amore

È successo un Bataclan (Parigi spiegata ai miei figli)

"Paris" di Paola Patrizi

La mattina dopo i fatti di Parigi è sabato e, dopo la piscina, guardiamo le news con i bambini. Non guardiamo quasi mai i telegiornali, visto che la televisione è spesso spenta e le notizie le assorbiamo dai vari aggeggi collegati a internet. Ma quello che è successo è una cosa grave e importante. E poi oramai loro sono grandicelli e, istintivamente, permettiamo loro di sdraiarsi davanti alla TV a guardare i filmati che arrivano da Parigi. La mia speranza è che vedano e che facciano domande. Magari a casa con calma qualche risposta sensata possiamo cercare di darla. Prima che, inevitabilmente, vengano travolti dal vento della demagogia e dell’odio low-cost che già sento avvicinarsi.
Sono domande sciolte, slegate, che non seguono sempre un filo narrativo, ma si vede che sono il risultato di una riflessione e di una paura.

È successa una cosa brutta, bruttissima, sì. No, non lo so neanche io il perché. So che molte persone pensano che noi occidentali stiamo facendo di tutto per distruggerli. No che non è vero: ma sforziamoci di capire le loro ragioni. Non le ragioni di chi prende un kalashnikov e spara per strada, ma le ragioni di chi non ci sopporta. È  solo invidia o nel nostro vivere da ricchi abbiamo qualche responsabilità?

E adesso cosa ci succede? Non lo so cosa succede. So che i terroristi, tutti i terroristi, vogliono spaventarci. Vogliono terrorizzarci, come dice la parola. La cosa che possiamo fare noi è non avere paura. Non serve il coraggio per reagire militarmente, serve il coraggio di vivere le nostre vite con normalità e farci domande.

Come cambia il mondo adesso? Quando sono venute giù le torri gemelle, voi non eravate ancora nati. Qualcuno ha commentato a caldo “Il mondo da oggi non sarà più lo stesso”. Mi sembrava una frase pomposa, ma mi è rimasta in mente. E tante volte ho pensato che riassumeva bene il senso di svolta, di pagina di calendario strappata per sempre che in quel giorno abbiamo vissuto.
I miei nonni dicevano “è successo un quarantotto” riferendosi ai moti del 1848. Poi hanno detto “è successo un Amba Aradam” per descrivere una situazione confusa con continui capovolgimenti come nella battaglia del 1936. Chissà che in futuro non direte “è successo un altro Bataclan” per sottolineare l’orrore, l’impotenza e lo spavento di questi giorni.

Ma attaccheranno anche noi? Vorrei dirti di no, dirti che siamo al sicuro, piccolo mio. Ma ti dico invece che non lo so. Probabilmente faranno altri gesti orribili come quelli di Parigi. Forse li faranno qui, nella nostra città. Ma cosa possiamo fare? Se ti dicessero che oggi un pazzo andrà fuori casa e sparerà a tre persone cosa faresti? Smetteresti di andare a scuola, di andare a giocare a pallone, di andare a fare la spesa? Così con una minaccia chi vuole farci del male ha già vinto perché ci ha fatto paura e ha cambiato il nostro modo di vivere. Se su una città di tre milioni di persone uno spara a tre persone, che probabilità c’è che colpisca te? Bravo: una su un milione. Ma questo vuol dire che non ha senso starsene chiusi in casa come prigionieri. Anzi dobbiamo uscire di casa e sorridere. E sforzarci di non cadere nel gioco di chi vuole imporci l’odio.

Ma non possiamo bombardarli? Ma se tu vedi un nido di vespe cosa fai: tiri i sassi o stai lontano? Se vuoi essere punto il modo migliore è tirare i sassi. Se invece stai lontano è meglio. Se poi hai il coraggio di avvicinarti con calma e di guardare il loro viavai, magari capisci che ti hanno punto perché si sono sentite minacciate o per un errore, non perché sono cattive.
Noi siamo più forti, ma ogni volta che a un gesto violento abbiamo risposto con più violenza siamo sempre finiti male. Tutti. Dopo una guerra non ci sono vincitori e sconfitti. Ci sono famiglie che hanno perso i loro papà o i loro figli o i loro amici. La guerra è una brutta bestia che morde amici e nemici.

Ma io quelli li odio! Ma sei sicuro che l’odio e la paura non siano due facce della stessa debolezza? Sforziamoci di essere normali e di vivere con coraggio. Sforziamo di distinguere tra quella decina di terroristi (da condannare con fermezza) e tutti il miliardo e passa di musulmani che ci sono al mondo. Il tuo compagno di classe Ahmed somiglia più a loro o somiglia più a te? Spara alle persone o spara le stupidate contro la maestra di matematica, come fai tu? Lui non ha colpe per gli attentati: se sei suo amico aiutalo a non subire le colpe di chi vuole rovesciare con la violenza un mondo di cui anche lui fa parte.

Sarà un’immagine abusata, ma quando vado a Parigi mi piace camminare nel vento, fermarmi a una boulangerie e prendere qualche pezzo di pane. E camminare nel vento, meglio se da solo, con il mio sacchetto di carta da cui esce calore e profumo. Io Parigi la vedo così, con quella voglia di andare avanti. Anche controvento, anche facendo un po’ di fatica in più di ieri.


L’immagine che svetta in testa a questo post è un disegno originale di Paola Patrizi, che ha dentro tutto. L’immagine ha dentro tutto, non Paola, che ha dentro solo tanto tanto talento.

 

Annunci

Improbabile come amarsi

  
Vivevano nella stessa città e i loro nomi, tutto sommato, non importano. Quando era stato il momento di decidere per le loro vite un po’ per infondate convinzioni e un po’ per caso, si erano trovati a fare scelte opposte.

Ma non dissimili o poco vicine. Proprio opposte. Opposte.

Lui amava alzarsi la mattina presto anche se non aveva niente di urgente da fare. Gli sembrava di perdere il meglio della giornata, restando a letto quando è fresco e quando, d’inverno, la notte ci mette di più a sciogliersi in giorni poco luminosi.

Lei diceva che le coperte erano il suo sport estremo. E stava attenta a non dire lenzuola, per non essere fraintesa. Perché non disdegnava la compagnia, ma stare a letto le piaceva come un bicchiere di Porto davanti al camino. Una gioia da assaporare. Meglio da soli, se nessuno riesce a leggerla con gli stessi occhi.

Lui la sera leggeva poco. Gli occhi gli si chiudevano e andava a letto presto. Indefinitamente soddisfatto di quel torpore senza troppi esami di coscenza. Ci si calava dentro come una rincorsa verso la mattina dopo.

Lei la sera aveva sempre mille cose da fare. Spettacoli, concerti, vedere uno. Ma anche quando aveva un compagno quel “vedere uno” era restato un gesto indeterminativo e non si era mai legata a nessun uomo degno di un articolo determinativo. Andava sempre a letto tardi, a volte per finire un libro, anche quando non lo sopportava più.

Un mezzogiorno si incontrarono a casa di amici comuni, nel campo neutro dei loro orari. Parlarono con garbo e si guardarono piano, come se ci fosse una discrepanza. Istintivamente si riconoscevano. Razionalmente erano due perfetti estranei. Non una circostanza, un luogo, un appuntamento, un episodio.

Ma il loro istinto suggeriva ad ognuno di loro che quella totale distanza era come l’amore. Una improbabile E magica combinazione di tutto-perfettamente-indovinato. Come tirare la moneta e puntare su croce. E vedere uscire per dieci volte di fila croce, in uno stupore che sale di un respiro ogni lancio. Solo che nel loro caso era come fare dieci volte testa, avendo puntato su croce. Come amarsi totalmente per una serie di occasioni perse, ma perse con perfezione matematica.

Distolsero quello sguardo dopo un numero infinito di istanti e non ci pensarono più. Quasi più.
| Il disegno è un regalo di @ninnosa | https://Instagram.com/ninnosa/ |

Amarsi a tratti

equilibristaViste le vite frenetiche che conducevano, quando si conobbero non sapevano proprio come amarsi. Non che le avessero scelte, quelle vite, ma una volta trovaticisi dentro, non era proprio ipotizzabile uscirne.
Nonostante questo, crebbe in loro un sentimento incontrollato. Forte, molto più di quanto avrebbero potuto ipotizzare. Persino più di quanto erano in grado di gestire, infilandolo nelle loro ordinatissime agende di appuntamenti. Viaggi da fare, scadenze da rispettare (o almeno da affrontare con ansie rinnovate), obiettivi da raggiungere, impegni da incastonare.
E poi i passi avanti, i maledetti passi avanti: chi ha il coraggio di rinunciare a quelli, dopo tutto il tempo e la fatica impiegati per cercare di raggiungerli! Le vite sature di entrambi, quindi, non consentivano di aggiungere altro. Eppure non seppero resistere.

Si lasciarono spingere come da un vento improvviso, di quelli che ti aspetti solo un po’, ma quando arriva ti fa perdere il ritmo e per non cadere in avanti devi fare piccoli passi svelti per recuperare l’equilibrio.
Dopo di questo capirono che non c’era spazio e si trovarono, inspiegabilmente, ad amarsi a tratti. Sì, a tratti. Non fu una vera decisione. Fu piuttosto un assecondare una situazione ineludibile. Continuarono a condurre le loro vite piene, ma a tratti si amavano pienamente. In quei tratti si concedevano l’un l’altra senza riserve e senza ipotesi sul futuro. Per poi tornare altrettanto pienamente alla vita precedente. Affrontandolo da un punto di vista teorico, il problema era proprio di sincronizzare quei tratti. Di fare in modo che il tratto pieno non coincidesse con il tratto vuoto dell’altro. Erano come equilibristi sulle linee tratteggiate al centro della carreggiata: in quei giochi di bambini dove vale solo calpestare il bianco e se vai sul nero sei morto. Ma morto davvero, eh; ché nei giochi dei bambini non si scherza!

Saltellavano dentro e fuori da questo amore vivendo lo strano imbarazzo di dover ricondurre a una logica qualsiasi questa completa ma alternata appartenenza. E la cosa paradossale è che non avrebbero mai barattato questo ticchettio sentimentale con nessun rassicurante suono costante.

scivolando piano

fluido

Gianluca aveva vinto quasi del tutto quel senso di disagio che provava nella sfilata obbligatoria da spogliatoio, doccia e vasca.

Aveva pensieri che somigliavano a una lettera per la quale non serviva affrancatura o codice di avviamento postale.

Pensava a mente alta: “Chi lo avrebbe detto che mi sarei trovato ancora in una piscina, io che con l’acqua ho un rapporto così difficile. Non mi sono tuffato dal bordo, come quando c’eri tu. Mi sono seduto, i piedi dentro, a cercare sul fondo il mio coraggio.
Qui mi sa che tocco persino, ma il mio pensiero è un altro. Penso a quando c’eri tu, che era un miracolo vederti scivolare sul fondo, quando davi prova di acquaticità. Ti davi una spinta forte sul bordo e andavi in apnea a poche spanne dal fondo e ogni movimento sembrava la cosa più facile. Andavi così, fino al muro in fondo. Scivolavi piano.
Io cercavo di seguirti, di imitarti, di plasmarmi. Ma quell’acqua per me aveva un sapore diverso. Palato naso bronchi muscoli tesi. Poi piano piano ci siamo allontanati, ognuno per dar retta ai propri egoismi, ai piccoli capricci di cui ci prendiamo il lusso. Sono aumentate le pause tra una parola e l’altra. Ripensamenti silenzi. Distanze che si allargano, messaggeri sempre più affanati tra gli avamposti dei nostri sogni. E sei andata via, scivolata piano.”

“Che fai non ti butti? Aspetti che si riscaldi?” L’istruttore in ciabatte ripesca Gianluca dalla sua missiva.

Gianluca allora si decide, pianta i palmi a fianco del sedere, sposta il peso del corpo in avanti e si cala piano. Fa entrare l’acqua negli occhialini per togliere vapore e ultime remore e piega le gambe per immergersi. Cerca una posizione il più possibile idrodinamica e si spinge con tutto l’amore che ha. Piante dei piedi contro il muro a piastrelline, contro le distanze, contro il passato.

“Eccomi, ti raggiungo, non so come ma scivolo piano verso di te. In apnea scivolo piano. Piano”

Il gioco degli avanzi

murettodelmare

Ti ricordi quel banchiere disonesto (come si chiamava? Dai, sì che lo ricordi!) Quello che tra le tante fantasiose porcate per arricchirsi sempre di più aveva individuato i conti dormienti. Conti che nessuno toccava da tanti anni. Probabilmente conti dimenticati di suoi correntisti troppo distratti o troppo morti per ritirare i soldi. E aveva trasferito quei contanti polverosi sui suoi conti. E poi, non sazio, aveva cambiato le regole di arrotondamento per cui sulle operazioni non si prendevano il numero giusto di decimali ma quelli che gli convenivano di più. Certo, sono centesimi, per qualche centesimo chi protesta? Per qualche centesimo chi si indigna? Ma centesimo dopo centesimo dopo centesimo aveva messo via una bella somma.

Ecco: non voglio trovare un altro modo truffaldino per fare soldi. Mangio tutti i giorni, cosa me ne faccio dei soldi?
Vorrei che usassimo questa furbizia da criminale da quattro soldi per stare meglio.

Hai un’idea di tutte le occasioni, tutte le speranze, tutto l’amore lasciato in giro? Ecco: ho capito che è tutto un grande spreco.
Allora andiamo, improvvisiamoci cercatori, fungaioli di sentimenti, pescatori di residui di emozioni.

Andiamo sui muretti del mare, abbandonati dopo il secondo colpo di clacson di un padre impaziente alla guida di una macchina già carica. Soffiamo via un po’ di sabbia fine e mettiamo nel cesto quel residuo di speranza abbandonato lì, aspettando il momento di tornare a metterlo a posto. Momento che poi non è stato.

Andiamo fuori dai cancelli della scuola. Tra gli sguardi dei ragazzi che vogliono capire se la sua classe è giù uscita, ma senza farsi vedere. E quante ansie, quanti se poi mi vede, quanta tensione da risintonizzare con un movimento minimo.

Andiamo nelle corde di una chitarra suonata da soli. Piena di parole che si trasformano in storie. E da lì tanto amore vibrato tra il nylon e l’acciaio fatto vibrare senza maestria, ma con grandi proiezioni.

Andiamo tra le righe di un libro che ormai chissà dov’è finito. Ripeschiamo quei sogni, grattiamoli via di frase in frase. Miniera d’oro prodigiosa, dove più estrai più continua a brillare.

Andiamo sulle montagne e raccogliamo dalle cime tutti i rimorsi, tutti i se tu adesso fossi qui, tutte le felicità incomplete. Stappiamole, apriamole, liberiamole.

E poi torniamo a valle, coi polmoni pieni di aria così nuova da farci sentire nuovi. Persino noi. Nuovi davvero.

Succede che una mattina

ambrosolitwit

Succede che per un po’ di giorni vado a letto troppo tardi, facendomi trasportare da un programma all’altro della TV con indolenza.
Succede che non riesco più ad alzarmi la mattina presto per andare a correre quel poco che avevo programmato.
Succede che questo un po’ mi innervosisce e che cerco di rimediare. Quindi mi impongo di andare a letto presto.

Succede che alle 5:15 sono sveglio, sposto la sveglia (che sarebbe suonata mezz’ora dopo) alle solite 6:45 e vado a correre.
Succede che c’è freddo, ma non tanto. C’è un limpido che si vedono le stelle e il buio buio. Per niente scalfito dal sole. Neanche un po’ neanche alla fine della corsa.
Succede che incrocio un solo corridore lento e sovrappeso come me ma ci sentiamo fratelli, in questo destino di volontaria sofferenza giusta.

Succede che questo mi fa pensare alla bella notizia arrivata la sera prima: la liberazione di Greta e Vanessa. Una gioia senza tante balle, senza tante speculazioni, senza tanto voler mettere aggettivi come sprovvedute, incaute, utopiste o sostantivi come violenza, riscatto, guerra, Stato. Una gioia così, lunga un passo, poi un altro, poi un altro. Senza pensare a niente.
Succede che rientrato in casa preparo la colazione aspettando che si liberi la doccia e twitto un messaggio così, con la stessa gioia istantanea “Ben tornate #GretaeVanessa. Insegnateci ad avere a cuore il destino dei deboli e a non accettare nessuna forma di violenza.”
Succede che Umberto Ambrosoli (con cui avevo scambiato qualche messaggio quando è andata in onda la fiction sulla storia di suo padre) riprende il mio twit.
Succede che scoppia un casino: tutti a riversare malumori e recriminazioni e odio e politica da bar. Mi viene voglia di rispondere di evidenziare, di controbattere. Mi fermo.
Succede che per oggi alzo le spalle e mi tengo la mia gioia per due ragazze che tornano. Le valutazioni le lascio a dopo, forse. Oggi mi godo la leggerezza di questa corsa e di questa bella notizia.
E faccio un altro passo in avanti, poi un altro, poi un altro…

Charlie, amore, violenza, Totti, sorriso, cestino.

charlihebdovert

Oggi volevo scrivere un post su Charlie Hebdo. Sul terrorismo, sulla paura, sulle intolleranze e sulla satira. Aggiungendo anche qualcosa sulla necessità di contrastare l’odio con l’amore e sulla speranza (o sulla sua mancanza).
Mi sono messo a elencare a mente i punti che avrei voluto toccare.

– Il rispetto delle libertà di stampa e di espressione, certo. Ma prima ancora della vita. Non sono stati uccisi dei vignettisti ma degli esseri umani. E questo, QUESTO, è intollerabile.

– L’ignoranza di chi compie questi atti fa paura. Ma siamo sicuri di avere abbastanza strumenti per evitare di essere intolleranti e violenti come loro?

– Vorrei ricordare il Wolinski che leggevo nelle estati mantovane sulle vecchie annate di Linus. Un tratto misero e esauriente, che non ho mai capito come ci riuscisse. Uno dei miei miti, assieme a Moebius, Manara, Bretécher, Schultz, Hart.

– Politicamente questa vicenda finirà per rafforzare chi cavalca l’intolleranza religiosa e la xenofobia. Su twitter ho sintetizzato con la frase “Che idioti: spezzano matite e rafforzano Le Pen”. Ma qui mi sa che non la riporto, non è detto che l’ironia sia accolta bene.

– Vorrei passare il concetto che non è con la paura e la commozione che si combatte il terrorismo. Ma con il sorriso. Un sorriso a volte riesce a mettere in dubbio un dogma. E il dubbio se usato bene porta alla ricerca e avvicina alla verità. Quindi la mia risposta voglio che sia un sorriso. Anche a costo che venga preso come mancanza di rispetto.

– Vorrei anche riuscire a spiegare che le vignette di Charlie Hebdo non mi sono mai piaciute. Sono piene di fervore libertario e finiscono per essere intolleranti e violente. Quando sono scoppiati i casini la rivista ha fatto un boom di vendite e ha perso un po’ di vista la qualità. Vorrei persino dire che il fervore della redazione è ammirevole, ma non so capire se era coraggio o esaltazione. Ma questo è un casino da spiegare, potrebbe sembrare un’apertura verso il terrorismo o i suo metodi.

– Vorrei passare il concetto che si può ridere di tutto. Di Dio, di Pino Daniele, di Maometto, della morte, della malattia, di noi stessi e persino di Francesco Totti. Sì perché ognuno ha i suoi idoli e non si riesce a valutare quali siano quelli degli altri.

– Vorrei dire che la satira non è mai contro Dio, è sempre contro gli uomini che lo indossano. Magari Dio se ne sta in pace in bagno a leggere Charlie Hebdo, perché lui lo trova più interessante di quanto lo trovi io.

Ecco: questo sono sicuro che non saprei spiegarlo bene. Quindi magari ascolto il buon consiglio di Giulio, che ultimamente riesce a spiegarmi quello che penso qualche minuto prima di quando io riesca a metterlo a fuoco. Appallottolo gli appunti, cerco invano di fare canestro nel cestino e non scrivo niente.

Un amore senza aggettivi

senzaaggettivi2

Certo che per te è facile parlare d’amore, Serafino. Tu gli aggettivi li sai scegliere, li sai dosare. Devi averne tante valige piene, almeno due per ogni viaggio fatto e tre per ogni viaggio solo sognato. Immagino una casa piccola, larga al massimo cinque o sei librerie. Con un soppalco grandissimo e nel soppalco tante custodie di legno piene di aggettivi. E quando te ne serve uno prendi la scaletta d’alluminio e sali e frughi, stando attento a non fare rotolare giù niente. Dopo un paio di imprecazioni lasciate a metà e un “ma doveva essere qui” la trovi. Riconosci la scatola giusta e la apri, facendo scattare quasi simultaneamente le due chiusure color ottone. Per un attimo dimentichi persino di essere in equilibrio precario tra la scala e la botola. Ma poi prendi l’aggettivo, richiudi la scatola, chiudi la botola e ridiscendi. Poi quell’aggettivo che sembrava perso lo metti di fianco alla parola amore e sembra davvero il suo.

Io invece cercavo un aggettivo decente e mi sono fermato. Dovevo metterlo di fianco alla parola amore in un post, nel titolo di un romanzo o in una vita, non ricordo. Ricordo invece che tutti quelli che trovavo mi sembravano criticabili. Proprio così: criticabili. Che è un concetto che non mi è mai passato davanti qui, visto che scrivo per divertirmi e che se qualcuno mi dice che non sono capace o che sono bravo io rispondo con lo stesso sorriso. Pensa: uso persino uno pseudonimo per illudermi di poter dire tutto quello che mi pare senza dover rendere conto dei miei avverbi!

Ma ogni aggettivo che trovavo per amore, si legava poco, si abbinava male. Come la cravatta per il matrimonio di una sorella che ami tanto. Sì, non è male, però cercavo qualcosa di più… di meno… insomma che lasciasse capire che quella era propria la parola giusta, al posto giusto, nel momento giusto. Una trovata così potente da mettere quasi in ombra il sostantivo.

E ci ho anche pensato di fare una pazzia. Trovare l’indirizzo di quella casa, di quel soppalco, di quelle scatole. Di cercare un momento in cui nessuno è in casa e entrare, cercando di non rompere niente, se non la fiducia. Una finestra lasciata aperta, una chiave sotto il vaso a destra dello zerbino, qualcosa così. Ma se anche avessi scoperto dove diavolo tieni piegata la scala d’alluminio, poi in quel soppalco non ci avrei fatto niente. Di fronte a tutte quelle scatole di legno piene di aggettivi, non avrei saputo trovarlo.

Sarei tornato giù senza curarmi più tanto di lasciare tutto in ordine. Me ne sarei andato mollando magari la porta socchiusa. Tornandomene deluso come un amore senza aggettivi.

Sulla balaustra

invalides

“Ma co…?  Ma perché diavolo… Cosa ci fate lì? Su quella balaustra? Scendete di lì, non fate pazzie…”

Ma Michel aveva scavalcato la ringhiera di marmo e si godeva la gloria incommensurabile di quei momenti. Faceva i conti col vento freddo di quel tardo pomeriggio. Un vento sincero che gli sbatteva dritto in faccia e lo faceva lacrimare. Il bavero della giacca era alzato, strano istinto per un aspirante suicida, quello di evitare il raffreddore.

“Mi hanno riferito che eravate qui e mi sono precipitato, amico mio. Vi prego, non fate pazzie… Scendete di lì!”

Michel sentiva appena la voce familiare del vecchio amico, l’unico forse che ne conosceva a fondo la storia e (forse) i tormenti. Guardava in giù senza vertigini. Solo un leggero fastidio per il piano mobile dell’acqua che scorreva inospitale qualche metro sotto.

“Non sarà per quella donna? Scendete, parliamone. Solo io e voi, amico mio. Solo io e voi. Ma vi prego, non fate pazzie”

Michel si chiedeva incuriosito perché morire senza volontà, senza forze, senza messaggi, senza gioventù era considerato cosa degna. Mentre morire giovane, forte, con lucidità fosse così disdicevole.

“Non siate sciocco, non atteggiatevi a poeta incompreso. Voi siete un artista, un artista vero. Non scimmiottate le ballerine di fila, che fanno tragedie per un nonnulla. Quella donna poi lo sapevate dall’inizio che non poteva essere cosa per voi. Ha marito, santo cielo! Non importa quanto amore e quanta pelle vi ha fatto toccare. Lo sapevate dall’inizio che non era cosa per voi, che potevate avere lei ma non i suoi progetti”

Michel si sentiva punto da quelle riflessioni, come da quel vento. Ma sentiva di non avere più nessuna necessità di difendere una dignità di facciata. Le parole dell’amico gli facevano allo stesso tempo bene e male. Era toccato dai loro spigoli vivi,  ma era genuinamente grato di tutta quella sincerità.

“E poi, consentitemi, che senso ha un gesto di questo tipo dal Pont des Invalides? Il Pont des invalides, capite? Guardatevi attorno, non ha niente di memorabile questo ponte. Un simile epico errore andrebbe commesso dal Pont Neuf, per dire. O almeno dal Pont des Arts! Che non sarà un granché ma è senz’altro più evocativo di questo ponte per mezze maniche distratti! La vedete la banalità di questo marmo bianco e regolare?”

Michel era divertito dalla intelligenza del discorso. Questionare di ponti persino di fronte alla prospettiva di mettere fine anzitempo alla propria vita. Sorrise, ma nessuno del gruppo di curiosi fermatosi a rispettosa distanza se ne avvide.

“E poi, non vi ho detto, mio zio Pascal mi ha mandato il suo foie gras dall’Aquitania. Ricordate il foie gras di mio zio Pascal, vero? Accompagnandolo a un Château Latour del 1909 farebbe risvegliare i morti! Scendete di lì, vecchio mio, venite con me”

Michel era assolutamente divertito. Fermamente sicuro del suo amore e nella sua disperazione. Sicuro della sincerità del suo gesto. Sicuro della supremazia dello Château Latour del 1909. Si decise finalmente. Indossò il suo migliore sorriso e fece un piccolo balzo dalla balaustra.

Solo che non gliel’ha mai detto.

uscitascuola

Gianluca vuole bene ad Alessia. Solo che non gliel’ha mai detto. Solo che nella sua logica di cresta e brufoli non è che queste cose si devono dire a parole: si devono capire, dai. Quindi Gianluca sa di non aver mai parlato di amori con Alessia, ma è convinto che lei sappia del suo amore. Che poi, se dovesse metterlo giù a parole, questo coso che ha dentro, non userebbe certo parole vecchie come amore o innamoramento. Scopiazzerebbe frasi di cantanti ben disposti a farsi fraintendere. Adesso Gianluca è fuori dalla scuola e guarda Alessia da lontano. Alessia che sta baciando uno di due anni più vecchio di Alessia e di Gianluca.
Gianluca finge di frugare sul suo touch screen e di non curarsene. Si sta interrogando su questa cosa che gli fermenta dentro. Non è gelosia: i suoi sentimenti verso Alessia sono troppo puliti perché persino lui li possa scambiare per possesso. Forse è invidia. Vorrebbe essere lui al posto di quello là, adesso. Forse neanche quello. È smarrimento confusione delusione. È altre parole che non sa trovare.
Rivolge a sé stesso domande che stanno in piedi solo in teoria. “Se io le voglio bene e lei è felice così, allora è questo il suo bene, giusto?”
Ma nessun “Giusto!” di conferma viene pronunciato dalla sua voce interiore.
Vorrebbe non avere questo senso di delusione. O almeno vorrebbe avere qualcuno a cui dare la colpa.
Gianluca non è invidioso, Gianluca non è geloso. Il problema è che Gianluca, in questo momento non è.
Gianluca vuole bene ad Alessia. Solo che non gliel’ha mai detto.