viaggio

Spegni e riaccendi

treniveloci

Dei treni di oggi mi piace il fatto che i posti sono prenotati, almeno su quelli a lunga percorrenza, alta velocità e caro prezzo.
Ma il fatto di arrivare e di sapere che ho il mio posto mi fa iniziare il viaggio con un umore migliore. Meglio ancora sono quei treni che hanno i sedili a due a due, come le corriere di provincia, o come gli aerei.
L’ultimo viaggio, però, mi è capitato un posto dei quattro centrali. “Beh, pazienza. Mi metto i miei auricolari, tiro fuori libri e appunti che tanto non riguardo e mi isolo come si deve”

“…usi… gnere…staluce?”
“Eh?!?” dico io cercando di essere cortese, mettendo in pausa senza togliermi le cuffie… “Come diceva?”
“Chiedevo se lei la sa spegnere questa luce?”
E mi porge un telefono diverso dal mio, con la lucina LED del flash accesa, bloccata.
Prima che io possa dire che non lo conosco, chiudendo l’intrusione con un mi spiace, mi ritrovo già lo smartphone in mano. Deve essere una cosa veloce, penso, e inizio a provare.
Cerco una app con una icona che ricordi una torcia elettrica o una luce d’emergenza, ma niente. Scorro a caso cercando un indizio ma ancora niente. Cerco le impostazioni, ma in questo IOS non so neanche come è fatto.
La padrona del telefono comincia a parlare, io l’ascolto poco. Lo fa con un modo strano, non invadente.
“Sto tornando da Milano, dove abita mia figlia, ha ventitre anni, studia arte…”
Io continuo a cercare di districarmi da quel compito che non ho cercato. Ma quando dice “mia figlia” alzo ancora gli occhi. Non mi torna l’età. Avrà quarant’anni, come fa ad avere una figlia ventenne che vive in  un’altra città? Ok, va bene tutto, ma qualcosa non mi convince. La selva di icone comincia a essermi straniera.
“È lì da poco e adesso aveva bisogno di me. Ho lasciato i due piccoli col padre e mi sono sentita in dovere di partire”

Alzo gli occhi. Questa voglia di raccontarsi mi fa sentire bene. Non so perché ma non sono in imbarazzo se questa sconosciuta mi racconta i fatti suoi. Tengo il suo cellualare in mano ma non lo sto più guardando.
“Eva e il suo ragazzo si sono appena lasciati. Insomma lui l’ha lasciata, l’ho capito dall’angoscia ingiusta che aveva addosso. Da come mi telefonava. Dal bisogno non espresso che aveva di me. Perché una mamma queste cose le capisce sempre. Magari poi non sa come affrontarle, ma le capisce…”
“E cosa si dice in questi casi?”
“Mah non so…” sorride. Come se dovesse darmi la risposta giusta che non conosce.
“Solo che il fatto di essere andata a trovarla, l’ha fatta sentire bene. Ha persino cambiato le lenzuola e fatto finta di non fumare. E poi mi ha portato nella sua vita. A teatro, dove fa qualche lavoretto. E poi coi suoi amici strampalati. E soprattutto mi è stata vicino e ha parlato parlato parlato parlato e parlato. E parlato ancora. Tanto che non sapevo più cosa dirle, davvero!
E infatti ho fatto la cosa più sensata che potessi fare: starla a sentire. Senza correggerla, senza suggerire niente. Senza darle solidarietà o consigli banali. Solo fare vedere che c’ero” Si corregge subito “Che ci sono”. Dice quel ci sono con una bella, invidiabile fierezza.

Io penso ai miei di figli. “Io ne ho tre, ma sono piccoli. Vanno alle elementari. Stavo riflettendo a quando, un futuro, mi troverò anche io nella stessa situazione. Sempre che ai papà qualcuno abbia voglia di raccontare queste cose…”
“Io davvero… non so… ma anche una mamma non sa come affrontarle”
È una donna magra, alta, mani lunghe. Un aspetto molto piacevole, ma del tutto naturale. Forse senza trucco, comunque senza trucchi evidenti. Di strano ha solo un paio di scarpe assurde, a metà tra ballerine e scarpe da tennis. Gradevolmente brutte. Anzi no: decisamente brutte. Leggo sulla copertina della sua agenda che si chiama Anna. Sì, Anna è anche un nome che le somiglia.
Riprendo il mio ruolo di assistenza tecnica  e cerco la soluzione per il suo telefono. Ma è passato del tempo e la tastiera si è bloccata. Glielo devo restituire e un po’ mi spiace.
“Si è bloccata la tastiera. Non ho trovato la soluzione. Magari spegnendolo e riaccendendolo va a posto”. Ok, ho detto una banalità, ma magari funziona. Funziona sempre questa cosa di spegnere e riaccendere. Chissà se anche con i figli, quando sono in crisi, si può fare qualcosa di simile. Chissà se con Eva e Anna funziona questo trucco di spegnere e riaccendere. O forse basta stare vicino, vedere che la tua disperazione sta a cuore a qualcuno. Riprendersi dai baratri, risalire.

“Ah grazie. Funziona. Grazie mille”. Un sorriso pieno di gratitudine.
Cerco un pretesto per fare altre domande, per chiedere, per sapere. Ma non trovo niente e torno a ascoltare la mia musica. In un giorno in cui sento che la mia bossa-nova non è mai stata così noiosa.

Volare basso volare alto

takeoff

Spesso noi genitori ci troviamo la mattina in mutande a urlare “Vèstiti e non fare casino a quest’ora”. Che a pensarci bene non è proprio il massimo della coerenza. Ma alle sette e dieci di mattino la FIFA ha vietato le partite condominiali tra giocatori di sette e otto anni. E soprattutto le risse in campo e le rovesciate.
Quindi mentre mi faccio la barba mi capita di intervenire e di squalificare campi, espellere giocatori, comminare giornate di squalifica.

Visto che i vari DASPO contano poco, viene il sospetto che i piccoli giocatori-hooligan non vengano su nel modo migliore. Sembra che inizino a “rispondere” in modo maleducato e soprattutto a dover essere controllati perché cercano sempre di fregarti. Le partite infatti sono a porte chiuse, nel senso più stretto del termine. Sapendo di fare qualcosa di sbagliato si chiudono in camera e comincia l’incontro.
Magari con lo spazzolino in bocca, magari con il grembiulino blu, magari più che segnare lo scopo è fare a botte.
Ma quello che li accomuna è che, quando arrivano le ispezioni sono tutti angioletti. La palla è sparita in pochi millisecondi, le braccia sono aperte coi palmi in su (per dichiarare innocenza) e soprattutto gli occhi sono sgranati e increduli, che neanche il miglior Totò Schillaci!

Sbuffiamo, sgridiamo, andiamo avanti e un dubbio di non essere abbastanza bravi come genitori ci viene.
Poi capita che andiamo qualche giorno a Barcellona per le vacanze di Pasqua. Durante la preparazione per il decollo Federico si mette a disegnare, facendosi richiamare per il tavolino aperto. Chiara si mette a leggere. Luca invece è silenzioso. Si gira verso di me (che sono dall’altro lato del corridoio) e ammette mal volentieri “Non sono tanto tranquillo”.
Capisco che, imprevedibilmente, ha paura del decollo e sta chiedendo aiuto. Faccio un cenno con gli occhi a Chiara che, meravigliosamente, capisce al volo. Protettiva e sorella maggiore come non mai gli dice “Non preoccuparti” e gli sorride. L’aereo prende velocità e decolla e io guardo le due manine, una sull’altra, appoggiate sul bracciolo della fila 33. Luca è meno preoccupato. Chiara è silenziosamente fiera del suo ruolo.

E io penso che forse sì, forse stiamo facendo un buon lavoro.

L’esatto contrario

 

riflessi

Sarà che il treno lo prendo poco, sarà che non so mai come mettere le gambe, sarà che non riesco mai a isolarmi del tutto. Sarà che quando metto un libro nello zaino io penso a che bel momento è il treno, per leggere in santa pace. Saranno tutte queste aspettative, che continuo a fissare troppo alte per gli standard delle ferrovie italiane. Sarà quel che vuoi, ma poi i miei viaggi non sono mai quel paradiso che pensavo.
Ci sono gli altri che parlano, che dicono, che fanno. E il mio orecchio non ha disciplina e segue loro. E piano piano anche il mio occhio, che avevo spinto a seguire le righe di un libro con moto da spola di telaio, finisce per farlo meccanicamente. Il cervello non segue più l’occhio, ma l’orecchio. Allora mi fermo a guardare fuori. E penso ai viaggi in treno, penso a quella campagna che scorre di fianco: veloce vicina, quasi immobile all’orizzonte.

Ma una volta, per caso, mi è apparsa una ragazza. Io guardavo fuori, certo. Ma lei era lì, nella traiettoria del mio sguardo. Per un attimo mi sono spaventato e volevo gridarle: “Cosa fai li fuori, sei pazza? Entra: è pericoloso lì!”
Ma poi mi sono accorto che quella ragazza intrappolata fuori era solo il riflesso di un’altra ragazza, identica e opposta, che era seduta di fronte a me.
Io e quella che per capirci chiameremo “vera” non avevamo niente da dirci. Anzi: sarebbe stato addirittura sconveniente scambiarci due parole. Che banalità quella cordialità da treno fatta di frasi fatte che, a giudicare dalla noia, sono fatte di roba tagliata male.
“Bella giornata vero?” (Mah, come ieri direi…)
“C’è un caldo in questo vagone?” (Più che il caldo è la gente…)
“Lei dove scende?” (È un frecciarossa, scendiamo tutti alla prossima stazione…)
Ma quel gioco di cristalli atermici e di sole che dondolava senza ritmo da una parte all’altra dei binari mi faceva apparire a tratti quella ragazza fuori dal treno.

“Ciao” le ho detto senza pensarci. E lei mi ha risposto con un cenno.
“Cosa fai lì fuori, non è pericoloso, non cadi?”
Ho immaginato che mi dicesse “Guarda, ogni tanto ho bisogno di stare un po’ da sola. Non è cattiveria, è che devo mettere un po’ di ordine in questi pensieri”
“Bello, quasi quasi vengo anche io. Non c’è troppo vento?”
“Ma no, non si sente neanche”

Allora sono uscito anche io e ci siamo messi a parlare. Di cosa stessimo leggendo, di che musica avessi nelle orecchie, del motivo di quel viaggio.
Il viaggio è volato e quando è arrivata l’ora di scendere ho visto che qualcosa era successo. Qualche cosa di importante visto che mi sembrava inevitabile ormai coniugare tutti i miei pensieri in lei. Notavo in quel riflesso il mio stesso sguardo e questo mi riempiva di qualcosa di nuovo di bello.

Poi, per scendere dal treno sono tornato nel vagone. Ad un certo punto ho distinto nettamente il mio stare dentro il vagone dal me stesso che ha viaggiato fuori. Anche la ragazza seduta di fronte, che durante tutto il viaggio ha sonnecchiato ascoltando musica improbabile, si è trascinata in piedi. Stava goffamente trascinando il trolley giù dalla cappelliera. Non sapevo se aiutarla. Mi ha guardato per un attimo e non ha sorriso. L’ho lasciata fare.

Quei due fuori, invece, del tutto incuranti della stazione, delle porte aperte, dei respingenti, continuavano a parlare come se niente fosse.
Ho fatto la fila a piccoli passi per scendere dal treno. Un attimo prima mi sono girato e loro erano ancora lì a parlare e ridere. Per un attimo si sono girati verso di me e con lo sguardo mi hanno sgridato: “Ma perché ci guarda questo? Pensa di essere uguale a noi? Non si rende conto che siamo l’esatto contrario? L’esatto contrario.”

Il blocco della valigia

valigiaLo so, a tutto questo non hanno ancora dato un nome. E se ci pensate bene è strano, perché tutte le psicosi, fobie e manie hanno ormai un nome. Ho sentito chiamare con un nome persino la paura che le ginocchia si piegassero all’indietro. Davvero eh! L’ho sentito per radio!
Io ho un blocco incredibile quando devo fare la valigia. Non è pigrizia, non è che sia stato abituato a farmela fare. Non è che non so cosa metterci.
E’ proprio un blocco. Rimando, procrastino, impilo degli improbabili “la faccio dopo”.
E quel dopo non arriva mai. E l’ansia cresce, impercettibilmente ma in modo visibile.

Chiariamo una cosa. Io se serve stiro (ok, poco ma lo faccio!)
Io preparo tutti i giorni la colazione. E la notte sto bene se c’è la cucina pulita. Se perdo un bottone dalla camicia me lo attacco io. Non mi tiro indietro, non mi piace farmi servire. Ma fare la valigia, niente. Ho un blocco.
Rimando così tanto che alla fine ho un’ansia così forte che sbaglio tutto. Metto cinque magliette se vado via per due giorni e magari mi dimentico il beauty case.
Una disfatta, su tutta la linea. Quando riesco a superare questo blocco poi sono svuotato, annientato. E scopro che quasi tutti i miei coetanei (vergogna!) si fanno fare la valigia da altri. Di solito una moglie paziente o che non si fida.
Io no, non lo farei mai.

Voglio superarla questa cosa. L’alternativa (a cui sto pensando seriamente) è smettere di viaggiare.

 

Storia minima e fastidiosa di due gocce di pioggia

Due gocce di pioggia - Storia minima e fastidiosa di due gocce di pioggiaErano proprio due gocce d’acqua. Certo, si assomigliavano. Ma non voglio dire che erano “come due gocce d’acqua”. Com’è difficile uscire senza danni dalle frasi fatte! Dai, ricominciamo.
Ma prima spegnete tutti i recettori di metafore, allegorie, similitudini. Perché questa è una storia vera! Una storia minima, inutile.

Avete presente una goccia d’acqua? Ecco!
In quel temporale estivo ce n’erano tante. Scendevano pigramente, quasi parallele. Cadevano verso alberi, prati, sassi, strade, polvere, tetti, biciclettine rosse lasciate sbadatamente in cortile.

Due di quelle gocce si conobbero nel breve tragitto tra nuvola e suolo. La loro leggerezza rendeva la caduta alquanto lenta.
La poca convinzione del vento poi, fece in modo da farle restare vicine per tutto il viaggio.
Come tutte le giovani gocce appena nate, avevano gli occhi pieni di sogni e di progetti.
“Io voglio trovare il modo di arrivare al mare. Seguirò le altre. Diventeremo pozzanghera. Poi rivolo, ruscello. Con un po’ di fortuna torrente.”
La portata del corso d’acqua cresceva di pari passo al crescere del suo entusiasmo.
“Oh sì, certo! Ce la faremo. Diventeremo fiume, ne sono certa! E quando saremo fiume, va da sé che da affluente arriveremo giù, giù, giù, dove il corso è lento e tutti gli affluenti donano al grande fiume la loro liquida ricchezza. E da lì arrivare al mare sarà quasi cosa fatta!”.
Senza rendersene conto aveva smesso di guardarsi attorno o di guardare in faccia la goccia che aveva vicino. Sognava. E quel futuro lo vedeva davvero. Con gli occhi. Riusciva a vederlo, tanto lo voleva.

La seconda goccia trovava terribile questa perdita di identità, questa omologazione. Questo essere qualcuno solo assieme agli altri.
“Invece io voglio trovare un’altra strada. Non voglio seguire le altre. Voglio rischiare. Anzi: voglio poter rischiare”. Sul suo volto lo stesso sguardo sognante. Solo declinato su sogni diversi.
Adesso sì che si somigliavano come due gocce d’acqua.
Caddero vicine. E ognuna, casualmente, ebbe davvero il destino che sognava.

La prima, alla fine, arrivò a essere mare.
La seconda cercò nuovi percorsi. Al mare non ci arrivò mai. Evaporò qualche ora più tardi.

E’ un vero peccato che questa storia sia così stupida e corta, da non suggerirmi chi aveva ragione. La trovo davvero fastidiosa!

Prodigi e meccanici

Cercando le chiavi della cantina, gli tornò in mano quella bottiglia.
Era una bottiglia trasparente di plastica, da un litro. L’etichetta era stampata in casa e riportava una scritta con troppe abbreviazioni e iniziali maiuscole. Santuario del Sasso – B. V. Maria – Acqua Santa Benedetta.
La tenne un attimo in mano dimenticando cosa stesse cercando. Invece di rimetterla a posto, la appoggiò sul ripiano dove di solito svuotava le tasche rientrando a casa. Così, come per lasciarla in sospeso. Come per pensarci dopo. Trovate le chiavi, riprese il binario dei suoi pensieri abituali.

Il giorno dopo quando si mise nel traffico di routine, la caricò in macchina. Voleva riportarla a sua suocera. Ma prima doveva trovare le parole giuste.
Con sua suocera, per dirla tutta, aveva un rapporto molto migliore di quanto si potesse intuire dalle battute in ufficio. Era solo un personaggio, quella usata coi colleghi. Una specie di maschera.
Ma quella bottiglia da un litro, davvero, non si poteva vedere. Cercando le parole, sondò un’analogia forse blasfema, coi cornetti napoletani. Quelli che scacciano il malocchio senza ombra di dubbio. Ecco, tutta la religiosità sembrava degradata a un amuleto.
E poi quell’etichetta! Le righe orizzontali della sagoma della bottiglia davano un aspetto ancora meno autorevole al tutto. Il tappo di plastica, fissato come l’etichetta con nastro adesivo di carta… Doveva essere un imbianchino, il sacro imbottigliatore. O almeno un bricoleur. O probabilmente lo stesso che vendeva i cornetti. Alternando giorni e ricorrenze.
Ma ormai aveva deciso. L’avrebbe riportata alla speranzosa donatrice. Ma prima le parole. Le parole giuste. Quelle le avrebbe dovute calibrare bene. Per non offenderla.

Giacomo non era un maniaco di automobili. E la bottiglia si adagiò indisturbata nel sacchetto polveroso in cui il conducente si illudeva di tenere in ordine (nell’ordine): guide del touring, corde elastiche, lampadine di riserva, tuttocittà con quasi tutte le pagine e altre diavolerie che sfuggono ad ogni elenco e ad ogni logica.

Dopo qualche mese la spia rossa con un simbolo misterioso si mise a fissarlo dal cruscotto. A lui sembrava un ghiacciolo. Ma senza dubbio doveva simboleggiare qualcosa di ben meno rassicurante. Accostò e si fermò alla prima piazzola SOS dell’autostrada. Trovò sotto il sedile del passeggero il libricino Uso e manutenzione e scorse le pagine delle spie luminose, come fosse il libro degli identikit della polizia.
Eccolo, finalmente. “Surriscaldamento del liquido di raffreddamento”. Cosa fare? Ecco: Silvano poteva saperlo. Giacomo, senza dirlo, lo considerava affidabile su questioni di auto e di case. E poi avevano un modo simile di ragionare sulle questioni di buon senso. Lo chiamò sul cellualare.
“Ah, mi è capitato tanti anni fa. Aggiungi acqua, vai piano e fermati assolutamente al primo distributore. Attento a quando apri il radiatore che se bolle ti salta il vapore in faccia. Usa uno straccio. Versala piano che crepi tutto. “ Seguirono altri dettagli credibili, frasi brevi, perentorie, gentili.

Giacomo trovò straccio e tappo del radiatore. E in fondo al baule trovò solo una vecchia bottiglia di Acqua Santa Benedetta. La riconobbe. Ebbe una esitazione. Ma poi pensò che non stava facendo niente di male e la fece colare con lentezza nel radiatore. Guardando il filo di acqua che scendeva e diventava irregolare, qualche remora l’aveva. Ma se ne fece una ragione.

Al primo distributore si fermò. Contento di trovare una poco credibile scritta “Autofficina”. Ma uscì un uomo con la tuta blu ed arancione che si puliva le mani con uno straccio unto. E questo lo tranquillizzò più della insegna. Aprirono il cofano e il meccanico lo fissò alto quasi senza guardare.

Passando ripetutamente dal tu al lei il meccanico emise la sua sentenza.
“Guardi che qui stava per bruciare tutto: non lo so neanche come hai fatto, è un miracolo che c’avevi l’acqua che da metterci. Che se aspettavamo un minuto di più la buttava, la testata. E eran milioni”. Evidentemente i meccanici di quella tratta le esclamazioni non le hanno ancora convertite in euro.
Giacomo non aveva un’idea chiarissima di cosa fosse una testata. Ma quella frase gli si era stampata in testa in testa.
Ringraziò il meccanico, che tra l’altro non volle niente per il consulto.
Riprese il viaggio, portando impressa quella frase.
“…è un miracolo che c’avevi l’acqua”

“…è un miracolo che c’avevi l’acqua”
No, è un caso.
Ma accelerando non riusciva a seminare il suono di quelle parole.

Poche molecole

slivovitza, slivovitz, grappa alla prugnaDal viaggio nella ex Jugoslavia dell’estate precedente avevo portato a casa una bottiglia di grappa alla prugna. Si chiamava Šlivovitza. Scritta così, col cazzillo sopra la s, che rende il suono una sc- di sceriffo.

Una di quelle grappe che vendono ai lati della strada, alle macchine di passaggio con l’adesivo di un pease europeo. Un negozio improvvisato: una cassetta da frutta ribaltata per sembrare un tavolino. Poche bottiglie, nessuna uguale all’altra.
Già il fatto di averla trovata per caso e sul posto mi sembrava speciale. Sembrava di essere “entrato” nella tipicità di un luogo, svestendo i panni del turista e basta.
Poi anni dopo parli con gente che abita nell’oltrepò pavese e che si mette la domenica vicino alla statale a vendere vino fatto in casa ai Milanesi che rientrano dal week-end. E già il fatto che lo chiamino “vino per milanesi” ti fa capire tutto.
In quel momento io ero il milanese (europeo), che comprava il vino (grappa), dal contadino pavese (croato).
Ma avevo l’infantile soddisfazione di aver trovato il posticino quello che se vuoi ti spiego dov’è, che vedrai!

Qualche mese dopo mi capita di andare, col mio fido scudiero Marino, a vedere una partita di calcio di Serie C2. Erano quelli i gironi del nostro blando tifo calcistico.  Era una Pro Sesto – Mantova. Era dicembre. Faceva freddo. Mi viene in mente di portare un goccino di grappa alla prugna.
Cerco un recipiente adatto e trovo una bottiglietta di plastica che avevo usato l’estate prima per portare in campeggio il detersivo.
La lavo bene. Non basta: la rilavo bene. Ancora: la lavo bene bene. Poi ci metto dentro un po’ di šlivovitza. La partita è fiacca. Tiro fuori la mia specialità e (orrore) il profumo della prugna è sovrastato da quello del detersivo.
Ero così fiero del mio prodotto tipico che ho insistito. “Non si sente poi tanto, dai”. Persino uno di bocca buona come Marino, mi prende ancora in giro.

Oggi penso a quelle poche molecole di detersivo profumato. Un particolare. E penso a come siano riuscite a rovinare quella poesia.

Laku noc da Mostar

Ho scambiato qualche messaggio e qualche riflessione con un’amica che stava per iniziare un viaggio per i paesi della ex jugoslavia. Ne ho preso spunto per un post di qualche giorno fa, chiedendomi cosa sognino i ragazzi di venti anni. E come questo sia un metro valido per annusare un paese.

Stamattina ho aperto la posta e trovo un messaggio stringato.
“Laku noc da Mostar, sono appena arrivata qui e la croce del monte hum spicca su tutto”

Mostar l’ho visitata quando la guerra era appena finita. E le ferite ancora vive. Sia quelle dell’artiglieria, sui muri delle case; sia quelle nella gente, impossibili da stuccare.
Laku noc è buona notte. Anzi di più. “Lak” è tranquillo, sereno, pacifico. Come il sonno dei giusti. Ho sempre pensato che sia il modo più bello di augurare di addormentarsi.
Mostar mi è rimasta nel cuore. Con le sue ferite, con la sua umana fallibilità.
Laku Noc, Notte Serena.

Come potete non andare a Disneyland Paris?

eurodisneyAbbiamo deciso di andare a Parigi fuori stagione. Che è un controsenso, perché non c’è una stagione giusta per visitare una città viva. Ma ottobre andava bene e siamo partiti. Anche per prenderci una piccola rivincita su una estate con qualche preoccupazione di troppo.
Partiamo con bagagli a mano e tre bambini per mano.

Ma ancora prima di partire un coro di consiglieri mai interpellati,k ha cominciato con la litania: “Ma quando andate a Disneyland®Paris?” “Ma come non andate a Disneyland®Paris?” “Non potete andare a Parigi senza andare a Disneyland®Paris“.
E così via, in un crescendo di intensità e di necessità.
Tanto che persino io, che volevo portare i bambini a vedere Parigi (intesa come capitale francese, non come sobborgo di Disneyland®Paris) ho cominciato a farmi venire qualche dubbio.
Cominciavo a chiedermi: “Magari è una inutile privazione. Magari è una rinuncia decisa da me e inflitta ai piccoli”. Ma abbiamo tenuto il punto.
Perché ci sembrava assurdo, in soli quattro giorni, perderne un paio per un parco divertimenti.

Alla fine abbiamo camminato. Abbiamo visitato il Museo d’Orsay, il Louvre, la Torre Eiffel, la Tuileries, Notre Dame, la reggia di Versailles.
Siamo stati al Museo della Scienza e dell’Industria in uno spazio fantastico per i bambini. Siamo saliti sul sottomarino Argonaute.
Abbiamo passato un giorno al Centre Pompidou, con un piccolo treenne che con la Reflex al collo ha deciso che Mondrian “sono solo righe”. E siamo stati con matali nella sua Blobterre. E la stessa autrice si è sforzata di raccontarlo ai miei bimbi nel suo inaspettato italiano. Si sono mascherati, hanno parlato, hanno partecipato a questo mondo. Sono stati guardiani della biodiversità, signori della pioggia e delle piante.

Alla fine lo spettro di Disneyland®Paris si è fatto vivo solo all’aeroporto. Quando famiglie intere indossavano felpe tutte uguali, bambini trainavano trolley pixar® e bambini omologate avevano cerchietti per i capelli con il fiocco di Minnie®.
Con inaspettata generosità, mi sono sentito dire “E’ una delle vacanze più belle del mondo”.
A questo non devo aggiungere niente: solo dedicare questa vittoria morale al sindaco di Topolinia.

Segreteria telefonica

[lasciare un messaggio dopo il segnale acustico…]
…Hai ragione tu, vecchio amico. Hai ragione sul fatto che è stupido che io ti lasci questo messaggio. (Che poi, quando la riascolto in segreteria, la mia voce mi sembra sempre insicura e gracchiante. Ma non è di questo che volevo parlarti). E non so neanche se avrò tempo  di finire il discorso, visto che non so quanto tempo di registrazione ho davanti.
Inizio subito: ho letto nel tuo blog di quanto ci tieni alla tua vacanza negli Stati Uniti. E ho una sensazione doppia, ambivalente. Da una parte sono contento per te: è bello avere un progetto. E’ motivanti, fa sentire vivi. E un po’ ti invidio per questo. Dall’altra ho paura che tutta questa attesa sia pericolosa. Non vorrei che tu ci mettessi troppe aspettative in questa NewYork. Non vorrei che fosse la scusa per non vivere adesso. No eh! Non chiedermi cosa voglia dire “vivere adesso”. Tanto non è questa la domanda.
Una volta in un tema, ho dovuto confrontarmi con due parole “Vivere aspettando”. Era questa la traccia. Due parole soltanto. Ma due parole che mi hanno dato da pensare, se dopo tutto questo tempo le ricordo ancora. Beh, buon viaggio amico mio. Solo una cosa: non portarmi t-shirt e non mandarmi cartoline. Ricordati solo di vivere. Sia là che qua. Sia prima che dopo. E non aspettarti l’El Dorado. Soprattutto perchè…
[lo spazio per la registrazione è terminato]