progetti

Mi accorgo di lasciare tutto a

inconcludente

Capita che si attraversino periodi di merda. A me, a dire il vero, non capita di frequente. E sì che sono bravo, anzi bravissimo a lamentarmi. Se ci fosse un premio per chi si lamenta meglio vorrei arrivare quarto, così da potermi lamentare di non essere arrivato nemmeno sul podio.
Ma in questo momento le cose non vanno proprio bene. Se non entro nei dettagli è per una duplice paura. Non tanto il timore di citare episodi e situazioni di cui dover rendere conto (lavoro, amici, progetti), quanto la paura di doverli guardare negli occhi uno ad uno, questi grumi. Ho paura infatti di aprire tanti tavoli di discussione in cui gli alfieri dell’ottimismo a casa degli altri potrebbero suggerire i loro “ma guarda che non va poi così male” oppure i loro “ci sono passato di recente”, “se ti raccontassi i miei” o peggio di tutti “cosa vuoi che siiiia” (con la i accentata fastidiosamente trascinata per amplificarne l’effetto unghia-sulla-lavagna).
Sono sicuro che, affrontandoli uno per uno, potrebbero svanire. Come quando da ragazzino mi veniva un’idea formidabile per scrivere una canzone indimenticabile e quando poi avevo finito e la riascoltavo mi accorgevo di avere composto una cagata pazzesca. Ecco: io mi voglio tenere il mio divario tra realtà che ho elaborato e realtà coi piedi per terra.
Me lo voglio tenere perché voglio capirla bene questa sensazione di inconcludenza che mi sta opprimendo.

Mi sembra di non riuscire a perdere quei chili di troppo, di non riuscire a migliorare coi miei (ben limitati) obbiettivi nella corsa, di non riuscire a raggiungere progetti di lavoro, di non riuscire a portare avanti i piccoli progetti fuori dal lavoro.
In questi anni si legge (ovunque e a sproposito) che “le crisi servono, perché dalle crisi nascono i cambiamenti”. Una base di logica c’è: se tutto mi va bene mica mi viene in testa di cambiare qualcosa. Ma mi sembra un po’ un ragionamento da voglio trovarci qualcosa di buono, a qualsiasi costo. Mi sembra un mantra ripetuto per evocarne il risultato, più che una osservazione nata da una convizione.

Io oggi però ho iniziato la giornata svuotando lo scatolone che avevo in giro da qualche tempo dopo un trasloco in ufficio. Ho ordinato le cose che mi servivano e con insperata soddisfazione ho buttato le tante cose inutili. Fogli, biglietti, appunti ormai inutilizzabili. Non risolve molto, lo so, ma è un inizio.
Magari poco alla volta esco da questa sensazione di incompiutezza su tutta la linea.
Perché ultimamente, purtroppo, sono uno che lascia tutto a

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In zona disco orario

martaspetta

Marta ha un gatto bianco, due cani grossi. Più che cani sembrano degli enormi serbatoi di bava: scuri, a pelo raso, sembrano persino intelligenti, se ci parli lontano dall’ora dei pasti.
Marta è vicina ai quaranta, non ricorda se di qua o di là, e mette in fila le cose che non sono state. Ti parla dei suoi programmi ma finisce senza accorgersi per parlare di storie che ha vissuto. Il suo futuro è saldamente ancorato al passato, tanto che un po’ non ci si crede. Aveva più certezze, Marta, ma ha dovuto fare i conti, reinventarsi, capirsi da zero. Si ripete che vale molto, e glielo dicono anche i suoi amici. Ma oggi si deve accontentare di un lavoro precario, di un amore indeciso, di un posteggio temporaneo. Vive in zona disco orario, Marta. Deve sempre cambiare il disco e mettere altre monete nel parchimetro.

Fuori è autunno e questo a Marta proprio non va giù. Dovrebbe vivere in un posto dove a ottobre ti trovi davanti, in cielo, un grosso tasto skip. Uno di quei tasti che ti portano alla canzone dopo, direttamente al prossimo aprile, per cominciare con la giusta rincorsa un’altra estate. E se quel tasto funziona va bene anche una canzone stupida, di quelle per l’estate. Perché Marta è una donna da mare. Una donna da amare, anche, forse; ma sicuramente una donna da mare.

Adesso con questo buio che arriva presto, le pesa uscire di casa quando non deve. E appena ha mezz’ora si butta sotto le coperte. Chiude le persiane anticipando il buio di un paio d’ore. Cerca nelle coccole di uno di quei serbatoi pelosi un affetto sincero. Nelle coperte invece cerca una protezione. Si fa una tana dove è bello sentirsi al sicuro. Come se fuori ci fosse il freddo, come se fuori ci fosse una minaccia, come se fuori ci fosse qualcosa di più duro dell’indifferenza. E allora su, si tira su le lenzuola col pizzo antico di San Gallo che avvolgono le coperte e, sotto tutto quel peso, lei. I calzini buttati per terra come quei pensieri senza ossigeno. Marta, da dentro, sogna un amore da rincorrere. Un amore che la tiri fuori da quelle coperte per correre nel fango, sopra le foglie, non importa se è autunno. Un amore che magari poi la ributti dentro quelle lenzuola, ma non per nascondersi.

Ma invece per oggi sta lì, senza progetti. Anestetizzandosi con uno schermo che dopo un po’ le fa male agli occhi. Quegli occhi che, a poterli confrontare, avrebbero lo stesso colore del cielo a quest’ora. Ma bisognerebbe essere fuori per accorgersene.
E invece Marta è lì che aspetta. Un amore, un odore, un’estate, un aprile.


photo credit: Paola Blondi www.blondi.info

Il vasino di Pandora

vasinodipandoraQuante chiacchiere si fanno ogni anno che comincia. Chiacchiere infondate, basate sul futuro fatto tutte di cose da
aggiungere. Di vette da raggiungere, di trofei da portare a casa.
Ma se per una volta giocassimo a rinunciare?
Basta aggiungere teste di alce impagliate ai nostri muri. Per una volta rinunciamo, togliamo, eliminiamo.
Visto che gennaio non è ancora finito forse ha ancora senso elencare qui di seguito le mi rinunce. Le voglio mettere tutte
in un vaso di Pandora da usare a rovescio. Anzi peggio, uso un pitale, un vasino da notte di Pandora.
Lo riempio lo tappo e via, più leggero.

  •  Le trasmissioni televisive dove tutti discutono dicendo la loro e nessuno cambia idea
  • I gioielli (meglio spendere gli stessi soldi in un viaggio). Non parliamone più, dai
  • Televisori al plasma (se proprio devo pensare al plasma voglio ricominciare a donare il sangue)
  • Rinuncio al calcio, che mi piace molto. Ma ormai è diventato troppo poco sport e troppo spettacolo. Allora meglio correre, anche da solo, anche lentamente. Ma a lungo, spingendo i miei pensieri avanti di un capoverso.
  • Rinuncio all’aggressività nel traffico. A quella insopportabile indole da giustiziere che vede soprusi ovunque. Con la conseguenza di parolacce, rabbia, nervosismo. Meglio restare nella carreggiata più larga e meno competitiva della comprensione.
  • Mollo l’auto, quando devo fare solo quattrocento metri. Riprendiamoci un po’ di strada, ché la strada insegna sempre di più della meccanica.
  • Rinuncio a sentirmi dire che sono bravo, quando non è vero. E solo io so quanto mi pesa rinunciare a questo.
  • Rinuncio al cumino, che va bene sperimentare le cucine etniche, ma questo sa proprio di terra sotto le unghie.
  • Rinuncio alle ferie di agosto, alle vacanze di massa. Mi va bene un maggio o, meglio ancora, un settembre. Non importano i temporali e le giornate più corte. Voglio respirare.
  • Rinuncio ai vestiti ancora buoni che poi, chissà perché, non metto più. Devo liberarmene, regalarli a qualcuno a cui possano servire, prima che tarme e tempo li rovinino
  • Rinuncio a comprare per sentirmi appagato e rinuncio a non compare per sentirmi una cauta formichina. Magari è ora di chiedermi cosa mi serve davvero.
  • Rinuncio ad amare troppo i miei ricordi. Anche dopo la loro naturale scadenza, quando il best before è passato da tempo. Meglio concentrarci su oggi, su adesso.
  • Rinuncio a delegare la mia felicità a concetti estranei come Lotterie, Oroscopi, Talento. Devo credere nell’impegno, nella voglia di fare.
  • Rinuncio a usare troppe parole, perché con tante parole e un po’ di parlantina sono buoni tutti. A dimostrare il vero e anche il suo contrario. Basta frasi a effetto, basta ragionamenti furbeschi, basta menare il can per l’aia. Ma questa per me è la più dura di tutte, lo so.

C’è spazio nel vasino di Pandora. Se hai voglia di fare la tua lista fammela leggere.

Scendi, sono qui sotto

Ho dovuto lasciare la carta di identità al noleggio camper. Ho preso un furgone della wolksvagen, uno vecchio. Adattato a camper. Con le tendine e con i fiori disegnati a mano. Anche se a guardarli meglio, quei fiori non sono mica originali. E un po’ mi spiace.viva
Ma ho il mezzo. E adesso passo. Passo sotto casa dei miei amici. Dobbiamo andare a fare la rivoluzione.

“Scendi. sono qui sotto. Ho preso il camper andiamo.”
Ma Piero dice che poi sua moglie ha un appuntamento dal medico giovedi. E ha promesso di accompagnarla. E sai: non se la sente di lasciarla da solo dopo che ha promesso. Ma dice che viene. Che al massimo ci raggiunge lì.

Passo da Anna. “Ma sei scemo? Proprio oggi che ho lo studio. Sali che ti verso un bicchiere. Ma sei proprio scemo: era una cosa improtante, Simo. Importante”.
Niente bicchiere. La rivoluzione non può aspettare. Ciao, e bevi anche per me.

Passo da Mattia. Ha le bimbe da prendere a scuola, con l’autobus. Dopo che ce l’ha fatta finalmente a eliminare l’auto.

Passo da Sandra. Dice che ha la patente di rivoluzionario. Che gliel’hanno data a Cuba. Ma quella era un’altra rivoluzione, un altro mondo. Finiamo per discutere e cristallizzarci. Va bene, pensaci se ti va anche la nostra, io devo finire il giro.

Passo da Luca. Dice che è bello. Entusiasmante. Ma è proprio oggi?

Passo da Claudia. Ma tanto lo so già che mi tira dentro coi suoi ragionamenti. Che con una rivoluzione cosa ci sta meglio? E se non ho niente di rosso ma magari avete pensato a un altro colore. E se arriva la rivoluzione e mi trova senza neanche un filo di trucco, ti immagini. Non azzardo neanche un “Ma no guarda” e riparto.

Passo da Francesco. Ma dice che sta finendo di scrivere. E la sua rivoluzione è questa.

Passo… no basta

Torno al noleggio. Prima rifaccio il pieno. Altrimenti me lo fanno pagare chissà quanto.
Visto che sono stato via una mezza giornata mi fate uno sconto, vero?
No, no, Il mezzo è come me lo avevate descritto. Non ho niente da dire.
Ecco vi lascio le chiavi. Controllo che la carta di identità che mi restituiscono sia la mia. Sì, è giusta. Non c’era la fila oggi per fare la rivoluzione.
Torno a casa. A guardare la televisione. Magari vedo qualche documentario sulla rivoluzione.

Cercavo altro

cucina artigianaleCercavo altro, ma stranamente l’occhio si ferma sulla foto di una cucina. La foto è bella, anche se ha tutta l’aria di non essere una foto fatta da professionisti. Sono mobili da cucina solidi, spaziosi. Mi danno una inaspettata idea di luce. Hanno un’idea di minimalismo e di casa con grandi vetrate che danno direttamente sul giardino. Per un attimo mi abbandono in questa catena incontrollata di pensieri e perdo di vista gli auricolari che stavo cercando di comprare online.
Una cucina non mi serve, certo. Tantomeno questa. Mi piace lo stile, ma non è il tipo di cose che comprerei su internet. Scorro l’inserzione nei dettagli per scovare una conferma del racconto che ho immaginato. Qualche indizio solletica la mia autostima: il mio intuito ha preso la strada giusta. Fatto a mano, su misura, lineare. Per me è in campagna o in Sicilia. Chissà perché. Ci vedo fuori alberi da frutto bassi e tanto sole. Una porta scorrevole di vetro, sono sicuro, dietro il fotografo. Mi viene voglia di telefonare.
Ma sì dai, concediamo alla noia di un pomeriggio in ufficio quest’altro nutrimento. Non c’è nessuno attorno adesso. Faccio il numero di cellulare.
“Buongiorno, ho visto l’annuncio per la cucina, posso chiederle qualche particolare?”
Mi aspetto di sentire la storia di una seconda casa da riarredare. E di mobili facili da svuotare. Pensili che non hanno contenuto nessun frammento di vita ma solo stoviglie di moda.
Invece risponde una voce di una giovane donna. Dice che è un peccato. Che la cucina gliel’ha fatta suo fratello minore e che adesso, non avendole rinnovato il contratto ha dovuto lasciare la casa e tornare dai suoi. Dice che è un peccato, lo dice ancora. Che non è per i soldi, ma che deve svuotare la casa, lasciarla libera. Sul prezzo ci mettiamo d’accordo.
Mi prende una tristezza che va oltre il mio stupido gioco di telefonare per verificare una intuizione pigra. Sento parte della sua vita addosso.
Cercavo altro. Saluto. Riattacco. Riprendo quello che stavo facendo. Almeno ci provo.

Un sogno con la tovaglia a fiori

locanda casa costaQuando era il mio turno, passavo a prenderla per andare alla riunione. Facevamo volontariato assieme. Lei aveva due occhi di un azzurro così chiaro che la notavano tutti. (Se ci fosse quel cretino di Andrea Zago, qui, a leggere queste righe, direbbe che lui si è fermato una spanna e mezzo sotto gli occhi, e che non saprebbe dire di che colore sono. Ma Andrea era irresistibile proprio perché non perdeva occasione di fare il cretino. Ma questa è un’altra storia).
Cinzia non era mai puntuale. Ma arrivava colorata e trafelata, tanto che alla fine giravo il fastidio in benevolenza.
Nel tratto di strada da Cinisello al centro di Milano, parlavamo. Parlavamo tanto: di solito dell’università. O di progetti per il futuro immediato. Qualche volta addirittura di sogni per il futuro. Cose che vedevamo lontanissime e a cui non sapevamo dare una probabilità. Anche se eravamo molto diversi, facevamo volentieri quei tratti di strada. Andata e ritorno.
Cinzia sognava la campagna, la tranquillità di un posto suo. Ma senza rinunciare a quello che offre la città. Bella contraddizione questa frase. Ma è perfetta: questa era la Cinzia di quegli anni.

Poi passano gli anni e ci si perde di vista, anche se ho fatto in tempo a vedere un paio di volte Antonio (che sorprendentemente ha gli stessi occhi chiarissimi). Le bimbe invece solo in foto. Ma ormai sono passati anni. Una volta un matrimonio mi ha portato là vicino e non ci siamo incontrati per poco.

Mi è arrivata un’email qualche settimana fa. Mi chiede come sto e altre frasi di rito.
Poi la scrittura diventa di colpo luminosa. Dice che l’hanno fatta, lei e Antonio, quella pazzia. Hanno preso un vecchio casale in Piemonte e l’hanno trasformato in un locale. Non hanno abbandonato il vecchio lavoro, se ho capito bene, ma dalle foto è un posto magnifico.
Mi viene voglia di andarci, subito, con la mia famiglia. Sopportando ore di auto.
Non tanto per vedere il posto o per vedere Cinzia, Antonio e le bimbe con gli occhi azzurri.
Per vedere un sogno che gente sorridente ha avuto il coraggio di trasformare in muri, tavoli, fiori e aria.

(Non ci sono mai stato quindi come testimonial non sarei molto credibile: ma se il posto è come le foto del sito www.locandacasacosta.it dico che vale la pena farci un giro)