racconti

Cenere ritornerai

urna cineraria

Silvia, nel suo ingombrante pudore da primogenita osservò: “Ma… in una scatola di latta?”
Tommaso, il secondo: “Beh, certo. Già che ci tocca fare questa roba. Almeno non farci proprio beccare…”
Agnese, come se fosse lì per caso: “Perché? Dite che è illegale?”
“Certo, Agnese, sveglia. Pensi che sia normale spargere le ceneri in un incrocio?”
Invece di rispondere, la piccola di casa, oramai cinquantenne, prese il foglio che le aveva consegnato il notaio. E rilesse per l’ennesima volta quelle grottesche istruzioni. Ma più che un rito postumo, sembrava la parodia di una caccia al tesoro.

“Chiedo che i miei figli Silvia, Tommaso e Agnese si presentino alle nove di una mattina entro due mesi dalla mia morte nell’incrocio di viale Unità d’Italia, all’incrocio di via Martiri di Belfiore. Non voglio altri invitati, non voglio riti particolari (le preghiere, a questo punto, le avranno già sprecate nei funerali ufficiali in chiesa). Chiedo che i miei tre figli portino con loro le mie ceneri, in quanto chiederò di spargerle, indicando il luogo esatto. Voglio però che siano presenti tutti e tre e che aprano la busta sigillata che ho consegnato allo studio del notaio Ferrara. In quel plico spiegherò le modalità e le motivazioni di questa mia richiesta. Pongo questo adempimento come condizione necessaria per avere pieno accesso alla mia eredità.”
Quante volte Agnese e Silvia avevano letto questa lettera: una la copia su carta, l’altra la copia inviatale via e-mail. A Tommaso era bastata una volta sola per liquidarla come l’ennesima sceneggiata di un egoista.

Tommaso tolse tutti d’impaccio e allungò il palmo verso Silvia, che teneva in mano la lettera sigillata dal notaio aspettando chissà che cosa. La aprì e, senza rendersene neanche conto, diede un’occhiata di insieme per valutarne la lunghezza. Immediatamente, senza chiedere permessi, iniziò a leggere.

“Eravate piccoli voi tre. Eravamo a metà degli anni sessanta, se ricordo bene. Io e vostra mamma era un po’ che avevamo sogni che puntavano in direzioni diverse. Mi è capitato di incontrare in ufficio una giovane impiegata. Era sposata e aveva un bambino piccolo. Un bambino con gli occhiali dalla montatura spessa e di cui lei mostrava sempre una foto che teneva nel portafogli. La prima volta che ci siamo dati appuntamento è stato qui, in questo incrocio in cui vi ho portato adesso che leggete questa lettera. Adesso che è troppo tardi perché possa provare vergogna o sensi di colpa che non ho mai provato. Ma sarei ancora in tempo per provare il riflesso del vostro imbarazzo. Lei era molto magra, anche più di quanto fosse di moda allora. Aveva una polo bianca, o forse di un azzurrino così chiaro da sembrare detersivo in polvere. C’era tanta luce e lei mi aveva raggiunto perché sapeva che sarei dovuto andare all’ufficio del comune per quella pratica inutilmente lunga che era allora il rinnovo della carta di identità. Le avevo detto del mio impegno al comune e le avevo chiesto se poi ci saremmo potuti vedere per un caffè. Non ricordo neanche bene come. Ricordo che non mi ha risposto, come mi aspettavo. Mi ha sorpreso invece vederla là. Aveva preso il numero dall’usciere e aveva cominciato per me la fila. A metà tra crocerossina e angelo custode.
No, non è stata la storia di un tradimento. È la storia di un amore mai sbocciato. E di un incrocio.
Dopo aver fatto la carta di identità siamo andati in quel bar dall’altra parte dell’incrocio. Qui c’è stata per decenni l’insegna “bar ristorante da Marinella”. Magari ve la ricordate anche voi.
Dopo il caffè abbiamo passato i pochi minuti ritagliati alle rispettive giornate parlando fitti fitti senza guardarci in faccia. Tanto che adesso non saprei neanche dire il colore di quella polo. Ma ricordo che era chiara, come erano chiari quei pantaloni larghi sopra e stretti in fondo. Aveva occhiali da sole con lenti larghissime, ma se li toglieva per parlare. Non voleva usarli per nascondere dietro quelle lenti sfumate la sua timidezza. Era coraggiosa, a modo suo. Siamo stati seduti così vicini da sentire sul fianco della mia gamba la cucitura dei suo pantaloni. Tutti e due facendo finta che fosse casuale.
Ci siamo sentiti per qualche mese, chiamandoci dalle cabine con molta, moltissima prudenza. Fino a quando la paura e i suoi sensi di colpa che non avevano avuto il tempo di crearsi motivi più solidi, ci hanno fatto dire basta.
Non ho mai capito se quel basta è stato perché si aspettasse di più da me o perché eravamo andati oltre.
Tenete conto che erano altri tempi, ma a dirlo mi sembra di essere vecchissimo. Così vecchio che tanto adesso che leggete queste righe sarò addirittura morto.
Per tutta la vita ho portato in me il segno di quell’incontro e di quel distacco. Ogni volta che mi fermavo al semaforo sempre rosso di questo incrocio giravo gli occhi verso l’insegna del bar e sorridevo. Quasi sempre dentro di me, poche volte fuori. Ma per tutta la vita ho custodito gelosamente questo sentimento. L’ho nutrito, l’ho annaffiato, l’ho rispettato. L’ho imbrogliato ricordandolo enorme, ma è stata una truffa piccola piccola, in confronto.
Vi chiedo scusa se vi ho costretto ad essere qui, oggi. Ma volevo raccontarvi questa storia. E volevo che su questo incrocio voi spargeste le mie ceneri. Non sulla tomba di vostra madre, che se ne avesse possibilità le vedrebbe come un fastidio.
Volevo andarmene raccontandovi questo che per me è stato importante. Scusatemi.

Agnese in silenzio prese la scatola di latta dal sacchetto di tela.

Tommaso sorrise ironico “Ma cazzo: l’hai messo nella scatola dei biscotti di Frozen?”
Agnese non rispose e tolse il coperchio. Alzò leggermente la scatola e la ribaltò con gesto plastico giù dal marciapiede, come se si trovasse su un bastimento al tramonto o sulla cima di una montagna scalata con fatica e silenzio. Invece era solo un incrocio che puzzava di carta bagnata e di gas di scarico.
La cenere, per la quale totale mancanza di vento, si ammucchiò disordinatamente per terra. Agnese diede un colpo alla scatola, come se avesse un qualche senso essere precisi nell’eseguire quel compito assurdo. Aggiunse solo un “Che stronzo”.
Tommaso fece una smorfia di assenso, risparmiando alle sorelle il suo prevedibile “l’ho sempre detto”.
Silvia invece non disse niente. Prese con dolcezza la scatola dalle mani di Agnese. La richiuse e la mise nel cestino a due passi dal semaforo.

Mise in modo inedito le mani sulle spalle dei fratelli mentre i tre si incamminavano verso le macchine lasciate nell’autosilo.

Evidenziatore giallo e tisana

Era un po’ che progettava di farlo e stamattina Gabriella, rientrando dall’asilo dove aveva lasciato Gabriele, si è fermata in edicola. Ha chiesto il giornale con gli annunci di lavoro e una rivista, quasi per nascondercelo dentro.
Nel cassetto delle cose per cucire ha trovato il suo astuccio, parcheggiato lì da quando il contratto da supplente le è scaduto. Ha controllato che l’evidenziatore giallo non fosse del tutto scarico, ha messo il tappo dietro e si è avvicinata la tazza di tisana.
Se l’era immaginato proprio così questo momento, Gabriella. Solo che adesso, con questa pancia che cresce le sembra di vivere una realtà un pochino meno comoda.
Allontanandosi senza fretta dai trenta e senza un lavoro si sono detti quel now or never che si è trasformato in qualche mese in una doppia linea colorata su un aggeggio comprato in farmacia.
Come se fare un altro figlio fosse più facile di trovare un altro lavoro. Ma di questi tempi senza parametri è così difficile fare paragoni convincenti.

Avvicina la tazza cilindrica alla bocca e assapora il calore e il profumo. Il sapore non è niente di speciale, senza zucchero, ma lo sapeva già. Da quando il buon senso le ha tolto le sigarette e qualche birra si è buttata sulle tisane. Più per il gesto che per il conforto. E adesso è lì che volta le pagine cercando quelle degli annunci. Tutto è pronto. L’evidenziatore, la tisana, la speranza.

Ma chi glielo ha fatto fare, a Gabriella, di fermarsi in edicola stamattina? Ma chi vuoi mai che la consideri, una come lei? Una che sorride piano e butta quel po’ di speranza ben oltre l’orizzonte di quelle righe.
“Certo che fa proprio schifo quest’acqua calda” pensa così forte che quasi riesce a sentire la sua stessa voce.
E sorride. Non sa di cosa, ma sorride.

Monstera Deliciosa

Capisco che negli studi il ritardo accumulato dalle prime persone che entrano al cospetto del professionista si ripercuotano sugli appuntamenti seguenti, ma se appena entro mi si dice “Vada pure a prendersi un caffé, che qui siamo sull’oretta di ritardo” non partiamo proprio col piede giusto. Già fare le corse per essere puntualmente in anticipo è faticoso, sentire poi lo svilimento di ora in oretta è davvero insopportabile. Ma non voglio polemizzare, non oggi, non ancora. Ho bisogno di far vedere le mie pratiche e di chiudere tutto prima della maledetta scadenza. Non voglio ritornarci alla prima casella di quel calvario fatto di linea da prendere, responsabile fuori ufficio, responsabile che adesso glielo passo e data da trovare e cosa deve fare di preciso. No: sono qui adesso e devo fare tutto quello che serve per non tornarci. Aspettando anche un’ora. Un’oretta, persino. Forse questo pensiero ha qualche efficacia nell’incanalare il mio ottuso livore verso altri obbiettivi. Mi sto rasserenando.

Suona il campanello, il segretario muove la mano verso il citofono e apre senza guardare. Il muro attorno al pulsante è ingiallito: ci deve avere messo un bel po’ per rendere meccanico e preciso questo movimento del dito verso il pulsante.
Entra una ragazza. È vestita più per fronteggiare questo caldo, che gli sguardi che ha attorno. Ha una canotta grande, larga, larghissima. Una gonna incidentalmente corta e ai piedi porta la sintesi estrema di un paio di sandali. Solo due suole legate ai piedi da stringhe di cuoio e perline.
Mi guardo attorno. Ho poca batteria e non la voglio sprecare con un giochino scemo. Le pareti bianche sono state ritinteggiare da poco. Le sedie di plastica sono meno dozzinali di quanto potevo aspettarmi. Le piastrelle di cotto forte sono terribili. Un colore che avrà sicuramente dei pregi nascosti dal punto di vista della facilità di tenerlo pulito, perché come bellezza proprio siamo messi male. Alle pareti stampe che non suggeriscono nessuna emozione. Solo dei colori abbinati bene e niente di più.
La ragazza mi si siede di fronte e fruga nel borsone elegante per estrarre un iPad. Riceve una telefonata prima di riuscire a sbloccarlo.
“Sì, te lo stavo facendo proprio adesso il bonifico. Certo, lo so. Tu controlla domani mattina. Ma cosa ne so? Non so che valuta piglia, devi saperlo tu. Domani dall’ufficio ti mando la conferma.”
Ha un tono di voce fermo e non fastidioso. Non sembra uno di quelli che per fare una telefonata si mettono al centro del palcoscenico, a voce insensatamente alta. Come per affermare “io sono uno che fa le cose che contano: guardami”. Lei fa la telefonata in modo spontaneo, senza attriti.

Rifletto su questo e vedo, incidentalmente, i violenti tatuaggi che le spuntano su gambe e braccia. Li porta con una naturalezza tale che non li avevo neanche notati. Eppure sono forti, decisi, netti.
Ha sul braccio le linee di una faccia che sembra disegnata su un foglio di plastica dilatato dal calore. Un disegno davvero ispirato. Bello, esplicito e riassuntivo come la locandina di una serie tv su Netflix. Dice tutto, lo dice bene, in pochi tratti. Lei continua a spostare i polpastrelli sul suo tablet e io continuo a ingannare il tempo leggendo l’inchiostro che ha addosso senza farmi notare.
Dalla coscia destra spuntano una serie di linee spesse, ondulate e parallele. Potrebbe essere il fumo stilizzato di una tazza di tisana copiata da una infografica. Mi stupisce lo spessore di ogni singola spira di fumo. Un centimetro intervallato da un centimetro di spazio per poi ripetersi e ripetersi.
Su un fianco ha invece una pianta tropicale. Non si capisce bene da dove parta ma dalle finestre nei vestiti sembra che parta dalla gamba e arrivi fino alla spalla. Mi ricorda una pianta che aveva mia mamma in appartamento. Anche questa disegnata con grande maestria. Sembra una di quelle piante con le foglie grandi e lobate come le foglie di fico. Come si chiamava?!?

All’improvviso sbuffa. La vedo che cerca una connessione che non trova e non riesce a entrare nell’home banking.
Ho la cattiva idea di suggerire una soluzione tecnica. Non la capirò mai che il mondo è fatto di persone che non vogliono essere salvate, soprattutto da supereroi part-time.
“Non si connette? Ha provato a togliere il wi-fi?”
Non risponde, intenta com’è a cercare di cavarsela da sola.
Dopo venti secondi mi dice. “Grazie era proprio quello. Ma non dovrebbe. Quando sono a casa prende il wi-fi. Fuori va con la schedina…”
“Magari c’è qui attorno qualche rete wi-fi aperta che gli dà quel poco di connettività per fargli credere di essre dentro. E poi non va”
“Infatti. Adesso va” dice continuando a fare tutti i passaggi per portare a buon fine il bonifico che ha promesso troppo presto.
“Sei un tecnico?”
Mi viene da dare la solita risposta. Che no, non sono un tecnico, ma ho lavorato tanti anni coi tecnici e bla bla bla.
Questa idea di risposta precisa annoia persino me. E me la tengo. Invece rispondo “Quando qualcosa mi interessa, mi piace guardarci dentro”. Io pensavo agli ingranaggi. Lei probabilmente fraintende perché risponde “Monstera deliciosa”.
“Cosa?”
“Monstera deliciosa! La foglia che ho tatuata sul fianco è di una pianta tropicale.”
Mi viene in mente come la chiamava mia mamma e azzardo “Pensavo fosse un filodendro”.
“Sì, si chiama anche così. È una pianta che cerca di arrivare in alto alla volta della foresta. Ma alla luce diretta muore. E non sopporta neanche il ristagno d’acqua. Ha radici aeree, come per illudersi di poter volare. E i tagli sulle foglie la rendono forte. Non ha paura che il vento la butti giù”. Non capisco più se sta parlando del disegno, della pianta o direttamente di sé stessa.
Ricordo che i miei ne avevano una in casa. Ricordo un vaso di plastica bianco, rettangolare e dai bordi arrotondati. Non capisco come ci sia entrato un vaso così di design in un appartamento arredato con gusto molto classico. Continuo per la mia strada “Io non capisco i tatuaggi, ma quello sembra disegnato molto bene”
Lei sorride. Ma è perché il bonifico è andato a buon fine. “Si vede che non ti piace. Ma nella vita non puoi mangiare panna e cioccolato. Ci vogliono contrasti”
Sorrido io. Ma cosa vuole insegnarmi questa lavagnetta ambulante che avrà la metà dei miei anni? Ma la sua metafora confusa mi arriva diretta. “Io da piccolo sceglievo sempre fragola e limone. Poi ho cambiato, cercando gli abbinamenti migliori. Sto tornando ad apprezzare il contrasto del dolce e dell’acido”.
“Vedi?” dice convinta di esserne uscita vincitrice, di essere stata lei a convincermi. Come se la fragola e limone fosse una scusa.
Io continuo convinto a darle del lei, se solo la costruzione della frase me ne desse occasione. Alza gli occhi dall’iPad e vedo che ha un occhio verde pezzato di marrone. Mi ricorda la montagna. Una prato di montagna con una grossa boazza di mucca. Che poi chissà come si dice boazza in italiano, certamente non letame o stallatico. Boazza è di più: è la materia, ma anche la forma. È la natura che chiude il suo ciclo restituendo scarti vegetali ruminati facendoli regalmente cadere dall’altezza di circa un metro. È lo splaf che suggella un ritorno. Cioè: quello che mi ispira questa immagine è senz’altro lusinghiero; ma non saprei spiegarglielo. E sorrido in silenzio, perso nei miei pensieri di montagne verdi con screzi di marrone fluido.  Chissà se anche l’altro occhio, coperto dal ciuffo castano, è dello stesso colore. Mi sa che è un architetto. Non saprei dire perché. Forse per lo stile deciso, per la cura di quelle linee. Ma no: prima ha detto ufficio e non studio. Gli architetti dicono studio. Quasi quasi glielo chiedo, come se questo mi cambiasse qualcosa.

Esce la persona che era prima di me in fila. Tocca a me. Dove è finita tutta quella fretta che avevo un’oretta fa?
Faccio in tempo a vedere che fa fronte alla mia uscita di scena mettendosi degli auricolari costosi e seleziona Chemistry, degli Arcade Fire. Avrebbe preferito non interrompere questo dialogo improvvisato con me. Mi piace pensarla così.
Riordino le fotocopie e lancio un rassicurante “Eccomi, arrivo” per non perdere il posto.
Quando esco non c’è più. Mi fermo a prendere una cono da due euro. Fragola e limone. Senza panna, grazie.

Sciogliersi


– Ma allora? Non mi dici niente della seduta di pranoterapia che ti ho consigliato? Hai sentito qualcosa di potente?

– Sai… all’inizio il coso, il trattatore (non farmelo chiamare terapeuta, ti prego!) mi ha fatto sdraiare e visualizzare tutta una serie di immagini del mio passato. Scene che rappresentavano un attrito, un conflitto, un qualcosa di non risolto…

– E…

– Ah ma io con l’immaginazione e con la memoria visiva vado benone. Non ci ho messo tanto a vedermi seduto in macchina, nel posto del passeggero, attaccato con la mano destra. E tutti intorno a me vivevano ogni tratta da semaforo a semaforo, ogni maledetta linea d’arresto, come un qualcosa di personale. Un oltraggio, una sfida, un affronto. Tutti agguerriti, tutti mostrarsi i denti, a comprimere i muscoli delle spalle, a gridare parole che i cristalli riflettevano verso l’interno. E io che cercavo di intervenire e di ricondurre a una logica, ma niente. Poi mi sono visto anche io alla guida, qualche anno dopo. Non so se le strade erano le stesse, ma l’atteggiamento sì. Stavolta rivolgevo le mie inutili proteste verso me stesso e mi dicevo che non volevo, che non dovevo diventare così. Eppure lo ero già. 

Quando poi il coso, l’operatore…mi ha messo le mani a pochi centimetri dalla pancia (non le ho viste, ma immagino che fossero sospese lì) ho sentito un calore. E, senza che mi suggerisse nulla, ho visto quei fotogrammi grigio scuro che prendevano forma. Come se fossero parti di una pellicola bloccata nel proiettore che si fonde. E bollendo crea spruzzi  colorati. E in quei colori c’era come uno sforzo di semplificazione. Poi in quella immagine creata dalla mia mente è successo qualcosa di strano. Piano piano i pigmenti blu andavano coi blu, i rossi coi rossi, i gialli coi gialli e così via. Con un certo ordine si sono formati come dei vermicelli ognuno di un colore, tutti intrecciati. Ho sentito un bel sollievo quando il nodo che formavano si è sciolto e ognuno è andato lentamente in una direzione diversa. Mi sentivo rilassato. Sentivo che potevo cambiare.

– Oh che bella cosa. Sono proprio contenta che tu abbia finalmente accettato la potenza e la validità della pranoterapia. Che questa esperienza ti abbia cambiato.

– No, aspetta. Continuo a pensare che queste discipline orientali siano tutte boiate. Ho solo detto che ho visualizzato una immagine. E che ho provato un senso di sollievo. E ho visto la mia voglia di cambiare. Poi nel traffico ero quello di prima. La stessa bestia…

– Ne sei davvero sicuro?
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disegnino di Mumaclo

Hanno detto che Massimo

Hanno detto che Massimo è tornato in città. Lo hanno visto passare per le vie di questo quartiere, dove ha abitato per tanti e tanti anni. Lo hanno visto con una sacca di tela scura, un po’ impolverata. Ne parlano piano, senza aria di scandalo, senza l’accento frizzante del pettegolezzo. Dicono solo che è tornato in città.

Qualcuno dice che è stato al fronte, partito volontario senza nessuna precisa volontà, tranne quella di fare un lavoro con uno stipendio sicuro a fine mese. Qualcun altro dice che no, che non è vero niente. Che è stato a Londra, un lavoro di fatica per imparare la lingua. Ma ce lo vedete Massimo che si mette a discutere in una lingua che non è la sua? Proprio lui che preferiva stare in disparte anche quando aveva la risposta giusta per mettere a tacere i cretini che nelle discussioni ripetono a voce troppo alta opinioni non loro.

Qualcuno dice che lo ha visto poco lontano da qui. Scriveva frasi su bigliettini gialli. Per una donna, dissero. Ma forse era solo una loro proiezione. Forse erano davvero solo numeri di telefono e appunti per la spesa.

Qualcuno non si concentra sul posto dove è stato ma, chissà perché, su come è tornato. Si augura che Massimo non si perda nel cercare, al ritorno, il posto che ha lasciato. Finirebbe per arrendersi e dover ammettere che il posto non è più lo stesso. Senza considerare che i primi a cambiare sono gli occhi di chi guardano. E mentre gli augurano questo, non si rendono conto che stanno parlando ad uno specchio.

Qualcuno, Massimo, dice di averlo visto in un parco, all’ora in cui il sole d’estate inizia ad abbassarsi. A guardare le ombre lunghe e dorate dei fili d’erba. Sembrava che cercasse qualcosa. Forse cercava solo l’inquadratura giusta per fissare nella memoria quella luce tragica e perfetta.

Qualcuno dice che è ripartito, che qui non poteva starci più.

Qualcuno dice solo che Massimo è tornato in città. Ed è solo questo che conta.

Bungee jumping

bungee jumping

Dicono che quando stai per morire ti passa tutta la vita davanti, ma io non vedo niente. Vuoi vedere che il mio cervello è così fottutamente razionale da considerare persino che ho indossato una strana imbragatura e che alle caviglie sono fissate le estremità di corde elastiche calibrate sul mio peso?

O forse deve ancora arrivare il filmato. Forse è questo. Sono della generazione che si è formata con la televisione al pomeriggio e piano piano mi sono autoimmunizzato alla pubblicità. Non mi fa più paura: metto il cervello in pausa e non ascolto gli ineludibili consigli per gli acquisti. Forse è questo: è che il film della mia vita non ha ancora iniziato a scorrere. Per adesso è solo pubblicità. Che non sento, che non vedo neanche…
Ma il pensiero di trovarmi presto davanti a questa pellicola mentale mi terrorizza. Mi spaventa pensare che il trailer possa risultarmi insopportabile, scontato. Noioso. Ma adesso sono troppo poco concentrato sui particolari per immaginarmi le sequenze di quel documentario autoprodotto. Sono su questo ponte altissimo, in mezzo a gente che grida frasi in una lingua che non capisco. Ma forse è solo la lingua dell’esaltazione: quella che non ho mai capito.

Il salto invece non mi fa paura. Ho la certezza che maledirò con tutti i muscoli della pancia contratti questa decisione, ma per ora non sento questo terrore. Adesso sento più una specie di disgusto. Perché mi ci sono messo, in questa situazione?
Quando ne parlavamo mi è sembrata una buona idea buttarsi da un ponte. Legato, certo. E chi si è mai sciolto, di noi due? Mi sembrava, non so, un modo di farmi notare da te. Un modo di cercare una emozione forte, di quelle che il tempo ha smussato. E questa volta non ho calcolato tutti i pro e tutti i contro. Non ho calcolato che forse anche questo salto è inutile. Che l’adrenalina circola nel sangue solo per pochi minuti e dopo riusciamo a smaltire anche quella.

Pensavo di provare una esaltazione gloriosa a stare qui con il mondo sotto, con la morte e la vita divise da un elastico. Invece provo solo una specie di nostalgia. Forse è questa la morte: una specie di nostalgia per quello che non siamo riusciti a essere. Sono qui, ai piedi di questo parapetto di acciaio inox e ho il voltastomaco. Ma forse il gioco è questo: è gridare, gridare forte, gridare più forte della paura e della nausea. Per fare finta che non ci sia.
Chissà se adesso stai cercando di immaginare cosa provo o stai solo cercando l’inquadratura giusta per postare il salto col cellulare. O magari stai rispondendo a un messaggio e sei altrove.

Dicono che quando stai per morire ti passa tutta la vita davanti, ma io non vedo niente.

Con la noia

noia

Con la noia non fai molta strada. Ti si infila nei sandali, tra pelle e cuoio, s’aggiusta da sola, cerca il suo posto e provoca abrasioni. Si posa sullo zaino che fino a quel momento ti sembrava sopportabile e lo rende di un etto più pesante del tuo limite.
Con la noia quel libro lo apri anche. Ma il tuo occhio non lo imbrogli: non segue la riga. Rimbalza avanti e indietro come una pallina del flipper alla fine della stagione del mare, quando resta solo il vecchio bagnino con l’ultima moneta da cento lire e  nessuna tasca dove metterla. Allora ding ding ding fino a quando, senza passione, vede la biglia di acciaio andare dietro a tutte le altre.
Con la noia quei progetti che dovevano traghettarti sulla felicità ti lasciano a metà del guado, dove l’acqua è bassa e sotto c’è tanto di quel fango da incollare scarpe e piedi.
Con la noia finiamo a cambiare la data a quell’unico quotidiano proposito del lo faccio dopo.
Con la noia ci giriamo indietro e la troviamo lì: che segue il nostro traghetto a una distanza così perfetta che sembra legata da una cima invisibile. Mai che si avvicini, mai che si allontani, mai che ci tocchi. Sempre lì.

Ma a volte nella noia si trova la spinta per alzarsi dai divani della vita. Quando cominciano a diventare polverosi e troppo caldi. Per uscire da quella presa troviamo quella forza che somiglia più a un rimbalzo casuale che a uno slancio. E in un attimo siamo fuori. Magari vestiti in modo inopportuno, ma fuori. E non importa se qualcuno chiamerà coraggio quel moto centripeto, non importa davvero.
Importa che siamo fuori. dove c’è ossigeno, paura, novità, pensiero difforme. E quella noia l’abbiamo lasciata indietro. Almeno per oggi lasciata indietro.

 

Meglio essere prudente


Sono seduto al tavolo del salone, do le spalle alla finestra. Sto riordinando senza tanta voglia documenti che ormai sono diventati vecchi documenti. Scontrini, fatture, garanzie.

Ad un tratto sento un leggerissimo toc sul vetro. Ma non ci faccio troppo caso.
Devo trovare un metodo, voglio uscirne presto da questo compito asfittico. Toc. Stavolta mi fermo un attimo ma il suono non si ripete e lascio perdere. Cerco di concentrarmi. Perché se continuo a perdere il filo io lo so come va a finire. Che poi raduno controvoglia tutti i documenti e cerco di dare al plico una forma che ricordi vagamente un parallelepipedo, per poi rimetterli nello sgabuzzino. No, no, stavolta devo finire e togliermi di torno questi arretrati. Invece: toc.

Mi giro e con la coda dell’occhio vedo un moscone disorientato dall’ennesima botta contro la finestra. Ma da dove è entrato che abbiamo le zanzariere? Dalla porta principale forse o da quella del terrazzo: uffa la lasciate sempre aperta, poi ecco il risultato!
Insensibile alle mie giustissime lamentele pronunciate solo a mente il moscone ci riprova. Non prende la rincorsa, non vedendo nessuna barriera da sfondare. Semplicemente vola, verso la luce. Vuole andare fuori, cambiare vita. Va dove ha voglia di andare, si butta a testa bassa, senza calcoli. Senza troppi calcoli. L’ennesima musata lo tramortisce. Stavolta ronza scompostamente sul mobile.

Si strofina il paio di zampette più vicine alla testa. Come chi si prepara a un banchetto. Forse si sta solo curando le ferite. Forse, addirittura, pensa. Resta appoggiato su un mobile e pensa. Mi immagino la sua riflessione. Di fronte all’invisibile e all’impossibile si chiede dove ho sbagliato? Volevo solo essere felice. Ma se questo mi porta a spaccarmi la testa allora meglio stare fermo qui. Stare fermo qui. Meglio essere prudente. Meglio stare fermo qui.

Mi alzo dalla sedia e spalanco la porta di vetro del terrazzo e poi la grata con la zanzariera. Lui è fermo: devo andare io a smuoverlo da quel mobile dove si era appoggiato. Svolazza un po’ e poi prende la via verso la luce.
Io mi siedo pensieroso con quelle parole in testa. Meglio essere prudente. Meglio stare fermo qui.

La fiat Tipo senza le cinture

Cosimina

 

Quel giorno avevo addosso qualcosa di strano. Forse era solo un senso di attesa, un’inquietudine leggera. Ma di sicuro dalla vetta inaccessibile dei miei sedici anni non avrei saputo definirla così come solo oggi mi azzardo a fare.
La voce di mia mamma mi arriva con tono indaffarato dalla stanza accanto “Mettiti la gonna blu, non i tuoi soliti pantaloni, dai”. Indecisa tra pantaloni e gonna non potevo sapere che quel pranzo a casa della zia Cosimina avrebbe cambiato la mia vita per sempre.
Anche se seduta sui suoi ottant’anni e su una sedia a rotelle, la zia Cosimina era una donna dolce e decisa. Era come una nonna per me. L’adoravo nonostante l’imbarazzo che mi procuravano i suoi baci resi ispidi da quegli odiosi baffetti da vecchia che mi elargiva ad ogni nostro incontro.
C’eravamo noi, arrivati a Genova dall’hinterland di Milano (come si chiamava allora la periferia brutta). Da Baggio con la fiat Tipo di papà al completo: due genitori e noi tre figli. La famiglia tipica di chi dopo il boom economico crede che le cose andranno sempre meglio. E a pensarci bene anche quella macchina (al di là del facile gioco di parole) era la macchina emblematica di quella famiglia. Una fiat Tipo senza cinture, comprata perché si deve, senza troppi calcoli.

Nel periodo di Natale la riviera ligure di ponente è particolarmente fredda, ma non abbastanza da scoraggiare la rimpatriata del nostro clan di trapiantati al nord. E tutta la sua famiglia vedeva nella zia Cosimina l’unica credibile fonte di calore da cercare per Natale. I suoi acciacchi accumulati negli ultimi anni avevano reso inevitabile che ci spostassimo noi, verso di lei. E in quella casa cercavamo più o meno consapevolmente un po’ di quel calore lasciato chissà dove e chissà quando al sud. Le tavole imbandite, i pranzi che arrivavano ben oltre i supplementari, la frenesia alimentare seguita da un vero e proprio stordimento da cibo erano sensazioni note. E forse persino desiderate. Pranzi infiniti che duravano più delle ore di luce. E alle sei di pomeriggio ti trovavi completamente sfatto, con i pantaloni sbottonati a supplicare le donne di casa di contravvenire alla loro natura, di non cucinare anche per cena, di dare tregua. Ma niente poteva placare la voglia delle donne del sud, mia madre compresa, di coccolare tutta la famiglia.
E il cibo in questa logica era solo uno strumento. Le regole del branco erano conosciute da tutti, anche se nessuno le aveva mai formalizzate. Si cucinava prima pensando ai mariti. Poi pensando alla progenie. E non importa se hai appena finito di pranzare e se pesi già troppo. Devi crescere. E poi è Natale. E a Natale si deve mangiare bene e crescere. Questa imposizione femminile trovava dei capi branco per niente ostili.  Ricordo i chili di frutta secca, ricordo le torte della zia Sara, ricordo il tacchino ripieno e i biscotti al miele della zia Nina. Il vero legame che ci univa non era in realtà quello della parentela ma era il cibo: ci si svegliava al mattino, si faceva colazione e già si pensava a cosa cucinare per pranzo; si arrivava al pranzo facendo qualche spuntino qua e là e alla cena, se si sopravviveva, ci si arrivava strisciando; allo spuntino di mezzanotte. Per ricominciare la stessa liturgia il giorno seguente.
Ricordo le risate grasse degli zii e i giochi di società con i miei cugini (non importa di che grado fossero). Ricordo tutto con grande affetto, erano le feste di Natale più belle, quelle trascorse a Genova. A tratti sembrava di essere ancora giù, in quella cittadina maledetta e abbandonata dell’entroterra mediterraneo bruciato dal sole. Dove a cercare bene puoi trovare ancora le nostre radici piantate anni fa dai nostri avi.

Ma quel giorno qualcosa di diverso e tragico stava per accadere.
Era pomeriggio ed era buio fuori, la luce era spenta in casa. Io e lui eravamo distrattamente sul divano stravaccati. Tutto quel cibo aveva fatto effetto e ogni grande felino aveva cercato un posto dove sbadigliare in pace. Non c’era nessuno nei paraggi e l’unica luce nella stanza era quella del tubo catodico della TV accesa su un programma a quiz. Dov’erano tutti? Forse a fare il pisolino post pranzo o forse al piano di sopra dalla zia Sara? Lui era sdraiato e appoggiato allo schienale del divano, io ero appoggiata a lui. Lui iniziò a strusciarsi contro di me, a strofinarsi dietro di me. Non era una cosa nuova, ma per la prima volta mi resi conto che c’era qualcosa di sbagliato. Lui lo faceva da anni ma per la prima volta iniziai a vivere quel contatto come una ingiustizia. Sentii tutto il peso di quella situazione. Sentii che era sbagliato, avevo per la prima volta smesso di sospendere ogni giudizio.
Ma quella volta, quell’attimo esatto, io capii che avevo il potere di alzarmi e andarmene senza soddisfare nessuna delle sue imprecise voglie. Quella volta capii che potevo decidere di non essere un oggetto. Di non dovere assecondare nessun destino scritto. Capii che l’approvazione e la considerazione che cercavo da lui non doveva passare attraverso l’uso che faceva di me da troppi anni.
Ero una bambina quando iniziò ad usare il mio corpo, ma adesso non più. Adesso potevo decidere di non ricadere nella sua trappola. Solo dopo mi sono resa conto che già il fatto di formulare quel pensiero di fuga mi aveva fatto liberare da quel dannato labirinto. Potevo andarmene e lasciarlo lì, stupito e maledetto, sospeso come le sue voglie lasciate insoddisfatte. Non aveva più lo stesso potere su di me, io non glielo davo più quel potere. Cominciai a sentirmi viva perché avevo preso quella decisione proprio mentre lui iniziava a toccarmi. Mi alzai e lo lasciai lì da solo davanti alla TV. Non so come trovai il coraggio, lo slancio. Forse fu un lancio a occhi chiusi. Non fu semplice ma lo feci.

Inaspettatamente quella decisione cambiò qualcosa in me. Nei giorni seguenti o forse negli anni seguenti iniziai a sentire il dolore, la tristezza, la rabbia e poi tutte le altre emozioni che prima erano rimaste come ibernate dentro di me. E quel disgelo mi ha fatto un gran male per molto tempo.

La prima sensazione forse fu la rabbia, quella verso me stessa che gli avevo permesso di fare di me ciò che voleva per tutti quegli anni. La rabbia verso me stessa che avevo desiderato tante volte che lui si avvicinasse a me in quel modo perché quello mi sembrava l’unico strumento per renderlo contento di me, l’unico modo che mi permettesse di avere la sua attenzione e approvazione.
Poi ci furono la tristezza e il dolore. Sentivo un dolore potente e prepotente, ancora indecifrabile, che tentava di farsi spazio dentro di me e tentava di annullarmi. Ma finalmente sentivo qualcosa nel petto ed era la vita nella sua completezza: se fossi stata in grado di sopravvivere a quel dolore avrei potuto fare qualunque cosa.
Nessuno riesce a farsi raccontare da un bambino appena nato cosa abbia provato venendo alla luce. Ma io immagino che ci sia una sofferenza, uno spavento e una gioia tutti mischiati. Una sensazione forte che forse io ho avuto l’occasione di provare in quel momento di rinascita.

Ma non fu per niente facile. I senso di colpa del prima e del dopo mi schiacciavano. E non conta niente il fatto che la ragione mi diceva che io ero la vittima, ero la bambina circuita diventata ragazza. Non conta assolutamente niente. C’erano i miei fantasmi e c’ero io. Da sola.
Mi ci volle più di un decennio ma fu solo attraversando quel buio pesto che scoprii che la luce laggiù in fondo c’era davvero e non era solo un riflesso. Era la voglia di urlare, la voglia di uscire, di respirare, di trovare il coraggio di prendere la macchina e guidare, di guardare il mondo, di ascoltare il mondo, di ascoltare me, di scrivere, di ridere, la voglia di camminare da sola in mezzo ai campi, di indossare un costume e andare al mare, di mettere i piedi nudi dentro un mare d’erba, la voglia di fare l’amore senza sentirmi in colpa.
Finalmente mi resi conto che ero riuscita a conservare in parte la mia capacità di sognare e di credere in me stessa, come quando ero bambina, prima che lui decidesse di rubarmi la mia anima. Finalmente avevo questa nuova sofferta consapevolezza. La convinzione che la vita vale la pena di essere vissuta. Nonostante tutto.
L’indomani nessuno si accorse che ero troppo silenziosa sul sedile posteriore della Tipo affollatissima che ci riportava a casa. In quegli anni nessuno si accorse di quei silenzi. È chiusa di carattere, dicevano. Crescendo cambierà.
Sì, sono cambiata poi. Ma mi ci sono voluti anni. E la vergogna immensa di spiegare a una psicologa il mio senso di colpa e la disperazione che nasceva dalla certezza di non poterlo raccontare a nessuno. E lei che con dolcezza e professionalità mi opponeva la logica inutile del suo ragionamento. Mi diceva che ero la vittima, che non avevo nessuna colpa da rimproverarmi. Sì, ma vaglielo a spiegare tu alla mia anima. Toglimelo tu quell’alone di grigio, dottoressa.

Ho sempre in mente quel giorno, non l’ho mai superato veramente. Tanto che, a distanza di anni, non sono ancora in grado di parlarne con un’amica. Neanche la migliore amica. A volte ci ripenso e mi dico che dovrei fare una torta con le candeline.
Fu un nuovo inizio quel giorno, fu il giorno che nacqui per la seconda volta. Avevo sedici anni ed era la vigilia di Natale dalla zia Cosimina. E tornai a casa su quella fiat Tipo senza le cinture. Con un silenzio addosso che una ragazza di sedici anni dovrebbe avere il diritto di dedicare a cose più leggere.

La cartolina

cartolina fronte

Oramai era luglio e secondo i suoi calcoli, la cartolina doveva essere già arrivata da un po’. Ma ancora niente. Non un cartolina illustrata con una fotografia di località di villeggiatura: spiagge lunghe e persone facoltose in eleganti costumi di lana in primo piano. Non una cartolina da un parente vicino emigrato in un paese lontano, che dietro a mille incertezze della lingua parla della sua fiducia nel futuro. Non la cartolina di un amata, con quelle quattro parole pudiche che in fondo non dicono niente, ma attraverso le quali è bello sognare un futuro di possibilità.
Quella che aspettava Nato era una cartolina prestampata, senza illustrazioni. Forse senza nemmeno il profilo del re sul francobollo. Una cartolina formale, scritta in un gergo che conosceva bene. Aveva passato venti mesi nel servizio di leva in artiglieria alpina. E adesso che la guerra durava più del previsto i giornali avevano diffuso la notizia che prima della fine della primavera, al massimo a inizio estate, sarebbero stati richiamati quelli del suo anno.
Ormai aveva passato i quaranta e mai avrebbe pensato di dover tornare a indossare una divisa, implotonarsi, marciare in ordine, dividere una camerata con sconosciuti. Rispondere signorsì a un tenentino con la metà dei suoi anni.
Non lo dava a vedere ma ci pensava eccome.
Ma erano passati marzo e aprile in un soffio. Maggio doveva essere maggio il mese della cartolina, ma niente. Neppure giugno, che ormai era quasi sicuro, aveva portato niente. Allora luglio, questo luglio fatto di covoni di paglia, che il grano è già stato mietuto e ti sembra di tirareeun po’ il fiato.
Quando il postino con la sua Umberto Dei nera percorreva verso mezzodì la strada Baratte, lui lo vedeva arrivare da lontano. Fingeva di non accorgersene e continuava a occuparsi di qualche improrogabile banalità. Fare il filo a un ferro per falciare, mettere il manico a una vanga, fare la punta ai pali da piantare nell’orto per tenere su i fagioli ormai cadenti.
Ma nella sua testa era un ribollire di ipotesi. Se mi mandano al fronte la paga è buona. Ma si rischia e se poi non torno ai miei figli chi ci pensa? Se mi mandano nelle retrovia chissà quando torno. Se mi fanno furiere, ma sì in fureria ci vanno solo quelli che hanno un santo in paradiso. E qui il paradiso al massimo lo vediamo dipinto sui muri della chiesa. E se mi nascondo nel granaio come Trevisi? E poi? Chi lo sa se mi prendono cosa mi fanno. Mi fucilano forse, o mi trattano da traditore. Ma io non ho mai tradito nessuno. Solo che di guerre ne ho viste passare da bambino e so che quelli come me hanno solo da perderci.

-Buondì Brusco! Qualcosa di nuovo?
Il Brusco, che un giorno deve avere avuto persino un nome, si fermava: frugava nella borsa di cuoio fissata sul portapacchi anteriore della bicicletta e diceva in un italiano improvvisato: “Me ne dispiace, anche oggi niente”. Come se quella che doveva arrivare fosse per forza una buona notizia o una eredità dall’America.
I giorni passavano e Nato faceva sempre più fatica a fingere di non pensarci.
Appuntiva pali, tagliava bruscoli col falcione, spennava capponi. E fingeva di vivere senza fare attenzione a quella consegna che forse gli avrebbe cambiato la vita.

Non voleva neanche pensare che quella cartolina ci mettesse così tanto da far prima finire la guerra. Sarebbe stato un sogno, e i sogni fatti al momento sbagliato si sa che portano delusioni ancora più forti.
Avanti così, un giorno alla volta. Senza sapere bene cosa sperare. Un giorno alla volta.