volontariato

Abbiamo fatto aquiloni

aquiloneLa carta speciale ce l’aveva data Emanuele. I suoi avevano un’azienda artigianale che faceva sacchetti per la spazzatura. E avevano rotoli enormi di plastica leggera e resistente. Sottilissima. I legni da incrociare li avevamo cercati lì, in Bosnia.
Ed eravamo chinati, all’ombra della scuola grigia, sul cemento. Ogni aquilone aveva attorno almeno una mezza dozzina di ragazzi e bambini e animatori. Che, imprecando speranze in lingue e dialetti diversi, davano il loro contributo.
Noi avevamo la tecnica. Loro la rassegnazione. Noi ci mettevamo i fogli di politene. Loro i legnetti. Noi ci mettevamo la poesia. Loro l’ironia balcanica. Il sudore tutti.
Perché quell’agosto era caldo. Caldo caldo.
Alla fine, fate fare a me che so come si fa, abbiamo anche fatto le difficili legature dello spago.
L’aquilone è simbolo. Di oggetto che vola alto, che sale dalla quotidianità. L’aquilone ti insegna a crederci. L’aquilone ti fa vedere che una speranza, ogni speranza, ha in sé il seme di una vittoria.
Ci siamo spostati di qualche decina di metri. Al centro del campo da basket con l’asfalto ingrigito dal tempo. Eravamo solo noi, gli italiani, con gli aquiloni.
Loro, i furbi ragazzi bosniaci, all’ombra. A scommettere contro. Contro il nostro ottimismo di chi non sa stare al mondo.
Ci siamo accorti, in quel momento esatto che non c’era un filo di vento. Ci siamo guardati attorno, in tutte le direzioni. A pensare dove, a pensare quando, a pensare se.
Abbiamo fatto aquiloni in una terra senza vento. Ma non è stato inutile. No, non lo è stato.

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