imprevisto

Come acqua che scorre

Le nostre vite fluiscono lentamente. Spesso non ci rendiamo conto di quanto tutto scorra ordinatamente fino a quando un ostacolo improvviso si mette di traverso e fa da diga ai nostri piani. Un progetto che non dà il risultato sperato, un amore non corrisposto, una ambizione che dobbiamo ridimensionare.
A volte è anche una malattia che ci fa ripensare a quanto siamo piccoli e vulnerabili. Noi che nel traffico quotidiano ci sentiamo invulnerabili nelle auto di latta delle nostre abitudini. E se qualcosa ci disturba siamo allenati a inveire o ad alzare il volume e cantare più forte.

Se invece ci fermiamo, anche solo per un attimo, anche solo uno, a guardare l’acqua di un torrente alpino, abbiamo subito la misura della nostra piccolezza. Gocce d’acqua portate in alto come vapore, ma che adesso corrono contorte, senza sapere bene la direzione del mare. Ma a tastoni la trovano e scendono spostando sassi, grattando salici, scavando buche.

E provaci tu a costruire una diga di sassi, per giocare coi bambini. Ti rendi subito conto che non la contieni. L’acqua era lì da prima e sarà lì dopo di te. E scava il suo letto con una passione e costanza tale che non ti basterebbe tutta una vita per riuscire a concepirla.

Allora non ci resta che sederci di lato. E ringraziarla, quest’acqua, per l’ennesima lezione che ha voluto darci e che noi, studenti svogliati, probabilmente finiremo per dimenticare in fretta.  Per tornare a sentirci grandi, potenti, sufficienti.

L’imprevisto

ferrovia

Quando i lavori per la costruzione delle Grandi Ferrovie Occidentali terminarono, a poco a poco tutte le maestranze presero quel treno e andarono oltre. Verso quell’ovest che sentivano di avere costruito, per ricominciare un’altra vita con qualche soldo e qualche anno in più.
Joseph Everson Stable invece rimase. La Compagnia li aveva già i suoi capistazione. Li aveva fatti arrivare dal capoluogo e li stava spargendo lungo tutta la nuova tratta a distanze regolari, come semi di girasole. Ma oltre a questi impiegati in maniche di camicia, serviva personale per i lavori di manutenzione. Personale da cercare sul posto.
Controllare che la cisterna dell’acqua fosse sempre piena, per riempire la caldaia delle locomotive a vapore; spalare il carbone nel silos di riserva, rimettere le tegole di legno sulla piccola stazione, convincendole a martellate dopo ogni dispetto stagionale del vento. Questo era il lavoro. Oltre che, naturalmente, tenere in piena efficenza i binari.
Joe si era dimostrato in quegli anni un grande lavoratore: rispettoso, affidabile, silenzioso, tenace e discretamente forte. E questo lavoro gli venne proposto quasi di getto, senza neanche dover fare lo sforzo di pensare a qualcun altro.
Dal canto suo, Joe non era abituato a pensare tanto al futuro: non si era fatto un’idea precisa di cosa avrebbe fatto dopo i lavori della ferrovia. Quindi accettò subito l’offerta come si accetta un temporale o un plenilunio. Con poco stupore, con poche domande, con la sensazione di compiere un qualcosa di naturale.
Iniziò subito questo lavoro con precisione.
Sotto il caldo di quelle praterie che a passarci in treno sembrava sempre uguale, anche le modernissime rotaie del tipo Vignoles andavano controllate. Bisognava battere ogni singola rotaia per sentire se il ferro rispondeva sempre con lo stesso suono. Sempre. In caso contrario si doveva subito telegrafare e provvedere al più presto a rimettere in sesto, sostituire, mettere in sicurezza.
Il caldo fermo dilatava i binari. Il freddo umido gonfiava le traversine su cui poggiavano e le gelava. Il controllo era una questione da non sottovalutare. Joe Stable partiva secondo un programma preciso e stava via settimane. Uno zaino che aveva imparato a tenere leggero, acqua, il martelletto leggero col manico lungo con cui picchiare con frequenza regolare i suoi ton sul binario di destra e ton su quello di sinistra.
Ton ton il primo metro, ton ton dopo dieci miglia, ton ton dopo un anno. Solo quel ton ton nella pianura così grande che a ogni partenza sembrava inghiottirlo. Solo quel ton ton e silenzio senza parole. Solo le parole di chi ronza, gracida, fruscia. Ton ton, tutta la stagione solo quel ton ton. Tanto che anche quando arrivava nella stazione successiva non trovava conforto nel tornare tra la gente come lui. In quel silenzio aveva preso ad abitarci comodamente.
Il tempo passava e Joe continuava con precisione a svolgere il suo lavoro. Ton ton di anno in anno, sempre ton ton.
E quando lo vedeva passare quel treno lo sentiva da lontano. Prima come una vibrazione sui binari, poi l’affanno della locomotiva. E si faceva da parte, quasi senza voltarsi. Sentendolo suo quel prodigio della tecnica che squarciava la pianura per sparire poco dopo.
Ormai la gente aveva un aspetto diverso da quando, decenni prima, aveva iniziato questo lavoro. Ormai lo chiamavano il vecchio Joe. Non stava molto ad ascoltarli, preso dalla serietà con cui interpretava il suo lavoro.
Ton ton, tutta la vita ton ton.
Il vecchio Joe sparì proprio in mezzo a quella prateria. Giorni dopo ritrovarono il suo zaino e il suo martello di fianco a un binario che chissà per quale motivo si era spostato dalla sua sede. Era una mattina di aprile.
Qualcuno prese il martello e fece ton tin. Non il solito ton ton: ton tin. Ma non ci fece caso nessuno.
Dissero che era impazzito, che era stato preso dai coyote, che si era stancato. Non lo ritrovarono più e finirono col dimenticarlo presto.
Forse si era solo allontanato dalla ferrovia, prendendo sotto braccio quell’imprevisto.
Ton tin.