notte

un divano un libro un telecomando

divano2

I bambini sono a letto e finalmente può prendersi quella modica quantità di tempo tutto per sé. Abbassa le luci e va a planare, senza pensare, nella sua solita zona del divano. Anche adesso che volendo lo avrebbe tutto a disposizione. Nel nido della sua abitudine si porta un libro. Non le basta, prende il telecomando; non le basta, non molla lo smartphone. Plana così alla fine di questa giornata. Il divano è ricoperto come quando c’era lui: i bambini richiedono compromessi. Solo che adesso questo divano è troppo grande.
Lei si rannicchia nel suo angolo, quello lontano dal terrazzo. Dà le spalle alla libreria. Sente un freddo leggero ma non vuole chiedersi se arrivi da fuori o da dentro. Infila un paio di calze di lana che erano sulle riviste dalla sera prima. Si passa sulle spalle una coperta di pile davvero troppo colorata e china il capo in avanti.
Non se ne accorge, ma sorride intanto che risponde ai messaggi con le dita molto più veloci dei suoi quasi quarant’anni.
Non se ne accorge, ma quel libro che le sembrava dare un senso alla serata resta chiuso. Ancora una volta, ormai capita spesso.
Non se ne accorge, ma il telecomando è finito sotto quel lembo di coperta. Tanto nessuno lo avrebbe cercato.
È come sospesa. Tra la fatica di questo giorno che scivola via e la voglia di prendersi un po’ di spazio. Si ferma ad ascoltare quella sensazione strana. Cerca dentro le parole esatte con cui descriverla. Ecco cosa le manca: le manca qualcuno a cui raccontarlo. Le chat di facebook, le amiche su whatsapp, gli indirizzi email… sì va bene tutto ma manca ancora qualcosa.
Non vuole scivolare nel pensiero di lui, che dopo anni se n’è andato. Da persona che litiga senza gridare ha cercato un accordo, una composizione civile. Rispettando il bello che c’è stato tra di loro e soprattutto rispettando sé stessa, per non cadere nella sceneggiatura sguaiata di un talk show pomeridiano. Ma adesso il freddo entra da sotto il plaid e qualche certezza vacilla. Si stropiccia gli occhi. Sarà la stanchezza, saranno questi piccoli schermi che al buio sono molesti.
Le amiche in fondo non sono giudici sereni. E non rincuora la consapevolezza di fare la cosa giusta, ma farla senza testimoni. Dondolandosi in questa angoscia leggera lascia scivolare via la sera.
Un altro giorno plana senza grazia e lei lo accompagna rannicchiata verso la fine.

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La fiaba del bacio sbagliato

rose

C’erano una volta due che camminavano nella notte. Un uomo e una donna, di una età quasi di mezzo che li porta a definirsi ancora ragazzi. Lei non è nella sua città, si vede da come lui le cammina di fianco. Ha le spalle un po’ inclinate verso di lei, come un anfitrione, come per tenerti aperta una porta.

Ma non è una storia antica, al posto dei castelli ci sono i palazzi, al posto dei cavalli un motorino, al posto dei draghi le polveri sottili. Non ci sono messaggeri e banditori, ma tablet e cellulari.
Lui, in un impeto di goffa cavalleria,  appena scesa dal treno l’ha abbracciata e le ha spento il cellulare. Le ha detto una frase sconclusionata, che quando si l’era preparata suonava meglio: “Spegni il cellulare: per qualche ora so portarla tutta in spalla la tua attenzione, senza neanche dover fare due giri.” Lei non ha capito ma ma deciso di assolverlo in un sorriso misericordioso.
Lei non ha una bellezza da rotocalco. E’ alta, magra e consapevole. E ha un sorriso che quando lo apre servono gli occhiali da sole.
Lui non li sa proprio portare gli occhiali da sole. Ha spalle dritte, qualche chilo di troppo, parla senza gridare e nasconde l’imbarazzo in battute cotte sul momento.

Lui la porta in posti che non conosce nemmeno lui. Alieni come sanno essere i viottoli della città dove viviamo. Vuole farla ridere, per illuminare quella notte. E allora si inventa storie incredibili.
“Vedi quella casa? Qui ci è stato ucciso il partigiano Dinamo, che però nella vita si chiamava davvero Mario Dinamo. Ma era così furbo che ha scelto un nome di battaglia così scemo che quando cercavano di capire chi si nascondesse dietro Dinamo nessuno pensò a lui. Poi una sera in osteria un amico lo chiamò per cognome e i federali senza fantasia si girarono di colpo. E insomma la storia non la so bene, ma alla fine è stato mandato al confino su un’isola piena di sole. E quando dovette tornare non ebbe il coraggio e fece raccontare che era morto.”
Lei pensa un quanto sei scemo, ma è lusingata da questo spettacolo improvvisato. Finge di cercare la targa sulla parete esterna. Finge di non vedere che la palazzina è degli anni Sessanta.

“Qui nel medioevo è stata catturata Beatrice Aquefonti prima di essere impiccata”
Ma lei lo interrompe “ma Acquefonti non si scrive con la CQ?”
E lui prontamente “Ma che cazzo ne sai come si scrive una cosa che pronuncio? Mi stai sbirciando nei pensieri?”
Lui non ci casca. Lui pensa che lei, mente brillante, lo voglia portare ad ammettere“il nome l’ho appena inventato, come fai a sapere come si scrive?”. Lui a voce è furbissimo, è con le mani che è un tonto e preferisce nasconderle in mano.

Lui è più basso di un po’, ma quella sera si sente grande.  E allora, camminando, cerca dei marciapiedi che gli sembrano bellissimi e quando lei cammina giù, lui cammina in parallelo su. E quelli che li vedono pensano: ”sono alti uguali”.
E quando invece lui cammina giù e lei cammina su, quelli che li vedono pensano“che nano di merda!” e lui, sempre col pensiero risponde “Che scemi, non hanno visto che c’è il marciapiede” e se ne va felice.

E poi quando le mascelle sono quasi indolenzite per i tanti sorrisi mandati e ricevuti decidono che è ora di tornare. Lui la deve riaccompagnare da qualche parte, che la storia non dice.
Allora decide che è il momento, che non vuole sentirsi una volta ancora col rimorso di non avere osato.
Si ferma, chiude gli occhi. Li chiude forte forte per essere sicuro di non lasciarsi scappare il coraggio. Si sporge in avanti e tira fuori dai suoi sogni un bacio maiuscolo. O almeno, maiuscolo sembra a lui, che non se ne intende. Per lei sarebbe stato al massimo un bacio da mandato esplorativo, tipo da terza media.
Ma ci ha pensato troppo. E se ne accorge perché riaprendo gli occhi per guardare il risultato di quella detonazione,si trova davanti un uomo piccolo, con la pelle scura e i baffi. Gli pendono dalla mano un mazzo di rose troppo rosse e troppo poco convinte. Il pakistano delle rose non ha capito come mai questo sconosciuto lo abbia baciato. Ma visto che tutti lo mandano sempre via, ha deciso che questo sia un segno positivo, un segno di amore e di amicizia di cui non capisce bene i termini e le condizioni. Sfodera un sorrisone bianco e allunga meccanicamente una rosa. A lui. E poi se ne va, soddisfatto di quella modica quantità di amore piovuta così.
Lei ride, forte di gusto. La notte si rischiara.
E lui dice a voce alta “è bello illudersi di poter cambiare l’umore di una persona, è davvero bello”.


 

Questa fiaba l’ho scritta per GallizioLAB. La trovate ance qui.

la lista

lalista
Mi sono svegliato di colpo e ci ho messo un attimo a capire dove mi trovavo. Ero nel mio letto, la gola secca, erano le tre di notte. Mi ricordo solo che stavo raccontando cose alla mia nipotina Anita.
È vero Anita non cammina ancora, non parla ancora e difficilmente ascolterebbe lo zio preferito farle un elenco serio di cose per il futuro. Ma se la razionalità devo metterla anche nei sogni sono fregato, mi capite?

Il pensiero di tutto il giorno è stato quello di ricordarmi quella lista.
Perché sono sicuro che quell’elenco era un elenco bellissimo, di cose degne da lasciare alla mia nipotina. Un elenco dove ogni punto parlava da sé. Senza numeri, senza ordine, senza conseguenze logiche.
E ogni voce galleggiava in quel foglio in modo perfetto, tanto che avrebbe potuto essere presa anche da sola e generare lo stesso stupore.
Una lista che, ci potrei scommettere, aveva dentro un invito forte a vivere tutto con entusiasmo. Con una spinta verso l’apertura, verso il futuro.
C’erano dentro per forza anche dei sorrisi. Da usare e riusare, sempre nuovi. Di quelli che non si consumano. Perché Anita per adesso ha quattro denti, due sopra due sotto, ma io so già che da grande sarà piena di bellezza e di denti e di sorrisi.
Nell’elenco c’era  qualcosa di edificante tipo l’impegno da metterci, perché le cose ce le dobbiamo sudare, guadagnare, conquistare.
A dire il vero non so se c’era qualcosa della corsa, del saper ascoltare i passi e la lentezza. Cioè io una cosa così la scriverei, ma quel Simone nel sogno magari ha più buongusto di me e ha deciso di togliersi ogni dubbio tornando su quella frase con una riga orizzontale.

Non so bene cosa ci fosse su quel foglio ma adesso non vedo l’ora di andare a dormire per cercare di ritrovare lo stesso sogno, arrivargli da dietro e sbirciare quella pagina. Hai visto mai che, con Anita, possa imparare qualcosa anche io!

Le mani lungo i fianchi

manilungofianchi
Pam.
Guardo la radiosveglia e sono quasi le due di notte. Cerco di mettere a fuoco quello che sembra il rumore di un grosso pannello di legno che cade nella notte. Ma chi? Cosa a quest’ora? Non riesco a darmi una spiegazione convincente. Forse era uno scoppio molto lontano.
Pam.
Dopo un po’ un altro. Mi immagino una funambolica azione di ladri che si stanno goffamente creando un passaggio e fanno cadere tavole di legno nel vuoto. Non mi convinco e questa mancanza di definizione mi sveglia. Non sono preoccupato, vado in bagno. Sento sirene che vanno e che indugiano. Non mi sembrano vicine.
Esco dal bagno e ho come la sensazione di un lontano odore. Come di plastica bruciata. Annuso per precauzione gli elettrodomestici che potrebbero surriscaldarsi ma nessuno di essi mi allarma.
Sento un rumore leggero in strada. Un motore acceso. Intanto che alzo le tapparelle vedo il lampeggiante blu a una cinquantina di metri. Sono i pompieri. Intravvedo dietro la chioma dei pini un’auto parcheggiata che brucia. Tutto è tranquillo. Non c’è rumore. Si muovono lenti e sicuri, senza affanni.
La scena mi sembra un po’ surreale, tanto che restare a guardare mi sembra un inutile esercizio. Vado lo stesso sul terrazzo per assicurarmi che non ci sia bisogno di fare qualcosa. Come spostare la mia macchina o come… non so, non saprei cosa. Probabilmente quei pam erano pneumatici che scoppiavano, compressi e indeboliti dal rogo.
Vado a letto. Sono tranquillo ma ci penso. Continuo a pensare a quella scena silenziosa.

Mi immagino la sensazione di chi si trova la macchina ridotta a uno scheletro di lamiera nera e grigia. Scendere in strada e trovarsela così. Sopra la pozzanghera sporca dell’acqua usata per spegnerla.
E restare fermo, a distanza, attonito. Le mani lungo i fianchi. Senza darsi una spiegazione, senza capire che nome dare a quella sensazione di spreco. Magari ripensando ai viaggi o alle chiacchierate che avevano animato quell’abitacolo. Magari pensare alla musica incenerita lì dentro.
O magari solo al problema di doverne comprare un’altra, proprio adesso che non era il momento. O forse avere la grazia di pensare in grande, alla fortuna che solo una macchina sia finita così, di notte, da sola, senza portarsi dietro nessuno.

Mi convinco di non sentire puzza di bruciato e piano piano riprendo sonno.

Notturno

notturno2

Mi alzo di notte per andare al bagno. Cammino in modo meccanico lento e sicuro, come dentro un’abitudine. Mi muovo in quel quasi buio e sento dei rumori sottili. Cerco di mettere meglio a fuoco la realtà. Vedo la maniglia del balcone che trema. Cigola sottovoce. La stanno aprendo da fuori. Ci metto un attimo prima di avere paura, prima di rendermi conto di cosa stia per succedere.
Guardo, non penso a cosa fare, guardo solo. Mi nascondo nell’ombra. Se entra qualcuno deve passare da qui. Cerco un oggetto a cui aggrapparmi. Un ombrello, un qualcosa. Prendo il bastone del guardaroba, quello che usiamo per issare gli appendini sull’asta in alto. Lo parcheggiamo sempre qui. Ce l’ho in mano, mollemente. Non penso. Non rifletto.
L’ombra ha finito il suo lavoro da artigiano. Entra. Senza pensare salto addosso.
Lo immobilizzo con una facilità che non sospettavo. Spuntato dall’oscurità che non è più sua alleata. Sono sopra di lui. Mi sento la sua faccia sotto il mio corpo. Sento il suo odore.
Le mie pulsazioni aumentano, finalmente il mio corpo si è reso conto del pericolo. Anche le sue, il suo respiro, ha paura. L’adrenalina ha trasformato in odio quell’intuizione di paura.
Cosa faccio adesso? Chiamo la polizia? Quanto lo posso tenere così?
Cosa ne faccio di questo, dove lo butto? E se lo mollo e quello reagisce? Chi lo sa se è armato. Potrebbe fare male a me o alla mia famiglia. Ma ci pensi?
Mi viene voglia di ucciderlo. Sì, ucciderlo. Se lo buttassi giù dal balcone nessuno riuscirebbe mai ad accusarmi di niente. Potrei dire che mi sono alzato e lui scappando è caduto giù. Tanto chi vuoi che faccia una fiaccolata per una merda come questo?
La perfezione di questo pensiero mi spaventa. Lui non fa niente per divincolarsi. Forse sta solo aspettando.
Quanto avrà? Venti anni? Trenta, quindici?
Chi mi ripaga i danni alla serratura?
Chi mi ripaga la quiete rubata. Chi mi ripaga il costo delle ombre dietro le tende, dei rumori esterni che da oggi saranno dentro, dei gatti per strada che saranno minacce vicine?
Penso queste cose e la mia ansia stringe la presa. Non sento più il suo respiro. Non lo sento più respirare e non sono per niente sollevato. Sono un tutt’uno con lui, bloccato. Paralizzato nello stesso buio, nella stessa angoscia senza fondo. Spero solo che arrivi presto il giorno.

Lanterne nella notte

lanterne

Nella notte ho visto dei ragazzi che lanciavano quelle mongolfiere di carta velina. Quelle con dentro una fiammella, quelle che prendono il volo lente lente lente.
Quelle che non si fermano e che vanno su su su, guardando in basso quelle bocche spalancate.
Mi sono fermato anche io a guardarle mentre si arrampicano in cielo nella notte nera e senza vento.
Le ho seguite con gli occhi, tutte, una dopo l’altra.
I ragazzi all’uscita dalla pizzeria le liberavano, come se in quel cielo dovessero tornarci. E restavano a guardarle. Meno rumorosi di quanto mi sarei aspettato dai loro vent’anni.

E pensavo a quanto quei volatori luminosi assomigliassero alle nostre vite, ai nostri amori. Ogni parabola simile alle altre. Ma ognuna, a guardarla bene, con un percorso tutto suo. Tanto che nessuna andava poi a cadere nello stesso posto.
Quella che sale di colpo e cade presto.  Quella che va su lenta lenta e sparisce in alto. Quella che torna giù subito, sbattuta con rabbia da una folata di cui nessuno sentiva il bisogno. E cadendo su un prato cerca di incendiarlo, tanto è piena di rabbia per quel viaggio mai compiuto.
Tutte che vogliono andare in alto per assecondare quella vocazione di cielo.  Tutte destinate a futuro a portata di mano, ma che neanche il più bravo meteorologo è in grado di prevedere.

E io che guardo quei ragazzi sconosciuti e quelle lanterne e quelle vite. Li guardo da lontano e sorrido in silenzio.

Era un dromedario ti dico

dromedarioIl colloquio per il primo lavoro l’ho fatto con una insostenibile leggerezza. Smontavo dall’ultimo turno di guardia, lungo ventiquattro ore. Con la divisa blu dell’Aeronautica Militare, anfibi rigorosamente ai piedi (sempre), e un servizio fatto di quattro ore in giro per la base militare e quattro ore di riposo.
Ripensandoci adesso mi sembra assurdo che non abbia scelto il servizio civile. Mi sembra assurdo di avere perso un anno a giocare ai soldatini imbracciando armi vere, invece che iniziare a costruire il mio futuro. Mi sembra assurdo ma è andata così e diventare pacifista, negli anni immediatamente successivi, è stata una maturazione che apprezzo ancora di più.
Nel blindatissimo corpo di guardia c’era una doccia, pensata perché i soldati si potessero lavare dopo una molto improbabile contaminazione nucleare. Io ci ho portato il docciaschiuma e ho cercato di togliermi la contaminazione da inutilità delle ventiquattro ore appena trascorse.
Il sottetenente, un mio coetaneo a cui davo del lei, ha finto di non vedermi uscire da lì, accennando solo col capo un segno di disapprovazione.

Dopo avere smontato mi sono messo giacca e cravatta e, armato di tuttocittà, ho preso un paio di autobus raggiungere il luogo del colloquio di gruppo.
Ci hanno spiegato cosa avremmo fatto, ci hanno propinato un test che ho passato con grande scioltezza, ci hanno inserito nelle caselle di un pomeriggio sovraffollato per la parte del colloquio.
In questo parte orale, c’erano tre direttori che avevano i gradi gerarchici degli ufficiali da cui mi stavo congedando. Solo che non erano (ancora) del mio esercito e questo mi dava una grandissima libertà. Una mia amica era stata scartata e mi aveva avvisato “Guarda Simone che questi cercano di stressarti, di metterti in crisi. Ti trattano male apposta per vedere come reagisci”
Io allora (conoscendo il trucchetto) aspettavo divertito che iniziassero. Dopo qualche domanda classica hanno iniziato: “Ma lei è alla prima esperienza. Il suo voto di laurea non è poi tanto speciale. Ma perché dovremmo prendere proprio lei?”
Io con artificiosa sfrontatezza “Perché se non mi prendete adesso non saprete mai cosa vi siete persi!”
Sì, lo ammetto. La frase è una frase idiota. Logicamente non sta in piedi, perché questo vale per chiunque sia scartato. Ma i tre inquisitori se la sono fatta andare bene, leggendoci un approccio volenteroso (sbagliando) e una buona prontezza (indovinando). Mi hanno assunto.

Ci siamo trovati qualche settimana dopo a partire per un corso base di un mese. Eravamo cinquanta ragazzi e ci insegnavano cosa succedesse in quella multinazionale molto complessa che ci aveva scelti come rampolli. Dovevamo imparare il mestiere del direct marketing quando lo status di quel lavoro non era ancora stato svilito da un uso indiscriminato e molesto del call center. Erano anche gli anni in cui si pensava che bastassero le strampalate teorie della programmazione neurolinguistica per fare un rappresentante partendo da una persona normale. Dovevamo imparare a convincere, per telefono, magari distinguendoci dai piazzisti di spazzole. Dovevamo anche fare gruppo.
Questa ultima parte ci veniva benino. La sera, nel deserto nebbioso di un terra a metà tra il Lario e Milano, spuntavano due chitarre che si avvicinavano al piano scordato suonato da un napoletano simpatico e un po’ jazz. C’erano chiacchiere, sogni e vanterie dei soliti. Eravamo tutti laureati, i trenta anni ci sembravano incautamente lontani e avevamo grandi sicurezze sul futuro.

Una sera siamo finiti in una birreria in stile old west. Un posto particolarmente triste dove servivano una birra pallida, indossando con apatia camicie a quadri e gilet da Pecos Bill della bassissima brianza. C’eravamo quasi solo noi in quella solitudine. Ma non ci mancava niente, visto che cercavamo solamente l’occasione per mettere il naso fuori dal centro di istruzione.
Era un gennaio freddo e penso che gran parte dell’umidità della zona fosse finita in quelle strade.
Siamo usciti ad un orario poco compatibile con la ripresa dei lavori la mattina dopo. Il tasso alcolemico era da “tanto non devo guidare io”. C’era una nebbia che quei lampioni alti e gialli del parcheggio appena asfaltato, riusciva a bucare appena.
Giriamo l’angolo e ci troviamo di fronte un dromedario.
Era un dromedario, ti dico! Fermo davanti a noi, con lo stesso sguardo perplesso e incredulo che dovevamo avere noi. Ma forse senza condividere il nostro primo pensiero “Forse stavolta ho davvero bevuto troppo”.
Un dromedario, nel parcheggio di una birreria di Qualcosate (i nomi dei paesi iniziano tutti male e finiscono tutti in -ate).
A qualcuno torna la parola e dice “Ma… è un cammello!”.
Subito ripreso “No, veramente è un dromedario”, come se la cosa fosse più accettabile. E come se il conteggio delle gobbe fosse così facile per gente che ci vedeva doppio.
Siamo tornati nelle macchine, stringendoci in cinque o sei, e siamo andati a dormire.
Il giorno dopo non ne abbiamo parlato. Tutti intimamente perplessi e dubbiosi del ricordo assurdo. Fino a quando qualcuno ha trovato su un giornale un trafiletto su un certo dromedario scappato da un certo circo che stazionava nel certo paese. E la sintassi della cronaca locale si dilungava rassicurando sulle condizioni di salute del camelide.
La conferma che tutto questo fosse successo davvero ci ha rasserenato, quando già i più volitivi si ripromettevano di diminuire, in futuro, il numero di medie chiare.
Dopo aver dato una rassicurante spiegazione razionale di quell’incontro, l’unica cosa illogica è restata quel locale finto werstern incastonato nella finta brianza comasca.

Fantasmi

cameraAnche se non fa più così caldo, dormo ancora sopra le lenzuola. Sto dormendo e sento qualcosa che mi sfiora le dita dei piedi, da sotto. Come se ci fosse uno dei bimbi ai piedi del letto che vuole svegliarmi senza parlare. Ci metto un po’ a capire da quale parte della veglia sono. Poi realizzo che se c’è in giro al buio Federico, potrebbe anche cadere per le scale. (Chissà perché non mi sembrava plausibile fossero Chiara o Luca).
Non vedo niente. Allora chiedo verso il buio “Cosa ci fai in giro?” Nessuna risposta. Francesca si sveglia per la mia frase detta piano. E si inizia a preoccupare.
Mi alzo per controllare. Ma sono tutti e tre nei loro letti.
Francesca dice “Allora chi era?”
Il mio ragionamento finisce in un “mi sarà sembrato” che non la convince. Mi costringe ad aiutarla a controllare tutta la casa. Lo faccio, sbuffando. Nessuno in giro. Solo la tapparella della cucina lasciata alzata. Per me è indifferente, ma lei vuole che le tapparelle siano abbassate di notte. Come se il non veder fuori sia una protezione in più. L’abbasso brontolando, mentre cerco di non fare rumore.
Torno a letto.
Non crederete mai cosa ho scoperto la mattina dopo.
Francesca mi racconta che era Luca. Si è svegliato altre due volte, ma non l’ho sentito. Alla fine lei è andata nel suo letto e Luca è finito nel lettone, a tormentarmi di calci fino all’alba.

Se fossi un lettore di Tolkien o della Rowling o di quelle robacce lì, avrei pensato a qualche entità.
Se fossi un lettore di Feltri o Belpietro avrei pensato a un rumeno che stava rubando in casa.
La conseguenza logica, adesso, dovrebbe essere che io sono meglio dei lettori di romanzi fantasy e di giornalismo fantasy. Eh, ma così non vale. Sto facendo il furbo. Guardiamo i fatti: io ho avuto una percezione. Ho cercato di interpretarla. Ma alla fine ho sbagliato in pieno, convincendomi nel mio comodo “Mi sarà sembrato, non era niente”.
Se fossi un lettore dei sogni di Luca avrei cercato di chiedergli cosa lo tormentava, stanotte. Forse un gioco del giorno precedente o l’approssimarsi dell’inizio della scuola. Forse solo una zanzara.
Alla fine sono contento dei suoi calci, con cui cercava di sentire che c’è qualcuno vicino.

Undici

Di giorno il panorama non era niente male, da quell’appartameundicinto all’undicesimo piano alla periferia di Milano. Tanto che, quando un vento inaspettato spostava per un po’ la nebbia e gli altri vapori della metropoli, si vedevano le prealpi che sembrava fossero lì. E in certi giorni benedetti persino gli appennini, centinaia di chilometri a sud. Che anche se non erano niente di più di una insignificante linea ondulata grigio-marrone, ti davano l’idea di poterla capire tutta, la geografia.

E malgrado esistesse un dodicesimo e un tredicesimo piano, io ero anche abbastanza fiero del mio undicesimo piano. Che quando eravamo ispirati piegavamo con gesti sicuri fogli di carta per costruire aeroplani che avevano tutto il mondo a disposizione, fuori da quelle finestre. Oppure guardavamo giù. Imparando a riconoscere le automobili dal tetto e scommettendo su quanto ci avrebbe messo una bolla di saliva a farsi piccola piccola e sparire in uno scoppio muto.

Ma era di notte che tutto cambiava. Bastava una febbre o anche meno. Una leggera inquietudine che facesse il sonno meno rotondo. E tutta questa serenità si sgretolava.

Il rumore crescente degli autoarticolati che rigavano la notte, arrivava da lontano. Il respiro e i battiti aumentavano. E i sogni venivano invasi da quel frastuono. Arrivavano a pieni giri percorrendo le tre corsie che passavano quaranta metri più sotto del mio undicesimo piano.

E portavano una immagine inquietante. Che è difficile chiamare incubo, perché ancora oggi non so dire se viveva nel regio del sonno o in quello della veglia. E con gli occhi chiusi vedevo le forme gonfiarsi. Perdere ogni razionalità. E più stringevo gli occhi più mi si paravano davanti. E aprirli in quel buio secco non mi aiutava. Immagini che crescevano. Come fermentando. Come deformandosi. Forme grottesche. Plastica sopra la fiamma viva.

Poi le righine di tapparella finivano il loro percorso sul soffitto. E tutto passava. Per un po’. Lasciando quelle immagini impresse nella retina e il respiro accelerato. E cercavo tra le lenzuola un nido che mi mettesse al riparo dalla notte.

E mi svegliavo la mattina cercando sicurezza in quell’undici.

Questo scritto è comparso su AliceBaum nel 2011. Poi è sparito, come AliceBaum.

 

Sacro monte

Sacro Monte di Varese Avevo una giacca a vento verde. Così brillante che adesso mi sembra quasi impossibile. Ma allora ci stavo bene. Ce l’avevo da tanti anni. Ricordo che quando l’ho sostituita ho pensato che erano più di dieci anni. E ancora non mi spiego come mai avessi fatto i conti e soprattutto come faccia oggi a ricordare quel ragionamento. Ne ho presa una blu scura. Bella, più sobria, opaca.

Di pomeriggio sono uscito a piedi, era freddo. C’erano lavori attorno al sottopasso pedonale e qualche operaio aveva delimitato il cantiere con una specie di recinzione arancione di plastica bucherellata. L’ho sfiorata con la manica e un fil di ferro sporgente mi ha fatto un taglio di un paio di centimetri. E pensare che in quella vecchia niente, per tanti anni.

La sera ci siamo visti. Ricordi? Era qualche settimana che dovevamo parlare. E non trovavamo mai il momento giusto. L’ho capito dopo, il perché.
Mi hai portato al sacro monte. Era un bel posto per parlare e camminare, soprattutto con il buio. Ma quella volta era strano: c’era la neve negli angoli sotto il muretto, dove il sole non arriva da nessun angolo. Era novembre, forse.
Mi hai parlato di lui. Usando aggettivi goffi, infantili. Ma a quel tempo non ci servivano parole perfette, per capirci al volo. Ho intuito tutto in un momento. Ho visto i mesi precedenti, in cui siamo stati così vicini. Li ho visti sparire, messi da parte. Svaniti.
Non ricordo cosa ho detto. Ricordo la consapevolezza e il dispiacere. Che era di tutti e due. Ricordo che non facevo finta di niente. Ricordo che parlavo dell’incidente con la giacca a vento. Lacerata senza accorgermene.
Rincasando tornavo a pensare alla manica della giacca a vento, capisci? Non sapevo darmi una spiegazione di quella lacerazione.
E sapevo che non avrei potuto rattopparla. Poi ho imparato a conviverci. A non farci caso.