ricordi

Quella luce fuori dalla scuola

luce mattutina

Nella massa artificiosamente sorridente dei genitori che aspettano la quotidiana apertura della scuola ci sono anche loro.

Lui in giacca e cravatta, uno scooterone di chi deve saperla lunga e i capelli più in ordine di quanto il casco appoggiato sul sellino potrebbe far supporre. Parla con calma con suo figlio e si vede che il figlio è abituato a quella serenità.

Lei porta con eleganza un paio di pantaloni con una pieghina che sulla maggior parte delle altre donne starebbe malissimo. Ha lineamenti delicati e un naso sottile. Due occhi scuri e dritti come un orizzonte. Ha il cellulare in mano, assieme alle chiavi della sua utilitaria di moda, ma non lo guarda. Non lo guarda mai quando parla con suo figlio. Mai: neanche quando arriva una notifica. Ha persino scelto il livello più basso di vibrazione e nessun tono. E questo dice molto di lei.

C’è una luce strana stamattina e qualcosa succede. Un raggio che nessuno ha calcolato colpisce lui e i fotoni che rimbalzano arrivano agli occhi di lei. Lo aveva visto anche nelle settimane precedenti, certo. Ma mai guardato. Ma quel raggio quasi parallelo all’asfalto del parcheggio e quest’aria che ricorda un altrove evocativo le suggeriscono un ricordo. “Eppure io l’ho già visto” comincia a pensare distogliendo gli occhi, ma continuando a guardarlo a mente.
Anche lui la nota: come avrebbe potuto non accorgersi di quello sguardo appuntito. Un attimo di disagio, passando in rassegna il comportamento degli ultimi minuti, il parcheggio del ciclomotore, i contributi volontari pagati. Poi, escludendo ogni possibile colpa, il disagio prende la forma di una lusinga. “Chissà perché mi guarda.” E senza accorgersene si mette in posa.

Le rivolge un’occhiata, fingendo di incrociarla solo allora e la saluta accennando un sorriso.
Lei risponde con lo stesso gesto speculare, intanto che il tarlo lavora dentro “Ma sì, ne sono sicura. Al lavoro? Un vecchio compagno delle medie. In coda dal pediatra? Dove l’ho conosciuto?” Ma niente. File not found.
Presa da questi pensieri non si accorge che lui si è girato e le sta rivolgendo la parola.
“Certo che non aprono neanche un minuto prima della campanella!”
“Come?”
“I bidelli, dico. Aspettano la campanella per aprire. Neanche un secondo prima”. Si rende conto della stupidità della frase. Quasi vorrebbe non averla detta. Ma lei, che ha un ottimo pretesto, dopo che lui ha rotto il ghiaccio, riprende: “Chissà che consegne hanno. Protocolli, responsablità, circolari…” . E subito riflette “Che scema sono. Davvero ho detto consegne? Ma che razza di parole…
Ma lui sorride, rassicurato dal salvataggio inaspettato. Adesso anche lui è sicuro di averla vista e cerca di capire dove. Certo che è proprio bella lei. Già a quest’ora ha un qualcosa che…

“Ma noi non ci siamo già visti?” Taglia corto lei.
“Sì mi sembra di sì…” risponde lui perplesso
“Forse al nido la pentola d’oro…” azzarda lei.
“No, non lo conosco. Ma forse ci siamo visti a una riunione di condominio”

Lei cerca di scorrere l’elenco dei condomini delle ultime case che ha abitato, ma non gli sembra che somigli a nessuno dei vicini. Poi d’improvviso una traccia. Lui era il nuovo amministratore che prendeva il posto di Pillozzi. E lei aveva la delega dei suoi genitori che avevano contestato fermamente il passaggio al riscaldamento centralizzato. Per ripicca avevano smesso di pagare i lavori. Quell’assemblea aveva preso una pessima piega e l’amministratore aveva prospettato azioni legali. Lei allora aveva risposto offesissima, come se le si desse della pezzente. Lo aveva odiato. E quanto. Da quella volta non si era mai più fatta incastrare da una riunione di condominio. Quanto lo aveva odiato! Quanto!

E adesso sente il divario assurdo tra questa suggestione mattutina e quell’odio passato. Si vergogna di essere lì e di tutto, anche dei pensieri che non ha fatto in tempo a fare. La situazione si fa gelida. Si salutano con un sorriso ingessato e un “Buona giornata” che sa di uscita di sicurezza.
Ognuno dei due resta sollevato da quel distacco. E parallelamente ragionano su come è strana la vita. Sul fatto che certe persone, prese in altri contesti, sono davvero altro.

Svegliatevi bambine

primaveraCom’era quella canzone? “È primavera: svegliatevi bambine…”. Era così? O qualcosa di simile… Boh, tanto in fondo non importa. Non volevo parlare di una canzone ma di una sensazione.
Le sere scorse, andando a letto, ho sentito il respiro più faticoso. Il medico sportivo è già da qualche anno che me lo diceva “Tu sei allergico”.
Io ho sempre risposto “No, non lo sono”.
E lui “Non era una domanda, un’affermazione.”
Io non sono molto convinto (infatti non prendo niente, tranne che sonno). Ma mi sono ritrovato a pensare alla primavera.

Una foto, una foto che non saprei ritrovare, mi riporta indietro di tanti anni. Di quando avevo l’età dei miei figli. Sicuramente era primavera. Eravamo tutti e cinque (i miei genitori, io, mio fratello e mia sorella minori) nel frutteto della casa di mia nonna materna.
Forse tornavamo dalla messa di pasqua, perché eravamo vestiti in modo elegante. Troppo elegante. Forse era l’anno che qualcuno aveva fatto la prima comunione, per quello eravamo così eleganti.
Mi ricordo i capelli a caschetto di tutti e tre noi bambini, maschie e femmine. E l’erba altissima, il prato mantovano non parla inglese!
Mio padre che mi somiglia e che ha capelli e basette da fine anni Settanta.
Mia madre con una permante che a vederla adesso mi sembra davvero eccessiva in ogni dimensione.
Ma dalla foto si vede quell’impazienza. Di mettersi vestiti comodi e di andare finalmente a giocare. Forse con quelle bici ciclocross che dalle foto sembrano davvero nuove. Ecco: forse la cosa bella di quella foto è proprio quell’impazienza. Quella che spero ancora di avere dentro.
Arriva la primavera e sento un fastidio sul palato. Ma non voglio antistaminici. Vorrei piuttosto una bici ciclocross e l’impazienza di usarla.

Non ti chiamo più

scompartimento

L’ultima volta che ti ho chiamato era estate e stavi imbiancando. Mi ha fatto ridere quella risposta perfetta. E come hai evitato, quasi senza volere, che quel passato non altrettanto perfetto riemergesse.
“Guarda, non ci crederai, ma adesso sono sulla scala e sto imbiancando”.
Era giugno, era un tardo pomeriggio e stavo guidando in tutta quella luce. E mi sembrava di vederti in un altro posto ma nella stessa luce troppo abbondante.

Non che avessi niente da dirti, non che avessi un fatto, una notizia, una novità. Solo che avevo voglia di sentire se eri ancora quella che conoscevo. La stessa dei viaggi dove a ogni stazione degli autobus cercavamo di farci capire e prendevamo i biglietti tracciando a mente solo il prossimo tratto di quella rotta. La stessa che poi in quella città aspettiamo qualche ora a prendere il treno, voglio sentire l’odore dell’aria lontano dai binari. La stessa che fotografa i manifesti dei gruppi italiani in concerto in un posto così fuori dai tour stampati sulle t-shirt. La stessa che cercava di dormire di notte nello scompartimento con i sedili tirati giù, fingendo di essere comodi. Fingendo di non avere nessuna paura di quei due sconosciuti che con la tuta delle squadre italiane avevano comprato anche l’illusione di essere già europei.
E ogni tanto ci penso a quella sensazione di paura e attrazione per il nuovo che ci aveva stretti così tanto da farci perdere la messa a fuoco.

Sono passati anni. Ho ancora il tuo numero.
Solo che non trovo più che sia una buona idea usarlo.


questo è un racconto scritto per GallizioLAB

 

Cellulosa gentile

cellulosa

Anche tralasciando la deriva cacofonica, sono davvero strani i differenti destini che aspettano ogni singola cellula di cellulosa.

A volte la cellula nasce come parte di un filo d’erba. E dura il tempo di una stagione.

Altre volte nasce albero e finisce per restare imprigionata decenni nello stesso posto. Poi l’albero cade nel bosco e ogni sua molecola torna a liberare sulla terra i suoi componenti. Oppure no, viene tagliato dal boscaiolo. Allora l’albero diventa trave di una chiesetta e la cellulosa guarda per due secoli i fedeli che cercando un dio col naso all’insù.
Oppure diventa cassetta per la frutta. Assemblata, spedita, accatastata, riempita, consegnata, smaltita.
O può diventare legna da ardere. Il calore aumenta e con gioia la molecola viene divorata in un calore ipnotico di un caminetto.

Altre volte la cellulosa diventa pasta di carta e finisce in imballaggi, quotidiani, libri o quaderni.

Non so cosa pensino di preciso le singole particelle di cellulosa di questa riflessione. Ma so per certo che alcune di loro possono essere molto fiere del loro ruolo.
Alcune di loro sono diventate carta di block notes, su cui ho scritto una lettera anni fa, dal mezzo di una vacanza. A una lei che tornava in autobus, mentre il mio tempo continuava. Una nuova amica che non era una conquista. Era una amica destinata a restare amica a lungo. E quei sorrisini sono fuori luogo, davvero. Una sintonia fatta di stupidità e ragione, di divertimento e impegno, di sorrisi e rutti.
Non c’era innamoramento, no. E quello non è arrivato neanche dopo. Ma c’era una lettera che parlava di questa amicizia nuova.

Quelle particelle di cellulosa hanno resistito agli anni e alla noia, finendo in fondo a una scatola di scarpe. E poi, d’improvviso hanno rivisto la luce e hanno riportato a lei i ricordi e il calore di quell’agosto.
Tanto che ha sentito la voglia di mandarmene una foto, di quelle parole.

Ecco: io sono grato a quella cellulosa che è stata così delicata nei miei confronti per tutto questo tempo.

Ma lui trema

alluminioPrima una breve telefonata. “Ciao. Quanti anni sono passati? Non possono essere così tanti. So che ti sei trasferito lì. Ci devo passare per lavoro. Dai che facciamo quattro chiacchiere, magari andiamo a cena assieme”.
Poi quando un appuntamento viene incastrato a martellate in due agende, finisce per prendere una forma strana.
Alla fine è diventato un caffè, in uno dei tanti bar che nella stagione giusta accolgono i turisti che si allontanano dalla stazione cominciando a cercare l’odore del sale.
Ma il nostro mare non ha acqua salata, ma è pieno di ricordi. Di anni passati a scuola insieme e di storie vecchie che, se fossimo così stupidi da raccontarle a qualcuno che non c’era, sembrerebbero insignificanti.
Ci squadriamo reciprocamente, senza badare troppo se si nota. Cerchiamo di valutare nell’altro come il tempo ha segnato il suo passaggio. Chili in più, capelli in meno, cose così.
Il tavolino di alluminio è stabile e pulito. Ci accomodiamo e lo noto quasi subito.
Lui trema. Si tiene le mani e non capisco se sia per nasconderlo o per cercare di controllarsi.
Ma lui trema.
Io fingo di non vedere, ma lui trema.
No, non può essere. Non tu, amico mio. Mentre parliamo di niente cerco di farmi strada tra quelle malattie coi nomi degli scienziati.
Parkinson, Alzheimer, chi era? Qual era quello più grave?
Vorrei scappare, vigliacco che sono. Vorrei avere le parole giuste.
Ma che cazzo gli dico a un vecchio amico che ha la mia età e che trema?
Siamo irrimediabilmente soli. Io con le mie parole che non ascolto e lui con il suo tremore. Comincio a coniugare la sua sorte alla prima persona singolare. E se fossi io? E se fosse toccato a me? E se toccasse a me?
Poi cerco di scappare in un comodo “Ma no forse è un’impressione, cosa ne so?”. Ma questo non convince neanche me.
Il nostro incontro dura poco, ma ben di più di quanto ci sia rimasto da dirci.
Riprendo il treno controllando il posto sulla prenotazione.
Mi metto le cuffie cercando una playlist che mi faccia dormire. Dormire e non pensare.
Ma lui trema.

Manar

bulbarMio zio è venuto  a prenderci alla fine del pomeriggio, con la sua Panda, la prima, quella rossa. Ci ha caricati dicendo solo “Andém a manàr”. Siamo saltati su, uno davanti e uno dietro, al posto dei sedili eliminati da tempo per farci stare i cani da caccia.
Dopo un paio di “Ma cosa vuol dire manàr?” ha persino risposto “Dopo vedi”.
Siamo arrivati sul posto, siamo scesi, lo abbiamo seguito nell’erba alta. I passi miei e quelli di mio fratello erano più fitti, per andare alla sua stessa velocità.

Quando hanno alzato l’argine del Po, dopo la piena del cinquantuno, la terra l’hanno presa lì tra l’argine e il letto del fiume. In questo tratto del Grande Fiume spesso c’è tanto spazio tra argine e fiume. A volte quasi un chilometro. A volte invece è solo qualche metro. Dipende da come si è spostato il fiume, negli anni. Dove ha deciso di mangiare e dove di appoggiare terra.
La golena è stata disseminata di buchi poco profondi, progressivamente riempiti dal limo, piena dopo piena.
E queste  pozze, chiamate generosamente “cave” erano il  luogo perfetto per le nostre avventure.

E oggi andavamo con i grandi. Per questa nuova parola. Manàr.
Entrate nell’acqua. Eh? Nell’acqua? Ma se ci hanno sempre detto di starne fuori?
Entrate nell’acqua su.
La cava stava per svuotarsi per il caldo di agosto. E si poteva entrare in quel mezzo metro scarso  di acqua per cercare di prenderli con le mani. Manàr, appunto. Pescare con le mani.
Tolte le scarpe siamo entrati, in quel mondo di acqua e mistero che avevamo visto  solo dal di fuori. Il fango in fondo era incredibilmente liquido. I piedi affondavano in una melma liscissima e che macchiava l’acqua in un attimo. Sentivo la poltiglia infilarsi tra le dita dei piedi, i piedi affondare, mentre cercavo un equilibrio.
E in tutto questo l’odore dell’acqua stagnante.
Noi campagnoli a tempo determinato, che le altre tre stagioni eravamo polli d’allevamento milanese, eravamo combattuti. Da un lato la voglia di avventura. Dall’altra la paura di quello che ci poteva essere sul fondo e lo schifo per la fanghiglia.
Ma d’improvviso un pesce nuotando alla cieca toccava una gamba o il dorso della mano e cambiava tutto. Diventavamo felini, animali da preda, bestie divertite.
Li cercavamo chinandoci, quei pesci immangiabli. Fino a quando la faccia sfiorava la superficie dell’acqua.
Tanti carassi buoni solo per i cani. Qualche preziosa carpa, o addirittura carpa a specchio. Quando trovavamo un pesce gatto eravamo punti da quelle tre spine nascoste nelle pinne. Lì la lotta era quasi pari. L’anguilla faceva un timore da bestia, con quel corpo da finto serpente che dovevi concentrarti per ricordare che era solo un pesce.

Dopo un’ora in quella libertà siamo risaliti sulla panda di fianco a due secchi che una volta erano stati di pittura da muro.
Felici delle nostre prede di cui ormai condividevamo il colore e l’odore.
E ci sembrava incredibile che, spiegando ai nostri genitori la bellezza di andare a manàr, loro non ci capissero e parlavano solo di farci la doccia al più presto. Di toglierci quell’odore, quel fango.
Ci sembrava davvero incredibile. Davvero incredibile.

Era un dromedario ti dico

dromedarioIl colloquio per il primo lavoro l’ho fatto con una insostenibile leggerezza. Smontavo dall’ultimo turno di guardia, lungo ventiquattro ore. Con la divisa blu dell’Aeronautica Militare, anfibi rigorosamente ai piedi (sempre), e un servizio fatto di quattro ore in giro per la base militare e quattro ore di riposo.
Ripensandoci adesso mi sembra assurdo che non abbia scelto il servizio civile. Mi sembra assurdo di avere perso un anno a giocare ai soldatini imbracciando armi vere, invece che iniziare a costruire il mio futuro. Mi sembra assurdo ma è andata così e diventare pacifista, negli anni immediatamente successivi, è stata una maturazione che apprezzo ancora di più.
Nel blindatissimo corpo di guardia c’era una doccia, pensata perché i soldati si potessero lavare dopo una molto improbabile contaminazione nucleare. Io ci ho portato il docciaschiuma e ho cercato di togliermi la contaminazione da inutilità delle ventiquattro ore appena trascorse.
Il sottetenente, un mio coetaneo a cui davo del lei, ha finto di non vedermi uscire da lì, accennando solo col capo un segno di disapprovazione.

Dopo avere smontato mi sono messo giacca e cravatta e, armato di tuttocittà, ho preso un paio di autobus raggiungere il luogo del colloquio di gruppo.
Ci hanno spiegato cosa avremmo fatto, ci hanno propinato un test che ho passato con grande scioltezza, ci hanno inserito nelle caselle di un pomeriggio sovraffollato per la parte del colloquio.
In questo parte orale, c’erano tre direttori che avevano i gradi gerarchici degli ufficiali da cui mi stavo congedando. Solo che non erano (ancora) del mio esercito e questo mi dava una grandissima libertà. Una mia amica era stata scartata e mi aveva avvisato “Guarda Simone che questi cercano di stressarti, di metterti in crisi. Ti trattano male apposta per vedere come reagisci”
Io allora (conoscendo il trucchetto) aspettavo divertito che iniziassero. Dopo qualche domanda classica hanno iniziato: “Ma lei è alla prima esperienza. Il suo voto di laurea non è poi tanto speciale. Ma perché dovremmo prendere proprio lei?”
Io con artificiosa sfrontatezza “Perché se non mi prendete adesso non saprete mai cosa vi siete persi!”
Sì, lo ammetto. La frase è una frase idiota. Logicamente non sta in piedi, perché questo vale per chiunque sia scartato. Ma i tre inquisitori se la sono fatta andare bene, leggendoci un approccio volenteroso (sbagliando) e una buona prontezza (indovinando). Mi hanno assunto.

Ci siamo trovati qualche settimana dopo a partire per un corso base di un mese. Eravamo cinquanta ragazzi e ci insegnavano cosa succedesse in quella multinazionale molto complessa che ci aveva scelti come rampolli. Dovevamo imparare il mestiere del direct marketing quando lo status di quel lavoro non era ancora stato svilito da un uso indiscriminato e molesto del call center. Erano anche gli anni in cui si pensava che bastassero le strampalate teorie della programmazione neurolinguistica per fare un rappresentante partendo da una persona normale. Dovevamo imparare a convincere, per telefono, magari distinguendoci dai piazzisti di spazzole. Dovevamo anche fare gruppo.
Questa ultima parte ci veniva benino. La sera, nel deserto nebbioso di un terra a metà tra il Lario e Milano, spuntavano due chitarre che si avvicinavano al piano scordato suonato da un napoletano simpatico e un po’ jazz. C’erano chiacchiere, sogni e vanterie dei soliti. Eravamo tutti laureati, i trenta anni ci sembravano incautamente lontani e avevamo grandi sicurezze sul futuro.

Una sera siamo finiti in una birreria in stile old west. Un posto particolarmente triste dove servivano una birra pallida, indossando con apatia camicie a quadri e gilet da Pecos Bill della bassissima brianza. C’eravamo quasi solo noi in quella solitudine. Ma non ci mancava niente, visto che cercavamo solamente l’occasione per mettere il naso fuori dal centro di istruzione.
Era un gennaio freddo e penso che gran parte dell’umidità della zona fosse finita in quelle strade.
Siamo usciti ad un orario poco compatibile con la ripresa dei lavori la mattina dopo. Il tasso alcolemico era da “tanto non devo guidare io”. C’era una nebbia che quei lampioni alti e gialli del parcheggio appena asfaltato, riusciva a bucare appena.
Giriamo l’angolo e ci troviamo di fronte un dromedario.
Era un dromedario, ti dico! Fermo davanti a noi, con lo stesso sguardo perplesso e incredulo che dovevamo avere noi. Ma forse senza condividere il nostro primo pensiero “Forse stavolta ho davvero bevuto troppo”.
Un dromedario, nel parcheggio di una birreria di Qualcosate (i nomi dei paesi iniziano tutti male e finiscono tutti in -ate).
A qualcuno torna la parola e dice “Ma… è un cammello!”.
Subito ripreso “No, veramente è un dromedario”, come se la cosa fosse più accettabile. E come se il conteggio delle gobbe fosse così facile per gente che ci vedeva doppio.
Siamo tornati nelle macchine, stringendoci in cinque o sei, e siamo andati a dormire.
Il giorno dopo non ne abbiamo parlato. Tutti intimamente perplessi e dubbiosi del ricordo assurdo. Fino a quando qualcuno ha trovato su un giornale un trafiletto su un certo dromedario scappato da un certo circo che stazionava nel certo paese. E la sintassi della cronaca locale si dilungava rassicurando sulle condizioni di salute del camelide.
La conferma che tutto questo fosse successo davvero ci ha rasserenato, quando già i più volitivi si ripromettevano di diminuire, in futuro, il numero di medie chiare.
Dopo aver dato una rassicurante spiegazione razionale di quell’incontro, l’unica cosa illogica è restata quel locale finto werstern incastonato nella finta brianza comasca.

Una spinta ancora, un giro ancora

ruota della fortunaVedi, il brutto è che dopo un po’ l’entusiasmo scema. Ci si abitua. Si perde di vista il senso di tutto e persino la grande fortuna di trovarsi qui.
A volte le esperienze peggiori, se riusciamo a non farci annientare, ci lasciano qualcosa di buono. Come il senso della straordinarietà del quotidiano. Che poi “quotidiano” e “straordinario” è una contraddizione, lo so. Ma me lo voglio permettere questo lusso.

Ti ricordi quella cosa di cui discutevamo?
Non so più come siamo arrivati a quel discorso, forse perché la catena di pensieri è davvero importante.  Ma ricordo bene che descrivevamo quell’immagine, quell’attimo.
L’istante in cui alla fiera di paese si fa girare la ruota di bicicletta usata come roulette dei poveri.
No, non la sequenza dell’estrazione. Non la vittoria, il premio, no. Solo quell’attimo dove il braccio del sessantenne in camicia di flanella imprime velocità alla ruota. Tititititiì. Che parte così forte da sembrare eterno. Ma tititititititì lo senti che rallenta subito. Gradualmente. Si fermerà, darà un responso. Ma allora non mi interessa più.
Mi interessa vedere le facce piene di sogni di tutti quelli che hanno un biglietto in mano, una curiosità negli occhi, un sogno nel cuore.
Lo stupore che ti mette il cuore in gola, la speranza tutta in un momento. Tutta.
E discutevamo (Ricordi?) di come sono speciali certi attimi. A saperli leggere. E di come sia difficile coglierli.
Non so cosa mi ha fatto tornare lì, a quell’immagine, a quella fiera, a quel tititì.
Non lo so. Forse la bellezza senza pudore di quell’attimo. Forse l’idea vaga che dovremmo avere davanti ogni momento lo slancio di quella ruota, di quel sogno. O forse solo la noia di una giornata caduta nel buio troppo presto.

Un pesciolino rosso

pescerossogrossoNei giorni di Pasqua sono stato dai miei, nel mantovano. Siamo andati anche a trovare quella che per me è la nonna Margherita e che per i miei figli è la bisnonna. Abita a poche centinaia di metri.
Essendo nata nel 1921, ha superato abbondantemente i novanta anni. È a letto da quando, lo scorso anno, si è rotta un femore in casa. Non si capisce se sia caduta per la frattura o si sia fratturata per la caduta. Il risultato non cambia: è a letto. E non sembra ci siano molte probabilità che si rialzi. Un po’ per la sua paura di farsi male, un po’ perché è sempre stata fatalista e ha assecondato gli eventi che le sono capitati. Ha vissuto tutta la sua vita con grande timore e un atteggiamento fin troppo cauto. Direi rinunciatario, se non fosse una espressione brutta.

Dopo aver chiesto un bacino ai bambini, ha chiesto loro della scuola. Stupendosi che fossero già in terza, prima e… insomma all’asilo i conteggi delle classi vengono male.

Ad un certo punto, ad un Luca che aveva solo fretta di andare nel bosco di Ermes a cercare uova, fango, foglie, piume e nidi ha detto: “Sei già in prima! Io quando ero in prima ero paurosa. Ma un giorno ho dovuto dire una poesia. Una poesia che mi ha colpito così tanto che quando l’ho detta non riuscivo a smettere di piangere per la commozione”. Mi ha stupito questo ricordo lontano. Ma ancora di più mi ha stupito il seguito. Socchiudendo appena un po’ gli occhi, come per rivedere un film, ha cominciato a declamarla. Senza pause, senza tentennamenti:

C’era una volta un pesciolino rosso
che nuotava pacifico nel mare
quand’ecco venne avanti un pesce grosso
che in un boccone lo voleva mangiare
fece il piccino una gran riverenza:
“Oh signor pesce grosso abbia pietà di me,
perché vuol rovinarmi l’esistenza
un bocconcin più o meno a lei che fa?!”
“Ma” fece l’altro pur molto commosso
“anch’io morrei se non mangiassi più
e tra un pesce piccino e un pesce grosso
tanto va caro mio che muori tu”.
Di compassione aveva il cuore oppresso,
ma si fe’ forza e… ahm lo mangiò lo stesso.

Poi, come era arrivata, questa lucidità estrema l’ha un po’ abbandonata. Mi ha chiesto se avessi finito gli studi e se avessi un lavoro. Le ho risposto con un sorriso: non voleva informazioni, solo rassicurazioni.

Sono tornato a casa cercando di mantenere i piccoli ciclisti sul lato giusto della strada. Stupito e ammirato per quello che avevo appena visto.
Ma quel lampo di memoria, quel salto indietro di quasi un secolo mi ha davvero lasciato senza parole. Facendo due conti veloci, quel flash-back arrivava in una anonima aula di scuola elementare del Bonizzo di Borgofranco Po. Nel pieno degli anni Venti del secolo scorso.

Mi sono sforzato di ricordare qualche parola chiave, da poter mettere in un motore di ricerca. Per poi raccontarvi questa storia. Allora: proviamo con “Pesciolino rosso pesce grosso commosso”… Invio.

Un argine

argineC’era una bicicletta da uomo. Una Bianchi che si forava con niente. Le mountain-bike non avevano ancora dilagato.
C’era un argine del Po, a tratti asfaltato. Unico rilievo di una montagna piatta. Per tenere diviso quello che deve stare di qua da quello che deve stare di là.
C’erano i miei venti anni e una nuvola di progetti confusi e tutti da sviluppare. C’era paura di tutto e voglia di innamorarsi.
Poi c’era una ragazza coi capelli rossi e ricci, in fondo alla strada in equilibrio sull’argine del Po.
E qualche volta la Bianchi mi ha portato fino da lei. Per chiacchierare di niente e sorridere di tutto.
Poi c’erano anche le feste della fine dell’anno. Quelle in cui non sapevo mai cosa mettermi. E mi sentivo a disagio in mezzo a tutti quei festoni inumiditi dalla nebbia.

Adesso, a rivederlo da qui, fissando il niente ad occhi aperti, sembra tutto speciale.
Adesso mi sembrerebbe inaccettabile fare dieci chilometri di pedalata e arrivare tutto sudato. Che se non ci fossero state le polo a righine orizzontali di allora, sarebbe una scena ancora peggiore. Perché il sudore, nei ricordi sparisce.
Adesso mi sembrerebbe inutile chiacchierare e sorridere così, senza ragione. Mi sembrerebbero impensabili le cabine del telefono e le tessere telefoniche.
Adesso lo so cosa mi metterei all’ultimo dell’anno. Magari un pigiama e un sorriso. Ma non è detto che sia libero di farlo.

Sorrido. Spero che stia bene.
Torno a quello che stavo facendo.