Vicker: io avrei una ringhiera da riverniciare…

Hai mai sentito parlare di Vicker? No? Neanch’io.images_ybc_22_21_1dc965a1d87c4b2e2d86a9922479f09c3351a63d

Mi chiama un’amica, con cui discuto spesso di web e di marketing e mi propone di partecipare a una discussione su una nuova soluzione. Ci sarà gente di diversa estrazione, ma a tutti chiederò di scaricare una app e di dire in tutta libertà cosa ne pensano.

Malgrado la serata in questione fosse un lunedì (il giorno più incasinato della settimana, perché i piccoli hanno inglese a casa e in più Francesca ha le riunioni a scuola fino a tarda sera), capita che per lavoro sono proprio lì vicino. Allora mi organizzo e dico di sì.

Vado nello store e scarico questa app. Si chiama Vicker e il nome non mi suggerisce ancora niente. Non ancora. Dalla descrizione capisco che è una piattaforma per mettere in contatto chi sta cercando qualcuno che sa fare un lavoretto con chi ha il lavoretto da fare. Portare fuori il cane al mio posto quel giorno che non ci sono, tagliare l’erba del giardino, portare il mio veccio televisore col suo pesantissimo tubo catodico nell’oasi ecologica (visto che nella mia utilitaria non ci entra neanche a pregare!). Mi viene in mente subito un lavoro che ho lì da un po’ di tempo. Verniciare la ringhiera del terrazzo. L’ho verniciata io una decina di anni fa e ha bisogno di una ripassata. Ma ricordo che grande rottura di scatole è stata allora e (se trovo qualcuno che lo facesse al prezzo giusto) è una grana che mi evito volentieri.

images_ybc_22_21_cfd80bfce264f071a31f7d50285153f8c984006eProcedo nella registrazione. A dire il vero è un po’ troppo rognosa. Nome, cognome, email, codice fiscale, conto paypal. Mi fermo un momento. Come mai tutta questa roba?  E poi questi chi sono, a cosa gli servono tutti questi dati sensibili?
Già vedo la ruggine della mia ringhiera che continua lentissimamente a fiorire. Fingerò che sia il richiamo della Primavera e farò finta di niente ancora una volta.

Poi arriva il giorno del confronto con la azienda. Inizia una discussione e vedo che il problema della registrazione troppo pesante non era solo il mio. Ma Matteo (uno dei due ideatori) ci spiega che è stato risolto e che a giorni sarà tutto più snello. Bene. Ma soprattutto ci racconta della sua idea e del fatto che tutta questa meticolosità è dovuto alla serietà con cui affrontano il problema del lavoro.

Questo progetto (di cui la app è solo lo strumento finale) è l’idea di mettere finalmente in contatto chi ha da offrire un lavoretto e chi lo sa fare. Si suggerisce un prezzo, di descrive il lavoro e si entra i contatto. Si può chattare (hai presente whatsapp?) per avere altri dettagli e per scambiarsi foto e video. Si può discutere di tempi e modi. Poi alla fine chi offre un lavoro sborserà quanto promesso. Il lavoratore avrà una piccola commissione da pagare al sito per avergli trovato questo lavoro. Lavoretto, certo, non lavoro. Non è un sito che si sostituisce alle agenzie di lavoro interinale o ai job hunter. È qualcosa di profondamente diverso. Somiglia al (santo e benedetto!) passaparola degli amici. Di quelli a cui ti rivolgi quando non sai da che parte girarti “Non avresti il numero di un elettricista bravo per mettermi a posto questa presa?”.

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Non è un portale di trovalavoro. Anzi. È qualcosa che mancava: è il portale della share economy. Somiglia, nella visionarietà dei suoi inventori, un po’ a una banca del tempo (dove ci si offre per svolgere lavoretti per cui si è tagliati). Ma somiglia anche a Uber e a AirBnB. A siti che fanno in modo più condiviso, economico e basato sulla rete, una attività tradizionale. Reinventandola. Senza mettersi in concorrenza diretta con quello che fanno i taxisti (Uber) o gli albergatori (AirBnB), ma guardando in faccia un settore nuovo di cui prima non si distinguevano i contorni. Dal punto di vista di chi sa fare un lavoretto (ripetizioni, giardinaggio, manutenzione ma anche tantissime altre cose) è un portale interessantissimo. Mi registro entro e se c’è qualche offerta la prendo al volo. Un aiuto in più per lo studente che vuole mettere via qualche soldino o per un professionista o pensionato che vuole mettere a frutto i suoi ritagli di tempo.

Io non sono bravo a prevedere il futuro, ma in questo team ho visto una passione che mi ha coinvolto. Mi hanno chiesto se volevo parlarne e lo faccio volentieri, su questo blog.

Sono tornato a casa e ho completato la registrazione. Non si sa mai che poi la mia ringhiera possa trarne qualche beneficio (con auspicabili ricadute sull’armonia familiare)…

http://www.yourbrand.camp/index.php?option=com_yourbrandcamp&view=tagline&format=raw&id_p=21&id_c=22&id_u=978

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Ma la prossima maratona vedrai

maratona

C’era qualcosa di sbagliato. Domenica scorsa ho corso la mia decima maratona. Correre è di moda e “maratona” è un termine che viene usato spesso a sproposito. Ogni corsetta di una distanza sufficiente a far secernere una goccia di sudore viene generosamente chiamata maratona. Maratona della primavera di 5 km, Maratona dei bambini di Busto di 4km, Maratona dei due comuni di 9 km. Eh no! A costo di passare per snob voglio mettere dei paletti. La distanza olimpica della maratona è 42.195 metri. Anzi, meglio: quarantaduemilacentonovantacinque metri. Una corsa di più di quaranta km che i campioni fanno in meno di tre ore, quelli bravi fanno in meno di quattro ore, quelli come me in meno di cinque.

Io ogni mese corro un centinaio di chilometri. Mi serve per contrastare l’aumento di peso e per illudermi di invecchiare un po’ meno velocemente di quanto suggeriscano gli estratti anagrafici (ma cosa ne sanno loro?). Ma rispetto all’anno scorso mi sono appesantito. Non mi sono allenato come avrei voluto, ma questa è una costante di ogni edizione.
Quindi facendo due conti mi sono detto: questa volta il mio obbiettivo deve essere arrivare alla fine. Decentemente, senza guardare il cronometro.

Il problema delle maratone fatte da quelli come me è che ad un certo punto viene voglia di mollare. La stanchezza fisica ti suggerisce, ad ogni passo, di mollare. La stanchezza mentale si può imparare a gestire, ma è ancora più concreta di quella fisica. Lo scrittore Murakami (maratoneta dilettante che si è sempre allenato con grandissima costanza nipponica) ha scritto che “la maratona è un’arte marziale”. L’ho sempre trovata una definizione perfetta. La maratona è gestire il tuo corpo per un viaggio lunghissimo. È consapevolezza, è conquista, è controllo. E io quando corro sono più forte con la testa che con le gambe.

Per distrarmi quando corro penso. Penso ai numeri, per esempio. Faccio i calcoli della media che sto tenendo e della proiezione del mio tempo finale. Aggiorno i calcoli ad ogni passaggio e cerco di trovare svago e motivazione in quei risultati. Anche in quelli poco lusinghieri.
Penso alle persone, fingendo che mi accompagnino. Faccio un chilometro con questo, un chilometro con quello. E ci parlo. “Dai che non molliamo” “Vedi nonna, che lo abbiamo corso assieme? E senza fermarci!” “Fai come faccio io, piccolo mio, un passo dopo l’altro…”
Penso a cosa scrivere. Mi estraneo dalla gara e mi immagino i passaggi di un post, di un testo, di un racconto.
Penso a cosa dire, a come racconterei dei mille piccoli particolari che vedo scorrere (lentissimamente) ai lati della strada. Gli impazienti in macchina, i vigili al cellulare, i volontari con le spugne (quelli che la sanno lunga si mettono alla fine), i turisti che dicono “bravi” con tanti accenti diversi, il bambino sul passeggino che quando la fanfara dell’esercito parte col parappapaaaa resta a bocca aperta, in estasi.

Ma la cosa che ho apprezzato di più è stata la consapevolezza della mia scarsa condizione. A un certo punto mi sono detto: non strafare, non sei al massimo. E ho fatto qualche tratto camminando. Senza sentirmi sconfitto.

Adesso, come succede sempre dopo una maratona, mi ripeto “devo solo perdere qualche chilo e allenarmi meglio e la prossima maratona vedrai!”.

Quella luce fuori dalla scuola

luce mattutina

Nella massa artificiosamente sorridente dei genitori che aspettano la quotidiana apertura della scuola ci sono anche loro.

Lui in giacca e cravatta, uno scooterone di chi deve saperla lunga e i capelli più in ordine di quanto il casco appoggiato sul sellino potrebbe far supporre. Parla con calma con suo figlio e si vede che il figlio è abituato a quella serenità.

Lei porta con eleganza un paio di pantaloni con una pieghina che sulla maggior parte delle altre donne starebbe malissimo. Ha lineamenti delicati e un naso sottile. Due occhi scuri e dritti come un orizzonte. Ha il cellulare in mano, assieme alle chiavi della sua utilitaria di moda, ma non lo guarda. Non lo guarda mai quando parla con suo figlio. Mai: neanche quando arriva una notifica. Ha persino scelto il livello più basso di vibrazione e nessun tono. E questo dice molto di lei.

C’è una luce strana stamattina e qualcosa succede. Un raggio che nessuno ha calcolato colpisce lui e i fotoni che rimbalzano arrivano agli occhi di lei. Lo aveva visto anche nelle settimane precedenti, certo. Ma mai guardato. Ma quel raggio quasi parallelo all’asfalto del parcheggio e quest’aria che ricorda un altrove evocativo le suggeriscono un ricordo. “Eppure io l’ho già visto” comincia a pensare distogliendo gli occhi, ma continuando a guardarlo a mente.
Anche lui la nota: come avrebbe potuto non accorgersi di quello sguardo appuntito. Un attimo di disagio, passando in rassegna il comportamento degli ultimi minuti, il parcheggio del ciclomotore, i contributi volontari pagati. Poi, escludendo ogni possibile colpa, il disagio prende la forma di una lusinga. “Chissà perché mi guarda.” E senza accorgersene si mette in posa.

Le rivolge un’occhiata, fingendo di incrociarla solo allora e la saluta accennando un sorriso.
Lei risponde con lo stesso gesto speculare, intanto che il tarlo lavora dentro “Ma sì, ne sono sicura. Al lavoro? Un vecchio compagno delle medie. In coda dal pediatra? Dove l’ho conosciuto?” Ma niente. File not found.
Presa da questi pensieri non si accorge che lui si è girato e le sta rivolgendo la parola.
“Certo che non aprono neanche un minuto prima della campanella!”
“Come?”
“I bidelli, dico. Aspettano la campanella per aprire. Neanche un secondo prima”. Si rende conto della stupidità della frase. Quasi vorrebbe non averla detta. Ma lei, che ha un ottimo pretesto, dopo che lui ha rotto il ghiaccio, riprende: “Chissà che consegne hanno. Protocolli, responsablità, circolari…” . E subito riflette “Che scema sono. Davvero ho detto consegne? Ma che razza di parole…
Ma lui sorride, rassicurato dal salvataggio inaspettato. Adesso anche lui è sicuro di averla vista e cerca di capire dove. Certo che è proprio bella lei. Già a quest’ora ha un qualcosa che…

“Ma noi non ci siamo già visti?” Taglia corto lei.
“Sì mi sembra di sì…” risponde lui perplesso
“Forse al nido la pentola d’oro…” azzarda lei.
“No, non lo conosco. Ma forse ci siamo visti a una riunione di condominio”

Lei cerca di scorrere l’elenco dei condomini delle ultime case che ha abitato, ma non gli sembra che somigli a nessuno dei vicini. Poi d’improvviso una traccia. Lui era il nuovo amministratore che prendeva il posto di Pillozzi. E lei aveva la delega dei suoi genitori che avevano contestato fermamente il passaggio al riscaldamento centralizzato. Per ripicca avevano smesso di pagare i lavori. Quell’assemblea aveva preso una pessima piega e l’amministratore aveva prospettato azioni legali. Lei allora aveva risposto offesissima, come se le si desse della pezzente. Lo aveva odiato. E quanto. Da quella volta non si era mai più fatta incastrare da una riunione di condominio. Quanto lo aveva odiato! Quanto!

E adesso sente il divario assurdo tra questa suggestione mattutina e quell’odio passato. Si vergogna di essere lì e di tutto, anche dei pensieri che non ha fatto in tempo a fare. La situazione si fa gelida. Si salutano con un sorriso ingessato e un “Buona giornata” che sa di uscita di sicurezza.
Ognuno dei due resta sollevato da quel distacco. E parallelamente ragionano su come è strana la vita. Sul fatto che certe persone, prese in altri contesti, sono davvero altro.

Non ho capito bene

dividere

Non ho capito bene questa cosa delle unioni civili. Che è nata per dare una specie di matrimonio (ma non chiamiamolo matrimonio, per carità!) a chi un matrimonio non poteva celebrarlo. Non perché non avesse i soldi per banchetto, ricevimento, viaggio di nozze in posti che quando-ti-ricapita (elementi tutti sacrosanti e imprescindibili di ogni vero matrimonio) ma semplicemente perché gli sfortunati amano persone del proprio sesso e “NO: nel nostro paese se vuoi vivere con uno del tuo stesso sesso noi siamo disposti a chiudere un occhio e a non chiamarti lesbica o ricchione. Ma pretendere il matrimonio è fuori discussione”.

Non ho capito bene questa cosa che noi eterosessuali, noi cattolici, noi sposati, dovremmo avere qualcosa da dire sul fatto che venga istituita una forma diversa (alternativa, complementare) di matrimonio. Come se questo nuovo matrimonio togliesse qualcosa a noi. Come se fosse una nuova licenza per taxi e concederla a tutti vuol dire che la mia vale subito meno.

Non ho capito bene come mai sia così importante questo obbligo di fedeltà sancito per legge. Ogni membro di una coppia (eterosessuale come omosessuale) vive la fedeltà come scelta. E nel 2016 forse non deve essere il legislatore moralista a dire “Tu donna non devi tradire” (come lo diceva nel 1942). In teoria l’obbligo era per entrambi, ma si sa che l’uomo non è di legno. Oggi deve essere la cultura, l’arbitrio e la consapevolezza di ognuno a condizionare il comportamento. Non un’ammenda.

Non ho capito bene quanti si disperano per una legge fatta a metà. In Italia siamo troppo accomodanti per fare qualsiasi rivoluzione. Noi andiamo avanti per riforme provvisorie che di modifica in modifica diventano un cambiamento. E quindi (timidamente) io sono contento che qualcosa sia cambiato. Sono soddisfatto che il blocco del mai! si sia incrinato e che usi punti esclamativi sempre meno convinti.

Ma soprattutto non ho capito bene perché uno Stato moderno, un cittadino serio, un cattolico, un eterosessuale, non debbano essere felici nel rendere la vita facile a due persone che si amano.

Un centimetro scarso sopra il naso

fuori dalla grotta

Non è una brutta giornata, non la aspetta niente di particolarmente terribile. Ma Clara oggi non ha proprio voglia di uscire. Si prepara con cura davanti allo specchio del bagno.
Un filo di trucco ci vuole sempre per una signorina. E quanto le manca la nonna che diceva così. E quando lo diceva, Clara sorrideva di nascosto. Ma quel ricordo la scalda in un modo strano: un po’ la consola, un po’ accentua il disagio per quel freddo fuori.

Clara vorrebbe restare nella sua grotta oggi. Non andare al lavoro, non vedere nessuno, passare la giornata a fare un mare di niente. Magari a disfare gli scatoloni, che il trasloco è fatto da poco. Magari prendersi il lusso di vederla scivolare piano, tenendo in mano di volta in volta una tazza cilindrica, un buon libro, un telecomando, un rimpianto lasciato a metà. Senza un ordine preciso.
Ma oggi c’è da andare e si va. Pensa questo Clara, per farsi coraggio; per rimuovere quel masso davanti alla entrata della grotta e andare fuori. Dentro la nuova giornata, in quel sole bio di febbraio che sembra aver disimparato a scaldare.

Il rosso è un bel colore, pensa indossando un rossetto con la mano ferma di un chirurgo. E intanto che lo pensa, nello specchio si vede verdastra. Colpa di questa lampada a risparmio energentico, meno indulgente di quelle a incandescenza che aveva da bambina, a casa. Sarà che fuori dalla finestra non c’è quella fila di montagne disordinate che lei chiamava per nome. Sarà che anche questa vita è un po’ a risparmio energetico.

Cerca pensieri positivi e nel farlo va a scavare in fondo a un respiro abissale. Quando riemerge pensa alla musica. Pensa alle vibrazioni di quell’ottone. Si ripromette di impararlo meglio quel brano: di trovare nella testa il giusto tono. Proprio lì al centro della fronte, un centimetro scarso sopra il naso.
Proprio lì è dove sente l’istinto di rintanarsi, di restare coperta, di non prendere rischi. Lo stesso impeto che invece, quando suona, sembra trasformarla. Socchiude gli occhi e vola. E in certe sere speciali, le sembra che anche chi l’ascolta sia trascinato. Le sembra di avere un potere immenso, simile a quello dei suoi sogni di bambina: quando si vedeva su un palco e studiava quell’inchino leggero, quello da fare quando tutti le applaudivano un grazie finale. Quando tutti sembravano parlare la stessa musica.

Forse è questo che le manca. L’occasione di fare quell’inchino. La speranza di vedere qualcuno alzare gli occhi e guardarla nei suoi. Proprio lì: un centimetro scarso sopra il naso. Dove vibra, dove esce, dove c’è la musica.

Nella tasca

Stazione ferroviaria

Scendendo dal treno, Valentino, non sapeva bene in quale direzione guardare. Infilò distrattamente le mani nelle tasche. Nella tasca destra del suo giaccone cominciò a distinguere: la stagnola del pacchetto di gomme americane a metà, le chiavi di casa con portabadge usato come portachiavi, le monete ricevute come resto dall’edicolante, un fazzoletto di carta asciutto ma appallottolato e il cavetto degli auricolari che avvolgeva tutto. Tastava alla cieca questo groviglio e gli sembrava di trovarci dentro dell’altro, che ancora non riusciva a identificare. Una inquietudine, una mancanza. Un simbolo forse. Ma no, era più un’inquietudine.

Nella sua tasca non c’era altro che quello che lui c’aveva infilato. In quella tasca c’era tutto quello che gli era servito nelle poche ore trascorse e che gli sarebbe servito nei minuti che lo aspettavano. Riconosceva ogni elemento al tatto, magari da un singolo particolare. Ma sentiva tutto estraneo.
Se qualcuno, lontano da grandi voli filosofici, gli avesse chiesto “Che cosa ti servirebbe adesso? Cosa vorresti avere in tasca?” lui probabilmente avrebbe risposto quello. Le chiavi, la musica, un fazzoletto, le gomme, i soldi. Ma anche di fronte a questo elenco non si sentiva soddisfatto.
Era come se camminando sentisse il peso di una soddisfazione imperfetta. E la cosa che più lo rendeva grigio era il non riuscire a mettere a fuoco cosa gli mancasse.

Camminando velocemente verso l’atrio della stazione prese a fare lo slalom tra i trolley portati a guinzaglio da viaggiatori più lenti di lui. Ma questo non lo distolse da quella sensazione sgradevole che montava. Ormai provava una certa insofferenza per quel grumo di inutilità racchiuse nel suo pugno piantato nella tasca destra.
Arrivato oltre i respingenti si avvicinò al cestino giallo a pochi metri dall’obliteratrice. Estrasse il pugno con tutto il contenuto penzolante della tasca. Fece come per lasciare tutto nel cestino e ripartire.

Poi pensò che senza chiavi non si poteva stare. E anche quelle cuffie erano quasi nuove. Buttare via monete, poi, perché? E le gomme americane e il fazzoletto ormai che senso avrebbe avuto disfarsene. Rimise tutto in tasca. Pugno, oggetti e senso di imperfezione. E uscì dalla stazione con ancora tutto in tasca.

Un solo fiocco di neve

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Lo scooter non lo uso quasi mai. È comodissimo per andare in centro, è la soluzione ideale per andare in quei posti dove non c’è parcheggio, ma non è adatto per andare al lavoro e per portare i bambini a scuola. Quindi è l’ancora di salvezza dei percorsi inusuali.
La conseguenza di questo è che per la maggior parte del tempo resta fermo, legato e col sellino coperto, in attesa che qualcuno si ricordi di lui. Ma questo nostro comportamento sembra non essere tanto compatibile con le logiche da elettrauto. Non usandolo finisce per farci spesso lo stesso scherzo: la batteria si scarica e (quando dobbiamo usarlo) non parte.

Domenica sono stato previdente: visto che in settimana avevo in programma di prendere lo scooter l’ho acceso. E’ partito subito. Tanto che preso dall’ottimismo mi è tornata in mente la frase sentita cinque minuti prima
“Se lo provi, ci sarebbe da prendere il latte”
Sono andato al supermarket più vicino e ho preso il latte. Non uno, ma sei litri. Lo metto nel bauletto, tolgo catene, metto il casco. Nei secondi seguenti ho sentito il motorino di accensione che si schiariva la voce con crescente lentezza e fatica. Ehmehmehm ehm ehm…
“No dai parti! Non adesso…”
Dopo una decina di secondi l’agonia elettrica è finita e la situazione è stata chiara. Ero a piedi, a poco più di un chilometro da casa, con due quintali di motorino e sei litri di latte. In più avevo solo un’ora di luce prima del tramonto e (nonostante il freddo) avevo una gran voglia di andare a correre.

Mi decido: lo spingo fino a casa e lo metto in carica, nel box. Inizio a spingere affrontando con una certa superficialità la pendenza della salita. Sì, quella davanti alla scuola di Luca, sì quella che anche quando sono a piedi mi fa rallentare non poco.
La supero, fermandomi due volte a prendere fiato. A metà strada incontro un amico che mi offre aiuto “Ho i cavi a casa” ma ormai è questione di orgoglio.
Proseguo e ecco che con la coda dell’occhio vedo qualcosa di leggero posarsi sul sellino di fintapelle nera. Scendeva piano, come un petalo. Ma non è stagione. La forma era sferica la dimensione quella di un fiore di mimosa. L’ho guardato, senza smettere di spingere il mio fardello laterale e ho notato che cambiava. Sciogliendosi piano.
“È un fiocco di neve!” ho pensato con lo stupore di un bambino dietro i vetri. Ho subito guardato se ce ne fossero altri, ma no: nessuno. Ho cominciato a pensare alla temperatura, troppo alta per far nevicare. Poi è tornata alla mente la lezione di scienze ripetuta con Luca, quando lui mi spiegava che “per ogni 200 metri di altitudine la temperatura cala di un grado”. Quindi, a occhio e croce, potrebbe essere partito da mille, millecinquecento metri, chi lo sa.
Il bello è che è unico. E questo me lo rende simpatico ancora di più. Non smetto di spingere e, con questa compagnia perdo la nozione del tempo e del modo e arrivo presto.

Attaccando i cavi per ricaricare la batteria, continuavo a pensare a quel fiocco. A quel caso miracoloso che me lo ha fatto atterrare di fianco e al fatto che senza il sellino scuro non lo avrei mai visto…
“Ma è tardi: prima che il sole tramonti voglio andare a correre”.
Magari riflettendo sul fatto che bisogna pensarci prima a certi viaggi e che il cervello è come la batteria dello scooter: va usato costantemente se vuoi che funzioni bene.

Come uno specchio rotto

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Una poesia è uno specchio rotto. Ha tanti frammenti: in uno vedo un pezzo di me, in uno un pezzo di te. Ci vedo tanti colori, tante luci, tante possibili immagini. Se socchiudo un poco gli occhi, facendoli a fessura per cercare di vedere tutto assieme, allora mi sembra di vederci un quadro completo, un’immagine con un messaggio che mi risulta.
Dico che è un bell’insieme, mi consola, ci leggo verità e simboli decrittati.
Ma a essere seri, gli occhi van tenuti aperti. Mi fermo a guardarlo quello specchio. Lui e tutte le immagini che ha dentro. Vedo un pezzo di me. Vedo un segmento di te. Ma dopo poco l’illusione crolla e devo ammettere che quella immagine non sono io. Che quella immagine non sei tu. Che quell’insieme non sta insieme.
E me ne vado, lasciando ad altri la poesia e i simboli. Vado alla prima campana verde del vetro e butto lo specchio, l’immagine e tutta la poesia.

La temibile compagine bielorussa e il bar di Star Wars

Champions League

Luca è appassionato di calcio. Essendo uno sport di massa, il mio snobismo mi ha portato sempre a porre un freno a questa passione. Non voglio che diventi uno dei tanti che parla usando cori da stadio e che sostituisca alla sua opinione quella del Biscardi di turno. Quindi se da un lato l’ho sempre incoraggiato a giocare a pallone (in cortile, in spiaggia, al doposcuola), dall’altro non ho mai sottoscritto abbonamenti a canali di calcio né assecondato le sue richieste di mollare la piscina per il campetto.

La sorte, per compensare questa mia mancanza, mi ha offerto un specie di chance. Unicredit, infatti, ha indetto un concorso che si chiama RefereeMascot con il quale si offre a un bambino la possibilità di accompagnare in campo un componente del team degli arbitri. Si vestono negli spogliatoi, entrano in campo prima del fischio di inizio e poi i bimbi si rivestono e raggiungono i genitori in tribuna per guardare la partita di Champions League.
Sono in ufficio. Mi arriva una telefonata strana “Vuole portare suo figlio a vedere Roma – Bate Borisov? “

Consulto qualche amico con il figlio della taglia giusta, diamo le conferme e dopo un paio di giorni inizia la nostra avventura. A dire il vero la serata è stata una alternanza di momenti di gloria e di panico, nella migliore tradizione della tragedia classica.

Siamo arrivati allo stadio e ci siamo accorti che il punto di ritrovo era dentro, ma noi eravamo fuori e senza i biglietti. Il nostro contatto era una giovchampions2ane donna molto in gamba, Serena di Unicredit. Abbiamo chiesto agli steward di poterla avvisare ma sono stati irremovibili. Quando poi è uscita ci siamo accorti che i nostri biglietti erano in albergo ma i nostri figli dovevano entrare. Allora la povera Serena si è improvvisata mezzofondista e ha percorso i due chilometri verso il suo hotel per permetterci di entrare. Nel frattempo i nostri figli sono stati portati negli spogliatoi e noi genitori siamo restati fuori dai tornelli e dentro le cancellate. Una specie di zona di interdizione che ricordava un po’ Staten Island, ma con più giornalisti e meno sogni.

Dopo un po’ la valente mezzofondista per cui tifavamo è tornata, ha ritirato le liberatorie (che avevamo firmato appoggiandoci sull’auto ufficiale), ci ha dato i biglietti che abbiamo sventolato davanti agli increduli steward (osteggiando la faccia da “hai visto che ce li avevo!”) e siamo entrati.

Quando i bambini sono entrati in campo è stata un’emozione. L’inno della Champions League, la corsetta e lo schieramento in campo. Luca era vestito di bianco con la scritta RESPECT e mi ha confessato che tremava.
“Perché tremavi? Avevi freddo?”
“No, non era quello…” è stato il suo commento emozionato elasciato volutamente in sospeso.

La partita è andata bene, i bambini hanno arricchito il loro repertorio di parolacce, grazie alla simpatica famiglia di nobili inglesi in gita in tribuna Monte Mario. Ma sono abbastanza grandi da riderne senza ripeterle. In realtà il match con la temibile compagine bielorussa è finito zero a zero tra i fischi dei tifosi romanisti arrabbiati con il mister, ma a noi questo importava poco.

Siamo usciti e abbiamo trovato una brutta sorpresa. Il bauletto dello scooter era stato forzato. E il coperchio tolto di netto (costa esattamente come i due biglietti di tribuna). Nel cercare di rimetterlo a posto ho rotto la chiave nella serratura. Il problema è che la chiave era la stessa chiave dell’avviamento. Quindi ci siamo trovati alle undici di sera, lontani da casa e a piedi.

Luca era molto scosso dal tentato furto e stanco per l’orario e continuava a ripetere “Ma se i ladri tornano e ci rubano il motorino?”. Ho cercato di rassicurarlo con parola a vanvera, ma pronunciate con dolcezza. E forse ci sono riuscito. champions3
Stavo cercando un taxi col cellulare e ne ho visto uno passare. Lo abbiamo preso al volo, come nei film. Anche lo slang del tassista ricordava un personaggio alla Taxi Driver, ma un po’ piu der Tufello che della grande mela. Ma l’abitacolo era caldo e siamo arrivati a casa abbastanza in fretta.

L’indomani mattina sono andato a riprendere lo scooter. Ho accompagnato i bambini a scuola e poi a piedi verso la metropolitana. Ho preso al volo un bus sovraffollato con gente che si ripeteva come una litania i discorsi di ogni mattina “Per fortuna che a doveano potenzià, ‘sta linea!”.

Arrivo allo scooter e mi accorgo che il parcheggio sul lungotevere lo ha esposto al freddo e a un’umidità che non avevo considerato. Provo con la chiave di riserva. Entra: è già qualcosa. Provo ad accenderlo ma non parte. Ad ogni giro del motorino di accensione la mia speranza di vederlo partire si allontana di un po’. Alla fine sono fermo. Lancio un uffa che fa rima con imbarazzo e mi fermo un attimo a pensare. Non ho voglia di tornare a casa per ricaricare la batteria e tornare un altro giorno. Trovato! Guardo se c’è un meccanico in zona. Lo trovo, benedicendo i prodigi della rete mobile: è nella terza traversa a destra. Spingo lo scooter fino a lì.

“Buongiorno, mi aiuta a farlo partire?”
“Devi da toglie a batteria”
“Certo. Sa me l’hanno forzato ieri sera vicino allo stadio e adesso non parte…”
“Sei annato a vede’ sta Roma der c…. ?!?”
Sorrido. Non so cosa rispondere. Non ho capito se è un laziale o un romanista critico. Altre ipotesi sono fuori dall’ordine delle cose dell’elettrauto romano.
“Non siamo tifosi, ho portato mio figlio perché doveva entrare in campo con gli arbitri” L’uligano si rasserena.
Io trovo molto azzeccata la mia frase ecumenica da bar di Star Wars. Non mi ha fatto schierare né con la Roma, né contro, né con Garcia, né con Dart Vader.
Alla fine sorrideva e ha signorilmente respinto la mia richiesta del quanto le devo.

Tornando a casa il bauletto si è rotto del tutto ed è stato tumulato in un cassonetto per la plastica. Ho scoperto poi che il suo costo è praticamente pari al valore dei due biglietti della tribuna. Ma non importa.

Riflettevo sulle persone incontrate. Su Serena di Unicredit, che si è presa la briga di correre a recuperare i biglietti con un attaccamento al lavoro che mi piacerebbe che i suoi capi conoscessero. Sui tifosi che passano agli ottavi e fischiano la loro squadra. Sull’elettrauto a suo modo gentile. Sui fratelli di Luca che erano fieri di vederlo in tv, anche se solo per pochi secondi. Sulla gente che sui mezzi pubblici si lamenta senza fantasia. Sul ladro che per frugare in un bauletto mi ha fatto un danno da ridere e che adesso (se le mie preghiere sono esaudite) è seduto su un water in preda a una dissenteria da guinness…

Ma Luca oggi parla di questa esperienza e mostra la sua maglia con scritto “Respect” con l’orgoglio di un veterano. E questo mi fa dire che ne è sicuramente valsa la pena.

(Certo se adesso mi mandassero un bauletto nuovo con dentro un pallone della champions sarebbe proprio perfetto…)

 

Ragazze che non invecchiano

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Ero al ricevimento dei professori. Ci sono arrivato un po’ per caso, visto che di solito questa è un’incombenza che si prende Francesca. Ha orari più strani dei miei e quindi qualche mattina libera riesce a ritagliarsela. Ma stavolta ha confuso le date: ha preso un appuntamento in un giorno in cui poi non era libera. Quindi sono andato io. “Sono le medie, cerchiamo di iniziarle bene”, ho pensato.

Una bidella che sicuramente avrà un titolo molto più lungo e altisonante, mi ha fatto aspettare cinque minuti prima di rispondere al mio “scusi, posso chiederele una informazione?”. Protetta dal suo gabbiotto mi ha messo all’angolo con un “aspetti” sguainato senza guardarmi in faccia e ha cercato di uscire da una lunghissima frase piena di subordinate lasciate miseramente socchiuse. Poi le è squillato il cellulare e con la stessa lentezza ha dato indicazioni ai familiari per la spesa. Alla fine le ho chiesto “Mi sa indicare chi è la professoressa Nomeprof?”
Dopo una serie di vaghissimi “Oggi non c’è” e “Guardi che ho un appuntamento” e “Ah, allora forse sì” si è degnata di alzare lo sguardo e me l’ha indicata in fondo alla sala.

Ho cercato di non irritarmi con questa indolenza e ho atteso il mio turno con calma. C’erano una dozzina di mamme e un paio di papà che come me, aspettavano. Più o meno avevano tutte la mia età, più di quaranta, meno di cento. Ma la cosa che proprio mi sembrava stonata è che si comportavano come vecchie amiche (anche se si stavano presentando, vedendosi per la prima volta) e tra di loro si chiamavano “ragazze”.

“Ragazze a chi tocca dopo?”
“Ragazze chi di voi ha un appuntamento per mercoledi prossimo?”
“Ragazze che tempo: è proprio arrivato l’autunno!”

Io sono di certo un brontolone (ok, la parola che pensavate voi non è brontolone, ma dovendo sceglierla io scelgo brontolone!) ma a un certo punto bisogna fare due conti. Quando si smette di essere ragazze? A venticinque anni, di ritorno da una vacanza a Ibiza a fine agosto, quando si decide che è ora di comportarsi da grandi? Quando si ha un figlio? Quando si ha un mutuo? Quando si inizia a mettere le candeline con le cifre per evitare che la cera sia più del pan di spagna?

Io quando corro mi paragono a quelli della mia età, non a quelli di venti anni più giovani. E non lo trovo disonorevole, è solo senso della realtà. La cosa che tutti abbiamo perso di vista è che c’è una grande dignità nell’invecchiare. Io ho iniziato a farlo e spero di continuare a lungo (sempre che non mi legga nessuna bidella e nessuna ragazza).