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Sciogliersi


– Ma allora? Non mi dici niente della seduta di pranoterapia che ti ho consigliato? Hai sentito qualcosa di potente?

– Sai… all’inizio il coso, il trattatore (non farmelo chiamare terapeuta, ti prego!) mi ha fatto sdraiare e visualizzare tutta una serie di immagini del mio passato. Scene che rappresentavano un attrito, un conflitto, un qualcosa di non risolto…

– E…

– Ah ma io con l’immaginazione e con la memoria visiva vado benone. Non ci ho messo tanto a vedermi seduto in macchina, nel posto del passeggero, attaccato con la mano destra. E tutti intorno a me vivevano ogni tratta da semaforo a semaforo, ogni maledetta linea d’arresto, come un qualcosa di personale. Un oltraggio, una sfida, un affronto. Tutti agguerriti, tutti mostrarsi i denti, a comprimere i muscoli delle spalle, a gridare parole che i cristalli riflettevano verso l’interno. E io che cercavo di intervenire e di ricondurre a una logica, ma niente. Poi mi sono visto anche io alla guida, qualche anno dopo. Non so se le strade erano le stesse, ma l’atteggiamento sì. Stavolta rivolgevo le mie inutili proteste verso me stesso e mi dicevo che non volevo, che non dovevo diventare così. Eppure lo ero già. 

Quando poi il coso, l’operatore…mi ha messo le mani a pochi centimetri dalla pancia (non le ho viste, ma immagino che fossero sospese lì) ho sentito un calore. E, senza che mi suggerisse nulla, ho visto quei fotogrammi grigio scuro che prendevano forma. Come se fossero parti di una pellicola bloccata nel proiettore che si fonde. E bollendo crea spruzzi  colorati. E in quei colori c’era come uno sforzo di semplificazione. Poi in quella immagine creata dalla mia mente è successo qualcosa di strano. Piano piano i pigmenti blu andavano coi blu, i rossi coi rossi, i gialli coi gialli e così via. Con un certo ordine si sono formati come dei vermicelli ognuno di un colore, tutti intrecciati. Ho sentito un bel sollievo quando il nodo che formavano si è sciolto e ognuno è andato lentamente in una direzione diversa. Mi sentivo rilassato. Sentivo che potevo cambiare.

– Oh che bella cosa. Sono proprio contenta che tu abbia finalmente accettato la potenza e la validità della pranoterapia. Che questa esperienza ti abbia cambiato.

– No, aspetta. Continuo a pensare che queste discipline orientali siano tutte boiate. Ho solo detto che ho visualizzato una immagine. E che ho provato un senso di sollievo. E ho visto la mia voglia di cambiare. Poi nel traffico ero quello di prima. La stessa bestia…

– Ne sei davvero sicuro?
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disegnino di Mumaclo

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Vicker: io avrei una ringhiera da riverniciare…

Hai mai sentito parlare di Vicker? No? Neanch’io.images_ybc_22_21_1dc965a1d87c4b2e2d86a9922479f09c3351a63d

Mi chiama un’amica, con cui discuto spesso di web e di marketing e mi propone di partecipare a una discussione su una nuova soluzione. Ci sarà gente di diversa estrazione, ma a tutti chiederò di scaricare una app e di dire in tutta libertà cosa ne pensano.

Malgrado la serata in questione fosse un lunedì (il giorno più incasinato della settimana, perché i piccoli hanno inglese a casa e in più Francesca ha le riunioni a scuola fino a tarda sera), capita che per lavoro sono proprio lì vicino. Allora mi organizzo e dico di sì.

Vado nello store e scarico questa app. Si chiama Vicker e il nome non mi suggerisce ancora niente. Non ancora. Dalla descrizione capisco che è una piattaforma per mettere in contatto chi sta cercando qualcuno che sa fare un lavoretto con chi ha il lavoretto da fare. Portare fuori il cane al mio posto quel giorno che non ci sono, tagliare l’erba del giardino, portare il mio veccio televisore col suo pesantissimo tubo catodico nell’oasi ecologica (visto che nella mia utilitaria non ci entra neanche a pregare!). Mi viene in mente subito un lavoro che ho lì da un po’ di tempo. Verniciare la ringhiera del terrazzo. L’ho verniciata io una decina di anni fa e ha bisogno di una ripassata. Ma ricordo che grande rottura di scatole è stata allora e (se trovo qualcuno che lo facesse al prezzo giusto) è una grana che mi evito volentieri.

images_ybc_22_21_cfd80bfce264f071a31f7d50285153f8c984006eProcedo nella registrazione. A dire il vero è un po’ troppo rognosa. Nome, cognome, email, codice fiscale, conto paypal. Mi fermo un momento. Come mai tutta questa roba?  E poi questi chi sono, a cosa gli servono tutti questi dati sensibili?
Già vedo la ruggine della mia ringhiera che continua lentissimamente a fiorire. Fingerò che sia il richiamo della Primavera e farò finta di niente ancora una volta.

Poi arriva il giorno del confronto con la azienda. Inizia una discussione e vedo che il problema della registrazione troppo pesante non era solo il mio. Ma Matteo (uno dei due ideatori) ci spiega che è stato risolto e che a giorni sarà tutto più snello. Bene. Ma soprattutto ci racconta della sua idea e del fatto che tutta questa meticolosità è dovuto alla serietà con cui affrontano il problema del lavoro.

Questo progetto (di cui la app è solo lo strumento finale) è l’idea di mettere finalmente in contatto chi ha da offrire un lavoretto e chi lo sa fare. Si suggerisce un prezzo, di descrive il lavoro e si entra i contatto. Si può chattare (hai presente whatsapp?) per avere altri dettagli e per scambiarsi foto e video. Si può discutere di tempi e modi. Poi alla fine chi offre un lavoro sborserà quanto promesso. Il lavoratore avrà una piccola commissione da pagare al sito per avergli trovato questo lavoro. Lavoretto, certo, non lavoro. Non è un sito che si sostituisce alle agenzie di lavoro interinale o ai job hunter. È qualcosa di profondamente diverso. Somiglia al (santo e benedetto!) passaparola degli amici. Di quelli a cui ti rivolgi quando non sai da che parte girarti “Non avresti il numero di un elettricista bravo per mettermi a posto questa presa?”.

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Non è un portale di trovalavoro. Anzi. È qualcosa che mancava: è il portale della share economy. Somiglia, nella visionarietà dei suoi inventori, un po’ a una banca del tempo (dove ci si offre per svolgere lavoretti per cui si è tagliati). Ma somiglia anche a Uber e a AirBnB. A siti che fanno in modo più condiviso, economico e basato sulla rete, una attività tradizionale. Reinventandola. Senza mettersi in concorrenza diretta con quello che fanno i taxisti (Uber) o gli albergatori (AirBnB), ma guardando in faccia un settore nuovo di cui prima non si distinguevano i contorni. Dal punto di vista di chi sa fare un lavoretto (ripetizioni, giardinaggio, manutenzione ma anche tantissime altre cose) è un portale interessantissimo. Mi registro entro e se c’è qualche offerta la prendo al volo. Un aiuto in più per lo studente che vuole mettere via qualche soldino o per un professionista o pensionato che vuole mettere a frutto i suoi ritagli di tempo.

Io non sono bravo a prevedere il futuro, ma in questo team ho visto una passione che mi ha coinvolto. Mi hanno chiesto se volevo parlarne e lo faccio volentieri, su questo blog.

Sono tornato a casa e ho completato la registrazione. Non si sa mai che poi la mia ringhiera possa trarne qualche beneficio (con auspicabili ricadute sull’armonia familiare)…

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Come uno specchio rotto

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Una poesia è uno specchio rotto. Ha tanti frammenti: in uno vedo un pezzo di me, in uno un pezzo di te. Ci vedo tanti colori, tante luci, tante possibili immagini. Se socchiudo un poco gli occhi, facendoli a fessura per cercare di vedere tutto assieme, allora mi sembra di vederci un quadro completo, un’immagine con un messaggio che mi risulta.
Dico che è un bell’insieme, mi consola, ci leggo verità e simboli decrittati.
Ma a essere seri, gli occhi van tenuti aperti. Mi fermo a guardarlo quello specchio. Lui e tutte le immagini che ha dentro. Vedo un pezzo di me. Vedo un segmento di te. Ma dopo poco l’illusione crolla e devo ammettere che quella immagine non sono io. Che quella immagine non sei tu. Che quell’insieme non sta insieme.
E me ne vado, lasciando ad altri la poesia e i simboli. Vado alla prima campana verde del vetro e butto lo specchio, l’immagine e tutta la poesia.

Acqua da portare su

Martina secondo @ninnosa

Un po’ per risparmiare candele, un po’ per risparmiare gli occhi, la scrivania di Gregorio era vicino ai finestroni dei magazzini generali di cui era da tempo il contabile. Gli piaceva, tra un totale e l’altro, guardare fuori e perdersi nella vita della strada. Una bicicletta che passava, un conoscente che sembrava avere un aspetto stanco, un passero che si fermava sullo steccato di fronte, una vecchina che faceva sempre più soste per tornare a casa con le sporte della sua spesa. Li conosceva bene, i personaggi delle sue distrazioni visive. Li conosceva ed era affezionato a loro, all’attimo di novità che gli portavano colla loro apparizione.

Quell’anno passava spesso una ragazzina che portava sulla collina un grande secchio zincato pieno d’acqua. Martina era la terza di quattro figli. Abitava in cima alla collina che sovrastava il paese. Il posto era un incanto: una collina di faggi che regalavano un’ombra convinta e fresca d’estate e che d’inverno diventavano un quadro di città. Dalla collina si dominava con la vista la strada verso Vallontana e di notte, in uno squarcio tra le fronde, c’erano stelle tanto vicine che sembrava di poterle prendere e mettere in un paniere. Nonostante la bellezza, quella collina non era diventata un vero borgo perché aveva un grande difetto: non aveva una sorgente d’acqua. Per questo Martina e molti prima e dopo di lei, dovevano portare su l’acqua ogni giorno.

Martina aveva capelli ricci e lo sguardo acerbo e pieno di sogni indefiniti di una ragazzina della sua età. Nel teatrino del contabile Gregorio era diventata una presenza tra le più gradevoli. Faceva tenerezza il suo aspetto esile che contrastava con la pesantezza di quel carico. Tanto che un giorno il contabile si sentì tanto coinvolto da uscire dai magazzini e rivolgerle la parola.

“Deve pesare molto vero?”

Martina rispose spalancando gli occhi, con gentilezza e senza capire bene la domanda.

“Ti dico un segreto, anzi due. Se invece di un secchio da venti litri ne porti due da dieci, riesci a portarli su meglio. E soprattutto se li porti su sorridendo, vedrai diverranno leggeri!”

Dopo qualche giorno, probabilmente dopo essersi organizzata, Martina ricomparve con due secchi. E ogni volta che passava volgeva lo sguardo verso il finestrone dei magazzini. Non si vedeva bene dentro, guardando dalla strada, ma lei pensava di vederci dentro il suo strano amico.
Quando Gregorio si accorse dei due secchi, fu pervaso da una specie di sollievo. Un sentimento di vicinanza che somigliava a una incomprensibile gratitudine

Nelle settimane seguenti il loro saluto era diventato una liturgia quasi incomprensibile. Il contabile Gregorio diceva “Sorridi Martina, ricordati di sorridere!”. E lei, senza una parola sorrideva. E quando sorrideva non era la giornata di Gregorio a migliorare: era proprio la giornata di tutto il paese. Quegli occhi marroncini e spalancati su tutto, quei ricci che si ribellavano ai capelli legati dietro, quella vita tutta da vivere, regalavano a tutto il paese una speranza piena.

Solo una cosa non tornava. Anche sorridendo i secchi mica sembravano più leggeri! Lo sapeva Gregorio, che aveva voluto regalarle un po’ di ottimismo, senza crederci proprio. Lo sapeva Martina che non ci aveva mica creduto tanto all’illusione del sorriso. Ma aveva voluto provarci lo stesso. E ogni giorno rinnovava quella fiducia in un gesto semplice e che non costava fatica. Distendeva i muscoli del volto, scioglieva la fronte e si abbandonava in un sorriso convinto.

Passarono gli anni, tanti anni. Gregorio era morto da tempo, senza lasciare debiti e senza lasciare ricordi precisi di lui.
Martina era diventata mamma e si era trasferita in una bella casa vicino alla città. Aveva un lavoro che le permetteva di vedere come un ricordo formativo la vita di fatiche che aveva conosciuto nella sua infanzia di montagna.

Le restavano negli occhi le stelle del suo borgo, le foglie dei suoi faggi.
Le restava in mente la gentilezza del contabile Gregorio.
Le restava spesso sul viso quel sorriso che aveva imparato a regalare senza calcoli a chi la incontrava.

Volare fino al cielo

volare bambino aereo

Samuele parlava sempre di aerei. Amava gli aerei, giocava con gli aerei, costruiva aerei.
Ad ogni compleanno non c’era bisogno di chiedergli cosa desiderasse, ma solamente cercare varianti accettabili. Aerei di latta, di balsa, di plastica. E se proprio deve essere un libro allora che sia un manuale sugli aerei di carta.
In fondo è una passione simpatica, conosce tutti i nomi, tutti i modelli. È un vero spettacolo perdersi nel suo sguardo quando parla di aerei tracciando rotte limitate al raggio delle sue giovani braccia.

Oggi è un giorno speciale per Samuele. Si è svegliato presto, molto prima del necessario. Quando suona il campanello sa già chi è.
Apre dicendo “Ciao nonno, sono pronto, andiamo!”
Salendo in macchina il nonno cerca di spostare l’attenzione verso la natura. Flebile tentativo di farlo distrarre da quell’attrazione tecnologica.
“Guarda le rondini, non sono perfette? Guarda le traiettorie… Quando ero bambino la sera mi sedevo sul gradino davanti a casa e le guardavo fino a quando c’era luce. Filavano a una spanna da terra e sembravano legate a un filo. Quelle ali sottili, quella magia, quelle…”
“Nonno, facciamo tardi…”
Il nonno non prese come un’offesa quell’interruzione. Capiva benissimo l’impazienza che nasceva da una grande passione.

Il motorshow proponeva attrazioni di tutti i tipi. Moto, auto da rally, nuove soluzioni tecnologiche. Ma il vero motivo per cui erano lì era la sfilata di vecchi aerei. Samuele non stava più nella pelle quando iniziarono a passare i biplani.
“Li immaginavo più grandi, sai?”
Poi gli aerei della pattuglia acrobatica. Cabrate, picchiate, figure nel cielo fino a quasi scomparire per poi avvicinarsi tanto al suolo da far temere per la loro sorte.

Quel sorriso così ampio di colpo si fa meno convinto. Sono passati gli aerei della pattuglia che lasciava scie bianche nel cielo.
La scia adesso si dissolve a poco a poco accompagnando il suono sempre più lontano dei loro motori a pieni giri.
“Nonno tu muori?”
“Ma no, cosa dici? Sto bene…”
“No, non dico adesso. Tu sei vecchio: tu muori? Gli aerei sono bellissimi, sono passati e adesso non ci sono più.”
Il nonno non rispose subito con le parole. Preferì appoggiare la sua risposta su un solidissimo sorriso.
“La scia degli aerei che è passata è bellissima. Ma dura poco. Ma se non fossimo venuti qui non l’avremmo vista sparire, ma non l’avremmo neanche vista e non ci saremmo stupiti della sua bellezza. Valeva la pena venire. Anche se poi è finita.”
“Dice la nonna che poi quelli che muoiono vanno in paradiso…”
“Non lo so Samuele. Io al paradiso non so se ci credo. Vedi: prima abbiamo fatto tante fotografie agli aerei e persino alle loro scie. Io quando ero pilota ci sono stato tante volte sopra le nuvole e un paradiso non l’ho mai trovato. Non ci ho visto nessuno.
Vedi Samuele, io penso che i bei momenti assieme sono delle belle fotografie. Magari le nostre vite sono come quelle scie bianche, che piano piano si sciolgono per lasciare spazio alle altre. Ma i bei momenti assieme sono fotografie che tengono per sempre un ricordo bello. Anche quando la scia se ne è andata. Penso che il paradiso non sia un posto, ma sia la bellezza di lasciare un bel ricordo.”

Samuele non sapeva se aveva capito proprio tutto. Ma era felice di avere passato quella giornata indimenticabile e era contento di avere quelle fotografie da tenere da conto.

Un piccolo pacchetto rosso

regalodinatale Un piccolo pacchetto di carta rossa è restato sotto l’albero; lo chiude un nastro senza decorazioni, ma legato con cura. C’è un biglietto piccolissimo con il mio nome scritto bene, in stampatello. Cerco di capire di più e lo prendo in mano. Cerco a mente di verificare le diagonali possibili per capire chi mi abbia fatto questo regalo. Io a lui, lui a me, io a lei, lei a me… niente non ne esco. Cerco allora di capire cosa possa contenere. Lo alzo lentamente, fingendo indifferenza. Non è particolarmente pesante, ma neanche leggero. Non fa suoni strani, niente che mi potrebbe lasciare intuire il contenuto. L’esterno è rigido, ma questo non aggiunge nessun indizio. A mano a mano che ci penso mi affascina sempre di più questo pacchetto. Più dei bei regali ricevuti e già scartati. Lo sento in mano ancora un po’ lo giro, lo coccolo. Forse non importa chi sia il donatore. Forse non importa neppure cosa contenga. Mi piace questo clima di attesa. Ricordo quando ero piccolo, ricordo quanto ho aspettato il trenino. Niente di paragonabile al divertimento di poterlo usare: quello passa subito. Adesso da grande, da snob, da provocatore, dico che quel trenino sarebbe stato meglio non aprirlo mai. E tenere quell’attesa così carica. Ho deciso: il mio pacchetto rosso lo terrò chiuso. È il regalo perfetto, quello che non delude, quello che mi continua a emozionare.

Pronto soccorso


mano

Mi fa male, mi fa tanto male!
Non è da Luca lamentarsi così. Soprattutto durante una partita di pallone. Un tiro (neanche tanto forte) di un ragazzo più grande è arrivato centrale. Il peso del pallone ha piegato le mani indietro. Non sembrava niente ma continua a dire che gli fa male. Anche dopo averlo messo sotto l’acqua gelata di una fontana di montagna.
Decidiamo di andarlo a far vedere dal medico di guardia che (meritandosi quasi un insulto) dice in un italiano approssimativo “Non ho la vista a raggi icchese (X) dovete portarlo all’ospeddale (ospedale) per i raggi”.
Andiamo all’ospedale e finiamo al pronto soccorso. Luca si tiene il polso. Dolorante ma tranqillo. Cominciamo a calarci tra i codici colorati dell’urgenza. Quando arriva il nostro tempo e il nostro colore un medico lo guarda, tastandolo e lo manda in radiologia. Luca è bravo, entra da solo. Poi giù ancora. Ancora ad aspettare.
Il pronto soccorso di montagna è pieno di vecchi con un (forse) infarto. E poi gente che è caduta e ha caviglie e polsi doloranti e gonfi.
Poi c’è un gruppo di sei motociclisti che stanno aspettando con scaramanzia la visita del settimo. Mi stupisce la loro intelligenza: a occhio direi che il Q.I. è circa 120. Ma poi mi ricordo che non è possibile sommare i singoli quozienti.
Le liturgie da pronto soccorso mi irritano. L’amico degli amici che entra dove è vietato.
La vicina dell’infermiera che la chiama per nome e bisbigliano.
La madre preoccupata per il poppante che nessuno guarda.
Io sono stranamente calmo. Non posso permettermi di trasferire la mia tensione su Luca. Lo rassicuro “Faremo quello che c’è da fare, stai tranquillo”.
Poi finalmente qualcuno guarda le lastre e l’ortopedico ingessa. Un antidolorifico e ce ne andiamo, dentro un temporale che mi bagna da capo a piedi solo per prendere la macchina a poche decine di metri.
Torniamo nella valle incontrando un numero incredibile di arcobaleni. Fuori e dentro il temporale. Li contiamo, ci giochiamo. Lo vedo coraggioso il mio eroe, col suo braccio al collo.
Ne avrà per quattro settimane. Ma lui è tranquillo. E lo sono anche io.
Un passo in più per diventare grande, sopportando. Affrontando questa esperienza nuova. E non solo per lui.

Come da regolamento

cartabollata

Il dottor Carmine Pontecorvo ci teneva molto a quel dottore prima del nome. Non importa se la laurea era in scienze politiche e lui, dopo regolare concorso pubblico, sedeva nella segreteria amministrativa di una scuola elementare.
Da tutti era guardato con insofferenza e con rispetto per quella sua convinzione profonda che era diventata una sorta di dogma. Lui credeva ciecamente nel rispetto dei regolamenti. Non importa quanto i regolamenti fossero coerenti col lavoro che si era chiamati a svolgere. Il regolamento va applicato. Sempre e comunque, senza eccezioni.
Ogni tanto uscivano dalla segreteria degli insegnanti imbufaliti perché magari avevano chiesto chiarimenti sul proprio cedolino. Ma, come da regolamento, per queste indicazioni venivano rimandati al Ministero competente, previa compilazione dell’apposito modulo. E benché la risposta fosse facile e avrebbe comportato un minimo sforzo per il dottor Pontecorvo, questa non arrivava.
E non c’era preside o situazione che era riuscito a smuoverlo in questa sua rigidità. Quando si è dalla parte del regolamento non si deve indietreggiare neanche davanti alla ragionevolezza!
A farlo sentire sicuro di sé e nel contempo ad acuire questa sua reputazione di naftalina e inchiostro da ufficio postale, ci si metteva  poi la sua sintassi. Cercava di parlare l’italiano aulico delle circolari attuative. Quelle che cercano termini pomposi e in disuso per intimorire il lettore e elevare il burocrate sul suo piedistallo di niente.
Questa inflazione di forme impersonali, questo spreco di maiuscolo, questa sovrabbondanza di formule retoriche da cancelleria di provincia lo faceva sentire qualcuno.

Durante la sua grigia carriera (e il grigio era il colore serio a cui aspirava) aveva conosciuto persino una fugace notorietà. Io giornali avevano parlato di lui per quell’episodio della zia, quello che era finito anche in qualche articolo di colore dei tiggì.
La giovane zia faceva da baby sitter ai due nipoti era stata scippata il giorno prima. Nella borsetta teneva, tra l’altro, le deleghe per poter prelevare a scuola i nipotini. Conoscendo la pignoleria proverbiale dei controllori, la madre si era premurata di scrivere a mano una seconda delega spiegando il fatto. Ma nella confusione si era dimenticata di firmarla. E la segreteria eccepì con un certo godimento che tale tipo di deleghe erano valide se firmate e datate. Quindi niente. E i genitori dei bambini dovettero uscire prima dal lavoro per riprendersi bimbi e zia.

La violente proteste in presidenza e in provveditorato finirono nel nulla, proprio a causa della circolare di cui il dottor Pontecorvo ricordava a menadito numero e anno di emanazione.

I tre figli che nel frattempo ha cresciuto, dopo qualche sbandata adolescenziale, alla fine presero la via paterna. E crebbero nel grigiume regolamentare che , come da regolamento, era riuscito a inculcare.

Dopo essere andato in pensione relativamente presto e essere restato vedovo da qualche anno, i figli si interessarono a soluzioni cosiddette alternative.  Al compimento del settantesimo anno fu ammesso, come da regolamento, in una accogliente struttura che in situazioni più sincere avremmo chiamato ospizio o casa di riposo, e non oasi di tranquillità a venti minuti dal capoluogo. Ma la forma ha sempre contato e nessuno ha voglia di metterla in discussione proprio adesso.

I figli, presi dalle loro vite, lo vanno a trovare una volta al mese, come hanno trovato scritto sul foglio illustrativo. In realtà il dépliant parlava di una visita al mese come frequenza minima delle visite. Ma gli eredi Pontecorvo, ligi per tradizione di famiglia hanno trovato molto rassicurante quella indicazione ed è stato comodo osservarla alla lettera.

Adesso è lì Carmine. Non più dottore, non più Pontecorvo. Qui le infermiere chiamano tutti per nome, per fare prima. Il regolamento vorrebbe un contegno più rispettoso, ma quando c’è da badare a vecchietti che non ci sono più con la testa, nessuno fa tante storie se ci si permette qualche libertà.
Adesso è qui Carmine. I suoi figli sono appena andati via. Non gli hanno lasciato una scatola di cioccolatini come a Benasssi o una mezza di torta alle pere come alla vedova Marini. Solo un quotidiano e una rivista. Lasciare cibo e dolci è contro il regolamento.
Adesso è qui Carmine e ha davanti altri ventisette giorni da aspettare per rivedere i suoi figli. E potrebbe scommetterci che non verranno una o due settimane prima. Perché lui è così, perché loro sono così e non c’è neanche qualcuno a cui dare la colpa.
Potrebbe scommetterci, certo, se scommesse e giochi d’azzardo non fossero contro il regolamento.

Voi siete qui

voi siete ancora quiArrivo davanti alla cartina e cerco l’indicazione. Vediamo prima di capire dove sono. Cerco riferimenti, le piazze più grandi le vie riconoscibili. Ecco sono qui.
Mi accorgo con un sorriso che la municipalizzata che ha appeso questa cartina dietro al plexiglas ha avuto la lungimiranza di metterci un piccolo adesivo colorato. Un cerchio rosso con la base appuntita. Una scritta chiara: voi siete qui.
Mi distraggo dalla mia destinazione. Penso a quanto questa frase sia ridicola, astraendola dal contesto.
Voi siete qui. Certo, dove potrei essere?
Il problema è che sento tutto il peso di questo istante fotografato. Statico, sì, ma non solo nel qui di questo momento. Statico sempre, irrimediabilmente.
Penso al piccolo adesivo rosso e a cosa penserebbe se potesse farlo. In mezzo a vie, passaggi, flussi. Lui invece indicatore di posizione che più fermo non si può.
Voi siete qui, rassegnatevi. Voi siete qui, proprio qui, solo qui. Voi siete ancora qui, non siete in nessun altro posto.
Ripiego frettolosamente questi pensieri come un giornale quando arriva il tram. Ma resta un alone di insoddisfazione.
Arriva l’autobus. Si aprono le porte e salgo.
Io (comunque) resto qui.

Il sibilo del bollitore

bollitoreAspetto. Aspetto il sibilo. Per me il sibilo del bollitore è musica.

L’ho riempito al massimo e l’ho messo sulla fiamma più larga. Tappando il beccuccio con quel tappo che, quando è ora, sa fischiare. Aspetto sempre all’ultimo momento per scegliere la tisana. Come per lasciarmi una sorpresa. Spesso poi non faccio una scelta netta. Ne faccio due di tisane. Distinte. Come se fare due scelte equivalesse a scegliere di più.  Ma questo è un difetto che mi porto appresso da sempre. No, non quello di farne due. Quello di non saper scegliere.

Ma poi arriva il momento in cui senti che comincia a bollire. Ed è un momento bello.
Ti gusti l’attesa di quel vapore che presto porterà nella stanza il profumo di chissà cosa.
È bella questa attesa, proprio bella. Perché ogni volta è nuova. E voglio quasi essere preso alla sprovvista. Tanto che spesso torno a fare quello che stavo facendo, dimenticandomi per qualche minuto del gas, del bollitore, dell’attesa.
Ma quando la sirena del bollitore comincia a fischiare la sua nota sola, sempre più forte, sempre più insistente, sempre più disperata, allora corro. Corro come un bambino va a scoprire cosa c’è sotto l’albero di Natale. Corro come un innamorato che sente il campanello della bici del postino. Corro come un cane che torna dal padrone.

Poi non importa se ho scelto tè verde o karkadè o finocchio o quale altro miscuglio. È l’attesa che termina con quel fischio quello che mi fa amare la tisana.