racconti

Tu quell’albero di cachi

Partendo dal fienile, oltre il letamaio oramai traformato in accumulo di attrezzi arrugginiti e vespe cartonaie, c’era il frutteto. Un piccolo quadrato di terra, nato forse come avanzo dalla quadrangolare geometria meccanizzata del campo da arare e la lineare distesa di vigne da lambrusco. E in quel quadrato piccolo, un assortimento di alberi da frutto che sembrava crescesse da solo.

Il ciliegio ci aveva visto scalatori con i vestiti feriti dalla resina che non va più via. Noi con le piume di gallina fissate sulle tempie da una striscia di lenzuolo, a fare imboscate da veri indiani. Noi che arrivavamo sempre troppo tardi per quelle ciliegie che maturavano prima dello scrutinio e che oramai erano per terra, preda di api e insetti meno rispettabili. Ciliegio che ci ha insegnato che non conta essere l’albero più grande, se poi un male piccolissimo te lo porti dentro e la primavera dopo non ci sono più foglie per respirare e diventi un monumento a te stesso.

Ma l’albicocco quello sì che ce ne ha dati di frutti. Arrampicarci era una sofferenza perché il tronco era troppo poco liscio e i jeans tagliati troppo poco lunghi. Ma il gusto di aprire quei frutti tiepidi con le mani e vedere i noccioli che si staccavano alla perfezione, ti facevano perdonare anche quelli inaspettattamente asprigni.

I pruni no, non li abbiamo mai amati. Piante forti, basse e puntute. Rametti duri come una periferia. Frutti lisci e aspri come una domenica a Milano. E nomi che non abbiamo mai voluto imparare. Prugne gialle, mirabelle, prugne e basta, goccia d’oro, forse, susine. Preferivamo cercarli sotto, i frutti. Magari soffiando via quelle formiche che erano arrivate prima di noi, ma che non ci hanno mai fatto schifo, a differenza delle mosche.

Il filare di viti da tavola era un mistero. Non sapevamo seguire i tralci per capirne i frutti e ci sembrava che spuntassero grappoli in modo casuale. Come colore, come grandezza e come maturazione. Qualcuno si improvvisava esperto dicendo che a quest’altezza doveva esserci quella più matura. Ma era un bluff, lo aveva sentido dire ai grandi che sapevano di cosa parlavano.

Ma poi quella pianta aliena, l’albero di cachi. Così piena di foglie cerulee d’estate, da sembrare finta. Quella pianta folta e poco attraente che non era buona per arrampicarcisi. Aveva d’estate frutti duri come le tabelline del sette. Verdi come le divise dei soldati e per nulla interessanti, se non da usare come bombe a mano, ma senza far vedere ai grandi che ne avevamo staccato uno.

Mi ritrovo qui adesso che è inverno e di estati ne sono passate davvero tante. La pianta è ancora lì, ferma che domina il frutteto. Siamo cresciuti molto, tutti e due, eh! In questo freddo umido dell’inizio di dicembre, quando tutte le altre hanno perso le foglie e i frutti da tempo. La vedo ferma, finalmente collocata nel suo tempo, che sembrava non potesse arrivare mai. Gravida di frutti che da verde timido sono diventati contemporaneamente arancione chiaro e che adesso sono braci che risaltano nel grigio nebbioso della campagna umida attorno. Si accendono. Silenziosi. Espliciti. E io fermo che non so staccarle gli occhi di dosso. Sono fermo. Quasi immobile nel freddo e guardo il mio respiro che diventa fumo sfocato. Guardo la sua perfezione fragile e altera. Piccola, ma più grande di me. Armoniosa nella sua struttura simmetrica. Nessuna paura di essere nuda di foglie ma ricca di tutti quei frutti colorati e inattaccabili che porta con forza materna. Mi è sembrato di leggerci dentro la consapevolezza serena e silenziosa che si ha dopo aver passato una vita a costruirsi una cultura con lentezza. Sono rimasto così, senza contare i minuti. A guardare alla giusta distanza quell’albero di cachi e la mia nuova consapevolezza di non poterci arrivare.

Il riverbero della fiamma

 

Che bello il riverbero della fiamma. Mi è sempre piaciuto lasciarmi ipnotizzare dai suoi movimenti fluidi e nervosi. Vedere gli sbuffi di fumo uscire dagli sterpi troppo poco secchi, quando il calore strizza l’umido tra legno e corteccia. E soprattutto la sua forma che non ha ritmo, non ha forma, non ha intensità. Ti grida in faccia che non ci sono schemi, non c’è un disegno.

Ci ho provato a rimettermi a scrivere. Ci ho provato anche oggi. Pensavo fosse quella la mia strada o almeno un passabile anestetico. Ci ho provato ma ogni volta quello che resta impigliato al foglio è troppo poco. Non immagino davvero come possa un improbabile lettore, restare suggestionato da quelle parole. E sì che quando mi sono venute in mente mi sembrava tutto inevitabile. Mi sembrava un’emozione potente, necessaria, consistente. E a me non restava che fare l’ultimo banale passo: guardarla in faccia e descriverla senza snaturarla troppo. Basta rispettare la sua natura, pensavo: compito da oscuro impiegato del catasto. Serve solo puntiglio, nessuna arte. È così forte, mi ripetevo cercando la metà mancante della convinzione, che se anche il mio scrivere è inefficace, resta comunque dirompente. Ed è così che ancora una volta ho preso in mano il foglio, la penna, il momento. E ho buttato giù tutto, senza fermarmi.

Rileggendo da capo, poi, all’inizio mi sembrava che girasse. Aveva parole da limare, certo, ma sembravano poche. Aveva dentro quel tremore, quella indecisione che rende tutto veritiero. Quelle crepe, sì: crepe. C’era come una grossa crepa che dal margine superiore del foglio si inoltrava verso il basso. Diramandosi e diventando profonda, decisa, ineluttabile. Ma nel seguire verso il basso quella crepa narrativa, la vedevo trasformarsi in crepa logica e poi persino in crepa fisica. Fino a quando mi trovavo in mano un solco così profondo da far franare tutto il testo, inghiottendolo.

No, non è così che doveva essere. Non è così che volevo. E seguendo quella spaccatura, il foglo diventa ancora una palla leggera che finisce nel fuoco. Poco distante da dove speravo di vederla atterrare, ma abbastanza da invitare la vampa ad abbracciarla. La vedo dopo un po’, vinta dal calore di quella vicinanza, che si circonda di fumo e poi di colpo fiamma. E in quel momento dà una botta laterale alla forma calda e ne entra a far parte, spostandone l’equilibrio. Ancora una volta una storia inevitabile è finita lì. Mi godo il tremolio dell’ombra sui muri bui. Cerco invano di vederci una selettività, una ricerca, uno spirito critico, una scelta romantica. Ma vedo solo ombre di mobili.
Che bello il riverbero della fiamma.


L’immagine è un dettaglio di “Rut”, illustrazione di Veronica Leffe per il racconto omonimo contenuto in “Ma l’amor mio non muore” di Pier Paolo Di Mino.


Nelle nuvole

nuvole

Quando apri quella pagina del libro di terza ci sono i disegni belli chiari, con colori definiti. Anche il titolo è colorato: PASSAGGI DI STATO DELLA MATERIA. Che in terza elementare sembrano paroloni così grandi che per salirci sopra devi avvicinare la sedia al tavolo della cucina!
C’è lo stato solido, lo stato liquido e lo stato gassoso. C’è il disegno del cubetto di ghiaccio che si scioglie, per far capire bene come si passa da solido a liquido. C’è il pentolino sul fuoco, con tutto il vapore che va su, oltre quella cappa inox solo immaginata. E poi c’è lei, la nuvola bianca. Da dove a volte, a seconda della creatività del grafico, partono gocce che tracciano traiettorie sempre parallele e perfette.

Quando apri quella pagina del libro di terza, però, hai come la sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato. Troppo schematico, troppo semplice e lineare a vederlo così.
E allora mi vengono in mente le mie, di nuvole. Quelle che ho passato ore a guardare stando coricato (o almeno seduto) su un prato. Su quell’erba così aggrappata al suolo in un modo così ostinato e miope che quasi faceva tenerezza. Perché non c’era suolo, non c’era terra, non c’era appoggio, in quel momento.Solo il sopra esisteva.
E in quel cielo turchese passavano fiocchi di cotone, passavano draghi, passavano frammenti di lineamenti di donna, passavano cos’è quello? Non riesco a capirlo! Passavano ippopotami e passavano persino tante, tantissime teste di cane. Ma dove? Lì! Più a destra? Come fai a non vederlo! Lo vedi quello che sembra una faccia di profilo? Che quando finalmente sono arrivato a farti capire quale, un vento sileziosissimo di quota aveva già trasformato tutto in albero o in chissà che cosa. Ma quelle immagini non erano, ne sono sicuro, goccioline di vapore acqueo spinte in alto dall’energia immessa nel sistema. Davvero erano draghi, volti di donna, ippopotami, fiocchi, cani. Tanti cani.

Una volta, molto prima che esistessero i libri di terza, quando ancora per studiare bisognava inseguire un saggio con la barba che camminava attorno a un tempio, quelle nuvole erano piene di dei. Ma piene piene. Che a volte erano così affollate che qualcuno cadeva persino sulla terra e combinava disastri o fortune. A seconda di come e dove cadeva.

Adesso invece gli dei se ne sono andati. Deve essere stato più o meno quando siamo saliti noi, con gli aerei e i finestrini pressurizzati. Siamo andati su pieni di attese per vederli da vicino. Ma gli dei, ultimo supremo dispetto, se ne sono andati qualche minuto prima. Probabilmente quando noi eravamo già oltre il controllo bagagli. E ci hanno lasciato credere, abbandonandoci in quel deserto bianco di nuvole stropicciate, che davvero siano solo goccioline di vapore.

Ma a noi basta chiudere un attimo gli occhi e la verità ci appare subito chiara. Noi che siamo stati su quei prati lo sappiamo fin troppo bene che le nuvole sono draghi, volti di donna, ippopotami, fiocchi, cani. Tanti cani.

Cenere ritornerai

urna cineraria

Silvia, nel suo ingombrante pudore da primogenita osservò: “Ma… in una scatola di latta?”
Tommaso, il secondo: “Beh, certo. Già che ci tocca fare questa roba. Almeno non farci proprio beccare…”
Agnese, come se fosse lì per caso: “Perché? Dite che è illegale?”
“Certo, Agnese, sveglia. Pensi che sia normale spargere le ceneri in un incrocio?”
Invece di rispondere, la piccola di casa, oramai cinquantenne, prese il foglio che le aveva consegnato il notaio. E rilesse per l’ennesima volta quelle grottesche istruzioni. Ma più che un rito postumo, sembrava la parodia di una caccia al tesoro.

“Chiedo che i miei figli Silvia, Tommaso e Agnese si presentino alle nove di una mattina entro due mesi dalla mia morte nell’incrocio di viale Unità d’Italia, all’incrocio di via Martiri di Belfiore. Non voglio altri invitati, non voglio riti particolari (le preghiere, a questo punto, le avranno già sprecate nei funerali ufficiali in chiesa). Chiedo che i miei tre figli portino con loro le mie ceneri, in quanto chiederò di spargerle, indicando il luogo esatto. Voglio però che siano presenti tutti e tre e che aprano la busta sigillata che ho consegnato allo studio del notaio Ferrara. In quel plico spiegherò le modalità e le motivazioni di questa mia richiesta. Pongo questo adempimento come condizione necessaria per avere pieno accesso alla mia eredità.”
Quante volte Agnese e Silvia avevano letto questa lettera: una la copia su carta, l’altra la copia inviatale via e-mail. A Tommaso era bastata una volta sola per liquidarla come l’ennesima sceneggiata di un egoista.

Tommaso tolse tutti d’impaccio e allungò il palmo verso Silvia, che teneva in mano la lettera sigillata dal notaio aspettando chissà che cosa. La aprì e, senza rendersene neanche conto, diede un’occhiata di insieme per valutarne la lunghezza. Immediatamente, senza chiedere permessi, iniziò a leggere.

“Eravate piccoli voi tre. Eravamo a metà degli anni sessanta, se ricordo bene. Io e vostra mamma era un po’ che avevamo sogni che puntavano in direzioni diverse. Mi è capitato di incontrare in ufficio una giovane impiegata. Era sposata e aveva un bambino piccolo. Un bambino con gli occhiali dalla montatura spessa e di cui lei mostrava sempre una foto che teneva nel portafogli. La prima volta che ci siamo dati appuntamento è stato qui, in questo incrocio in cui vi ho portato adesso che leggete questa lettera. Adesso che è troppo tardi perché possa provare vergogna o sensi di colpa che non ho mai provato. Ma sarei ancora in tempo per provare il riflesso del vostro imbarazzo. Lei era molto magra, anche più di quanto fosse di moda allora. Aveva una polo bianca, o forse di un azzurrino così chiaro da sembrare detersivo in polvere. C’era tanta luce e lei mi aveva raggiunto perché sapeva che sarei dovuto andare all’ufficio del comune per quella pratica inutilmente lunga che era allora il rinnovo della carta di identità. Le avevo detto del mio impegno al comune e le avevo chiesto se poi ci saremmo potuti vedere per un caffè. Non ricordo neanche bene come. Ricordo che non mi ha risposto, come mi aspettavo. Mi ha sorpreso invece vederla là. Aveva preso il numero dall’usciere e aveva cominciato per me la fila. A metà tra crocerossina e angelo custode.
No, non è stata la storia di un tradimento. È la storia di un amore mai sbocciato. E di un incrocio.
Dopo aver fatto la carta di identità siamo andati in quel bar dall’altra parte dell’incrocio. Qui c’è stata per decenni l’insegna “bar ristorante da Marinella”. Magari ve la ricordate anche voi.
Dopo il caffè abbiamo passato i pochi minuti ritagliati alle rispettive giornate parlando fitti fitti senza guardarci in faccia. Tanto che adesso non saprei neanche dire il colore di quella polo. Ma ricordo che era chiara, come erano chiari quei pantaloni larghi sopra e stretti in fondo. Aveva occhiali da sole con lenti larghissime, ma se li toglieva per parlare. Non voleva usarli per nascondere dietro quelle lenti sfumate la sua timidezza. Era coraggiosa, a modo suo. Siamo stati seduti così vicini da sentire sul fianco della mia gamba la cucitura dei suo pantaloni. Tutti e due facendo finta che fosse casuale.
Ci siamo sentiti per qualche mese, chiamandoci dalle cabine con molta, moltissima prudenza. Fino a quando la paura e i suoi sensi di colpa che non avevano avuto il tempo di crearsi motivi più solidi, ci hanno fatto dire basta.
Non ho mai capito se quel basta è stato perché si aspettasse di più da me o perché eravamo andati oltre.
Tenete conto che erano altri tempi, ma a dirlo mi sembra di essere vecchissimo. Così vecchio che tanto adesso che leggete queste righe sarò addirittura morto.
Per tutta la vita ho portato in me il segno di quell’incontro e di quel distacco. Ogni volta che mi fermavo al semaforo sempre rosso di questo incrocio giravo gli occhi verso l’insegna del bar e sorridevo. Quasi sempre dentro di me, poche volte fuori. Ma per tutta la vita ho custodito gelosamente questo sentimento. L’ho nutrito, l’ho annaffiato, l’ho rispettato. L’ho imbrogliato ricordandolo enorme, ma è stata una truffa piccola piccola, in confronto.
Vi chiedo scusa se vi ho costretto ad essere qui, oggi. Ma volevo raccontarvi questa storia. E volevo che su questo incrocio voi spargeste le mie ceneri. Non sulla tomba di vostra madre, che se ne avesse possibilità le vedrebbe come un fastidio.
Volevo andarmene raccontandovi questo che per me è stato importante. Scusatemi.

Agnese in silenzio prese la scatola di latta dal sacchetto di tela.

Tommaso sorrise ironico “Ma cazzo: l’hai messo nella scatola dei biscotti di Frozen?”
Agnese non rispose e tolse il coperchio. Alzò leggermente la scatola e la ribaltò con gesto plastico giù dal marciapiede, come se si trovasse su un bastimento al tramonto o sulla cima di una montagna scalata con fatica e silenzio. Invece era solo un incrocio che puzzava di carta bagnata e di gas di scarico.
La cenere, per la quasi totale mancanza di vento, si ammucchiò disordinatamente per terra. Agnese diede un colpo alla scatola, come se avesse un qualche senso essere precisi nell’eseguire quel compito assurdo. Aggiunse solo un “Che stronzo”.
Tommaso fece una smorfia di assenso, risparmiando alle sorelle il suo prevedibile “l’ho sempre detto”.
Silvia invece non disse niente. Prese con dolcezza la scatola dalle mani di Agnese. La richiuse e la mise nel cestino a due passi dal semaforo.

Mise in modo inedito le mani sulle spalle dei fratelli mentre i tre si incamminavano verso le macchine lasciate nell’autosilo.

Evidenziatore giallo e tisana

Era un po’ che progettava di farlo e stamattina Gabriella, rientrando dall’asilo dove aveva lasciato Gabriele, si è fermata in edicola. Ha chiesto il giornale con gli annunci di lavoro e una rivista, quasi per nascondercelo dentro.
Nel cassetto delle cose per cucire ha trovato il suo astuccio, parcheggiato lì da quando il contratto da supplente le è scaduto. Ha controllato che l’evidenziatore giallo non fosse del tutto scarico, ha messo il tappo dietro e si è avvicinata la tazza di tisana.
Se l’era immaginato proprio così questo momento, Gabriella. Solo che adesso, con questa pancia che cresce le sembra di vivere una realtà un pochino meno comoda.
Allontanandosi senza fretta dai trenta e senza un lavoro si sono detti quel now or never che si è trasformato in qualche mese in una doppia linea colorata su un aggeggio comprato in farmacia.
Come se fare un altro figlio fosse più facile di trovare un altro lavoro. Ma di questi tempi senza parametri è così difficile fare paragoni convincenti.

Avvicina la tazza cilindrica alla bocca e assapora il calore e il profumo. Il sapore non è niente di speciale, senza zucchero, ma lo sapeva già. Da quando il buon senso le ha tolto le sigarette e qualche birra si è buttata sulle tisane. Più per il gesto che per il conforto. E adesso è lì che volta le pagine cercando quelle degli annunci. Tutto è pronto. L’evidenziatore, la tisana, la speranza.

Ma chi glielo ha fatto fare, a Gabriella, di fermarsi in edicola stamattina? Ma chi vuoi mai che la consideri, una come lei? Una che sorride piano e butta quel po’ di speranza ben oltre l’orizzonte di quelle righe.
“Certo che fa proprio schifo quest’acqua calda” pensa così forte che quasi riesce a sentire la sua stessa voce.
E sorride. Non sa di cosa, ma sorride.

Monstera Deliciosa

Capisco che negli studi il ritardo accumulato dalle prime persone che entrano al cospetto del professionista si ripercuotano sugli appuntamenti seguenti, ma se appena entro mi si dice “Vada pure a prendersi un caffé, che qui siamo sull’oretta di ritardo” non partiamo proprio col piede giusto. Già fare le corse per essere puntualmente in anticipo è faticoso, sentire poi lo svilimento di ora in oretta è davvero insopportabile. Ma non voglio polemizzare, non oggi, non ancora. Ho bisogno di far vedere le mie pratiche e di chiudere tutto prima della maledetta scadenza. Non voglio ritornarci alla prima casella di quel calvario fatto di linea da prendere, responsabile fuori ufficio, responsabile che adesso glielo passo e data da trovare e cosa deve fare di preciso. No: sono qui adesso e devo fare tutto quello che serve per non tornarci. Aspettando anche un’ora. Un’oretta, persino. Forse questo pensiero ha qualche efficacia nell’incanalare il mio ottuso livore verso altri obbiettivi. Mi sto rasserenando.

Suona il campanello, il segretario muove la mano verso il citofono e apre senza guardare. Il muro attorno al pulsante è ingiallito: ci deve avere messo un bel po’ per rendere meccanico e preciso questo movimento del dito verso il pulsante.
Entra una ragazza. È vestita più per fronteggiare questo caldo, che gli sguardi che ha attorno. Ha una canotta grande, larga, larghissima. Una gonna incidentalmente corta e ai piedi porta la sintesi estrema di un paio di sandali. Solo due suole legate ai piedi da stringhe di cuoio e perline.
Mi guardo attorno. Ho poca batteria e non la voglio sprecare con un giochino scemo. Le pareti bianche sono state ritinteggiare da poco. Le sedie di plastica sono meno dozzinali di quanto potevo aspettarmi. Le piastrelle di cotto forte sono terribili. Un colore che avrà sicuramente dei pregi nascosti dal punto di vista della facilità di tenerlo pulito, perché come bellezza proprio siamo messi male. Alle pareti stampe che non suggeriscono nessuna emozione. Solo dei colori abbinati bene e niente di più.
La ragazza mi si siede di fronte e fruga nel borsone elegante per estrarre un iPad. Riceve una telefonata prima di riuscire a sbloccarlo.
“Sì, te lo stavo facendo proprio adesso il bonifico. Certo, lo so. Tu controlla domani mattina. Ma cosa ne so? Non so che valuta piglia, devi saperlo tu. Domani dall’ufficio ti mando la conferma.”
Ha un tono di voce fermo e non fastidioso. Non sembra uno di quelli che per fare una telefonata si mettono al centro del palcoscenico, a voce insensatamente alta. Come per affermare “io sono uno che fa le cose che contano: guardami”. Lei fa la telefonata in modo spontaneo, senza attriti.

Rifletto su questo e vedo, incidentalmente, i violenti tatuaggi che le spuntano su gambe e braccia. Li porta con una naturalezza tale che non li avevo neanche notati. Eppure sono forti, decisi, netti.
Ha sul braccio le linee di una faccia che sembra disegnata su un foglio di plastica dilatato dal calore. Un disegno davvero ispirato. Bello, esplicito e riassuntivo come la locandina di una serie tv su Netflix. Dice tutto, lo dice bene, in pochi tratti. Lei continua a spostare i polpastrelli sul suo tablet e io continuo a ingannare il tempo leggendo l’inchiostro che ha addosso senza farmi notare.
Dalla coscia destra spuntano una serie di linee spesse, ondulate e parallele. Potrebbe essere il fumo stilizzato di una tazza di tisana copiata da una infografica. Mi stupisce lo spessore di ogni singola spira di fumo. Un centimetro intervallato da un centimetro di spazio per poi ripetersi e ripetersi.
Su un fianco ha invece una pianta tropicale. Non si capisce bene da dove parta ma dalle finestre nei vestiti sembra che parta dalla gamba e arrivi fino alla spalla. Mi ricorda una pianta che aveva mia mamma in appartamento. Anche questa disegnata con grande maestria. Sembra una di quelle piante con le foglie grandi e lobate come le foglie di fico. Come si chiamava?!?

All’improvviso sbuffa. La vedo che cerca una connessione che non trova e non riesce a entrare nell’home banking.
Ho la cattiva idea di suggerire una soluzione tecnica. Non la capirò mai che il mondo è fatto di persone che non vogliono essere salvate, soprattutto da supereroi part-time.
“Non si connette? Ha provato a togliere il wi-fi?”
Non risponde, intenta com’è a cercare di cavarsela da sola.
Dopo venti secondi mi dice. “Grazie era proprio quello. Ma non dovrebbe. Quando sono a casa prende il wi-fi. Fuori va con la schedina…”
“Magari c’è qui attorno qualche rete wi-fi aperta che gli dà quel poco di connettività per fargli credere di essre dentro. E poi non va”
“Infatti. Adesso va” dice continuando a fare tutti i passaggi per portare a buon fine il bonifico che ha promesso troppo presto.
“Sei un tecnico?”
Mi viene da dare la solita risposta. Che no, non sono un tecnico, ma ho lavorato tanti anni coi tecnici e bla bla bla.
Questa idea di risposta precisa annoia persino me. E me la tengo. Invece rispondo “Quando qualcosa mi interessa, mi piace guardarci dentro”. Io pensavo agli ingranaggi. Lei probabilmente fraintende perché risponde “Monstera deliciosa”.
“Cosa?”
“Monstera deliciosa! La foglia che ho tatuata sul fianco è di una pianta tropicale.”
Mi viene in mente come la chiamava mia mamma e azzardo “Pensavo fosse un filodendro”.
“Sì, si chiama anche così. È una pianta che cerca di arrivare in alto alla volta della foresta. Ma alla luce diretta muore. E non sopporta neanche il ristagno d’acqua. Ha radici aeree, come per illudersi di poter volare. E i tagli sulle foglie la rendono forte. Non ha paura che il vento la butti giù”. Non capisco più se sta parlando del disegno, della pianta o direttamente di sé stessa.
Ricordo che i miei ne avevano una in casa. Ricordo un vaso di plastica bianco, rettangolare e dai bordi arrotondati. Non capisco come ci sia entrato un vaso così di design in un appartamento arredato con gusto molto classico. Continuo per la mia strada “Io non capisco i tatuaggi, ma quello sembra disegnato molto bene”
Lei sorride. Ma è perché il bonifico è andato a buon fine. “Si vede che non ti piace. Ma nella vita non puoi mangiare panna e cioccolato. Ci vogliono contrasti”
Sorrido io. Ma cosa vuole insegnarmi questa lavagnetta ambulante che avrà la metà dei miei anni? Ma la sua metafora confusa mi arriva diretta. “Io da piccolo sceglievo sempre fragola e limone. Poi ho cambiato, cercando gli abbinamenti migliori. Sto tornando ad apprezzare il contrasto del dolce e dell’acido”.
“Vedi?” dice convinta di esserne uscita vincitrice, di essere stata lei a convincermi. Come se la fragola e limone fosse una scusa.
Io continuo convinto a darle del lei, se solo la costruzione della frase me ne desse occasione. Alza gli occhi dall’iPad e vedo che ha un occhio verde pezzato di marrone. Mi ricorda la montagna. Una prato di montagna con una grossa boazza di mucca. Che poi chissà come si dice boazza in italiano, certamente non letame o stallatico. Boazza è di più: è la materia, ma anche la forma. È la natura che chiude il suo ciclo restituendo scarti vegetali ruminati facendoli regalmente cadere dall’altezza di circa un metro. È lo splaf che suggella un ritorno. Cioè: quello che mi ispira questa immagine è senz’altro lusinghiero; ma non saprei spiegarglielo. E sorrido in silenzio, perso nei miei pensieri di montagne verdi con screzi di marrone fluido.  Chissà se anche l’altro occhio, coperto dal ciuffo castano, è dello stesso colore. Mi sa che è un architetto. Non saprei dire perché. Forse per lo stile deciso, per la cura di quelle linee. Ma no: prima ha detto ufficio e non studio. Gli architetti dicono studio. Quasi quasi glielo chiedo, come se questo mi cambiasse qualcosa.

Esce la persona che era prima di me in fila. Tocca a me. Dove è finita tutta quella fretta che avevo un’oretta fa?
Faccio in tempo a vedere che fa fronte alla mia uscita di scena mettendosi degli auricolari costosi e seleziona Chemistry, degli Arcade Fire. Avrebbe preferito non interrompere questo dialogo improvvisato con me. Mi piace pensarla così.
Riordino le fotocopie e lancio un rassicurante “Eccomi, arrivo” per non perdere il posto.
Quando esco non c’è più. Mi fermo a prendere una cono da due euro. Fragola e limone. Senza panna, grazie.

Sciogliersi


– Ma allora? Non mi dici niente della seduta di pranoterapia che ti ho consigliato? Hai sentito qualcosa di potente?

– Sai… all’inizio il coso, il trattatore (non farmelo chiamare terapeuta, ti prego!) mi ha fatto sdraiare e visualizzare tutta una serie di immagini del mio passato. Scene che rappresentavano un attrito, un conflitto, un qualcosa di non risolto…

– E…

– Ah ma io con l’immaginazione e con la memoria visiva vado benone. Non ci ho messo tanto a vedermi seduto in macchina, nel posto del passeggero, attaccato con la mano destra. E tutti intorno a me vivevano ogni tratta da semaforo a semaforo, ogni maledetta linea d’arresto, come un qualcosa di personale. Un oltraggio, una sfida, un affronto. Tutti agguerriti, tutti mostrarsi i denti, a comprimere i muscoli delle spalle, a gridare parole che i cristalli riflettevano verso l’interno. E io che cercavo di intervenire e di ricondurre a una logica, ma niente. Poi mi sono visto anche io alla guida, qualche anno dopo. Non so se le strade erano le stesse, ma l’atteggiamento sì. Stavolta rivolgevo le mie inutili proteste verso me stesso e mi dicevo che non volevo, che non dovevo diventare così. Eppure lo ero già. 

Quando poi il coso, l’operatore…mi ha messo le mani a pochi centimetri dalla pancia (non le ho viste, ma immagino che fossero sospese lì) ho sentito un calore. E, senza che mi suggerisse nulla, ho visto quei fotogrammi grigio scuro che prendevano forma. Come se fossero parti di una pellicola bloccata nel proiettore che si fonde. E bollendo crea spruzzi  colorati. E in quei colori c’era come uno sforzo di semplificazione. Poi in quella immagine creata dalla mia mente è successo qualcosa di strano. Piano piano i pigmenti blu andavano coi blu, i rossi coi rossi, i gialli coi gialli e così via. Con un certo ordine si sono formati come dei vermicelli ognuno di un colore, tutti intrecciati. Ho sentito un bel sollievo quando il nodo che formavano si è sciolto e ognuno è andato lentamente in una direzione diversa. Mi sentivo rilassato. Sentivo che potevo cambiare.

– Oh che bella cosa. Sono proprio contenta che tu abbia finalmente accettato la potenza e la validità della pranoterapia. Che questa esperienza ti abbia cambiato.

– No, aspetta. Continuo a pensare che queste discipline orientali siano tutte boiate. Ho solo detto che ho visualizzato una immagine. E che ho provato un senso di sollievo. E ho visto la mia voglia di cambiare. Poi nel traffico ero quello di prima. La stessa bestia…

– Ne sei davvero sicuro?
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disegnino di Mumaclo

Hanno detto che Massimo

Hanno detto che Massimo è tornato in città. Lo hanno visto passare per le vie di questo quartiere, dove ha abitato per tanti e tanti anni. Lo hanno visto con una sacca di tela scura, un po’ impolverata. Ne parlano piano, senza aria di scandalo, senza l’accento frizzante del pettegolezzo. Dicono solo che è tornato in città.

Qualcuno dice che è stato al fronte, partito volontario senza nessuna precisa volontà, tranne quella di fare un lavoro con uno stipendio sicuro a fine mese. Qualcun altro dice che no, che non è vero niente. Che è stato a Londra, un lavoro di fatica per imparare la lingua. Ma ce lo vedete Massimo che si mette a discutere in una lingua che non è la sua? Proprio lui che preferiva stare in disparte anche quando aveva la risposta giusta per mettere a tacere i cretini che nelle discussioni ripetono a voce troppo alta opinioni non loro.

Qualcuno dice che lo ha visto poco lontano da qui. Scriveva frasi su bigliettini gialli. Per una donna, dissero. Ma forse era solo una loro proiezione. Forse erano davvero solo numeri di telefono e appunti per la spesa.

Qualcuno non si concentra sul posto dove è stato ma, chissà perché, su come è tornato. Si augura che Massimo non si perda nel cercare, al ritorno, il posto che ha lasciato. Finirebbe per arrendersi e dover ammettere che il posto non è più lo stesso. Senza considerare che i primi a cambiare sono gli occhi di chi guardano. E mentre gli augurano questo, non si rendono conto che stanno parlando ad uno specchio.

Qualcuno, Massimo, dice di averlo visto in un parco, all’ora in cui il sole d’estate inizia ad abbassarsi. A guardare le ombre lunghe e dorate dei fili d’erba. Sembrava che cercasse qualcosa. Forse cercava solo l’inquadratura giusta per fissare nella memoria quella luce tragica e perfetta.

Qualcuno dice che è ripartito, che qui non poteva starci più.

Qualcuno dice solo che Massimo è tornato in città. Ed è solo questo che conta.

Bungee jumping

bungee jumping

Dicono che quando stai per morire ti passa tutta la vita davanti, ma io non vedo niente. Vuoi vedere che il mio cervello è così fottutamente razionale da considerare persino che ho indossato una strana imbragatura e che alle caviglie sono fissate le estremità di corde elastiche calibrate sul mio peso?

O forse deve ancora arrivare il filmato. Forse è questo. Sono della generazione che si è formata con la televisione al pomeriggio e piano piano mi sono autoimmunizzato alla pubblicità. Non mi fa più paura: metto il cervello in pausa e non ascolto gli ineludibili consigli per gli acquisti. Forse è questo: è che il film della mia vita non ha ancora iniziato a scorrere. Per adesso è solo pubblicità. Che non sento, che non vedo neanche…
Ma il pensiero di trovarmi presto davanti a questa pellicola mentale mi terrorizza. Mi spaventa pensare che il trailer possa risultarmi insopportabile, scontato. Noioso. Ma adesso sono troppo poco concentrato sui particolari per immaginarmi le sequenze di quel documentario autoprodotto. Sono su questo ponte altissimo, in mezzo a gente che grida frasi in una lingua che non capisco. Ma forse è solo la lingua dell’esaltazione: quella che non ho mai capito.

Il salto invece non mi fa paura. Ho la certezza che maledirò con tutti i muscoli della pancia contratti questa decisione, ma per ora non sento questo terrore. Adesso sento più una specie di disgusto. Perché mi ci sono messo, in questa situazione?
Quando ne parlavamo mi è sembrata una buona idea buttarsi da un ponte. Legato, certo. E chi si è mai sciolto, di noi due? Mi sembrava, non so, un modo di farmi notare da te. Un modo di cercare una emozione forte, di quelle che il tempo ha smussato. E questa volta non ho calcolato tutti i pro e tutti i contro. Non ho calcolato che forse anche questo salto è inutile. Che l’adrenalina circola nel sangue solo per pochi minuti e dopo riusciamo a smaltire anche quella.

Pensavo di provare una esaltazione gloriosa a stare qui con il mondo sotto, con la morte e la vita divise da un elastico. Invece provo solo una specie di nostalgia. Forse è questa la morte: una specie di nostalgia per quello che non siamo riusciti a essere. Sono qui, ai piedi di questo parapetto di acciaio inox e ho il voltastomaco. Ma forse il gioco è questo: è gridare, gridare forte, gridare più forte della paura e della nausea. Per fare finta che non ci sia.
Chissà se adesso stai cercando di immaginare cosa provo o stai solo cercando l’inquadratura giusta per postare il salto col cellulare. O magari stai rispondendo a un messaggio e sei altrove.

Dicono che quando stai per morire ti passa tutta la vita davanti, ma io non vedo niente.

Con la noia

noia

Con la noia non fai molta strada. Ti si infila nei sandali, tra pelle e cuoio, s’aggiusta da sola, cerca il suo posto e provoca abrasioni. Si posa sullo zaino che fino a quel momento ti sembrava sopportabile e lo rende di un etto più pesante del tuo limite.
Con la noia quel libro lo apri anche. Ma il tuo occhio non lo imbrogli: non segue la riga. Rimbalza avanti e indietro come una pallina del flipper alla fine della stagione del mare, quando resta solo il vecchio bagnino con l’ultima moneta da cento lire e  nessuna tasca dove metterla. Allora ding ding ding fino a quando, senza passione, vede la biglia di acciaio andare dietro a tutte le altre.
Con la noia quei progetti che dovevano traghettarti sulla felicità ti lasciano a metà del guado, dove l’acqua è bassa e sotto c’è tanto di quel fango da incollare scarpe e piedi.
Con la noia finiamo a cambiare la data a quell’unico quotidiano proposito del lo faccio dopo.
Con la noia ci giriamo indietro e la troviamo lì: che segue il nostro traghetto a una distanza così perfetta che sembra legata da una cima invisibile. Mai che si avvicini, mai che si allontani, mai che ci tocchi. Sempre lì.

Ma a volte nella noia si trova la spinta per alzarsi dai divani della vita. Quando cominciano a diventare polverosi e troppo caldi. Per uscire da quella presa troviamo quella forza che somiglia più a un rimbalzo casuale che a uno slancio. E in un attimo siamo fuori. Magari vestiti in modo inopportuno, ma fuori. E non importa se qualcuno chiamerà coraggio quel moto centripeto, non importa davvero.
Importa che siamo fuori. dove c’è ossigeno, paura, novità, pensiero difforme. E quella noia l’abbiamo lasciata indietro. Almeno per oggi lasciata indietro.