incontri

Ah ma invece quest’anno

foto di Maddalena Pisani - Studio Madesign

Sono stato al FreelanceCamp nel settembre 2017. Per me era la seconda volta. Un anno fa ci sono capitato un po’ per caso: c’era gente che conoscevo in rete e con cui volevo entrare in contatto di persona, c’era la combinazione di un periodo dell’anno non proprio scomodissimo, c’era la coincidenza un po’ cercata del “Ma perché non prepari un intervento anche tu?”. E senza farmi troppe domande sono andato.
L’anno scorso non ho scritto niente per il mio blog perché non sono abbastanza bravo a caldo e i resoconti a troppa distanza da un evento mi lasciano sempre quel senso di approssimazione che hanno i compiti delle vacanze fatti l’ultimo pomeriggio d’estate.

Rispetto all’anno scorso mi sono imposto di non parlare troppo di me (anche se quello resta il mio argomento preferito) ma di mettermi nei panni di chi ascolta.
Alla prima edizione avevo visto, in mezzo a interventi utilissimi e illuminanti, anche qualche racconto simpatico ma inutile. Io, mi sono detto, voglio mettere qualcosa nel trolley di ognuno.
Oh, anche risultare simpatico, certo. Quello è il mio pallino. Ma magari chi riparte ama di più una frase che possa risuonare nella sua mente e innescare qualcosa, piuttosto che una battuta scema che lo abbia fatto ridere.
Questa volta non ho fatto l’errore di stampare il programma e di evidenziare in giallo gli speaker e gli argomenti da non perdere. Tanto io quando vado poi frequento anche se non prendono le firme.

Perché poi, questo lo avevo intuito da subito, il vero valore di questi incontri non è riassumibile in nessun powerpoint. È nella possibilità di guardarsi in faccia e dirsi tutti gli “invece secondo me”, tutti gli “spiegami meglio” persino qualche “oh, ma quella cosa è una figata!” magari seduti svaccati al cambio dell’ora. E questo fare networking (la definizione è delle acute organizzatrici) è la chiave di tutto. E Silvia e Alessandra sono state così brave da esserci e non esserci. Non avevano verità da propinare (sai che palle!) avevano cose da far succedere. A rileggerla così quelle due mi fanno un po’ paura, ma io mica mi spavento per queste cose, sai! (Ok, non mi spavento ma lascia la luce accesa, grazie).

Mi sono organizzato meglio il viaggio, offrendo e cercando passaggi per fare il viaggio assieme, convinto che anche un po’ di coda possa essere utile a fare rete. E a guardarla bene, la E45 è un po’ come la Route66: ne conosci grossomodo il percorso, ma non puoi prevedere cosa ti insegnerà oggi. Sì, lo so, sembra una frase di On the road di Jack Kerouc, ma credetemi: mi ispiro più a Saetta McQueen di Cars.

Stavolta ho fatto bene a portare la chitarra (poi ti spiego) e a non lasciarla nel baule della macchina (quando la porto resta sempre lì, chiusa dentro i miei “ma poi…”). Ho fatto bene anche ad alzarmi presto e a fare qualche chilometro di corsa, peccato non aver trovato altri compagni in queste mie imprese inutilmente epiche.
Poi per fortuna non avevo quel fastidioso taglio sotto il piede che l’anno scorso mi ha impedito di andare in giro in ciabatte (voi che siete chic magari le chiamate sabot o le chiudete in espressioni eleganti tipo dresscode: infradito). E il fatto di non avere il cerotto mi avrebbe anche permesso di mettermi in mezzo, mischiandomi a quei fricchettoni che facevano “tipo” ginnastica sulla spiaggia. Tipo saluto al sole, ma visto che era sera forse era un arrivederci. Una cosa che somigliava a Karate Kid, ma senza i gabbiani e i piloni del molo. Erano bellissimi da vedere in quella luce gialla: coi loro movimenti lenti e armoniosi che chissà quanto equilibrio e respiri c’hanno dentro, quelli lì. L’anno scorso ho dato la colpa al taglio sotto il piede, quest’anno invece la responsablità di non essermi buttato devo prendermela tutta io. Ma devo avere margini di miglioramento, mica posso avere imparato tutto in un anno solo!

Ah ma poi quest’anno ho fatto bene a non fare lo spiritoso con la barista didascalica. Quella a cui l’anno scorso ho detto “un mojito [pausa drammatica] lungo”. Perché quella l’anno scorso deve avermi preso per uno che voleva far finta di bere e mi ha porto un bicchiere dicendo “Ecco il tuo mojito, te l’ho allungato con l’acqua!”

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Quella luce fuori dalla scuola

luce mattutina

Nella massa artificiosamente sorridente dei genitori che aspettano la quotidiana apertura della scuola ci sono anche loro.

Lui in giacca e cravatta, uno scooterone di chi deve saperla lunga e i capelli più in ordine di quanto il casco appoggiato sul sellino potrebbe far supporre. Parla con calma con suo figlio e si vede che il figlio è abituato a quella serenità.

Lei porta con eleganza un paio di pantaloni con una pieghina che sulla maggior parte delle altre donne starebbe malissimo. Ha lineamenti delicati e un naso sottile. Due occhi scuri e dritti come un orizzonte. Ha il cellulare in mano, assieme alle chiavi della sua utilitaria di moda, ma non lo guarda. Non lo guarda mai quando parla con suo figlio. Mai: neanche quando arriva una notifica. Ha persino scelto il livello più basso di vibrazione e nessun tono. E questo dice molto di lei.

C’è una luce strana stamattina e qualcosa succede. Un raggio che nessuno ha calcolato colpisce lui e i fotoni che rimbalzano arrivano agli occhi di lei. Lo aveva visto anche nelle settimane precedenti, certo. Ma mai guardato. Ma quel raggio quasi parallelo all’asfalto del parcheggio e quest’aria che ricorda un altrove evocativo le suggeriscono un ricordo. “Eppure io l’ho già visto” comincia a pensare distogliendo gli occhi, ma continuando a guardarlo a mente.
Anche lui la nota: come avrebbe potuto non accorgersi di quello sguardo appuntito. Un attimo di disagio, passando in rassegna il comportamento degli ultimi minuti, il parcheggio del ciclomotore, i contributi volontari pagati. Poi, escludendo ogni possibile colpa, il disagio prende la forma di una lusinga. “Chissà perché mi guarda.” E senza accorgersene si mette in posa.

Le rivolge un’occhiata, fingendo di incrociarla solo allora e la saluta accennando un sorriso.
Lei risponde con lo stesso gesto speculare, intanto che il tarlo lavora dentro “Ma sì, ne sono sicura. Al lavoro? Un vecchio compagno delle medie. In coda dal pediatra? Dove l’ho conosciuto?” Ma niente. File not found.
Presa da questi pensieri non si accorge che lui si è girato e le sta rivolgendo la parola.
“Certo che non aprono neanche un minuto prima della campanella!”
“Come?”
“I bidelli, dico. Aspettano la campanella per aprire. Neanche un secondo prima”. Si rende conto della stupidità della frase. Quasi vorrebbe non averla detta. Ma lei, che ha un ottimo pretesto, dopo che lui ha rotto il ghiaccio, riprende: “Chissà che consegne hanno. Protocolli, responsablità, circolari…” . E subito riflette “Che scema sono. Davvero ho detto consegne? Ma che razza di parole…
Ma lui sorride, rassicurato dal salvataggio inaspettato. Adesso anche lui è sicuro di averla vista e cerca di capire dove. Certo che è proprio bella lei. Già a quest’ora ha un qualcosa che…

“Ma noi non ci siamo già visti?” Taglia corto lei.
“Sì mi sembra di sì…” risponde lui perplesso
“Forse al nido la pentola d’oro…” azzarda lei.
“No, non lo conosco. Ma forse ci siamo visti a una riunione di condominio”

Lei cerca di scorrere l’elenco dei condomini delle ultime case che ha abitato, ma non gli sembra che somigli a nessuno dei vicini. Poi d’improvviso una traccia. Lui era il nuovo amministratore che prendeva il posto di Pillozzi. E lei aveva la delega dei suoi genitori che avevano contestato fermamente il passaggio al riscaldamento centralizzato. Per ripicca avevano smesso di pagare i lavori. Quell’assemblea aveva preso una pessima piega e l’amministratore aveva prospettato azioni legali. Lei allora aveva risposto offesissima, come se le si desse della pezzente. Lo aveva odiato. E quanto. Da quella volta non si era mai più fatta incastrare da una riunione di condominio. Quanto lo aveva odiato! Quanto!

E adesso sente il divario assurdo tra questa suggestione mattutina e quell’odio passato. Si vergogna di essere lì e di tutto, anche dei pensieri che non ha fatto in tempo a fare. La situazione si fa gelida. Si salutano con un sorriso ingessato e un “Buona giornata” che sa di uscita di sicurezza.
Ognuno dei due resta sollevato da quel distacco. E parallelamente ragionano su come è strana la vita. Sul fatto che certe persone, prese in altri contesti, sono davvero altro.

La presentazione del libro

presentazione

Cristiana Ditteri arrivò alla presentazione del proprio libro con una doverosa mezz’ora di anticipo.
Entrando nella sala portava con sé un’elegante borsa di cuoio (troppo piccola per contenere tutto), il cellulare, alcuni fogli di appunti e un libro. Oltre naturalmente al suo libro, quello che sarebbe stato il protagonista della serata.
Si chiese se quelle tante sedie, già perfettamente allineate, non fossero troppe. Se fossero restate vuote, rifletteva, non sarebbe una bella immagine. Al momento solo tre di quei tanti posti erano occupati. Poi guardò l’orologio e si calmò. I presenti erano sconosciuti che probabilmente arrivavano direttamente dal lavoro. O almeno così lasciavano intendere il loro abbigliamento e i loro accessori tecnologici goffi.
Rilesse gli appunti senza concentrarsi. Cercava soprattutto di tenere lontana quell’ansia sottile dovuta all’attesa. Alzò a tratti gli occhi, dispensò sorrisi di benvenuto a chi piano piano andava a sedersi. Ma un pensiero lentamente si fece avanti.

Da qualche tempo, infatti, uno sconosciuto le mandava messaggi. Lettere gentili e discrete, come di una lontana parente, in cui le raccontava cosa gli aveva evocato la lettura di quei racconti. Stralci, pensieri, aneddoti che forse non erano poi così pertinenti.
Ma questa confidenza si era fatta via via delicata. No, non era un fan e tanto meno un molestatore. Era semplicemente una persona che leggeva un libro. E questo aveva colpito molto la sempre professionale scrittrice Ditteri.
Quando poi lui le scrisse che avrebbe fatto il possibile per essere alla presentazione, le scappò un sorriso che illuminò l’umore di quella mattina.
Se ho capito il tipo – pensò Cristiana tra sé – è capacissimo di venire e di non presentarsi neanche. Oppure non venire per niente. Chissà, magari l’ho pensato come un colto lettore e è solo un mitomane in cerca di attenzione.
L’idea di riuscirlo a scorgere tra la gente e riconoscerlo ormai aveva preso il sopravvento allontanando tutte le altre. Ansia compresa.
La sala si riempì quasi del tutto e il responsabile della manifestazione prese la parola col solito lieve liturgico ritardo. Disse qualche frase così piena di superlativi da lasciar trapelare fin troppo bene che il libro non lo aveva neanche sfogliato.
Un attore senza grandi prospettive si era offerto per leggere stralci di qualche racconto breve. Troppo impostato, pause sbagliate, ma Cristiana Ditteri lo accettò con curiosa indulgenza.
Intanto che la lettura proseguiva, Cristiana continuava a guardare il pubblico. Sembravano sguardi di consapevolezza, ma nascondevano una ricerca. Quella ricerca, la ricerca del suo sconosciuto corrispondente.
E se fosse quello? Il signore robusto e sudato… è stato uno dei primi ad arrivare…
Oppure quel ragazzino magro e pallido. Deve essere uno studente fuori sede, ci scommetterei…
E se invece fosse quell’uomo in giacca che non si stacca dal cellulare? Magari lo fa per nascondersi al mio sguardo.
O se fosse addirittura una donna? Magari è così timida che si è nascosta dietro un personaggio. Anche io lo faccio nei miei libri.
O magari…

Un applauso leggero la riportò al suo ruolo e le diede la parola. E Cristiana tornò a essere la scrittrice Ditteri. Seppe cosa dire, come parlare dei suoi racconti lasciando la voglia di leggerli. Alla fine strinse mani, salutò, prese biglietti da visita e tanti complimenti.
Quando ripartì verso casa fu stranamente felice di potersi chiudere in macchina da sola. Solo lei e quel pensiero che le faceva compagnia Chissà se c’era… Chissà che faccia aveva…

 

Incrocio perfetto di sguardi

incrociodisguardiNon so dire di preciso quanto tempo sia passato da quel giorno. Ma mi ricordo ogni singola immagine come fosse adesso.
Ero in una grande libreria del centro a chiedermi, ancora una volta, come possano essere venduti i libri. Un libro è una storia che capisci solo dopo che l’hai letta. Quello che compri è una copertina, una recensione, una suggestione furbescamente instillata da una quarta di copertina. Per questo tutti i romanzi, tutti i saggi, tutti i libri in fondo sono un gioco a fidarsi, un appuntamento al buio in cui senza ammetterlo, speri di trovare una luce. Forse è per questo pensiero rugginoso che finisco sempre per comprare manuali, guide e fumetti. Li apri e capisci quanto una scheda sui ditteri o sul Rondone di torre sia accurata oppure approssimativa. Non c’è suggestione, non c’è promessa da mantenere. Dei fumetti puoi a colpo d’occhio capire il tratto, come si riempiono gli spazi, lo sguardo del disegnatore. Ci sarebbe da dire che poi quelli che restano in mente sono quelli che sorprendono per la storia, che chi compra i fumetti in libreria si sente un illuminato molto più dei lettori di romanzi, ma forse non è questo il punto.
Il punto, anzi il momento è quello che sto per cercare di descrivere.
Mi cullavo tra il fastidio e la lusinga di questi ragionamenti e intanto scorrevo file e cataste di libri cercando qualcosa da portare a casa.
Dopo aver preso l’ennesimo libro freddo in mano, cercando di convincermi che era quello giusto, alzai gli occhi.
Dall’altra parte dell’isola di libri lei stava facendo lo stesso. O almeno così mi sembrò. Ma di sicuro alzò gli occhi nello stesso istante e riconobbi quello sguardo. Il mio stesso identico sguardo. Anche lei se ne accorse. Si accorse di questa insperata identità.
Per un attimo il libro che avevo in mano non aveva più nessun valore e al tempo stesso era l’unica cosa che contasse.
Lei aveva un vestito scuro, leggero. L’estate le concedeva spalle scoperte, collo lungo, occhi affilati. Mi puntava contro, senza ostilità, un sorriso pieno di consapevolezza e senza l’ombra di compiacimento.
Io avevo una polo che forse qualche anno prima, in qualche altro posto, poteva anche essere stata di moda. Il sorriso invece era formidabilmente calmo e pieno. Tanto da convincere anche me.
In quell’attimo capii, capimmo, che il nostro modo di guardare era lo stesso. Lo stesso modo di vedere le cose, lo stesso taglio di sorriso. Adesso, a spiegarlo, mi sembra un ragionamento incomprensibile. Ma aveva dentro il tutto e il niente. Il sempre e il mai. Proprio gli stessi sempre e mai che ho sempre messo in dubbio.

Ho cercato di fretta qualcosa da dire, ho frugato in fondo, ci ho provato davvero. Ma ogni frase mi sembrava inadeguata, di fronte a quei due sguardi che erano restati sospesi, agganciati  in modo così perfetto.
Ho portato quel libro alla cassa, come se l’avessi scelto in modo consapevole, e sono uscito.
In fondo ero felice di non essere riuscito a graffiare la perfezione sospesa di quell’attimo con una frase qualsiasi. In fondo è stato davvero unico uscire da quella libreria e da quello sguardo senza arrendermi a una storia iniziata e finita con la parola “non”.

Deluderti

deludertiSerena si prepara per uscire. Dalla discussione di ieri sera le è restata quella parola in bocca. Non riesce a mandarla giù, non riesce a scioglierla con la saliva. Delusione, è quella parola. Serena non è delusa. Solo riflette su quanto l’esigenza di non deludere sia stata decisiva per la sua vita.
Pensa che le aspettative su di lei sono sempre state una fregatura. Non importa che tutto quel peso di aspettative esistesse davvero oppure fosse presente solo nella sua testa.
Serena ha sentito di dover essere brava a scuola. Di dover essere una brava ragazza. Di dover fare le cose giuste.
Intanto che struttura questi pensieri in forma di parole le scappa un sorriso sarcastico quando assembla “le cose giuste”. Va avanti a truccarsi, leggera coma una brava ragazza deve fare.
Pensa a quanto ha sentito il dovere di valorizzarsi con vestiti carini, ma non troppo appariscenti “Che sei già alta e poi se no spicchi troppo”. L’esigenza di essere sempre allegra e simpatica. Per tenere alto il morale delle troppe truppe.
E allora prende il telefono e scrive un messaggio al vecchio amico perso di vista per anni e che ha reincontrato pochi giorni fa.
“E allora, in questo bel reincontro, sarò felice di deluderti. buona giornata”
Serena ha fatto pace con la sua perfezione e può sputare quella parola che teneva in bocca da ieri.
Esce di casa incamminandosi verso il posteggio. E da adesso ogni passo è un pezzo di strada guadagnato.

in mezzo a Zoff-Gentile-Cabrini

zoffgentilecabriniOggi mi è successa una cosa davvero strana.
Sono stato a un workshop molto interessante sulla scrittura. Tenuto da Gallizio (Filippo Pretolani) e Carmine Mangone.  Molto bello perché non era un corso di scrittura creativa. Era una riflessione (coi piedi ben piantati) sulla collocazione della scrittura nel nuovo mondo. Mondo che non è fatto di carta e colla a filo per rilegare. E che non confina più la scrittura in un ambito giornalistico o letterario.
Non è vero che si legge meno. È che oggi si legge ovunque. Soprattutto fuori dai libri.
Mi sono innamorato di questa definizione e ho deciso di adottarla come scusa per la mia pigrizia di lettore.

Ma la cosa più strana che mi è capitata è vedere la sala popolarsi di facce note. Persone che non conoscevo di persona, ma che magari ho tra i contatti su twitter o tra gli amici di facebook. Persone con cui avevo interagito in modo virtuale diventavano persone vere. Una specie di immagine che da sfumata diventa sempre più credibilie fino a diventare reale. Un mio personalissimo zoo di personaggi.

Mi sembrava di avere trovato la tana del coniglio. O il passaggio segreto per entrare nella pagina dei miei eroi dell’album Panini. Ero io e quelle facce, quegli avatar, erano vivi. Io ero in mezzo a loro. Come trovarsi in mezzo a Zoff Gentile Cabrini Scirea… Oppure come essere il quinto scarafaggio che attraversa Abbey Road. Quando diventa del tutto secondario essere calzato o scalzo.
È stato bellissimo, veniva voglia di toccarli, di dir loro “esisti?”.
Ecco per me la scrittura è questo. È incontro è stupore è sorpresa è realtà.

(Oh: ce l’hai Pierino Fanna?)

Ma tutto questo cosa c’entra con la Blogfest2013?

bloffeVolevo descrivere la Blogfest2013. Ma penso che non valga la pena imbarcarsi in analisi che aspirano a una impossibile obiettività. Meglio scendere direttamente di piano, scantonando sulle inutili personalissime sensazioni.
Per me questa kermesse (è tanto che volevo sfoggiare questa parola) è una buona occasione per reincontrare amici, allargare le cerchie di conoscenti, creare relazioni professionali.
Mi ero fatto un programma di massima che, immediatamente è andato a monte.
Sono andato a sensazione. “Oh ma lo sai che c’è Emanuele che presenta il suo libro?” “No, dove? Quando? Andiamo”. Io il libro l’ho già preso. Prima della presentazione. Conquistato dal “va là tognino” che aveva scritto per Schegge e che continuo a considerare una delle cose più belle che abbia letto negli ultimi anni. Anche perché leggo poco, ma questo è un altro discorso.
Alla presentazione del libro “Il Tensore di Torperterra” Emanuele ci parlava con entusiasmo e un po’ di timore. Ma solo all’inizio. Usava senza porto d’armi e senza pudore, parole pericolose come Bellezza. Così, con la maiuscola. Lui la pronunciava con la maiuscola, quando io faccio fatica a dirla sottovoce! Poi ha parlato delle botte di culo e della mediocrità. E la gente come me si ritrova in quelle mezze tinte.
La parte della premiazione dei TwitAwards e dei Macchianera Internet Awards è stata a dir poco dilettantesca. Anche se con Spinoza siamo saliti sul palco in entrambi i contesti, il contorno era davvero imbarazzante. Videoproiezioni più larghe dello schermo, nomi dei quotidiani storpiati bellamente, PC che restano senza batteria, vallette mute che, per riportare trofei dietro le quinte hanno macinato più chilometri di un mediano della Spal. Ho avuto ancora una volta la impressione che il mondo dei blogger sia un insieme di regni con un suddito ciascuno. E che nessuno ne voglia essere consapevole. Quella parte la tralascerei e ho l’impressione che il giro di Macchianera abbia un po’ perso autorevolezza. Troppe categorie che sembrano fatte su misura per gli amici, troppi sponsor tra i premiati, troppo rumore di fondo. Non deve essere stata una impressione solo mia, se alla premiazione quasi nessuno si è presentato. Sembrava una riunione di condominio in prima convocazione. “Neanche questo viene? ma l’ho visto poco fa…”

Ma il bello di queste occasioni sono le persone. Non come categoria collettiva, ma come somma di uomini e donne. Gente che prima esisteva in troppo generosi riquadri 128x128pixel. E che dopo diventa esperienza di mani strette, di discorsi iniziati, di impressioni prese e magari anche lasciate. Mi chiedono “come è stata la Blogfest?”: io penso a queste mani strette. Ma è solo una approssimazione.

Sembra pistacchio.

gelato al pistacchio scioltoEsco da questa gelateria senza ambizioni con il mio cono da due euro e cinquanta in mano. E me lo guardo. Perché secondo me la scelta delle palline non deve basarsi solo sui gusti ma anche sui colori. Possono anche essere i gusti più buoni del mondo, ma se metti assieme crema, fiordilatte, cocco, viene fuori la lavatrice dei bianchi. Non un gelato come si deve. E poi a me il cocco non è mai piaciuto. Ma adesso non c’entra.

Intanto che mi lusingo papille e meningi con queste riflessioni attorno allo zero, faccio qualche passo e vedo una ragazza seduta sul cordolo del marciapiede.
La testa fra le mani. Lo smartphone in mano. Parla nervosamente con qualcuno, un’amica forse. Io nel frattempo mi sono seduto su una panchina, per gustarmi il mio cono in santa pace. Come un felino nella savana. Il caldo è lo stesso. La voglia di starmene da solo è la stessa.

Panchina e ragazza sono abbastanza lontani da non guardarci neanche. Ma abbastanza vicini da sentire le sue frasi al telefono.
“Sono disperata. Sono sfiduciata.”
Mi stupisce che una ventenne al mare, col ventre piattissimo, i capelli corti platinati senza averne troppo l’aria fastidiosa, usi il termine “sfiduciata”. Stona, in un certo senso.
“Vorrei essere abbracciata. Non importa da chi. Vorrei tornare ad avere fiducia.”
Mi immagino di alzarmi.
Di andare da lei e di proseguire io, quella conversazione di cui posso sentire solo la metà delle parole.

Direi: “Volentieri. Ma in quanto sfidato, tocca a me la scelta dell’arma. Ho braccia imprecise, posso usare le parole?”
“Si può abbracciare anche con le parole. In fondo è l’effetto che conta.”
“Allora cerco le parole lente, precise e sicure. Che ti facciano sentire tranquilla, come in una tenda quando fuori piove. Sincronizzando i battiti.”
“Sarebbe bello. Si. Una bella immagine…”
A parte l’odiosa sigaretta in bocca, non ha l’aspetto di una giovane donna smarrita sotto la pioggia. Ma di una ragazza forte. Dura. Che si prende quello che ha deciso di volere.
Glielo dico.
“È per questo che non mi abbraccia mai nessuno. Sembro davvero una che non ha bisogno di nulla. Una che non si smarrisce mai.”
Io, impertinente: “Prova a cambiare deodorante.”
Invece di guardarmi irritata capisce il mio gioco. Ride. Nascondo a fatica la mia contentezza. Ho raggiunto il mio scopo senza neanche dover appoggiare il cono.
Che poi il cono non si può appoggiare da nessuna parte. Ci vorrebbe un qualcuno che lo tenga al tuo posto, e che al tuo posto si faccia colare il pistacchio sulle mani.

Ecco. Inizia a colare. E questa goccia zuccherata e appiccicosa mi riporta alla realtà.
La sua conversazione è finita e io (come si conviene) non le ho detto niente.
Avrei dovuto premettere troppe avvertenze, avrei dovuto schivare troppi fraintesi, avrei dovuto…
Se ne va.
Finisco il gelato.
Mi resta un sapore strano. Sembra pistacchio, ma non è pistacchio.