scrittura

La storia che non si lascia scrivere

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Non sapevo ancora che si chiamasse Giovanni quando l’ho visto per la prima volta. E pensare che quella è stata poi anche l’ultima mi sembra incredibile. Se ne stava seduto per terra, sul lungofiume lastricato, dove passeggiano i turisti. Una gamba la teneva distesa distesa e l’altra col ginocchio in alto.
Io senza badare troppo agli altri ho estratto un volantino e l’ho girato, per controllare che fosse bianco. Ho frugato in fondo allo zainetto per estrarre una matitina trafugata in un negozio di mobili. Ho preso appunti visto che il posto e la mia solitudine mi avevano dato quello che mi sembrava un ottimo spunto per un racconto.
Non so come se ne sia accorto, Giovanni, che quella non era una lista della spesa. Forse avevo più lo sguardo di chi mette a fuoco i personaggi e li anima. Che non è lo stesso di chi visualizza i prodotti sugli scaffali dell’iper.
Giovanni distendendo la gamba destra mi dice “Sai: anche io una volta scrivevo…”
“Scusi?” faccio io infastidito da quell’intrusione.
“Ho visto che scrivi: stai mettendo su quel foglio degli spunti per qualcosa da scrivere, vero? Si vede, sai!”
Un po’ mi disturbava questa invasione. Chi era questo. Un barbone, uno che voleva soldi, un ordinario tipo molesto?
Dall’aspetto non riuscivo a ricondurlo a nessuna di queste categorie e questo mi infastidiva sempre di più.
“Io ho scritto fino a quando non ho incontrato lei.”
“Lei chi?”
“No. Non lei chi? Lei cosa! La storia che non si lascia scrivere.”
Ormai mi ha catturato. Non me ne accorgo ma il mio sguardo è meno aggrottato e, con qualche sospetto, cerco di farmi spiegare.
“Avevo trovato la solitudine giusta ” – inizia Giovanni senza quasi ricordarsi di guardarmi negli occhi – “avevo trovato l’ispirazione perfetta. Sentivo che era valida. Che poteva catturare, interessare, colpire. E (cosa più rara di tutte) non era tutta fantasia. Aveva i piedi solidamente piantati nella realtà. Parlava di uno scrittore che incontra una storia così forte che lo sovrasta. E lei, la storia, decide di non volersi lasciare scrivere”
Lo guardo interessato ma non riesco a fare domande. Mi interessa davvero quello che dice. Potrei usarlo per un post.
“E anche io ho fatto la fine del mio protagonista. Ero così convinto della validità di questo spunto che non ho accettato compromessi. Alla fine questa storia non si è mai lasciata scrivere e adesso io sono qui. Come mi vedi”.
Trovo che sia uno spunto bellissimo. Voglio correre a casa, anzi, lascio perdere quello che stavo scrivendo e prendo qualche appunto.
Voglio che questa storia viva. Ma non mi accontenterò di raccontarla in modo approssimativo. Voglio che sia perfetta. Voglio che sia perfetta…

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in mezzo a Zoff-Gentile-Cabrini

zoffgentilecabriniOggi mi è successa una cosa davvero strana.
Sono stato a un workshop molto interessante sulla scrittura. Tenuto da Gallizio (Filippo Pretolani) e Carmine Mangone.  Molto bello perché non era un corso di scrittura creativa. Era una riflessione (coi piedi ben piantati) sulla collocazione della scrittura nel nuovo mondo. Mondo che non è fatto di carta e colla a filo per rilegare. E che non confina più la scrittura in un ambito giornalistico o letterario.
Non è vero che si legge meno. È che oggi si legge ovunque. Soprattutto fuori dai libri.
Mi sono innamorato di questa definizione e ho deciso di adottarla come scusa per la mia pigrizia di lettore.

Ma la cosa più strana che mi è capitata è vedere la sala popolarsi di facce note. Persone che non conoscevo di persona, ma che magari ho tra i contatti su twitter o tra gli amici di facebook. Persone con cui avevo interagito in modo virtuale diventavano persone vere. Una specie di immagine che da sfumata diventa sempre più credibilie fino a diventare reale. Un mio personalissimo zoo di personaggi.

Mi sembrava di avere trovato la tana del coniglio. O il passaggio segreto per entrare nella pagina dei miei eroi dell’album Panini. Ero io e quelle facce, quegli avatar, erano vivi. Io ero in mezzo a loro. Come trovarsi in mezzo a Zoff Gentile Cabrini Scirea… Oppure come essere il quinto scarafaggio che attraversa Abbey Road. Quando diventa del tutto secondario essere calzato o scalzo.
È stato bellissimo, veniva voglia di toccarli, di dir loro “esisti?”.
Ecco per me la scrittura è questo. È incontro è stupore è sorpresa è realtà.

(Oh: ce l’hai Pierino Fanna?)

Circolare

circolareDaniela aveva proprio il dono della sintesi. Scriveva in modo preciso, perfetto, appuntito. Proprio perché Daniela interpretava la sua vita in modo preciso, perfetto, appuntito.
Daniela è cresciuta nell’era di internet e dei social network. Così, quando sono nati i blog, le è sembrato naturale piantarne uno. E poi è stata brava a farlo crescere. Senza troppi concimi chimici, ma ricordandosi di dare acqua spesso e una bella luce diretta.
Quando poi si è diffuso twitter, Daniela è entrata e subito quella strana costruzione è diventata casa sua.
Daniela, infatti, non ha mai avuto ripensamenti da rampa delle scale. Quelli che ti fanno venir voglia di tornare indietro a dare le risposte giuste solo quando la discussione è chiusa a doppia mandata. No, Daniela è sempre stata veloce, pronta, reattiva.
E in questo mondo nuovo si è fatta notare velocemente. Rapidità, spirito, forse anche spregiudicatezza. Il tutto servito su un letto di cultura che non si vede ma si intuisce, lì sotto.
I suoi discepoli, che queste nuove religioni chiamano lettori o seguaci o follower, crescevano di giorno in giorno. Questo portava le sue parole a diffondersi sempre più velocemente. E portava la sua fama a crescere. E la sua credibilità a rafforzarsi. Ad avere una visibilità via via maggiore. E ad avere ancora più discepoli. In un efficace meccanismo circolare. Circolare.

Quello che era un gioco da fare nei ritagli di tempo, a un certo punto ha smesso di esserlo. Daniela è presente di giorno, è presente di notte, è presente. Parla di sciocchezze, magari, ma convince.
Qualcuno la nota, le propone di fare cose nuove. In radio, in TV, su riviste di bit e di cellulosa. Daniela partecipa, non si nasconde. Non lo ha mai fatto, neanche nel mondo vecchio.
Questa metamorfosi non ha un momento chiave, ma quella che era una  piacevole perdita di tempo si trasforma in occasioni, offerte, opportunità. Un lavoro. Un lavoro vero. Un lavoro di quelli che non puoi averli sognati, perché prima non esistevano.
Inizia questo lavoro e ci  si butta davvero. Col cuore e col corpo. Con quel tutto o niente che tanti lettori le invidiano. Una lavoro che l’assorbe molto. Viaggi, sere, weekend. I tempi della TV non sono quelli di un ufficio. Piano piano non trova più il tempo per twitter.
L’appagamento per questa nuova vita le regala un’esaltazione che la porta a sorridere di più. A rispondere in modo entusiasta anche ai “Come stai?” più distratti. Un’esaltazione piena e rotonda. Circolare.

Inevitabilmente la frequenza dei suoi interventi nei social network si dirada. Ormai li usa come una rubrica del telefono per salutare qualche amico, magari dal treno. Ma non è come prima. Il blog, e chi ha tempo per il blog?
Il lavoro così intenso la porta ad avere un eccesso di acido lattico esistenziale. Deve un po’ rallentare, lo sente. Si prende un po’ di tempo, qualche pausa.
Ma chi l’ha conosciuta nella fase di massima accelerazione nota questo rallentamento. I nuovi lavori vengono affidati ad altri. Non c’è calcolo, solo istinto. Le occasioni si presentano meno, tanto che Daniela cerca di capire, di razionalizzare almeno.
“Dopo questa pausa” – di dice – “ripartirò da dove mi sono fermata. Un passo indietro e due avanti”.
Riprende il blog in mano. Scrive cose belle ma sono pochi i lettori di un tempo. “Ma come, non è passato nemmeno un anno dall’ultimo post?”
Riprende twitter, i social network. Dice cose per lo più ignorate. I commenti che riceve le sembrano una risposta meccanica, di rito. Non sopporta più questo modo di comunicare. E si vede. È presente, ma il suo animo è diverso. E questo la porta ad un distacco progressivo, che lei stessa alimenta senza accorgersene. Una spirale di cui lei alimenta la spinta centripeta. Circolare.

Ormai non cerca gli amici e aprire il PC è una pena.
Non capisce dove, non capisce quando. Guarda quella bottiglia di whisky che è restata sul mobile della cucina. È lì da quando le feste finivano così. E lei ne era la regina.
Si versa un bicchiere, poi un altro. Cerca di piangere e non ci riesce.
Vuole ricominciare, vuole uscire da questa spirale. Cerca un brivido, uno spunto, un appiglio. Una scossa. Vuole.
Esce dalla porta finestra che dà sul terrazzo. Appoggia il bicchiere e si sporge. Cerca nelle vertigini, forse, quella scarica di adrenalina per ripartire. La volontà o l’alcol spostano il suo baricentro in modo pericoloso.
Quaranta minuti più tardi, sotto casa sua un lenzuolo esce dal bagagliaio di una pattuglia dei carabinieri per coprire quello spettacolo.
“Non c’è niente da vedere. Circolare!”
Circolare.