità di non essermi buttato devo prendermela tutta io. Ma devo avere margini di miglioramento, mica posso avere imparato tutto in un anno solo!

Ah ma poi quest’anno ho fatto bene a non fare lo spiritoso con la barista didascalica. Quella a cui l’anno scorso ho detto “un mojito [pausa drammatica] lungo”. Perché quella l’anno scorso deve avermi preso per uno che voleva far finta di bere e mi ha porto un bicchiere dicendo “Ecco il tuo mojito, te l’ho allungato con l’acqua!”

La cabina della SIP

telefono

Vedi? Qui c’era una cabina del telefono. Sì, non c’erano i cellulari. O forse c’erano, ma i ragazzi non li avevano. Pesavano un chilo, costavano due stipendi di quelli buoni e ogni telefonata la pagavi così tanto che spesso ti conveniva mandare qualcuno di persona in taxi a recapitare il messaggio. Ma c’erano delle cabine con un telefono pubblico. Mettevi le monete e parlavi per un po’. Sempre che non ci fosse quelcuno fuori ad aspettare il suo turno. Che normalmente teneva una distanza inversamente proporzionale alla sua impazienza.

Io avevo diciassette anni. Portavo polo di colori che Pantone™ si rifiuta di codificare e avevo la riga nei capelli. Sì, avevo persino i capelli. Come dici? Sfigato? Ma come ti permetti? Certo, lo ero. Ma porta un po’ di rispetto: se non per me almeno per i ricordi.

Forse stavo cercando la mia strada (che idea quella di cercarla, come se fosse già segnata) o forse, inconsapevolmente, stavo costruendo quello che sarei stato. Mi ero messo in testa di parlare per radio. Il mio sogno era quello che mi venisse dato un microfono acceso e un programma notturno. Un cenno del regista e musica convincente e via. Sognavo di vedere la mia voce uscire da una qualche antenna, di vederla fisicamente, come nei cartoni animati. Propagandosi lasciando righe nel cielo scuro e arrivare nelle auto, alle radioline accese a volume basso nelle camerette, ai banconi dei bar. Entrare così, senza chiedere permesso e magari (magia estrema) arrivare persino a interrompere per un secondo il gesto consueto di qualcuno. Immaginare che rallentasse un attimo la sua vita per ascoltarmi. E a diciassette anni come si fa a rinunciare a un sogno così?

Avevo preso dalla guida del telefono il numero della Radio. Una piccola radio di provincia molto seguita anche se con una portata limitata (in tanti sensi).
Avevo chiamato e mi era stato detto “Devi richiamare quando c’è Turati, che è il socio. Prova domani verso le due”.

E quel domani era arrivato. Mancavano cinque minuti alle due e io ero già in piazza con la mia scorta di monetine e la bicicletta da uomo. Guardavo l’orologio e mi preparavo le frasi che avrei detto. Sapevo cosa avrei dovuto dire. Ma mi sentivo di fronte alla parete verticale di una montagna. Una voglia immensa di scappare. “Ma sì, ma chi me lo fa fare? Perché sto sudando e mi trema la voce? Ma lasciamo perdere.”

Invece, ancora non so come, ho chiamato. Ogni moneta da duecento lire che scendeva nel telefono mi cadeva un pezzo di fegato. Ma ho fatto il numero e quei tuuuuuu tuuuuuuu che segnalavano la linea libera mi sembravano eterni…
Poi “Sono Simone, ehm…ho chiamato ieri, volevo sapere se fate dei provini per parlare alla radio…”
“Vieni dai, che parliamo di persona…”

Ero io. Ero lì. E quel giorno, davanti a quella cabina puzzolente, ho deciso di non scappare.

La fiat Tipo senza le cinture

Cosimina

 

Quel giorno avevo addosso qualcosa di strano. Forse era solo un senso di attesa, un’inquietudine leggera. Ma di sicuro dalla vetta inaccessibile dei miei sedici anni non avrei saputo definirla così come solo oggi mi azzardo a fare.
La voce di mia mamma mi arriva con tono indaffarato dalla stanza accanto “Mettiti la gonna blu, non i tuoi soliti pantaloni, dai”. Indecisa tra pantaloni e gonna non potevo sapere che quel pranzo a casa della zia Cosimina avrebbe cambiato la mia vita per sempre.
Anche se seduta sui suoi ottant’anni e su una sedia a rotelle, la zia Cosimina era una donna dolce e decisa. Era come una nonna per me. L’adoravo nonostante l’imbarazzo che mi procuravano i suoi baci resi ispidi da quegli odiosi baffetti da vecchia che mi elargiva ad ogni nostro incontro.
C’eravamo noi, arrivati a Genova dall’hinterland di Milano (come si chiamava allora la periferia brutta). Da Baggio con la fiat Tipo di papà al completo: due genitori e noi tre figli. La famiglia tipica di chi dopo il boom economico crede che le cose andranno sempre meglio. E a pensarci bene anche quella macchina (al di là del facile gioco di parole) era la macchina emblematica di quella famiglia. Una fiat Tipo senza cinture, comprata perché si deve, senza troppi calcoli.

Nel periodo di Natale la riviera ligure di ponente è particolarmente fredda, ma non abbastanza da scoraggiare la rimpatriata del nostro clan di trapiantati al nord. E tutta la sua famiglia vedeva nella zia Cosimina l’unica credibile fonte di calore da cercare per Natale. I suoi acciacchi accumulati negli ultimi anni avevano reso inevitabile che ci spostassimo noi, verso di lei. E in quella casa cercavamo più o meno consapevolmente un po’ di quel calore lasciato chissà dove e chissà quando al sud. Le tavole imbandite, i pranzi che arrivavano ben oltre i supplementari, la frenesia alimentare seguita da un vero e proprio stordimento da cibo erano sensazioni note. E forse persino desiderate. Pranzi infiniti che duravano più delle ore di luce. E alle sei di pomeriggio ti trovavi completamente sfatto, con i pantaloni sbottonati a supplicare le donne di casa di contravvenire alla loro natura, di non cucinare anche per cena, di dare tregua. Ma niente poteva placare la voglia delle donne del sud, mia madre compresa, di coccolare tutta la famiglia.
E il cibo in questa logica era solo uno strumento. Le regole del branco erano conosciute da tutti, anche se nessuno le aveva mai formalizzate. Si cucinava prima pensando ai mariti. Poi pensando alla progenie. E non importa se hai appena finito di pranzare e se pesi già troppo. Devi crescere. E poi è Natale. E a Natale si deve mangiare bene e crescere. Questa imposizione femminile trovava dei capi branco per niente ostili.  Ricordo i chili di frutta secca, ricordo le torte della zia Sara, ricordo il tacchino ripieno e i biscotti al miele della zia Nina. Il vero legame che ci univa non era in realtà quello della parentela ma era il cibo: ci si svegliava al mattino, si faceva colazione e già si pensava a cosa cucinare per pranzo; si arrivava al pranzo facendo qualche spuntino qua e là e alla cena, se si sopravviveva, ci si arrivava strisciando; allo spuntino di mezzanotte. Per ricominciare la stessa liturgia il giorno seguente.
Ricordo le risate grasse degli zii e i giochi di società con i miei cugini (non importa di che grado fossero). Ricordo tutto con grande affetto, erano le feste di Natale più belle, quelle trascorse a Genova. A tratti sembrava di essere ancora giù, in quella cittadina maledetta e abbandonata dell’entroterra mediterraneo bruciato dal sole. Dove a cercare bene puoi trovare ancora le nostre radici piantate anni fa dai nostri avi.

Ma quel giorno qualcosa di diverso e tragico stava per accadere.
Era pomeriggio ed era buio fuori, la luce era spenta in casa. Io e lui eravamo distrattamente sul divano stravaccati. Tutto quel cibo aveva fatto effetto e ogni grande felino aveva cercato un posto dove sbadigliare in pace. Non c’era nessuno nei paraggi e l’unica luce nella stanza era quella del tubo catodico della TV accesa su un programma a quiz. Dov’erano tutti? Forse a fare il pisolino post pranzo o forse al piano di sopra dalla zia Sara? Lui era sdraiato e appoggiato allo schienale del divano, io ero appoggiata a lui. Lui iniziò a strusciarsi contro di me, a strofinarsi dietro di me. Non era una cosa nuova, ma per la prima volta mi resi conto che c’era qualcosa di sbagliato. Lui lo faceva da anni ma per la prima volta iniziai a vivere quel contatto come una ingiustizia. Sentii tutto il peso di quella situazione. Sentii che era sbagliato, avevo per la prima volta smesso di sospendere ogni giudizio.
Ma quella volta, quell’attimo esatto, io capii che avevo il potere di alzarmi e andarmene senza soddisfare nessuna delle sue imprecise voglie. Quella volta capii che potevo decidere di non essere un oggetto. Di non dovere assecondare nessun destino scritto. Capii che l’approvazione e la considerazione che cercavo da lui non doveva passare attraverso l’uso che faceva di me da troppi anni.
Ero una bambina quando iniziò ad usare il mio corpo, ma adesso non più. Adesso potevo decidere di non ricadere nella sua trappola. Solo dopo mi sono resa conto che già il fatto di formulare quel pensiero di fuga mi aveva fatto liberare da quel dannato labirinto. Potevo andarmene e lasciarlo lì, stupito e maledetto, sospeso come le sue voglie lasciate insoddisfatte. Non aveva più lo stesso potere su di me, io non glielo davo più quel potere. Cominciai a sentirmi viva perché avevo preso quella decisione proprio mentre lui iniziava a toccarmi. Mi alzai e lo lasciai lì da solo davanti alla TV. Non so come trovai il coraggio, lo slancio. Forse fu un lancio a occhi chiusi. Non fu semplice ma lo feci.

Inaspettatamente quella decisione cambiò qualcosa in me. Nei giorni seguenti o forse negli anni seguenti iniziai a sentire il dolore, la tristezza, la rabbia e poi tutte le altre emozioni che prima erano rimaste come ibernate dentro di me. E quel disgelo mi ha fatto un gran male per molto tempo.

La prima sensazione forse fu la rabbia, quella verso me stessa che gli avevo permesso di fare di me ciò che voleva per tutti quegli anni. La rabbia verso me stessa che avevo desiderato tante volte che lui si avvicinasse a me in quel modo perché quello mi sembrava l’unico strumento per renderlo contento di me, l’unico modo che mi permettesse di avere la sua attenzione e approvazione.
Poi ci furono la tristezza e il dolore. Sentivo un dolore potente e prepotente, ancora indecifrabile, che tentava di farsi spazio dentro di me e tentava di annullarmi. Ma finalmente sentivo qualcosa nel petto ed era la vita nella sua completezza: se fossi stata in grado di sopravvivere a quel dolore avrei potuto fare qualunque cosa.
Nessuno riesce a farsi raccontare da un bambino appena nato cosa abbia provato venendo alla luce. Ma io immagino che ci sia una sofferenza, uno spavento e una gioia tutti mischiati. Una sensazione forte che forse io ho avuto l’occasione di provare in quel momento di rinascita.

Ma non fu per niente facile. I senso di colpa del prima e del dopo mi schiacciavano. E non conta niente il fatto che la ragione mi diceva che io ero la vittima, ero la bambina circuita diventata ragazza. Non conta assolutamente niente. C’erano i miei fantasmi e c’ero io. Da sola.
Mi ci volle più di un decennio ma fu solo attraversando quel buio pesto che scoprii che la luce laggiù in fondo c’era davvero e non era solo un riflesso. Era la voglia di urlare, la voglia di uscire, di respirare, di trovare il coraggio di prendere la macchina e guidare, di guardare il mondo, di ascoltare il mondo, di ascoltare me, di scrivere, di ridere, la voglia di camminare da sola in mezzo ai campi, di indossare un costume e andare al mare, di mettere i piedi nudi dentro un mare d’erba, la voglia di fare l’amore senza sentirmi in colpa.
Finalmente mi resi conto che ero riuscita a conservare in parte la mia capacità di sognare e di credere in me stessa, come quando ero bambina, prima che lui decidesse di rubarmi la mia anima. Finalmente avevo questa nuova sofferta consapevolezza. La convinzione che la vita vale la pena di essere vissuta. Nonostante tutto.
L’indomani nessuno si accorse che ero troppo silenziosa sul sedile posteriore della Tipo affollatissima che ci riportava a casa. In quegli anni nessuno si accorse di quei silenzi. È chiusa di carattere, dicevano. Crescendo cambierà.
Sì, sono cambiata poi. Ma mi ci sono voluti anni. E la vergogna immensa di spiegare a una psicologa il mio senso di colpa e la disperazione che nasceva dalla certezza di non poterlo raccontare a nessuno. E lei che con dolcezza e professionalità mi opponeva la logica inutile del suo ragionamento. Mi diceva che ero la vittima, che non avevo nessuna colpa da rimproverarmi. Sì, ma vaglielo a spiegare tu alla mia anima. Toglimelo tu quell’alone di grigio, dottoressa.

Ho sempre in mente quel giorno, non l’ho mai superato veramente. Tanto che, a distanza di anni, non sono ancora in grado di parlarne con un’amica. Neanche la migliore amica. A volte ci ripenso e mi dico che dovrei fare una torta con le candeline.
Fu un nuovo inizio quel giorno, fu il giorno che nacqui per la seconda volta. Avevo sedici anni ed era la vigilia di Natale dalla zia Cosimina. E tornai a casa su quella fiat Tipo senza le cinture. Con un silenzio addosso che una ragazza di sedici anni dovrebbe avere il diritto di dedicare a cose più leggere.

Se una notte di inverno una lettrice

anonimo

D’accordo, non era inverno ma tarda primavera. D’accordo, non era un viaggiatore ma una lettrice. D’accordo, il richiamo al titolo di un grande autore è una fanfaronata. Ma sono ancora così colpito da quello che mi è capitato da non trovare un titolo migliore.

Mi arriva una email da una sconosciuta. Dice che legge quello che scrivo e che vuole raccontarmi una cosa. Abita in un posto dove sono passato una o due volte, mi pare. Forse per andare a un concerto, quindi senza nessun interesse per il posto stesso. E inizia a raccontarmi una storia, una storia privata, una storia terribile.

Usando solo la tastiera del cellulare mi scrive un lungo pezzo fatto di pranzi familiari, di riunioni natalizie, di parenti del sud  e di abusi domestici. Sì, proprio di quello. Io sgrano gli occhi. Rileggo, ma non c’è niente che si può fraintendere. Io non capisco: perché lo sta scrivendo proprio a me? Ho capito bene? Chiedo particolari, ma lei si chiude. La non contemporaneità delle email aiuta a essere reticenti e a rifuggire quelle zone d’ombra dove non vuoi portare i riflettori.

Andiamo avanti, con pause irregolari, per un paio di settimane. Alla fine mi chiede una mano per aggiustare il pezzo che ha buttato giù prima di scrivermi. Per renderlo meno estemporaneo. Come se arrivare a raccontare quello che le è successo fosse un altro passo per lasciarsi tutto alle spalle. Io sono combattuto. Da una parte vorrei scappare, non mettermi in questa storia più grande di me. Dall’altra mi faccio entusiasmare dal fatto che lei abbia pensato proprio a me per raccontare la sua vita. E preso da questa euforia immotivata, lascio cadere tutti i miei dubbi di inadeguatezza. Compresi quelli legati al fatto di non consocere il tema. Allora (coi miei tempi) ci ho messo le mani e scritto e riscritto (e fra qualche giorno lo metterò sul mio blog cambiando nomi, luoghi e altri elementi che la rendano riconoscibile).

Ma una cosa ci tengo a dirla in chiaro. Lei ha superato, dopo anni, questo enorme senso di colpa che io non riuscivo neanche a inquadrare. Una vergogna e un senso di colpa per essere stata vittima di una ingiustizia. Nella convinzione (fondata o meno) che se avesse raccontato questa storia a qualcuno, avrebbe dovuto fare i conti con accuse o, più pesanti ancora, con sguardi di condanna. Proprio in famiglia. Quindi non ha detto niente, mai niente a nessuno. Ha deciso di crescere lo stesso, guardare oltre, seppellire questo dolore nel suo giardino. Solo da adulta è andata a raccontare queste cose a una psicologa e a tirarle fuori a poco a poco. Oggi mi racconta di essere sposata, di avere due bimbe e di fare una vita normale. E mi dice che ancora a nessuno (nessuno!) ha mai raccontato questa storia.

E li guardi partire

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Ah ma non è sempre stato così! I primi tempi questi figli sembra che non crescano mai, che non diventino grandi abbastanza in fretta. Tu vorresti parlare con loro di quel film, fargli ascoltare quella canzone che appena finita riascolti e riascolti e riascolti. O giocarci a pallone o accompagnare in bici. Ma questi figli non hanno fretta e ancora passano le giornate a mangiare, dormire, piangere e riempire pannolini.

Sembra che il tempo che serve per vederli grandi sia infinito. E che ti dovrai accontentare a giocare a pallone contro il muretto ancora per decenni e a tenere lo stupore che ti danno quelle canzoni da riascoltare tutto per te.

Poi ad un certo punto, a guardare indietro non so bene tanto, iniziano a crescere con una velocità assurda. Imparano a parlare a litigare a sbagliare.

E ti rendi conto che il tuo ruolo di genitore non è come lo vivevi prima. Noi sei tu a dovergli dare tutto, devi lasciare che ci mettano del loro. Non sei tu a costruire per loro una vita davanti, ma devi assecondare e correggere la vita che si stanno costruendo.

Ma la cosa più difficile è quando li guardi partire. Li guardi partire alla gita del nido, che così piccoli dove vuoi che vadano. Ma vanno eccome, in file fiere e impaurite. Ma vanno.

Li guardi partire quando vanno a dormire dai nonni. Che non sarà il giro del mondo ma è sempre dormire fuori.

Li guardi partire quando vanno fuori la domenica con gli scout, non importa se estate o inverno, se c’è il sole o piove. Loro vanno. E tornano così sporchi, stanchi e contenti che vorresti che ti raccontassero di più. Ma devi abituarti a un “Bene” come risposta.

Li guardi partire quando per escono per una settimana, zaino in spalla e tante cose da fare.

Li guarderemo partire per un lavoro stagionale in riviera, per prendere un po’ di soldi che ti verrebbe da dire “Ma te li do io” pur di tenerli vicini, ma sai che non sarebbe lo stesso.

Li guarderemo partire per studiare in un’altra  città, per incontrare un amore acerbo, per lavorare, per seguire la vita.

E non è detto che noi genitori, noi adulti per definizione, sapremo ogni volta essere all’altezza di queste partenze. Non è detto che sapremo trovare sempre il mix giusto tra aiutarli e metterli in grado di essere autonomi. Ma fare i genitori è un mestiere strano e piano piani, magari, impareremo anche a farlo bene.

La cartolina

cartolina fronte

Oramai era luglio e secondo i suoi calcoli, la cartolina doveva essere già arrivata da un po’. Ma ancora niente. Non un cartolina illustrata con una fotografia di località di villeggiatura: spiagge lunghe e persone facoltose in eleganti costumi di lana in primo piano. Non una cartolina da un parente vicino emigrato in un paese lontano, che dietro a mille incertezze della lingua parla della sua fiducia nel futuro. Non la cartolina di un amata, con quelle quattro parole pudiche che in fondo non dicono niente, ma attraverso le quali è bello sognare un futuro di possibilità.
Quella che aspettava Nato era una cartolina prestampata, senza illustrazioni. Forse senza nemmeno il profilo del re sul francobollo. Una cartolina formale, scritta in un gergo che conosceva bene. Aveva passato venti mesi nel servizio di leva in artiglieria alpina. E adesso che la guerra durava più del previsto i giornali avevano diffuso la notizia che prima della fine della primavera, al massimo a inizio estate, sarebbero stati richiamati quelli del suo anno.
Ormai aveva passato i quaranta e mai avrebbe pensato di dover tornare a indossare una divisa, implotonarsi, marciare in ordine, dividere una camerata con sconosciuti. Rispondere signorsì a un tenentino con la metà dei suoi anni.
Non lo dava a vedere ma ci pensava eccome.
Ma erano passati marzo e aprile in un soffio. Maggio doveva essere maggio il mese della cartolina, ma niente. Neppure giugno, che ormai era quasi sicuro, aveva portato niente. Allora luglio, questo luglio fatto di covoni di paglia, che il grano è già stato mietuto e ti sembra di tirareeun po’ il fiato.
Quando il postino con la sua Umberto Dei nera percorreva verso mezzodì la strada Baratte, lui lo vedeva arrivare da lontano. Fingeva di non accorgersene e continuava a occuparsi di qualche improrogabile banalità. Fare il filo a un ferro per falciare, mettere il manico a una vanga, fare la punta ai pali da piantare nell’orto per tenere su i fagioli ormai cadenti.
Ma nella sua testa era un ribollire di ipotesi. Se mi mandano al fronte la paga è buona. Ma si rischia e se poi non torno ai miei figli chi ci pensa? Se mi mandano nelle retrovia chissà quando torno. Se mi fanno furiere, ma sì in fureria ci vanno solo quelli che hanno un santo in paradiso. E qui il paradiso al massimo lo vediamo dipinto sui muri della chiesa. E se mi nascondo nel granaio come Trevisi? E poi? Chi lo sa se mi prendono cosa mi fanno. Mi fucilano forse, o mi trattano da traditore. Ma io non ho mai tradito nessuno. Solo che di guerre ne ho viste passare da bambino e so che quelli come me hanno solo da perderci.

-Buondì Brusco! Qualcosa di nuovo?
Il Brusco, che un giorno deve avere avuto persino un nome, si fermava: frugava nella borsa di cuoio fissata sul portapacchi anteriore della bicicletta e diceva in un italiano improvvisato: “Me ne dispiace, anche oggi niente”. Come se quella che doveva arrivare fosse per forza una buona notizia o una eredità dall’America.
I giorni passavano e Nato faceva sempre più fatica a fingere di non pensarci.
Appuntiva pali, tagliava bruscoli col falcione, spennava capponi. E fingeva di vivere senza fare attenzione a quella consegna che forse gli avrebbe cambiato la vita.

Non voleva neanche pensare che quella cartolina ci mettesse così tanto da far prima finire la guerra. Sarebbe stato un sogno, e i sogni fatti al momento sbagliato si sa che portano delusioni ancora più forti.
Avanti così, un giorno alla volta. Senza sapere bene cosa sperare. Un giorno alla volta.

Testa di nuvola

chiomadinuvola

Passa un tipo con i capelli bianchi, bianchissimi. Non è vecchio, avrà cinquant’anni. Lo trascina un rassegnato cane da cacca urbano, che tra gli antenati di razza probabilmente ha avuto cani da caccia capaci di una ferma al fagiano, ma che ormai ha perso ogni istinto assieme alla i dell’ultima sillaba. Ma noi guardiamo dall’altro lato del guinzaglio, l’umano coi capelli bianchi e vaporosi. Una chioma curatissima e lunga. Mi ricorda un po’ il logo della sorbetteria di Ranieri. Luca dice che sembra Mozart. Federico ride e basta. Chiara mi fa una domanda strana: ma tu se potessi avere tutti i capelli a condizione di tenerli così, accetteresti?
Ecco, questa è una bella domanda. Una di quelle a cui non so rispondere con un sì o con un no. Da anni mi sono abituato a tenere i capelli cortissimi. Questo look, nato come una risposta frontale ad un’inesorabile avanzata della pelataggine, è diventato una abitudine che mi allevia il caldo (ma come fate d’estate con quelle chiome che sembrano berretti di lana?) e mi fa risparmiare molto tempo (esco dalla doccia e mi asciugo in un attimo).
“Vedi Chiara” – le dico – “sono pelato ma non ho il complesso di essere brutto perché sono pelato. Ma se potessi avere i capelli sarei più contento.”
“Non hai risposto” (Se mai dovesse essere una giornalista, sarà una grande giornalista!)
“Sì in effetti non so se accetterei, se il prezzo fosse tenerli così: lunghi, curati, vaporosi”
Poi ci mettiamo a parlare di quelli che (quando io avevo la loro età) vivevano la calvizie come una menomazione. E si sacrificavano sull’altare di artifizi ancora peggiori. Come il riporto. Farsi crescere capelli da una parte e incollarseli sulle zone diradate, come se non si vedesse che quel tappetino è artificiale e ridicolo. Come se chi ti guarda potesse credere, per un attimo, che tu sei ancora giovane e ancora bello e capelluto.
E un po’ la logica del riporto ha fatto scuola. Mi avanza un numero, non so dove metterlo e lo vado a mettere in testa alle decine (che già avevano i loro problemi).
La logica del riporto (tricologico) ci ha insegnato che ci sono due modi di gestire un problema: affrontarlo oppure nasconderlo. E di persone che vivono con l’etica sublime del riporto ne ho incontrate tante. Quelli che sul lavoro cercano di incastrare gli altri per le cose più noiose. Quelli che rimandano una decisione per la paura delle conseguenze. Quelli che sanno dire i no ma non si sono mai messi a cercare i propri sì.
Lo so che sono fuori tempo massimo, ma ho una risposta per Chiara. Mi va benissimo la mia pelata. Senza boccoli argentati. Senza riporti. Senza sospesi.