racconti

Sciogliersi


– Ma allora? Non mi dici niente della seduta di pranoterapia che ti ho consigliato? Hai sentito qualcosa di potente?

– Sai… all’inizio il coso, il trattatore (non farmelo chiamare terapeuta, ti prego!) mi ha fatto sdraiare e visualizzare tutta una serie di immagini del mio passato. Scene che rappresentavano un attrito, un conflitto, un qualcosa di non risolto…

– E…

– Ah ma io con l’immaginazione e con la memoria visiva vado benone. Non ci ho messo tanto a vedermi seduto in macchina, nel posto del passeggero, attaccato con la mano destra. E tutti intorno a me vivevano ogni tratta da semaforo a semaforo, ogni maledetta linea d’arresto, come un qualcosa di personale. Un oltraggio, una sfida, un affronto. Tutti agguerriti, tutti mostrarsi i denti, a comprimere i muscoli delle spalle, a gridare parole che i cristalli riflettevano verso l’interno. E io che cercavo di intervenire e di ricondurre a una logica, ma niente. Poi mi sono visto anche io alla guida, qualche anno dopo. Non so se le strade erano le stesse, ma l’atteggiamento sì. Stavolta rivolgevo le mie inutili proteste verso me stesso e mi dicevo che non volevo, che non dovevo diventare così. Eppure lo ero già. 

Quando poi il coso, l’operatore…mi ha messo le mani a pochi centimetri dalla pancia (non le ho viste, ma immagino che fossero sospese lì) ho sentito un calore. E, senza che mi suggerisse nulla, ho visto quei fotogrammi grigio scuro che prendevano forma. Come se fossero parti di una pellicola bloccata nel proiettore che si fonde. E bollendo crea spruzzi  colorati. E in quei colori c’era come uno sforzo di semplificazione. Poi in quella immagine creata dalla mia mente è successo qualcosa di strano. Piano piano i pigmenti blu andavano coi blu, i rossi coi rossi, i gialli coi gialli e così via. Con un certo ordine si sono formati come dei vermicelli ognuno di un colore, tutti intrecciati. Ho sentito un bel sollievo quando il nodo che formavano si è sciolto e ognuno è andato lentamente in una direzione diversa. Mi sentivo rilassato. Sentivo che potevo cambiare.

– Oh che bella cosa. Sono proprio contenta che tu abbia finalmente accettato la potenza e la validità della pranoterapia. Che questa esperienza ti abbia cambiato.

– No, aspetta. Continuo a pensare che queste discipline orientali siano tutte boiate. Ho solo detto che ho visualizzato una immagine. E che ho provato un senso di sollievo. E ho visto la mia voglia di cambiare. Poi nel traffico ero quello di prima. La stessa bestia…

– Ne sei davvero sicuro?
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disegnino di Mumaclo

Hanno detto che Massimo

Hanno detto che Massimo è tornato in città. Lo hanno visto passare per le vie di questo quartiere, dove ha abitato per tanti e tanti anni. Lo hanno visto con una sacca di tela scura, un po’ impolverata. Ne parlano piano, senza aria di scandalo, senza l’accento frizzante del pettegolezzo. Dicono solo che è tornato in città.

Qualcuno dice che è stato al fronte, partito volontario senza nessuna precisa volontà, tranne quella di fare un lavoro con uno stipendio sicuro a fine mese. Qualcun altro dice che no, che non è vero niente. Che è stato a Londra, un lavoro di fatica per imparare la lingua. Ma ce lo vedete Massimo che si mette a discutere in una lingua che non è la sua? Proprio lui che preferiva stare in disparte anche quando aveva la risposta giusta per mettere a tacere i cretini che nelle discussioni ripetono a voce troppo alta opinioni non loro.

Qualcuno dice che lo ha visto poco lontano da qui. Scriveva frasi su bigliettini gialli. Per una donna, dissero. Ma forse era solo una loro proiezione. Forse erano davvero solo numeri di telefono e appunti per la spesa.

Qualcuno non si concentra sul posto dove è stato ma, chissà perché, su come è tornato. Si augura che Massimo non si perda nel cercare, al ritorno, il posto che ha lasciato. Finirebbe per arrendersi e dover ammettere che il posto non è più lo stesso. Senza considerare che i primi a cambiare sono gli occhi di chi guardano. E mentre gli augurano questo, non si rendono conto che stanno parlando ad uno specchio.

Qualcuno, Massimo, dice di averlo visto in un parco, all’ora in cui il sole d’estate inizia ad abbassarsi. A guardare le ombre lunghe e dorate dei fili d’erba. Sembrava che cercasse qualcosa. Forse cercava solo l’inquadratura giusta per fissare nella memoria quella luce tragica e perfetta.

Qualcuno dice che è ripartito, che qui non poteva starci più.

Qualcuno dice solo che Massimo è tornato in città. Ed è solo questo che conta.

Bungee jumping

bungee jumping

Dicono che quando stai per morire ti passa tutta la vita davanti, ma io non vedo niente. Vuoi vedere che il mio cervello è così fottutamente razionale da considerare persino che ho indossato una strana imbragatura e che alle caviglie sono fissate le estremità di corde elastiche calibrate sul mio peso?

O forse deve ancora arrivare il filmato. Forse è questo. Sono della generazione che si è formata con la televisione al pomeriggio e piano piano mi sono autoimmunizzato alla pubblicità. Non mi fa più paura: metto il cervello in pausa e non ascolto gli ineludibili consigli per gli acquisti. Forse è questo: è che il film della mia vita non ha ancora iniziato a scorrere. Per adesso è solo pubblicità. Che non sento, che non vedo neanche…
Ma il pensiero di trovarmi presto davanti a questa pellicola mentale mi terrorizza. Mi spaventa pensare che il trailer possa risultarmi insopportabile, scontato. Noioso. Ma adesso sono troppo poco concentrato sui particolari per immaginarmi le sequenze di quel documentario autoprodotto. Sono su questo ponte altissimo, in mezzo a gente che grida frasi in una lingua che non capisco. Ma forse è solo la lingua dell’esaltazione: quella che non ho mai capito.

Il salto invece non mi fa paura. Ho la certezza che maledirò con tutti i muscoli della pancia contratti questa decisione, ma per ora non sento questo terrore. Adesso sento più una specie di disgusto. Perché mi ci sono messo, in questa situazione?
Quando ne parlavamo mi è sembrata una buona idea buttarsi da un ponte. Legato, certo. E chi si è mai sciolto, di noi due? Mi sembrava, non so, un modo di farmi notare da te. Un modo di cercare una emozione forte, di quelle che il tempo ha smussato. E questa volta non ho calcolato tutti i pro e tutti i contro. Non ho calcolato che forse anche questo salto è inutile. Che l’adrenalina circola nel sangue solo per pochi minuti e dopo riusciamo a smaltire anche quella.

Pensavo di provare una esaltazione gloriosa a stare qui con il mondo sotto, con la morte e la vita divise da un elastico. Invece provo solo una specie di nostalgia. Forse è questa la morte: una specie di nostalgia per quello che non siamo riusciti a essere. Sono qui, ai piedi di questo parapetto di acciaio inox e ho il voltastomaco. Ma forse il gioco è questo: è gridare, gridare forte, gridare più forte della paura e della nausea. Per fare finta che non ci sia.
Chissà se adesso stai cercando di immaginare cosa provo o stai solo cercando l’inquadratura giusta per postare il salto col cellulare. O magari stai rispondendo a un messaggio e sei altrove.

Dicono che quando stai per morire ti passa tutta la vita davanti, ma io non vedo niente.

Con la noia

noia

Con la noia non fai molta strada. Ti si infila nei sandali, tra pelle e cuoio, s’aggiusta da sola, cerca il suo posto e provoca abrasioni. Si posa sullo zaino che fino a quel momento ti sembrava sopportabile e lo rende di un etto più pesante del tuo limite.
Con la noia quel libro lo apri anche. Ma il tuo occhio non lo imbrogli: non segue la riga. Rimbalza avanti e indietro come una pallina del flipper alla fine della stagione del mare, quando resta solo il vecchio bagnino con l’ultima moneta da cento lire e  nessuna tasca dove metterla. Allora ding ding ding fino a quando, senza passione, vede la biglia di acciaio andare dietro a tutte le altre.
Con la noia quei progetti che dovevano traghettarti sulla felicità ti lasciano a metà del guado, dove l’acqua è bassa e sotto c’è tanto di quel fango da incollare scarpe e piedi.
Con la noia finiamo a cambiare la data a quell’unico quotidiano proposito del lo faccio dopo.
Con la noia ci giriamo indietro e la troviamo lì: che segue il nostro traghetto a una distanza così perfetta che sembra legata da una cima invisibile. Mai che si avvicini, mai che si allontani, mai che ci tocchi. Sempre lì.

Ma a volte nella noia si trova la spinta per alzarsi dai divani della vita. Quando cominciano a diventare polverosi e troppo caldi. Per uscire da quella presa troviamo quella forza che somiglia più a un rimbalzo casuale che a uno slancio. E in un attimo siamo fuori. Magari vestiti in modo inopportuno, ma fuori. E non importa se qualcuno chiamerà coraggio quel moto centripeto, non importa davvero.
Importa che siamo fuori. dove c’è ossigeno, paura, novità, pensiero difforme. E quella noia l’abbiamo lasciata indietro. Almeno per oggi lasciata indietro.

 

Meglio essere prudente


Sono seduto al tavolo del salone, do le spalle alla finestra. Sto riordinando senza tanta voglia documenti che ormai sono diventati vecchi documenti. Scontrini, fatture, garanzie.

Ad un tratto sento un leggerissimo toc sul vetro. Ma non ci faccio troppo caso.
Devo trovare un metodo, voglio uscirne presto da questo compito asfittico. Toc. Stavolta mi fermo un attimo ma il suono non si ripete e lascio perdere. Cerco di concentrarmi. Perché se continuo a perdere il filo io lo so come va a finire. Che poi raduno controvoglia tutti i documenti e cerco di dare al plico una forma che ricordi vagamente un parallelepipedo, per poi rimetterli nello sgabuzzino. No, no, stavolta devo finire e togliermi di torno questi arretrati. Invece: toc.

Mi giro e con la coda dell’occhio vedo un moscone disorientato dall’ennesima botta contro la finestra. Ma da dove è entrato che abbiamo le zanzariere? Dalla porta principale forse o da quella del terrazzo: uffa la lasciate sempre aperta, poi ecco il risultato!
Insensibile alle mie giustissime lamentele pronunciate solo a mente il moscone ci riprova. Non prende la rincorsa, non vedendo nessuna barriera da sfondare. Semplicemente vola, verso la luce. Vuole andare fuori, cambiare vita. Va dove ha voglia di andare, si butta a testa bassa, senza calcoli. Senza troppi calcoli. L’ennesima musata lo tramortisce. Stavolta ronza scompostamente sul mobile.

Si strofina il paio di zampette più vicine alla testa. Come chi si prepara a un banchetto. Forse si sta solo curando le ferite. Forse, addirittura, pensa. Resta appoggiato su un mobile e pensa. Mi immagino la sua riflessione. Di fronte all’invisibile e all’impossibile si chiede dove ho sbagliato? Volevo solo essere felice. Ma se questo mi porta a spaccarmi la testa allora meglio stare fermo qui. Stare fermo qui. Meglio essere prudente. Meglio stare fermo qui.

Mi alzo dalla sedia e spalanco la porta di vetro del terrazzo e poi la grata con la zanzariera. Lui è fermo: devo andare io a smuoverlo da quel mobile dove si era appoggiato. Svolazza un po’ e poi prende la via verso la luce.
Io mi siedo pensieroso con quelle parole in testa. Meglio essere prudente. Meglio stare fermo qui.

La fiat Tipo senza le cinture

Cosimina

 

Quel giorno avevo addosso qualcosa di strano. Forse era solo un senso di attesa, un’inquietudine leggera. Ma di sicuro dalla vetta inaccessibile dei miei sedici anni non avrei saputo definirla così come solo oggi mi azzardo a fare.
La voce di mia mamma mi arriva con tono indaffarato dalla stanza accanto “Mettiti la gonna blu, non i tuoi soliti pantaloni, dai”. Indecisa tra pantaloni e gonna non potevo sapere che quel pranzo a casa della zia Cosimina avrebbe cambiato la mia vita per sempre.
Anche se seduta sui suoi ottant’anni e su una sedia a rotelle, la zia Cosimina era una donna dolce e decisa. Era come una nonna per me. L’adoravo nonostante l’imbarazzo che mi procuravano i suoi baci resi ispidi da quegli odiosi baffetti da vecchia che mi elargiva ad ogni nostro incontro.
C’eravamo noi, arrivati a Genova dall’hinterland di Milano (come si chiamava allora la periferia brutta). Da Baggio con la fiat Tipo di papà al completo: due genitori e noi tre figli. La famiglia tipica di chi dopo il boom economico crede che le cose andranno sempre meglio. E a pensarci bene anche quella macchina (al di là del facile gioco di parole) era la macchina emblematica di quella famiglia. Una fiat Tipo senza cinture, comprata perché si deve, senza troppi calcoli.

Nel periodo di Natale la riviera ligure di ponente è particolarmente fredda, ma non abbastanza da scoraggiare la rimpatriata del nostro clan di trapiantati al nord. E tutta la sua famiglia vedeva nella zia Cosimina l’unica credibile fonte di calore da cercare per Natale. I suoi acciacchi accumulati negli ultimi anni avevano reso inevitabile che ci spostassimo noi, verso di lei. E in quella casa cercavamo più o meno consapevolmente un po’ di quel calore lasciato chissà dove e chissà quando al sud. Le tavole imbandite, i pranzi che arrivavano ben oltre i supplementari, la frenesia alimentare seguita da un vero e proprio stordimento da cibo erano sensazioni note. E forse persino desiderate. Pranzi infiniti che duravano più delle ore di luce. E alle sei di pomeriggio ti trovavi completamente sfatto, con i pantaloni sbottonati a supplicare le donne di casa di contravvenire alla loro natura, di non cucinare anche per cena, di dare tregua. Ma niente poteva placare la voglia delle donne del sud, mia madre compresa, di coccolare tutta la famiglia.
E il cibo in questa logica era solo uno strumento. Le regole del branco erano conosciute da tutti, anche se nessuno le aveva mai formalizzate. Si cucinava prima pensando ai mariti. Poi pensando alla progenie. E non importa se hai appena finito di pranzare e se pesi già troppo. Devi crescere. E poi è Natale. E a Natale si deve mangiare bene e crescere. Questa imposizione femminile trovava dei capi branco per niente ostili.  Ricordo i chili di frutta secca, ricordo le torte della zia Sara, ricordo il tacchino ripieno e i biscotti al miele della zia Nina. Il vero legame che ci univa non era in realtà quello della parentela ma era il cibo: ci si svegliava al mattino, si faceva colazione e già si pensava a cosa cucinare per pranzo; si arrivava al pranzo facendo qualche spuntino qua e là e alla cena, se si sopravviveva, ci si arrivava strisciando; allo spuntino di mezzanotte. Per ricominciare la stessa liturgia il giorno seguente.
Ricordo le risate grasse degli zii e i giochi di società con i miei cugini (non importa di che grado fossero). Ricordo tutto con grande affetto, erano le feste di Natale più belle, quelle trascorse a Genova. A tratti sembrava di essere ancora giù, in quella cittadina maledetta e abbandonata dell’entroterra mediterraneo bruciato dal sole. Dove a cercare bene puoi trovare ancora le nostre radici piantate anni fa dai nostri avi.

Ma quel giorno qualcosa di diverso e tragico stava per accadere.
Era pomeriggio ed era buio fuori, la luce era spenta in casa. Io e lui eravamo distrattamente sul divano stravaccati. Tutto quel cibo aveva fatto effetto e ogni grande felino aveva cercato un posto dove sbadigliare in pace. Non c’era nessuno nei paraggi e l’unica luce nella stanza era quella del tubo catodico della TV accesa su un programma a quiz. Dov’erano tutti? Forse a fare il pisolino post pranzo o forse al piano di sopra dalla zia Sara? Lui era sdraiato e appoggiato allo schienale del divano, io ero appoggiata a lui. Lui iniziò a strusciarsi contro di me, a strofinarsi dietro di me. Non era una cosa nuova, ma per la prima volta mi resi conto che c’era qualcosa di sbagliato. Lui lo faceva da anni ma per la prima volta iniziai a vivere quel contatto come una ingiustizia. Sentii tutto il peso di quella situazione. Sentii che era sbagliato, avevo per la prima volta smesso di sospendere ogni giudizio.
Ma quella volta, quell’attimo esatto, io capii che avevo il potere di alzarmi e andarmene senza soddisfare nessuna delle sue imprecise voglie. Quella volta capii che potevo decidere di non essere un oggetto. Di non dovere assecondare nessun destino scritto. Capii che l’approvazione e la considerazione che cercavo da lui non doveva passare attraverso l’uso che faceva di me da troppi anni.
Ero una bambina quando iniziò ad usare il mio corpo, ma adesso non più. Adesso potevo decidere di non ricadere nella sua trappola. Solo dopo mi sono resa conto che già il fatto di formulare quel pensiero di fuga mi aveva fatto liberare da quel dannato labirinto. Potevo andarmene e lasciarlo lì, stupito e maledetto, sospeso come le sue voglie lasciate insoddisfatte. Non aveva più lo stesso potere su di me, io non glielo davo più quel potere. Cominciai a sentirmi viva perché avevo preso quella decisione proprio mentre lui iniziava a toccarmi. Mi alzai e lo lasciai lì da solo davanti alla TV. Non so come trovai il coraggio, lo slancio. Forse fu un lancio a occhi chiusi. Non fu semplice ma lo feci.

Inaspettatamente quella decisione cambiò qualcosa in me. Nei giorni seguenti o forse negli anni seguenti iniziai a sentire il dolore, la tristezza, la rabbia e poi tutte le altre emozioni che prima erano rimaste come ibernate dentro di me. E quel disgelo mi ha fatto un gran male per molto tempo.

La prima sensazione forse fu la rabbia, quella verso me stessa che gli avevo permesso di fare di me ciò che voleva per tutti quegli anni. La rabbia verso me stessa che avevo desiderato tante volte che lui si avvicinasse a me in quel modo perché quello mi sembrava l’unico strumento per renderlo contento di me, l’unico modo che mi permettesse di avere la sua attenzione e approvazione.
Poi ci furono la tristezza e il dolore. Sentivo un dolore potente e prepotente, ancora indecifrabile, che tentava di farsi spazio dentro di me e tentava di annullarmi. Ma finalmente sentivo qualcosa nel petto ed era la vita nella sua completezza: se fossi stata in grado di sopravvivere a quel dolore avrei potuto fare qualunque cosa.
Nessuno riesce a farsi raccontare da un bambino appena nato cosa abbia provato venendo alla luce. Ma io immagino che ci sia una sofferenza, uno spavento e una gioia tutti mischiati. Una sensazione forte che forse io ho avuto l’occasione di provare in quel momento di rinascita.

Ma non fu per niente facile. I senso di colpa del prima e del dopo mi schiacciavano. E non conta niente il fatto che la ragione mi diceva che io ero la vittima, ero la bambina circuita diventata ragazza. Non conta assolutamente niente. C’erano i miei fantasmi e c’ero io. Da sola.
Mi ci volle più di un decennio ma fu solo attraversando quel buio pesto che scoprii che la luce laggiù in fondo c’era davvero e non era solo un riflesso. Era la voglia di urlare, la voglia di uscire, di respirare, di trovare il coraggio di prendere la macchina e guidare, di guardare il mondo, di ascoltare il mondo, di ascoltare me, di scrivere, di ridere, la voglia di camminare da sola in mezzo ai campi, di indossare un costume e andare al mare, di mettere i piedi nudi dentro un mare d’erba, la voglia di fare l’amore senza sentirmi in colpa.
Finalmente mi resi conto che ero riuscita a conservare in parte la mia capacità di sognare e di credere in me stessa, come quando ero bambina, prima che lui decidesse di rubarmi la mia anima. Finalmente avevo questa nuova sofferta consapevolezza. La convinzione che la vita vale la pena di essere vissuta. Nonostante tutto.
L’indomani nessuno si accorse che ero troppo silenziosa sul sedile posteriore della Tipo affollatissima che ci riportava a casa. In quegli anni nessuno si accorse di quei silenzi. È chiusa di carattere, dicevano. Crescendo cambierà.
Sì, sono cambiata poi. Ma mi ci sono voluti anni. E la vergogna immensa di spiegare a una psicologa il mio senso di colpa e la disperazione che nasceva dalla certezza di non poterlo raccontare a nessuno. E lei che con dolcezza e professionalità mi opponeva la logica inutile del suo ragionamento. Mi diceva che ero la vittima, che non avevo nessuna colpa da rimproverarmi. Sì, ma vaglielo a spiegare tu alla mia anima. Toglimelo tu quell’alone di grigio, dottoressa.

Ho sempre in mente quel giorno, non l’ho mai superato veramente. Tanto che, a distanza di anni, non sono ancora in grado di parlarne con un’amica. Neanche la migliore amica. A volte ci ripenso e mi dico che dovrei fare una torta con le candeline.
Fu un nuovo inizio quel giorno, fu il giorno che nacqui per la seconda volta. Avevo sedici anni ed era la vigilia di Natale dalla zia Cosimina. E tornai a casa su quella fiat Tipo senza le cinture. Con un silenzio addosso che una ragazza di sedici anni dovrebbe avere il diritto di dedicare a cose più leggere.

La cartolina

cartolina fronte

Oramai era luglio e secondo i suoi calcoli, la cartolina doveva essere già arrivata da un po’. Ma ancora niente. Non un cartolina illustrata con una fotografia di località di villeggiatura: spiagge lunghe e persone facoltose in eleganti costumi di lana in primo piano. Non una cartolina da un parente vicino emigrato in un paese lontano, che dietro a mille incertezze della lingua parla della sua fiducia nel futuro. Non la cartolina di un amata, con quelle quattro parole pudiche che in fondo non dicono niente, ma attraverso le quali è bello sognare un futuro di possibilità.
Quella che aspettava Nato era una cartolina prestampata, senza illustrazioni. Forse senza nemmeno il profilo del re sul francobollo. Una cartolina formale, scritta in un gergo che conosceva bene. Aveva passato venti mesi nel servizio di leva in artiglieria alpina. E adesso che la guerra durava più del previsto i giornali avevano diffuso la notizia che prima della fine della primavera, al massimo a inizio estate, sarebbero stati richiamati quelli del suo anno.
Ormai aveva passato i quaranta e mai avrebbe pensato di dover tornare a indossare una divisa, implotonarsi, marciare in ordine, dividere una camerata con sconosciuti. Rispondere signorsì a un tenentino con la metà dei suoi anni.
Non lo dava a vedere ma ci pensava eccome.
Ma erano passati marzo e aprile in un soffio. Maggio doveva essere maggio il mese della cartolina, ma niente. Neppure giugno, che ormai era quasi sicuro, aveva portato niente. Allora luglio, questo luglio fatto di covoni di paglia, che il grano è già stato mietuto e ti sembra di tirareeun po’ il fiato.
Quando il postino con la sua Umberto Dei nera percorreva verso mezzodì la strada Baratte, lui lo vedeva arrivare da lontano. Fingeva di non accorgersene e continuava a occuparsi di qualche improrogabile banalità. Fare il filo a un ferro per falciare, mettere il manico a una vanga, fare la punta ai pali da piantare nell’orto per tenere su i fagioli ormai cadenti.
Ma nella sua testa era un ribollire di ipotesi. Se mi mandano al fronte la paga è buona. Ma si rischia e se poi non torno ai miei figli chi ci pensa? Se mi mandano nelle retrovia chissà quando torno. Se mi fanno furiere, ma sì in fureria ci vanno solo quelli che hanno un santo in paradiso. E qui il paradiso al massimo lo vediamo dipinto sui muri della chiesa. E se mi nascondo nel granaio come Trevisi? E poi? Chi lo sa se mi prendono cosa mi fanno. Mi fucilano forse, o mi trattano da traditore. Ma io non ho mai tradito nessuno. Solo che di guerre ne ho viste passare da bambino e so che quelli come me hanno solo da perderci.

-Buondì Brusco! Qualcosa di nuovo?
Il Brusco, che un giorno deve avere avuto persino un nome, si fermava: frugava nella borsa di cuoio fissata sul portapacchi anteriore della bicicletta e diceva in un italiano improvvisato: “Me ne dispiace, anche oggi niente”. Come se quella che doveva arrivare fosse per forza una buona notizia o una eredità dall’America.
I giorni passavano e Nato faceva sempre più fatica a fingere di non pensarci.
Appuntiva pali, tagliava bruscoli col falcione, spennava capponi. E fingeva di vivere senza fare attenzione a quella consegna che forse gli avrebbe cambiato la vita.

Non voleva neanche pensare che quella cartolina ci mettesse così tanto da far prima finire la guerra. Sarebbe stato un sogno, e i sogni fatti al momento sbagliato si sa che portano delusioni ancora più forti.
Avanti così, un giorno alla volta. Senza sapere bene cosa sperare. Un giorno alla volta.

Quella luce fuori dalla scuola

luce mattutina

Nella massa artificiosamente sorridente dei genitori che aspettano la quotidiana apertura della scuola ci sono anche loro.

Lui in giacca e cravatta, uno scooterone di chi deve saperla lunga e i capelli più in ordine di quanto il casco appoggiato sul sellino potrebbe far supporre. Parla con calma con suo figlio e si vede che il figlio è abituato a quella serenità.

Lei porta con eleganza un paio di pantaloni con una pieghina che sulla maggior parte delle altre donne starebbe malissimo. Ha lineamenti delicati e un naso sottile. Due occhi scuri e dritti come un orizzonte. Ha il cellulare in mano, assieme alle chiavi della sua utilitaria di moda, ma non lo guarda. Non lo guarda mai quando parla con suo figlio. Mai: neanche quando arriva una notifica. Ha persino scelto il livello più basso di vibrazione e nessun tono. E questo dice molto di lei.

C’è una luce strana stamattina e qualcosa succede. Un raggio che nessuno ha calcolato colpisce lui e i fotoni che rimbalzano arrivano agli occhi di lei. Lo aveva visto anche nelle settimane precedenti, certo. Ma mai guardato. Ma quel raggio quasi parallelo all’asfalto del parcheggio e quest’aria che ricorda un altrove evocativo le suggeriscono un ricordo. “Eppure io l’ho già visto” comincia a pensare distogliendo gli occhi, ma continuando a guardarlo a mente.
Anche lui la nota: come avrebbe potuto non accorgersi di quello sguardo appuntito. Un attimo di disagio, passando in rassegna il comportamento degli ultimi minuti, il parcheggio del ciclomotore, i contributi volontari pagati. Poi, escludendo ogni possibile colpa, il disagio prende la forma di una lusinga. “Chissà perché mi guarda.” E senza accorgersene si mette in posa.

Le rivolge un’occhiata, fingendo di incrociarla solo allora e la saluta accennando un sorriso.
Lei risponde con lo stesso gesto speculare, intanto che il tarlo lavora dentro “Ma sì, ne sono sicura. Al lavoro? Un vecchio compagno delle medie. In coda dal pediatra? Dove l’ho conosciuto?” Ma niente. File not found.
Presa da questi pensieri non si accorge che lui si è girato e le sta rivolgendo la parola.
“Certo che non aprono neanche un minuto prima della campanella!”
“Come?”
“I bidelli, dico. Aspettano la campanella per aprire. Neanche un secondo prima”. Si rende conto della stupidità della frase. Quasi vorrebbe non averla detta. Ma lei, che ha un ottimo pretesto, dopo che lui ha rotto il ghiaccio, riprende: “Chissà che consegne hanno. Protocolli, responsablità, circolari…” . E subito riflette “Che scema sono. Davvero ho detto consegne? Ma che razza di parole…
Ma lui sorride, rassicurato dal salvataggio inaspettato. Adesso anche lui è sicuro di averla vista e cerca di capire dove. Certo che è proprio bella lei. Già a quest’ora ha un qualcosa che…

“Ma noi non ci siamo già visti?” Taglia corto lei.
“Sì mi sembra di sì…” risponde lui perplesso
“Forse al nido la pentola d’oro…” azzarda lei.
“No, non lo conosco. Ma forse ci siamo visti a una riunione di condominio”

Lei cerca di scorrere l’elenco dei condomini delle ultime case che ha abitato, ma non gli sembra che somigli a nessuno dei vicini. Poi d’improvviso una traccia. Lui era il nuovo amministratore che prendeva il posto di Pillozzi. E lei aveva la delega dei suoi genitori che avevano contestato fermamente il passaggio al riscaldamento centralizzato. Per ripicca avevano smesso di pagare i lavori. Quell’assemblea aveva preso una pessima piega e l’amministratore aveva prospettato azioni legali. Lei allora aveva risposto offesissima, come se le si desse della pezzente. Lo aveva odiato. E quanto. Da quella volta non si era mai più fatta incastrare da una riunione di condominio. Quanto lo aveva odiato! Quanto!

E adesso sente il divario assurdo tra questa suggestione mattutina e quell’odio passato. Si vergogna di essere lì e di tutto, anche dei pensieri che non ha fatto in tempo a fare. La situazione si fa gelida. Si salutano con un sorriso ingessato e un “Buona giornata” che sa di uscita di sicurezza.
Ognuno dei due resta sollevato da quel distacco. E parallelamente ragionano su come è strana la vita. Sul fatto che certe persone, prese in altri contesti, sono davvero altro.

Un centimetro scarso sopra il naso

fuori dalla grotta

Non è una brutta giornata, non la aspetta niente di particolarmente terribile. Ma Clara oggi non ha proprio voglia di uscire. Si prepara con cura davanti allo specchio del bagno.
Un filo di trucco ci vuole sempre per una signorina. E quanto le manca la nonna che diceva così. E quando lo diceva, Clara sorrideva di nascosto. Ma quel ricordo la scalda in un modo strano: un po’ la consola, un po’ accentua il disagio per quel freddo fuori.

Clara vorrebbe restare nella sua grotta oggi. Non andare al lavoro, non vedere nessuno, passare la giornata a fare un mare di niente. Magari a disfare gli scatoloni, che il trasloco è fatto da poco. Magari prendersi il lusso di vederla scivolare piano, tenendo in mano di volta in volta una tazza cilindrica, un buon libro, un telecomando, un rimpianto lasciato a metà. Senza un ordine preciso.
Ma oggi c’è da andare e si va. Pensa questo Clara, per farsi coraggio; per rimuovere quel masso davanti alla entrata della grotta e andare fuori. Dentro la nuova giornata, in quel sole bio di febbraio che sembra aver disimparato a scaldare.

Il rosso è un bel colore, pensa indossando un rossetto con la mano ferma di un chirurgo. E intanto che lo pensa, nello specchio si vede verdastra. Colpa di questa lampada a risparmio energentico, meno indulgente di quelle a incandescenza che aveva da bambina, a casa. Sarà che fuori dalla finestra non c’è quella fila di montagne disordinate che lei chiamava per nome. Sarà che anche questa vita è un po’ a risparmio energetico.

Cerca pensieri positivi e nel farlo va a scavare in fondo a un respiro abissale. Quando riemerge pensa alla musica. Pensa alle vibrazioni di quell’ottone. Si ripromette di impararlo meglio quel brano: di trovare nella testa il giusto tono. Proprio lì al centro della fronte, un centimetro scarso sopra il naso.
Proprio lì è dove sente l’istinto di rintanarsi, di restare coperta, di non prendere rischi. Lo stesso impeto che invece, quando suona, sembra trasformarla. Socchiude gli occhi e vola. E in certe sere speciali, le sembra che anche chi l’ascolta sia trascinato. Le sembra di avere un potere immenso, simile a quello dei suoi sogni di bambina: quando si vedeva su un palco e studiava quell’inchino leggero, quello da fare quando tutti le applaudivano un grazie finale. Quando tutti sembravano parlare la stessa musica.

Forse è questo che le manca. L’occasione di fare quell’inchino. La speranza di vedere qualcuno alzare gli occhi e guardarla nei suoi. Proprio lì: un centimetro scarso sopra il naso. Dove vibra, dove esce, dove c’è la musica.

Nella tasca

Stazione ferroviaria

Scendendo dal treno, Valentino, non sapeva bene in quale direzione guardare. Infilò distrattamente le mani nelle tasche. Nella tasca destra del suo giaccone cominciò a distinguere: la stagnola del pacchetto di gomme americane a metà, le chiavi di casa con portabadge usato come portachiavi, le monete ricevute come resto dall’edicolante, un fazzoletto di carta asciutto ma appallottolato e il cavetto degli auricolari che avvolgeva tutto. Tastava alla cieca questo groviglio e gli sembrava di trovarci dentro dell’altro, che ancora non riusciva a identificare. Una inquietudine, una mancanza. Un simbolo forse. Ma no, era più un’inquietudine.

Nella sua tasca non c’era altro che quello che lui c’aveva infilato. In quella tasca c’era tutto quello che gli era servito nelle poche ore trascorse e che gli sarebbe servito nei minuti che lo aspettavano. Riconosceva ogni elemento al tatto, magari da un singolo particolare. Ma sentiva tutto estraneo.
Se qualcuno, lontano da grandi voli filosofici, gli avesse chiesto “Che cosa ti servirebbe adesso? Cosa vorresti avere in tasca?” lui probabilmente avrebbe risposto quello. Le chiavi, la musica, un fazzoletto, le gomme, i soldi. Ma anche di fronte a questo elenco non si sentiva soddisfatto.
Era come se camminando sentisse il peso di una soddisfazione imperfetta. E la cosa che più lo rendeva grigio era il non riuscire a mettere a fuoco cosa gli mancasse.

Camminando velocemente verso l’atrio della stazione prese a fare lo slalom tra i trolley portati a guinzaglio da viaggiatori più lenti di lui. Ma questo non lo distolse da quella sensazione sgradevole che montava. Ormai provava una certa insofferenza per quel grumo di inutilità racchiuse nel suo pugno piantato nella tasca destra.
Arrivato oltre i respingenti si avvicinò al cestino giallo a pochi metri dall’obliteratrice. Estrasse il pugno con tutto il contenuto penzolante della tasca. Fece come per lasciare tutto nel cestino e ripartire.

Poi pensò che senza chiavi non si poteva stare. E anche quelle cuffie erano quasi nuove. Buttare via monete, poi, perché? E le gomme americane e il fazzoletto ormai che senso avrebbe avuto disfarsene. Rimise tutto in tasca. Pugno, oggetti e senso di imperfezione. E uscì dalla stazione con ancora tutto in tasca.