La moneta da cinque zecchini

zecchini

 

“Non serve mica avere tanti zecchini per essere gentiluomini”. Questo ripeteva spesso, quando era in vita, Messer Baldonazzo, padre di Bernardo de’ Baldonazzi. Anche nella famiglia di Sismondo dei Pancaldi veniva espresso, con altre parole ma con sguardi simili, lo stesso concetto. I giovinotti Bernardo e Sismondo crebbero entrambi lontani dal lusso, ma grazie al cielo anche lontani dalla fame più nera e vicini a insegnamenti pregni di buon senso.
Erano quasi adulti quando si conobbero e cominciarono a frequentarsi e a incrociare i loro affari. Una indefinibile affinità li portò a sentirsi simili e a fidarsi l’uno dell’altro. Ancora a bottega dai rispettivi padri, andavano come mercanti nelle piazze dei borghi vicini.

Quel sabato di fiera, a Sismondo capitò un buon affare. Si trattava di comperare uno stallone che valeva certamente molto più del prezzo che gli altri erano disposti a pagare. Un ottimo ritorno con pochi rischi, se solo si avessero avuti nella saccoccia tutti gli zecchini richiesti. Ma non era il giorno giusto e Sismondo aveva impegnato in altre adoperazioni tutte le monete a sua disposizione. Vedendolo in queste tribolazioni Bernardo si offrì di aiutarlo. “Mi fido della tua parola. Ti posso dare oggi la moneta da 5 zecchini che ti manca per il tuo affare. Me la renderai entro la Pentecoste”.
Sismondo si illuminò due volte: per vedere di nuovo tornare possibile il buon affare che pensava ormai sfuggito. E per il gesto di quel coetaneo che non aveva mai avuto l’occasione di chiamare amico.

Va però detto che la moneta da cinque zecchini era d’argento, mentre era d’oro quella da dieci. Ma quell’estate una improvvisa guerra in Dalmazia portò a una chiusura quasi totale dell’estrazione e del commercio dell’argento. Di lì a poco anche il re si vide costretto a mettere fuori corso la moneta da cinque zecchini.
Sismondo, che era uomo di principio, decise di restituire lo stesso il debito. Ma non avendo più nessuna moneta da cinque zecchini tra le mani, non potè fare altro che restituire la moneta da dieci zecchini.

Questo portò un leggero smarrimento in Bernardo che da creditore, passò di colpo ad essere debitore. Fece passare qualche giorno, in cui invero dormì poco e male, e decise di restituire a sua volta la somma di dieci zecchini.
Non era una rivalsa, non una vendetta. Non era neanche la volontà di puntualizzare. Era un limpido senso di gratitudine accompagnato dalla fiducia nel proprio interlocutore. Era una amicizia discreta che cresceva in dare e in avere. Che cresceva rinunciando intrinsecamente all’idea di saldo e di pareggio.
Passavano gli anni e questo avere e dare era diventata una consuetudine affettuosa. Ormai nessuno dei due aveva realmente bisogno di una moneta da dieci zecchini. Tantomeno da quella ormai introvabile da cinque.
Dopo molti decenni finalmente il mercato dell’argento riprese una certa vitalità e il nuovo sovrano decise di riprendere l’uso della moneta d’argento da cinque zecchini.
Ma nessuno dei due uomini aveva ormai interesse a estinguere l’antico debito. E continuarono, fino alla fine, a credere in un’amicizia fatta di fiducia e di disponibilità a dare ogni volta un po’ di più di quello che si riceve.

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16 comments

  1. Oh un bel racconto di Natale … :D, scherzo, allora, sempre bravo, anche nella veste di favoliere, sempre lieve ed aggraziato. Amicizia e fiducia per me sono due concetti assolutamente inscindibili, se manca uno manca l’altro. Facciamo così, ti auguro io Buon Natale così tagliamo la testa al toro e tu puoi evitare di farlo (che lo sai che qualche difficoltà natalizia io l’ho).

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