volo

Oltre quelle linee

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Prima della corsa appoggio i piedi pesantemente, uno alla volta, sul solito muretto del cancello. Aspetto che il cronometro agganci i satelliti per darmi una misura aggiornata della mia lentezza. Un piede su, un minimo spostamento in avanti per tirare i muscoli dietro la gamba. L’altro piede su, lo stesso minimo spostamento di prima. È in quel momento che mi accorgo di te.

Tagli l’aria calda della sera con le tue dannate traiettorie che sembrano passaggi di bisturi. Precisi, perfetti, affilati, netti. Nessuna sbavatura in quel volo senza quasi muovere le ali. Come mossa da una forza segreta, che a noi con i piedi pesanti non è dato di capire.
Inizio la mia corsa, ho la solita routine, il solito giro da portare a termine. Dopo qualche chilometro arrivo in un punto dove attorno alla pista ciclabile non ci sono case. E ti ritrovo lì.  Le stessa linea perfetta di sempre, gli stessi occhi piccoli e perfetti, la stessa assoluta mancanza di sorriso. E allora ho capito, ho capito chi sei.

Pensavo che sfrecciassi a pochi centimetri da terra e poi alta in cielo fino a perderti per un tuo ruolo non scritto. Pensavo cercassi nutrimento, che compissi il tuo dovere. Invece cerchi altro. Ci leggo un’ansia, ci leggo un amore, ci leggo una speranza da affossare, in quel tuo volo.
E finalmente ti riconosco, oltre quelle piume. Oltre quelle linee la tua linea. Oltre quella tristezza la tua tristezza. Oltre quella bellezza. Oltre.

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Volare basso volare alto

takeoff

Spesso noi genitori ci troviamo la mattina in mutande a urlare “Vèstiti e non fare casino a quest’ora”. Che a pensarci bene non è proprio il massimo della coerenza. Ma alle sette e dieci di mattino la FIFA ha vietato le partite condominiali tra giocatori di sette e otto anni. E soprattutto le risse in campo e le rovesciate.
Quindi mentre mi faccio la barba mi capita di intervenire e di squalificare campi, espellere giocatori, comminare giornate di squalifica.

Visto che i vari DASPO contano poco, viene il sospetto che i piccoli giocatori-hooligan non vengano su nel modo migliore. Sembra che inizino a “rispondere” in modo maleducato e soprattutto a dover essere controllati perché cercano sempre di fregarti. Le partite infatti sono a porte chiuse, nel senso più stretto del termine. Sapendo di fare qualcosa di sbagliato si chiudono in camera e comincia l’incontro.
Magari con lo spazzolino in bocca, magari con il grembiulino blu, magari più che segnare lo scopo è fare a botte.
Ma quello che li accomuna è che, quando arrivano le ispezioni sono tutti angioletti. La palla è sparita in pochi millisecondi, le braccia sono aperte coi palmi in su (per dichiarare innocenza) e soprattutto gli occhi sono sgranati e increduli, che neanche il miglior Totò Schillaci!

Sbuffiamo, sgridiamo, andiamo avanti e un dubbio di non essere abbastanza bravi come genitori ci viene.
Poi capita che andiamo qualche giorno a Barcellona per le vacanze di Pasqua. Durante la preparazione per il decollo Federico si mette a disegnare, facendosi richiamare per il tavolino aperto. Chiara si mette a leggere. Luca invece è silenzioso. Si gira verso di me (che sono dall’altro lato del corridoio) e ammette mal volentieri “Non sono tanto tranquillo”.
Capisco che, imprevedibilmente, ha paura del decollo e sta chiedendo aiuto. Faccio un cenno con gli occhi a Chiara che, meravigliosamente, capisce al volo. Protettiva e sorella maggiore come non mai gli dice “Non preoccuparti” e gli sorride. L’aereo prende velocità e decolla e io guardo le due manine, una sull’altra, appoggiate sul bracciolo della fila 33. Luca è meno preoccupato. Chiara è silenziosamente fiera del suo ruolo.

E io penso che forse sì, forse stiamo facendo un buon lavoro.

Ho imparato a volare

volare

Se ripenso ai primi momenti ho una immagine poco chiara. Mi ricordo bene, però, che la cosa più difficile è stato confessarlo a mia mamma.
Non è facile dire a chi ti ha messo al mondo che tu non sei esattamente uguale agli altri, che tu sai volare.
“Sì, volare. Ma no: senza molle o aerei o elicotteri o diavolerie. Semplicemente ho imparato a volare”.

Fin da piccolo avevo questa grandissima passione per l’aria e per il volo. Quando gli altri cercavano fuori dalla finestra una distrazione qualsiasi che li catapultasse fuori dalla stanza dei compiti, io invece cercavo gli uccelli. Guardavo i rondoni nel cielo, quelle falci nere senza quasi coda, fermi piantati lassù, chissà come. E non mi bastava ammirarli. Con la bocca aperta un po’ per lo stupore un po’ per la posizione innaturale del collo. Io volevo esserci, volevo essere come loro.
Mi sono messo a studiare, certo. E una certa predisposizione fisica ha aiutato. Il mio allenatore diceva che la struttura dei miei muscoli era perfetta per i brevi scatti potenti. E ci ho lavorato tanto su questo, sui miei muscoli, sugli scatti.
E quando non mi allenavo cercavo una soluzione tecnica più efficiente per le ali. Fibra di carbonio, polimeri più leggeri, connessioni più flessibili.
Il volo, come l’ho sempre pensato, è sempre stato forza e tecnica. Nessun motore, no. Il motore è nemico della sfida. Sudore, sì. E rischio. Rischio di cadere, di andare a sbattere, rischio di finire come un pulcino di aquila che ha sbagliato i tempi.
Ma più di tutto il rischio di avere investito i giorni di una vita, tutto il sudore, tutta l’energia, in un fallimento.

Adesso sono qui, in alto, che mi libro sopra la vostra città. La sentivo diversa da me persino prima, figuratevi adesso. Adesso sono qui che volo, in alto, come se fossi invisibile. Solo qualche cane abbaia verso il cielo il suo stupore inascoltato.
Volo in alto quasi senza fatica, ho imparato a sfruttare le correnti e le termiche. Sono qui che svolgo diligentemente il mio destino.
Evito di chiedermi cosa provo adesso che il sogno l’ho toccato. Ma il pensiero monta e non riesco a tenerlo basso. Vola, anche il pensiero. Un senso strano, come se mi fosse stato asportata una parte importante. L’attesa, il sogno. Non so. Non so davvero cosa provo. Non so.
Vedo un bambino che esce dall’asilo e la madre lo tiene per mano senza dolcezza. Lei parla con le amiche, lui mi indica. Strilla si sbraccia insiste, ma la mamma non si lascia attrarre dall’impossibile.
“Guarda mamma, guarda su. C’è un signore che vola”